Un fasto gradualmente sbocciato e manifestatosi imponente nel corso di oltre dieci anni, nei quali Bejar s’è svelato come uno dei maggiori talenti pop in circolazione.
Dotato di uno stile vocale duttile, vulnerabile e inconsueto, egli è anche un intrigante, ineffabile paroliere e soprattutto abbina un raro talento melodico a un senso immaginifico/affabulato che ringiovanisce la scrittura, autentico marchio di fabbrica “Destroyer”.
Il primo album di Destroyer è realizzato da Bejar nella propria dimora attrezzata a studio d’incisione, frutto d’anni di scrittura amatoriale. We'll Build Them a Golden Bridge (1996, Tinker) è pura arte informale impressa senza convenevoli su un quattro piste, che si assimila ai gruppi più sghembi e scanzonati dell’indie-rock in bassa fedeltà dell’epoca (si pensi ai Pavement più frammentari, Wingtip Sloat, Further...).
Forse, per esigenza e non per scelta artistica: i Destroyer del 1996 sono insomma camuffati ed elusivi musicalmente per distinguersi e svettare davvero. Ancora tacciono le notevoli specificità musicali a venire, in pochi avrebbero scommesso su di loro.
Talvolta affiorano ballate in punta di corde, come "Streets Of Fire", "Breakin' The Law"; atmosfere divertite, sonnolenza da dopo-party su "Rose Fleched This". Pregevole il senso di torpore nella fisarmonica di "Saddestroyer".
È tutto un susseguirsi di impressionistiche marcette da banda campestre, la cui linearità s’increspa talvolta con trovate e vezzi sperimentali a ravvivare (organetti Casio, strumenti folk, handclapping...).
La voce è sempre un brusio o è alterata, lillipuziani i brani (la cui durata media si assesta intorno ai due minuti e mezzo): smorzandosi, essi colgono di sorpresa, irritando o divertendo, a seconda dei gusti.
L’anno seguente sono pronte altre canzoni che il gruppo licenzia in cassettina autoprodotta, non da considerarsi album “ufficiale”: Ideas For Songs (Granted Passage Cassettes, 1997).
L’aria è ancora ironica e diafana, giocosa e “costretta” da mezzi tecnici di circostanza, ma cominciano ad avverarsi forma e personalità (come mostra ad esempio l’intensa "You Can't Go Home Again").
S’inizia a intravedere insomma la magia di Bejar (“The Terror Serves A Purpose”, "Leaving London", "It Is Me Who Will Rate You"). L’insieme è più a fuoco, la voce, sperduta e sensibile, somiglia nello spirito ai lamenti amorosi del primo Daniel Johnston. A riscattare la povertà formale in questi brani, è appunto l’onesta, la peculiare malizia, persino una certa inerzia. "Why Banacek Doesn't Love", tra una chitarra elettrica squillante e la voce beat, è il primo brano del gruppo a raggiungere i cinque minuti di durata.
Il 1998 diviene l’anno decisivo per i Destroyer. La band canadese si schiera come trio: Bejar alla chitarra, John Collins a basso, synth, chitarra elettrica e Scott Morgan (poi in Loscil) alla batteria.
La line-up rimarrà inalterata sino al nuovo millennio.
Il nuovo album, City Of Daughters (Triple Crown Audio/Endearing, 1998), volta dunque pagina.
Per quanto ancora scarno sul piano strumentale, "brado" e diretto per comunicativa, è ormai maturo compositivamente e persino fastoso melodicamente.
City Of Daughters è il capo d’opera del primo periodo del gruppo: esprime al nocciolo l’arte visionaria, figurativa e vagamente enfatica di Bejar, frutto di un autore ricco di verve e dalle soluzioni strumentali spesso inebrianti e inattese.
L’aria da principio si mostra sempre acustica: Dan Bejar impersona un aedo sperduto e ramingo (voce e chitarra); via via accorrono strumenti a fiato, percussioni, tastiere, a favorirne l’espressione.
Per quanto convivano più facce ed equilibri, è tutto plausibile: City Of Daughters è la chiave di volta che raffigura la crisalide nel passaggio al nuovo aspetto e in quel mutamento c’è tutto un potenziale, la lucida intuizione.
Durante l’ascolto emerge senz'altro una band affiatata, diretta dal leader in modo minimale ma scrupoloso. "The Space Race", "I Want This Cyclops", "School, And The Girls Who Go There", "Melanie And Jennifer And Melanie" sono istintive, naturalistiche gemme di cantautorato folk-pop, assimilabili ai lavori coevi dei Songs:Ohia o dei Mountain Goats più ispirati, lirici e ammalianti (“Sweden”, 1995), o a dei Guided By Voices “attrezzati”.
Thief (2000, Catsup Plate) è il “punto e a capo”, la metamorfosi avvenuta. La giovane creatura si solleva nitida elegante e vola in alto; domina lo spazio e si ostenta, intensa e plausibile.La line-up di Destroyer vede aggiungersi Jason Zumpano, batterista dal gruppo omonimo (poi in Sparrow) e il chitarrista Stephen Wood, e l’artificio riesce a meraviglia, nuovamente.
Thief è un disco che “rapina” l’ascoltatore con brani emozionali, accesi e vistosi, sfoderando novelty-pop come le penserebbe solo Robyn Hitchcock o un Bowie ebbro di Beatles; imbevute di vivacità e passione, fluttuanti e appartate, vivi colori di un affresco.
In questo senso si propone un accattivante terzetto d’apertura che s’iscrive tra le migliori concezioni di Bejar; i flutti melò di "Destroyer's The Temple", "To The Heart Of The Sun On The Back Of A Vulture, I'll Go" e "The Way Of Perpetual Roads". Quasi un tutt’uno a mo' di suite arrembante e infervorata, un vertiginoso, calibrato saliscendi emotivo tra grappoli di corde, organo e canto rapinante.
A tratti questo disco appare consanguineo di quel capolavoro di rapace aggressività e sentimentale euforia che porta il nome di “Mass Romantic”, esordio di New Pornographers (2000, Mint Recordings), escogitato da Bejar assieme a uno stuolo di musicisti di varia estrazione tra cui Carl Newman (dagli Zumpano) e la frontgirl Neko Case (avviata a una fortunata carriera solista).
Non mancano lapsus, digressioni "solo" come la classicista "Every Christmas" al piano, o l’avant-sperimentale "I.H.O.J.", che riportano ai primi vagiti del gruppo.
Nel 2000 il talento della formazione è già maturo, inconfondibile e più che mai prorompente. Bejar naviga sicuro e senza argini in un ampio letto di fiume, coadiuvato dai compari strumentisti di provata abilità ("Death On The Festival Circuit", "Canadian Lover/Falcon's Escape", "Queen Of Languages").
Thief è un’opera personale ed emblematica, spartiacque tra ciò che è stato e ciò che sarà.
L’anno dopo, il 2001, è il turno di Streethawk: A Seduction (Misra), che focalizza le inclinazioni emozionali, i richiami al pop-rock anni 70 ripristinando quell’eleganza, quella grinta e il glamour, inquadrando al meglio questo “nuovo corso”; approntando ingegnose soluzioni formali che esaltano e illuminano i colori dei suoni.
Sintomatico l’avvio nella title track: “Hey girl, come on and take a whirl in my machine! (…) She said the city was dead and gutless. I cried for the city...”, quasi una riedizione della bowiana “Suffragette City”.
E’ l’approdo definitivo a un pop-rock sofisticato e saturo, riformulato negli accenti secondo i tempi correnti. "The Bad Arts" e "Beggars Might Ride", in apertura, sono esempi che variamente dimostrano, in partiture raffinate e vaste, imboscate e dolcezza in palpiti acustici (l’ode "Helena"), ballata sfarzosa e istinti power-pop. Insomma tutte le sembianze d’uno stile lussureggiante e screziato ("The Very Modern Dance"), che a tratti privilegia l’eremo "solo" e a tratti i richiami collettivi.
Streethawk è un album vitale e accurato, dalla forma musicale malleabile e sempre in grado di affrancarsi dalle immagini che suscita via via, percependosi a più livelli.
Se "Virgin With A Memory" è un’acustica esotica che sembra opera di Vinicius, "The Sublimation Hour" possiede estro e visioni dei Pavlov’s Dog, mentre il pianoforte su "The Crossover" è quello dell’Elton John sulla "Yellow Brick Road". L’inarrivabile ballad "Strike", sul finale, è poi sintesi quiet/loud, sigillo emblematico dei camaleontismi di Destroyer.
Il 2002 vede l’approdo della formazione di Vancouver alla corte Merge, gloriosa indie-label della Carolina con cui spiccare il volo di notorietà decisivo.
A questa novità determinante corrisponde un nuovo cambio di formazione, ora quartetto: oltre a Bejar (a chitarre, piano, synth e melodica), c’è Nicholas Bragg alla chitarra, Chris Frey al basso, Fisher Rose a batteria, violino, synth e piano.
Così equipaggiato, il gruppo canadese intraprenderà un tour mondiale di spalla ai Calexico.
This Night (Merge, 2002) è l’album in cui cambia anche il passo musicale. I nuovi brani si mostrano più ambiziosi e distesi, ma allo stesso tempo misteriosi, agitati – il suono di chitarra fa da padrone - non senza sperimentare ("Holly Going Lightly", "This Night").
Canzoni come elaborati cortometraggi d’ambiente notturno (come opportunamente propone il titolo), d’ampio respiro. Sono i resoconti del viaggio in Europa dal quale Dan Bejar è reduce, sono sbocco di meditazioni e scosse. L’autore interviene secondo inclinazione, setacciando puntuale e imprevedibile la storia del pop, assecondando il proprio umore e l’insolita versatilità, creando situazioni drammaturgiche, accrescendo umori psichedelici e retaggi cantautorali.
Questa particolare attitudine incide sulla durata complessiva dell’album, superiore ai precedenti di venti minuti. La critica, puntualmente spiazzata, è ora forse più scettica, ma il pubblico esulta, a ragione: la fruibilità non è certo relegata e Bejar dà impressione di saper fare ciò che vuole nella sala d’incisione assieme alla sua ricchissima "tavolozza".
La compiutezza formale arride e raggiunge il suo apice in brani come "Makin' Angels" e "Modern Painters"; "Trembling Peacock" con la sua cadenza potrebbe appartenere a Stephen Malkmus o Ben Folds, mentre "The Chosen Few", corredata di una chitarra flamenca, ha un’atmosfera che suscita i fasti della britannica él Records.
Toccante è la dedica acustica, afflitta e penetrante, di "Goddess Of Drought"; mentre è accattivante l’assorta "Students Carve Hearts Out Of Coal", incantata su un riff di chitarra, organo immaginifico e una performance sedotta e rapita da "questa notte". Notte percorsa dall’ambiziosa "Hey, Snow White", cavalcata epos di quasi otto minuti, fulcro del disco. Una chitarra distorta sullo sfondo e il crooning "perdido" nel flusso: sarebbe in effetti roba d’altri tempi, ma l’autore è abile a camuffare cinque minuti in due o tre e ogni peso si fa impalpabile.
Trascorrono due anni prima di giungere a Your Blues (2004, Merge), album che prosegue la strada intrapresa ma assieme è anche nuova nascita. Si rapporta al pop barocco e decadente, confermando Destroyer un gruppo reazionario mai disgiunto dalla ricerca di nuovo linguaggio, dalla necessità di uno stile personale.
L’incipit "Notorious Lightning" dapprima oscura, poi smaniosa ed esultante, è un tuffo al cuore, autentico accecamento.
“Oh, Notorious Lightning! Yes, I had to ride you
And trash the crystal jets they kept in storage inside you!
I was told never to question it.
Now I'm facing twenty years for every night I tried to ingest the snow so lightly!”
L'istrionico Bejar si lascia tentare dal gusto descrittivo e dall’espressività in crescendo di un Jarvis Cocker o da affreschi cantastorie a reminiscenza libera, ma non abusa né calca oltremisura le proprie doti vocali. Ci risparmia boriosi virtuosismi apportando (e incentrando) invidiabili misura e costanza nella serie di melodie luminose e approfondite da quest'album.
Poco o nulla rimane dei più ruvidi contenuti pop del combo New Pornographers (l’altra band in cui milita l’autore, che al contempo sforna buoni album): simili feticismi seventies s'imperniano sul Bowie navigatore astrale, sul Duca Bianco più suadente e spontaneo.
Ma primeggiano tocchi personali eccentrici: Daniel, vigile a non sminuire e immolare ogni cosa sull'altare del proprio ego, non spreca o limita potenzialità al puro rimando compiaciuto. Al gusto personale di citazione e d'infinito rimando, si privilegia il gusto dell'ascoltatore.
Dotato di un genuino sentimento "trovatore", Bejar si concede altresì, senza farsi prendere la mano, rigogli di pathos, contagiose fascination allestite da solide sezioni d’archi, che distinguono e timbrano i brani in scaletta. Si dimostra direttore altrettanto smaliziato che rifugge sinfonismi kitsch (pur memore, siamo certi, dei padri putativi Jeff Lynne, Eric Carmen e Todd Rundgren).
Il baccanale della prima “Notorious Lightning” schiude progressivamente un mosaico di colori accesi, diramando d’immenso tastiere e batteria. Il freno nella seguente “It's Gonna Take An Airplane” reagisce spontaneamente in un rifugio di pop leggero e vaporoso. Il metodo dell'album scongiura sospetti di indulgenza e presunzione, che magari sfioravano il precedente This Night. “An Actor's Revenge” è un'altra trionfale marcia tra arredi di tamburi, ritmi e cori misti in scorribanda, le cui fila presiede un crooning degno di Peter Gabriel.
Arie da primi Genesis anche su "New Ways of Living", tra lirismo e tastiere sognanti, mentre altrove fiati calibrati, danze di clapping e gioiosi cori arcadici illuminano “The Music Lovers”, altra canzone pop da manuale, con una coda strumentale folgorante.
Un’esibizione sofferta, appassionata e persino "weird" va a marcare sgargianti i paesaggi di “From Oakland To Warsaw”; “What Road” parte come rielaborazione creativa della stevensiana “Father And Son” per poi propagarsi e levarsi a suite “anni Settanta”, svelando panneggi tra trombe, sezione d'archi e rintocchi di campane.
Le arie dimesse di “Certain Things You Ought To Know”... e “Turn Into Snow” chiudono in bellezza un album suggestivo e memorabile, un’oasi salvifica tutta abbagli e climax.
Destroyer's Rubies (2006, Merge) è l’ottavo Lp di Destroyer, che giunge qualche mese dopo la pubblicazione dell'Ep Notorious Lightning And Other Works (2005, Merge). Quest’ultimo è un curioso lavoretto realizzato assieme ai victoriani Frog Eyes (backing band di Destroyer nei concerti dal vivo), in cui Bejar riplasma sei canzoni dal disco Your Blues, accentuando aggressività e destruttura pop-rock. La title track è tutta palpito isterico, pulsazioni chitarristiche para-psichedeliche e sospese che deragliano nel finale, tra una voce invasata e percussioni in orgia, mentre “New Ways Of Living” possiede l’estro e la verve nevrotica dei Pixies. Una riedizione attraente, che a volte sa di riscrittura.È omnia-pop quello di Destroyer. Non dissimile dal precedente in studio, Destroyer's Rubies è l’ennesima sensazione, l’ennesimo tripudio ispirato da un autore di razza. Disco più integro e strutturato, meno "slegato" dei precedenti; che agilmente articola cambi d'accordo, pindarismi canori (definiti dall’autore i suoi più compiuti), tonalità “rubine”, in attrazione al titolo, squillanti o sottili, forme sposate assieme con perizia.
Tra esse, il coraggio di partire con una pop-suite “alla Destroyer”, ossia vivacissima e sviante, come “Rubies”: coriacemente indie, misto di enfasi e semplicità, essa sembra piover giù per grappoli di corde cristalline al tempo di ritmo percussivo.
Non manca l'equilibrio. Il talento visionario di Dan Bejar nutrendosi di ogni rock 70's, si svela stranito, fascinosamente torbido, romantico, ma con un motivo a presiedere. Si prendano i cambi dell'altra medley “Looter's Follies”, quasi un lento stonesiano in cui agiscono smaniose trame Television e lontani echi Beach Boys, o le eccitanti melodie sprigionate in “Painter In Your Pocket” e “Watercolors Into The Ocean”.
O ancora, i diluvi in nitide note di piano su “European Blood”; mentre “Sick Priest Learns To Last Forever”, tenebrosa e limpida, sembra decurtata da “Aladdin Sane” di Bowie.
I classicismi di “Your Blood” sono un sequitur dell'album “Blood On The Tracks” di Bob Dylan. A volte è infatti proprio lo stile acre e nervoso di Bob Dylan a far capolino stavolta, svelandosi e brillando nelle classicheggianti miniature di Bejar, tutto a favore dell’esuberanza e del ringiovanimento che compie questa proposta.
Nei dischi di Destroyer si percepiscono urgenze e memorie antiche, un melange dal fascino da tempo dimenticato nel pop-rock d'impronta nostalgica (e non solo). Bejar è senz'altro consapevole ma non condisceso od oppresso dal proprio ingegno e non si vieta alcuna soluzione. Potrebbe a ragione compiacersi ma non lo fa ed è un merito, si creda, pari alla notevole fattura della sua musica.
Su Trouble In Dreams (2008, Merge) emerge un tipo di forma-canzone "universale", capace e suadente, puntualmente ispirata e visionaria. Bejar attua un consapevole distacco da modelli e ideali passati, per liberare in completa autonomia e issare in alto la propria distinta natura.
Non è solo oratore e araldo della tradizione pop-rock, dialetticamente proteso tra vecchie e nuove età, che siano dalla Terra d’Albione e dalla canzone folk americana. Bejar è ormai un alchimista teso verso un modello individuale di classicità pop. Uno stile forte di lineamenti specifici, di una robusta, cauta eredità autoriale fatta di turbamenti e di sensi in subbuglio, che con maestria muove tasselli e sposta carte a ispirare nuove, interessanti variazioni, accattivanti sofisticazioni armoniche.
Più che mai efficace e duttile è la voce di Daniel, che si lanci concitata e incisiva su "The State" o "Rivers", o che imperversi suadente in "Foam Hands" o sulla esordiente "Blue Flower/Blue Flame". O ancora, appare guida ferma sulle raffinate e penetranti "Shooting Rockets (From The Desk Of Night's Ape)" e "Plaza Trinidad": maestosi brani sorretti e tesi da lancinanti riff di chitarra o frasi di pianoforte.
Trouble In Dreams è nell’insieme un lavoro descrittivo e "panoramico", lo sbocco di reazioni e sintesi con gli album del passato, senza essere meramente decorativo o indulgente. Il suo particolare dinamismo armonico è funzionale all’ingresso in un reame alla Lewis Carroll, ove ogni cosa è dipinta passionale e, seppure verosimile, alterata. Un luogo insomma in cui ogni valico è imprevedibile, ogni passaggio è dipinto emozionante, come insegnano la distesa luminosità di "Leopard Of Honor" e l’ennesima passionale, non perfettibile gemma targata Destroyer: "Dark Leaves From A Thread"; ideale di semplicità di scrittura pop portata in gloria da un autentico arsenale di strumenti in festa.
È come ritornare bambini, incantati all’ascolto di fiabe di cui non si conosce l’esito o il risvolto, per cui si prova trepidazione.
Imprevedibile il futuro che attende Daniel Bejar e i suoi tanti progetti, in particolare la propria creatura prediletta Destroyer, concepita assieme alla ciurma di amici collaboratori e strumentisti.
Ma lo spettacolo musicale inscenato in questi primi dodici anni merita attenta memoria, riguardo e acclamazione costante.

