Approfondimenti

David Bowie - Sound and vision

di Lorenzo Salzano
Tra tutti i membri dell'aristocrazia rock, David Bowie è stato quello più consapevole del valore delle immagini e il più abile nello sfruttarle, tanto che moda, video, recitazione, sono state parte integrante della sua proposta artistica tanto quanto la musica. Ecco una guida per decifrare il rapporto tra il Duca Bianco e il video dalla A alla Z.

David Bowie - Ashes To AshesA come "Ashes To Ashes". Il concetto di videoclip, così come lo concepiamo oggi, nasce proprio coi quattro minuti del clip girato da David Mallet nel 1980 per la sua "Ashes To Ashes". Il montaggio di immagini surreali, dal sottotesto piuttosto disturbante, il budget considerevole, la sperimentazione di effetti ottici come il chromakey, il fatto stesso che il filmato si basi su uno storyboard progettato minuziosamente dal cantante insieme al regista, fanno di "Ashes To Ashes" il primo video musicale in grado di andare oltre il semplice compito di promozione di un brano. Esso si trasforma di fatto in nuovo medium nel quale è possibile elaborare un linguaggio visivo peculiare, e comunicare qualcosa. Bowie in questo video è un Pierrot ferito (e attorniato da figuranti presi dalla scena new romantic), un astronauta prigioniero di un ambiente stile "Alien" di Ridley Scott, è prigioniero in una cucina che esplode, poi in una stanza dalle pareti imbottite.
Il video non illustra la canzone, ma ne amplifica e arricchisce la già complessa rete di rimandi intertestuali. Ci sono così le autocitazioni (il ritorno del personaggio di Major Tom dal vecchio hit "Space Oddity"), i riferimenti alla fantasia infantile (nella melodia che riprende alcune nursery rhymes ma anche nella scena sulla spiaggia che ricorda "Il Mago di Oz"), le confessioni psicanalitiche (la figura oppressiva della madre, citata anche nel testo, il cordone ombelicale che lega l'astronauta alla nave). Il personaggio Bowie è continuamente attorniato da figure che lo assillano, ma è sempre irrimediabilmente solo, riflettendo le idee ciniche su fama e moda contenute nel disco. Il carattere disturbante delle immagini è inoltre sottolineato dalla fotografia e dai colori, acidi e antinaturalistici, abrasivi come in pochi altri video degli anni Ottanta.

B come Bbc. Ovvero la mitica Tv di stato inglese che, in rispetto del fatto che la musica è parte della cultura del suo paese, si degna di dedicarle dei programmi appositi. A "Top of the pops" si esibiscono i musicisti presenti nelle classifiche di vendita, ed è così che il 14 aprile 1972 David Bowie e gli Spiders from Mars possono entrare nelle case di un'Inghilterra ancora puritana per portare una ventata di rivoluzione che è rock ma anche sessuale. A un certo punto infatti l'androgino cantante posa il suo braccio con fare lascivo sulla spalla del chitarrista Mick Ronson. Oggi fa tenerezza, ma dal giorno dopo la vita degli adolescenti britannici, omosessuali o no, non sarebbe stata più la stessa.

C come cambiamenti. Banalità assoluta, ma guardando tutti di fila i promo di Bowie contenuti nel dvd "The Best Of", non si può non notare che a rendere significativi i filmati è sempre e prima di tutto la capacità del cantante di trasformarsi, come uno specchio che riflette di volta in volta il proprio tempo. Dal disadattato punk (in anticipo di cinque anni su Sid Vicious) di "Jean Genie" all'intrattenitore platinato di "Serious Moonlight" è come assistere a una storia per immagini della nostra società e del rock insieme a essa.

David Bowie - DjD come "D.J.". Insieme agli altri due singoli tratti da "Lodger" (1979) questo è uno dei primi brani a essere fornito di un commento visivo davvero elaborato. Il merito è del regista David Mallet, conosciuto sul set del "Kenneth Everett Show" dove già sperimentava tecniche come il chromakey, in grado di sovrapporre immagini e virare i colori in modo palesemente artificioso.
In "D.J." Bowie impersona il protagonista nevrastenico della canzone. Le immagini di lui che distrugge la sua apparecchiatura sono alternate a quelle di una autentica passeggiata per Londra, con la gente che lo circonda e lo abbraccia, un'idea semplice ma efficace per un pezzo profetico che denuncia il dj come nuovo "artista della vita moderna".
"Boys Keep Swinging", invece, lo vede cantare con l'accompagnamento di un trio di "girls" che non sono altro che tre immagini di Bowie travestito. Prima della fine, Bowie si toglie la parrucca e distrugge il trucco passando la mano sul volto, così come aveva visto fare negli spettacoli di travestiti a Berlino. La figura più anziana è invece una bonaria parodia di Marlene Dietrich, sua partner nel film "Just A Gigolo" di David Hammings ( 1979).
In "Look Back In Anger" è un pittore che vede il suo volto deteriorarsi, mentre accarezza il viso perfetto di un angelo dipinto. Sempre nello stesso periodo c'è la più notevole performance televisiva di Bowie, quella del "Saturday Night Live" del 15 dicembre 1979, dove il cantante si esibisce indossando costumi ripresi dal teatro dada, in particolare da quelli concepiti da Hugo Ball per il Cabaret Voltaire di Zurigo.
Il rapporto con Mallet segna tutta la fase pionieristica dei videoclip di Bowie, fino ai celeberrimi promo per l'album "Let's Dance" e al video-concerto "Serious Moonlight".

E come Eighties. Il decennio in cui Bowie si esprime al massimo attraverso le immagini è, inevitabilmente, quello degli Ottanta, l'era del video da lui inaugurata con "Ashes To Ashes". All'epoca Bowie è una superstar, e la qualità della sua musica è, a detta di tutti, in caduta libera. Non di meno i video sono notevoli e, contrariamente al pregiudizio sull'epoca, per niente privi di "significato". Bastino le dissertazioni sull'imperialismo culturale di "Let's Dance" (protagonisti due giovani aborigeni australiani tentati dalla civiltà occidentale) e "China Girl" (entrambi di Mallet), la satira sulle religioni di "Loving The Alien" (farcita tra l'altro di citazioni artistiche, da De Chirico a Gilbert and George a Laurie Anderson), fino alla polemica sociale antiamericana di "Day In Day Out" (con al centro una ragazza madre che vive per strada), a tratti piuttosto cruda e scioccante. Insomma, pure allora Bowie aveva parecchie cose da dire.

F come Fashion. Altro concetto fondamentale nel mondo di Bowie, la Moda viene analizzata criticamente come fenomeno sociale, mostrando il rapporto surreale tra la star e il pubblico che ne ripete le mosse (due scene di coreografie parodistiche sia in "Fashion" che in "Blue Jean"), con Bowie sdoppiato nella parti del rocker e dell'Uomo della strada (si veda in particolare il secondo video citato, di Julian Temple).

David Bowie - Glass Spider TourG come Glass Spider. Ma la moda è anche quella che trascina il divo nella sua più famosa debacle, il famigerato tour dotato di gigantesco ragno luminescente, coreografie eccessive, vestiti e pettinature da incubo. Testimone ne è il videoconcerto omonimo: la scena di "Time", con il Nostro vestito di lamé dorato, stivaletti alati tipo Mercurio, il messaggero degli dei, e (tenetevi forte) alucce di plastica azzurre sulle spalle, è semplicemente esilarante. Ma questi sono gli anni Ottanta e l'estetica camp, prendere o lasciare. Tra l'altro l'attenzione per la danza moderna più estrema (che caratterizza tutti i suoi video di fine anni Ottanta, si veda "Fame '90" di Gus Van Sant) è da rivalutare: Glass Spider è uno dei pochi video di concerti che non sia noioso, c'è sempre qualcosa da guardare...
Già nel '90 il divo si fa comunque perdonare certi eccessi col Sound+Vision tour (tutto un programma fin dal titolo) dove usa per la prima volta un megaschermo per proiettare nuovi e vecchi video, con effetti di forte nostalgia.

David Bowie - Heroes periodH come "Heroes". Ovvero la canzone-simbolo del periodo trascorso dal cantante a Berlino. Il drammatico contrasto di luce e ombra presente nel promo del brano riflette la fascinazione di Bowie per l'Espressionismo, sia artistico che cinematografico. Dalle scenografie in stile "Metropolis" del tour di "Diamond Dogs" all'uso avveniristico delle luci nei tour del '76 e dell''83, fino alla citazione di Heckel sulla copertina di "Idiot" (composto con Iggy Pop), si tratta senza dubbio di un lungo e significativo rapporto. La passione per il cinema espressionista si nota anche nelle citazioni di Murnau (Nosferatu) nel clip per "Under Pressure" di Mallet, che inoltre si chiude con un montaggio di baci presi da diversi film muti, un'idea molto simile a quella usata da Tornatore per "Nuovo Cinema Paradiso".
Al periodo "berlinese" sono da ascrivere anche la partecipazione all'agghiacciante "Christiane F. I ragazzi dello Zoo di Berlino", dove Bowie fa se stesso e canta "Station To Station", e l'interpretazione per la Bbc del "Baal" di Brecht.

I come "I'm Deranged". Cioè il brano di Bowie che apre la sequenza iniziale di "Strade perdute" del 1997 di David Lynch, quella con la linea mezzana della strada che oscilla nel buio. Nel film lui non c'è (mentre faceva un cameo in "Fuoco cammina con me", sempre dello stesso regista), ma è di gran lunga il miglior momento della musica di Bowie al cinema.

J come Julian Temple. Il regista del famigerato "The Great Rock n' roll Swindle" coinvolge Bowie nel revival anni Cinquanta portato avanti dal film "Absolute Beginners" (1986), dove David recita la parte di uno "squalo" del mondo della pubblicità (in cui aveva lavorato davvero da ragazzo) e interpreta un'ambiziosa scena da musical. Temple gira anche il video del brano scritto per la soundtrack del film.

David Bowie in Pierrot In Turquoise di Lindsay KempK come Kemp, Lindsay. A vent'anni Bowie studia il mimo col grande Lindsay Kemp, che gli insegna a recitare e a truccarsi, assegnandogli una parte nella piece "Pierrot in Turquoise", dove il ragazzo esegue anche alcune sue canzoni. L'influenza di questa esperienza è innegabile: il vero segreto del carisma di Bowie sul palco e nei video è sempre dato infatti prima di tutto dal suo perfetto controllo della mimica, e solo in un secondo momento dall'allestimento o dalle coreografie. E' per questo approccio teatrale che il personaggio di Ziggy Stardust, pur partendo con nient'altro che un boa di struzzo e una pettinatura improbabile (solo in seguito arriveranno trucco e abiti su misura dal Giappone), si rivela rivoluzionario, e chiunque abbia visto il film di Don Pennebaker (si veda la Z) ricorda la lunga sequenza di mimo durante "The Width Of A Circle". Ancora ai tempi di "Earthling", cinquantenne, faceva il numero di San Sebastiano che si strappa le frecce dal corpo, di fronte a gente in visibilio.
Il rapporto con Kemp continua ancora per due concerti, quelli al Rainbow Theatre del '72 dove Bowie sperimenta per la prima volta un approccio "multimediale" usando proiezioni e ispirazioni tratte dal teatro kabuki. Kemp cura la messa in scena e le scenografie, e la sua compagnia di danza affianca il cantante con una serie di balletti d'avanguardia: durante "Starman" il maestro penzola dal soffitto vestito da angelo e, poco ma sicuro, nessun rockettaro inglese aveva mai visto niente di simile. Una pallida eco dell'evento è conservata dal video di Mick Rock per "John I'm Only Dancing", dove si vedono le prove dello spettacolo.

L come "Little Wonder". Il video più bello del Bowie anni Novanta, girato dalla italo-canadese Floria Sigismondi, che si distingue per un montaggio ipercinetico, con continui cambi di ritmo e messa a fuoco, personaggi che si muovono a scatti o in modo sfalsato rispetto all'ambiente. Protagonisti del filmato sono una serie di cloni di Ziggy Stardust che si aggirano per una Londra cyberpunk, ma il tocco più inquietante all'ambientazione lo forniscono pupazzi zoomorfi e altri oggetti (enormi bulbi oculari) su cui sono proiettate immagini di volti agitati e baluginanti. Questi elementi, che aggiungono un ulteriore tocco alla dicotomia tra immobilità e ipercinesi che domina il video, sono opera dell'artista Tony Oursler, che collaborerà con Bowie per alcune esibizioni, oltre che per l'allestimento del tour di "Eartling" (come si vede nel clip di "Seven Years In Tibet"). La Sigismondi fornisce a Bowie un altro capolavoro con "Dead Man Walking", dove al solito ritmo infernale si susseguono citazioni del pittore Francis Bacon (morto nel '92), tra gabbie, prospettive oblique, quarti di bue, visi deformati o cancellati, in un tripudio di rosso sangue e con la bassista Gail Ann Dorsey trasformata in una grottesca figura di satiro.
Molto più dimesso il video per "I'm Afraid Of Americans", diretto da Dom and Nic sempre dello stesso periodo, dove però Bowie si toglie lo sfizio di farsi inseguire niente meno che da Trent Reznor (il suo equivalente per gli anni Novanta, sotto molti aspetti) nei panni di un personaggio alla De Niro di "Taxi Driver". Notevole è anche la scena in cui Reznor finge di imbracciare un fucile e la mitragliata della batteria nella canzone si tramuta in una serie di colpi veri che esplodono sul taxi, di fronte a un terrorizzato Bowie.
Insomma, la stagione creativa inaugurata con "Outside" trova compimento coi video realizzati per il disco successivo (appunto "Earthling") regalando alcuni dei migliori episodi del decennio che può essere a buon ragione considerato l'età dell'oro dei videoclip. Negli anni Duemila i budget necessari per le fantasmagorie della Sigismondi non ci saranno più.

David Bowie, Ryuichi Sakamoto - FuryoM come "Merry Christmas, Mr Lawrence". Film del 1983 del grande Nagisa Oshima di cui Bowie è coprotagonista insieme a un altro musicista e compositore, Ryuichi Sakamoto. Il film è ambientato in un campo di prigionieri dei giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e ha come centro narrativo l'attrazione omosessuale tra i due nemici. Si tratta del film migliore della carriera d'attore di Bowie, anche se la scena è rubata spesso dall'altro protagonista, Tom Conti, e da un mitico Takeshi Kitano, soprattutto nel memorabile finale. Da notare anche il fatto che lo sceneggiatore Meyersberg, lo stesso di "L'uomo che cadde sulla Terra", infila nella storia accenni inquietanti alla vera biografia di Bowie, in particolare al rapporto col fratello (si veda la J).
Si poteva citare in questo momento anche "Miriam si sveglia a mezzanotte" di Tony Scott (1982), ma di questa patinata storia di vampiri (dove Bowie recita al fianco della Deneuve, fornendo peraltro una performance più che dignitosa) si salvano soprattutto i primi due minuti, dove i Bauhaus cantano "Bela Lugosi's Dead". Ovviamente su suggerimento di Bowie al regista.
Pare che ci fosse un progetto di collaborazione tra Bowie e il fratello di Tony Scott, il ben più quotato Ridley, ma purtroppo non se ne è fatto niente. Sarebbe stato un connubio perfetto, tra i due grandi esteti dell'Inghilterra anni Ottanta.

N come nudo. Ebbene sì, Bowie si è tanto sacrificato per la sua arte da spingersi a mostrarsi nudo, avvinghiato alla sua bella su una spiaggia, nel video di "China Girl". All'epoca (era l'83!) la cosa fece scandalo e, potete non crederci, ma nella mia copia del dvd "The Best Of David Bowie 1980/1987" è ancora presente la versione censurata. Potenza di un paio di natiche.

David Bowie - The Heart's Filthy LessonO come "Outside". L'album della rinascita negli anni Novanta, in cui Bowie porta avanti un concept mutuato in parte dall'estetica cyberpunk e in parte dall'arte contemporanea. Rinnovando il suo interesse per la pittura (che lo porta anche a partecipare ad alcune mostre e a farsi editore di "Modern Painters") Bowie si fa coinvolgere dalla tematica rituale legata alla morte, presente tanto nei "Castrazionisti viennesi" e nella performance art più estrema degli anni Settanta (da lui già citata nel brano "Joe The Lion" del '77) quanto nelle opere del suo nuovo amico Damien Hirst. Insieme a Brian Eno, invece, visita l'ospedale psichiatrico di Guggin presso Vienna, dove ammira il padiglione con le opere d'arte dei pazienti, e apprezza la scritta su un muro "Questo è l'inferno". Questa ispirazione estrema si riflette anche nei video, in particolare "The Heart's Filthy Lesson" di Sam Bayer: un'orgia rituale di manichini smembrati e ricomposti, ambientata nel capannone-atelier dell'artista Bowie, che guida i suoi boys fra cianfrusaglie, polvere, secchiate di pittura, oggetti distrutti, piercing, fino alla costruzione di un totem a forma di minotauro, simbolo dell'estetico neo-pagana del disco. A scandire il ritmo un batterista-marionetta che sembra pronto a entrare in uno dei videoclip (molto simili a questo) con cui Marilyn Manson cercherà di scandalizzare l'America pochi anni dopo. Il fatto che tutto ciò collimi con lo spirito dell'epoca è testimoniato dall'utilizzo di brani dell'album in colonne sonore di film "in tema", come il terribile "Seven" di David Fincher (1995).
Per il più innocuo "Hallo Spaceboy" è infine da notare il ritorno di David Mallet, con un'opera simile a quella eseguita per "Under Pressure", con un montaggio analogico di vecchi film dell'orrore anni Cinquanta e altre immagini d'archivio, alternate ai visi di Bowie e dei Pet Shop Boys (che collaborano al pezzo), stavolta con un ritmo incalzante figlio del nuovo decennio.

P come pupazzi. Ovvero i colleghi di Bowie nel film "Labyrinth" (di Jim Henson) del 1986, oltre alla piccola Jennifer Connelly (quella di "Phenomena", per i cultori di Dario Argento). Grazie alla sua disinvoltura nella parte di Jareth, re dei Goblins, e ai duetti con folle indiavolate di muppet, Bowie diventa l'amico fantasy di tutti i bambini degli anni Ottanta. Lui, e quel cane volante della "Storia Infinita".

David Bowie in Cracked Actor di Alan YentobQ come "Quasi famosi", il film del 2000 in cui l'ex-giornalista Cameron Crowe racconta i suoi trascorsi da adolescente al seguito delle rockstar. C'è anche un flash in cui il fanciullo incontra un Bowie di fantasia. Nella realtà, Crowe ha fatto fortuna carpendo alcune delle sue interviste più sensazionali a un Bowie esiliato a Los Angeles e strafatto di cocaina. Andate a recuperarle, tra menzioni di avvistamenti Ufo e racconti magia nera sono un autentico spot contro la droga. Lo stesso periodo oscuro è testimoniato nel raro documentario "Cracked Actor" di Alan Yentob e nell'agghiacciante spezzone dell'intervista al "Dick Cavett Show" accluso all'ultima ristampa di "Young Americans".
Difficile dire come abbia fatto a trasformarsi dall'alieno malato di quei filmati al sex symbol di pochi anni dopo, è materia da body artist.

R come Romaneck, Mark. Il giovane regista autore di uno dei migliori clip di Bowie, "Jump They Say" (1993), e del successivo "Black Tie White noise". "Jump They Say", in particolare, è l'"Ashes To Ashes" degli anni Novanta, un video dove Bowie fa la parte di un funzionario in giacca e cravatta che si aggira tra corridoi lividi grigio-blu, si sporge dal cornicione di un palazzo stagliandosi su un cielo iperrealista, si schianta su un'auto in strada, in una replica della posa della copertina di "Lodger" di parecchi anni prima: fuori i sogni patinati e i colori pop, dentro durezza e violenza, l'estetica del nuovo decennio è definita. E' inquietante come ancora una volta il viso di Bowie appaia deturpato, con le immagini della caduta in strada che incalzano in un crescendo angoscioso, sottolineato dal veloce montaggio. Per giunta, tutto questo sembra rimandare alla biografia di Bowie, che ha perso da poco il fratellastro, morto suicida. La figura dell'anziana donna che compiange il Bowie schiantato sembra una replica della figura della madre che lo ossessionava lungo la spiaggia nell'allucinante finale di "Ashes To Ashes".
Il pop e il mondo artificale degli anni Ottanta lasciano il posto a una fotografia più naturalistica anche in "Black Tie White Noise", dove si parla di razzismo citando i colori freschi e i primi piani espressivi dello stile Benetton, collocati però in un contesto di degrado da ghetto urbano (le rivolte di Los Angeles sono un recente ricordo).
Negli stessi anni il cantante contribuisce con l'intera colonna sonora allo sceneggiato tv (per la Bbc) "The Buddha Of Suburbia", tratto dal romanzo di Hanif Kureishi, che per un ex-ragazzo della periferia di Londra come Bowie deve avere delle risonanze particolari.

David Bowie - Life On Mars?S come "Space Oddity". La canzone del 1969 da cui è cominciato tutto. Il video viene girato anni dopo, in seguito alla fama ottenuta con l'album di Ziggy Stardust, dal fotografo Mick Rock. Costui è il vero biografo del primo Bowie e, pur non avendo a disposizione budget significativi (come anche questo filmato attesta) riesce a creare una sua iconografia rock che contribuisce non poco alla costruzione della star del glam, firmando anche i promo di "Jean Genie" e "John I'm Only Dancing". Il suo video più notevole è forse quello per "Life On Mars?", con Bowie trasformato in una figura eterea, quasi dissolta nel colorismo pittorico del vestito e dal bianco dello sfondo. Il capolavoro di Rock però è il famoso scatto fotografico di Bowie che, in concerto, si abbassa a toccare con i denti le corde della chitarra di Mick Ronson, mimando una fellatio.

T come "Thursday's Child". E' l'ultimo grande videoclip di Bowie, che poi si distaccherà dal medium, intuendo che "internet kills the video stars". Il filmato contiene una delle tematiche fondamentali nella galleria visiva bowiana, ovvero il Tempo, la degenerazione del corpo, già affrontata nel video di "Look Back In Anger", dove il divo era una sorta di Dorian Gray al contrario, o in "Miriam si sveglia a mezzanotte", dove invecchiava orribilmente in pochi minuti.
Qui si vede il cinquantenne Bowie che fissa la sua immagine allo specchio in un bagno, mentre la sua donna si cambia le lenti accanto a lui. Pian piano le immagini riflesse dei due vengono sostituite da quelle di due ragazzi, tra cui un alter ego di Ziggy Stardust incredibilmente somigliante, fino a che il Bowie anziano si volta a baciare la fanciulla, ritrovando però al suo posto la sua compagna, indifferente. La lentezza del montaggio ha qualcosa di struggente e angosciante assieme, come in certi film di Lynch: è segno che una stagione è finita, sia per il mondo dei video sia per Bowie come persona. In seguito comparirà sempre meno, anche considerando che la carriera cinematografica si era rarefatta già nel corso dei Novanta. La sua ultima interpretazione significativa è quella dello scienziato Nikola Tesla nello sconcertante "The Prestige" di Christopher Nolan (2006).

David Bowie in The Man Who Fell To Earth di Nicholas RoegU come l'Uomo che cadde sulla Terra, il film di Nicholas Roeg del 1976 in cui David Bowie esordisce come attore, nei panni di un alieno disperso sul nostro pianeta, in grado di comunicare solo attraverso la musica. Insomma, Bowie recita se stesso.
Il film è un po' datato ma, col suo eccesso di alienazione, solitudine, fragilità, è parte fondamentale dell'opera bowiana e va ben oltre la fantascienza, per trasformarsi in un ritratto preciso del personaggio nel pieno della sua disperazione esistenziale.
Roeg ha scelto Bowie per la parte dopo aver visto il documentario "Cracked Actor" di Alan Yentop, dove il cantante londinese compariva in preda alla cocaina, nel suo periodo più buio, a Los Angeles.

V come "Velvet Goldmine". Ovvero il film di Todd Haynes del 1998 sul glam-rock e in particolare su... David Bowie. Il personaggio che lo ritrae assomiglia più a un Dorian Gray degli anni Ottanta che a Ziggy Stardust.
Il film è gradevole e ben girato, ma la sensazione è quella di assistere a una dissertazione sull'omosessualità nel rock che ha a che fare non tanto con l'approccio sottile di David Bowie alla questione, quanto piuttosto con la biografia dello stesso regista.

David Bowie plays Andy WarholW
come Warhol, Andy. Il vero mentore, il modello dell'approccio per cui Bowie si denuncia vuoto, privo di sentimento, un semplice specchio per rappresentare l'esterno. Il cantante dedica all'artista una canzone che è un vero manifesto d'intenti, senza comprendere il quale non si può capire davvero il suo personaggio. Warhol estremizza l'idea di Oscar Wilde per cui l'artista dovrebbe essere un'opera d'arte, trasformare la propria vita stessa in un'opera, fino a conseguenze anche tragiche. Proprio questo è ciò che Bowie cerca di ripetere nel rock, essere uno schermo vuoto su cui dipingere il teatro della società, ecco perché la musica non basta a dar senso compiuto alla sua arte e il video ne è invece forse la documentazione più autentica. Nel 1996, Bowie rinnova l'omaggio interpretando Warhol nel film "Basquiat", e non a caso trova forse la sua migliore interpretazione d'attore dopo "L'uomo che cadde sulla Terra". I due si erano incontrati nel '71, a New York, e per l'occasione David aveva fatto sentire all'artista il brano a lui dedicato: questi l'aveva odiato, elogiando però le scarpe giallo canarino indossate dal cantante.

X come xenofobia. Che in Bowie non c'è, anzi se esistesse la parola contraria (xeno-filia?) sarebbe adatta a lui. Il suo interesse per il diverso ("Loving The Alien") va ben oltre il politically correct progressista, da lui preso in giro in "Black Tie White Noise". Il talento del camaleonte è quello di assimilare il diverso e diventare lui: "I'd like to put you all inside my show", come diceva in "Andy Warhol".

Y come "Young Americans". Si tratta del disco che porta Bowie a esibirsi (nel 1975) come primo cantante bianco al programma della tv Usa "Soul Train", e a suo modo anche questa è una apparizione storica, che butta giù certe barriere del razzismo come aveva fatto "Starman" con l'omofobia. Il brano omonimo è anche la seconda grande comparsata della musica di Bowie al cinema: quando la canzone arriva sul finale di "Dogville" di Lars Von Trier, la sensazione è quella di un connubio tra menti affini. Per la cronaca, al terzo posto della mia classifica, metto la scena in cui l'ebrea Shoshanna si prepara alla carneficina di nazisti sulle note di "Cat People", in "Inglorious Basterds" di Quentin Tarantino. Da notare qui la genialata del regista americano, che riprende una canzone scritta per un altro film (l'orrendo "Cat People" di Paul Schrader, del 1981, a sua volta remake di un mitica pellicola di Jacques Tourneur) e ne cambia contesto e significato: "Putting out fire with gasoline" stavolta preannuncia grossi guai per Hitler e soci...

David Bowie - Ziggy StardustZ
come Ziggy Stardust. L'adorabile alieno iper-inglese cui rimarrà per sempre associato il personaggio Bowie, ritratto nel documentario "Ziggy Stardust. The Motion Picture" di Don Pennebaker (girato nel '73 ma uscito solo dieci anni dopo). Il film testimonia l'ultima esibizione del Bowie glam, quella in cui annuncia il suo ritiro dalle scene (in realtà solo la fine della maschera Ziggy) a una folla di adolescenti costernati e (pare) al suo stesso gruppo, ignaro di stare per essere licenziato.
Per quanto buio e a tratti sgranato, il film testimonia l'innocenza e la tenerezza di un momento irripetibile, dove il rock è magia, liberazione sessuale, celebrazione della giovinezza e di tutto ciò che è bello proprio in quanto effimero.
Playlist
  David Bowie (Rca, 1967)

5

  Space Oddity (Rca, 1969)

5,5

  The Man Who Sold The World (Rca, 1971)

6,5

Hunky Dory (Rca, 1971)

8

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (Rca, 1972)

9

Aladdin Sane (Rca, 1973)

8

  Pin-Ups (Rca, 1973)

5

  Diamond Dogs (Rca, 1974)

5,5

  David Live (live, Rca, 1974)

6

  Young Americans (Rca, 1975)

5,5

Station To Station (Rca, 1976)

7,5

  Changes One Bowie (antologia, Rca, 1976)

 

Low (Rca, 1977)

8,5

Heroes (Rca, 1977)

9

  Stage (live, Rca, 1978)

7,5

  Lodger (Rca, 1979)

7

  Scary Monsters (And Super Creeps) (Rca, 1980)

7

  Changes Two Bowie (antologia, Rca, 1981)

 

  Bowie Rare (antologia, Rca, 1982)

 

  David Bowie In Bertold Brecht's Baal (Ep, Rca, 1982)

 

Ziggy Stardust - The Motion Picture (live, Rca, 1983)

8

  Golden Years (Rca, 1983)

 

  Fame And Fashion (Emi, 1984)

 

  Let's Dance (Emi, 1983)

6

  Tonight (Emi, 1984)

4

  Never Let Me Down (Emi, 1987)

3

  Changesbowie (Emi, 1990)

 

  Sound + Vision (antologia, Rca, 1990)

 

  Early On (1964-1966) (antologia, Rhino, 1991)

 

  Black Tie White Noise (Arista, 1993)

5

  The Singles Collection 1969-1993 (Rykodisc, 1993)

7

  The Buddha of Suburbia (Arista, 1993)

6

  Santa Monica 72 (Golden Years, 1994)

 

Outside (Arista, 1995)

7

  Deram Anthology 1966-1968 (antologia, Polygram, 1997)

5,5

  Earthling (Arista, 1997)

6,5

  Hours (Arista, 1999)

5

  Bowie At The Beeb (Emi, 2000)

 

 

Heathen (Virgin, 2002)

5

  Reality (Virgin, 2003)

4

 

 

  TIN MACHINE

 

   

 

  Tin Machine (Emi, 1989)

5

  Tin Machine II (London, 1991)

4

  Live - Oy Vey, Baby (Victory, 1992)

 

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.