23/06/2018

Eels

Rocca Malatestiana, Cesena


di Massimiliano Speri
Eels

Da un po' di anni a questa parte (indicativamente dopo quel "Blinking Lights and Other Revelations" che chiudeva la prima porzione di carriera tentandone un'enciclopedizzazione) il buon Mark Oliver Everett sembra essersi fissato con i dischi a tema, ciascuno caratterizzato da uno specifico quanto non dichiarato mood lirico-musicale, magari ispirato dalla tragedia personale di turno: "Hombre Lobo" era il disco rock, "End Times" quello cantautorale, "Tomorrow Morning" quello pop, "Wonderful, Glorious" quello vintage, "The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett" quello per i fan. L'ultimo "The Deconstruction" non si sottrae all'ormai appurata consuetudine, ponendosi idealmente come quello barocco, con i suoi collaudati cliché ben camuffati tra ammiccamenti sixtiesreverse loop, intermezzi strumentali e orchestrazioni da camera degne un Arthur Lee e di un Van Dyke Parks; clima ovattato che contagia pure le liriche, in cui rielaborare il recente, doloroso divorzio con un tono dolce e spaesato, come se lo stordimento iniziale non fosse del tutto smaltito e la botta vera dovesse ancora arrivare.


Sarà questo, dunque, l'orizzonte interpretativo in cui inquadrare il ritorno in Italia delle anguille, a quattro anni dall'ultima apparizione? Una domanda a cui posso rispondere ancor prima di essermi appropinquato all'evento: assolutamente no. Per chi non è avvezzo ai concerti di Mr. E va infatti precisato che le esibizioni dal vivo costituiscono un corpo a se stante rispetto ai lavori in studio: eclettico e accurato in sala d'incisione, sul palco cambia pelle trasformandosi in un garage-rocker spaccone e senza fronzoli, bisognoso di sfogarsi più che di stupire con effetti speciali. Se i dischi sono tutti uguali e tutti diversi, variazioni inesauribili su un unico inconfondibile tema, i live sono numeri di scatenato rock'n'roll che travalicano il suo stesso personaggio, godibili anche dai profani per la verace carica e la deliziosa (auto)ironia che rendono così amabile questo eterno tormentato barbuto. E pare sia stato lo stesso Everett a farsi convincere dall'accattivante cornice della Rocca Malatestiana, dove l'associazione Retro Pop Live è riuscita ad accaparrarsi l'unica comparsata nazionale del suo tour europeo, apertura con i fiocchi per la sesta edizione della rassegna "acieloaperto".

Sin dal tardo pomeriggio veniamo intrattenuti da un dj set fresco e sereno come la giornata in cui abbiamo la fortuna di incappare, in linea con gli ascolti intravisti nelle ultime composizioni: Beach Boys, Zombies, Kinks, Big Star, ma anche Sly and The Family Stone e qualche hit soul d'annata.
Il parco è invaso alla svelta da una fiumana di persone, fattore che deve aver incoraggiato la puntualità con cui lo show si è attenuto agli orari in cartellone: alle 21 è infatti già sul palco That 1 Guy, one man band per voce e "magic pipe", bizzarro contrabbasso autocostruito munito di doppio manico, dalle sembianze cyberpunk un po' alla Ministry. Questo look industriale si riflette in parte nel repertorio, un lo-fi-noise-blues anfetaminizzato da basi techno innescate con un'apposita pedaliera, cocktail instabile di Jon Spencer, Beck, Patrick Wolf e Gang Gang Dance che pare un perenne remix di qualcos'altro, pur non disdegnando momenti più meditativi in cui le frequenze basse ricordano i borborigmi di un didjeridoo. Il tipo somiglia a Warren Ellis travestito da Walt Whitman, canta come Mark Lanegan che imita Captain Beefheart e suona il suo insolito strumento facendo ricorso alle tecniche più disparate, dal tapping all'archetto. E' uno spettacolo da prestigiatore, più visuale che musicale, costellato di prop vagamente coyne-iani (un plettro gigante, un guanto-papera), divertente ma alla lunga sconfinante nella baracconata, forse più appropriato a raccattar spicci per strada che a troneggiare su un palco di questo livello.

L'ingresso in scena del "prizefighter" più improbabile di sempre è scandito dal tema di "Rocky", mentre il match tra applausi e risate di pancia è incerto fino all'ultimo. Al solito, i tre accompagnatori sono tenuti a rispettare un rigido dress code, come il più classico complesso dei suoi idolatrati anni 60 (ricalcati anche dalla scenografia a base di proiettori giganti e pedane rialzate): in questo caso camicia nera, pantaloni kaki e gli immancabili occhiali scuri, con il frontman a concedersi giusto qualche addobbo in più (giubbotto jeans e cappello a tese larghe). Rispetto all'ultimo concerto cui ho assistito, il suo aspetto si è fatto meno trasandato, con una barba curata al posto della lanuggine incolta che pareva ricoprirlo e un vestiario appena più civile. Sembra in forma e gasato, e il pubblico è più euforico che mai: qualcosa mi dice che stasera ci divertiremo.

E’ cosa nota quanto il nostro eroe adori misurarsi con le riletture d'autore, possibilmente di pezzi da novanta dell'età dell'oro, e la tendenza viene subito ribadita inanellando come se niente fosse "Out In The Streets" degli Who e una quasi rollingstoniana "Raspberry Beret" di Prince, più volte indicato come il suo idolo prediletto. Sono esecuzioni travolgenti, con il leader a impersonare un rauco shouter d'altri tempi mentre scuote due grosse maracas e i sodali che lo incalzano con una ruvidezza da ZZ Top. La temperatura si mantiene torrida con "Bone Dry", in cui il chitarrista solista (che impugna un modello diverso quasi ad ogni canzone) porta avanti l'omaggio-parodia ai grandi del rock gigioneggiando in lungo e in largo. E' il primo estratto dall'ultimo lavoro e rimarrà anche uno dei pochi, dimostrando che l'interesse primario di Mark sia divertire il suo pubblico piuttosto che promuovere l'ennesimo album ("This is a fan night", espliciterà più avanti).

Dopo altre due corse scalmanate, questa volta tratte dal repertorio storico ("Flyswatter" con la chitarra a supplire il glockenspiel e "Dog Face Boy" tirata quanto basta) e una delle presentazioni più sgangherate di sempre ("I love to rock, and tonight we'll rock the castle! But I love soft rock too: are you ready to soft rock?!"), si fa portare una chitarra con grandi cerimonie ("For the sake of my health, he brings me the guitar…") e ci incanta con una "From Which I Came/A Magic World” che, sì, è decisamente soft. Il clima sognante fomenta lo zelo dei diffusori di fumo, indispettendo il sempre suscettibile Mark: "I wish I could see you, but there's too much fog here, it looks like I'm your God…Who do I have to call to turn it down, the Vatican?". Mentre la coltre si dirada, l'addetto di prima gli porge la sua mitica Danelectro verde acqua (ricordo pochi casi di chitarre altrettanto brutte trasformatesi involontariamente in signature instruments) e, se la visuale non è delle più terse, dimostra di essere tutt'altro che annebbiato nella doppietta "Dirty Girl" (rallentata e senza il caratteristico falsetto dell'originale)/"The Look You Give That Guy" (arricchita con azzeccate svisate country-folk), tutte e due puntellate dai cori del pubblico.

Ci stiamo coinvolgendo troppo, bisogna sdrammatizzare: la sbruffoneria di "Prizefighter" è quintessenziale dello sghembo umorismo everettiano, incassatore alla canna del gas che si autocertifica "everything-alrighter" con la sguaietezza di un Tom Waits, ma sa anche toccare corde apocalittiche con "Rusty Pipes" e il suo solo dissonante. Un attimo per riaccordare e ci si sintonizza di nuovo su frequenze d’antan ("We are a way back-machine from the last century", ammette non senza orgoglio il Nostro), tra il surf tarantiniano di "Open My Present" e "You Are The Shining Light" condita di spezie latin rock, con il chitarrista a malmenare due bonghi. "Do you mind if I jam with my new castanets?" ci domanda serissimo, e come per magia "My Beloved Monster" si trasforma in "Be My Baby": grande arrangiatore lo è sempre stato, il vecchio Mark, ma quando accoppia questo talento naturale con il suo gusto citazionista la faccenda diventa davvero irresistibile.

Dopo essersi nuovamente lamentato della scarsa visibilità, invocando un intervento del Papa in persona, e averci portato a zonzo nel desertico Far West di "I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart", il momento è propizio per stenderci con un coup de théâtre all'altezza del fuoriclasse che è: "Climbing To The Moon" rimane uno dei suoi motivi più struggenti, tra le tante gemme incastonate in quell'inestimabile "Electro-Shock Blues" che lo consegnò all'immortalità aggiornando il filone dei "loss album", una lezione di tenerezza e trasporto che illumina anche la seguente "I Like The Way This Is Going", eseguita in punta di piedi per non spezzare la magia, pattinando su un'oleosa lap steel. "Yes, I like the way this is going…and I guess you like it too!": la consapevolezza della tua bravura può insegnarti a leggere nella mente altrui, qualora non bastassero urla e lacrime ormai copiose.

Ancora una volta, confermando la giocosa schizofrenia di questo autentico Due Facce del rock, ad un momento di intensità mozzafiato sceglie di giustapporre una deliberata parentesi di delirio: una lunghissima, surreale presentazione della band ("If you don't see them, well, something is going horribly wrong…") a partire da sé stesso (di cui sceglie di svelarci un segreto inconfessabile, ovvero di aver imparato troppo tardi a sbucciare le mele, invitandoci a comprare il suo libro al banchetto per saperne di più), passando per il bassista (a cui, dopo averlo invitato a "fare un viaggio in prima fila", intima di "non farci l’abitudine"), il chitarrista (di cui ci svela il segno zodiacale, vai a capire perché) e infine il batterista, che si auto-motteggia interpretando un'apposita canzone-sigla, "Little Joe!". Sarà superfluo ribadirlo, ma la facilità con cui questo istrione imbronciato riesce a passare dalla commozione più strappalacrime all'intrattenimento più demenziale ha del soprannaturale, la stessa classe che rende il power pop sbarazzino di "Today Is The Day" l’ennesima melodia perfetta del suo canzoniere.

Ma guai a rilassarsi troppo, si rischia di essere spazzati via da una "Novocaine For The Soul" tutta in crescendo suonata con la plumbea cattiveria dei Black Sabbath, o di sprofondare nelle sabbie mobili di una "Souljacker, Part. I" il cui forsennato ritmo della giungla è spezzato da un chilometrico feedback. L'anti-inno "I Like Birds" funge da aeroplanino di carta con cui farci planare di nuovo a terra, giusto in tempo per impartirci un'ultima raccomandazione dal sapore evangelico ("If you have your beloved ones waiting for you to come home, take care of them. And if you'll meet a stranger along the way, please be kind with him") e rimboccarci le coperte con una toccante, ineccepibile "P.S. You Rock My World".
Poco dopo è di nuovo sul palco, e manco a dirlo ha già ricominciato a mitragliare cazzate: "This castle tonight is full of badasses! It's been so long since the last time we played in Italy, and if it's not it means this is not the right place…So, of course, I have to play another one", e non si tratta di qualche suo evergreen bensì di "When You Were Mine", ancora dell'amatissimo Prince, che tra un arpeggio col capotasto e un'ugola ormai screpolata diventa in tutto e per tutto farina del suo sacco.

"Thank you for being here, we're the motherfucking Eels!". Un pubblico tanto nutrito e caloroso però non lo liquidi nemmeno con una frase del genere, e così rieccoli tornare un'ultima volta affilando l'ottimismo straripante di "Mr E's Beautiful Blues" e i licantropici ululati in spring reverb di "Fresh Blood"; e dato che "non vuole lasciarci con una canzone cupa", ci appioppa pure un medley adorabilmente stralunato, che accorpa "Love And Mercy" (da brividi), la prima strofa di "Blinking Lights" (a sipario abbassato il dj set ne proporrà una spettrale versione cantata da un coro di bambini) e il ritornello finale di "Wonderful, Glorious". Cosa chiedere di più?
"God bless Brian Wilson, Pete Townshend and Prince". E gli Eels, Mark, non dimenticarti degli Eels.

Setlist

Out In The Streets [The Who cover]
Raspberry Beret [Prince cover]
Bone Dry
Flyswatter
Dog Faced Boy
From Which I Came/A Magic World
Dirty Girl
The Look You Give That Guy
Prizefighter
Rusty Pipes
Open My Present
You Are The Shining Light
My Beloved Monster
I’m Going To Stop Pretending That I Didn’t Break Your Heart
Climbing To The Moon
I Like The Way This Is Going
Little Joe!
Today Is The Day
Novocaine For The Soul
Souljacker, Part. I
I Like Birds
P.S. You Rock My World

Encore 1
When You Were Mine [Prince cover]

Encore 2
Mr. E's Beautiful Blues
Fresh Blood
Love And Mercy [Brian Wilson cover]/Blinking Lights (For Me)/Wonderful, Glorious

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