Questi sono i dischi che ho gradito molto ascoltare nel 2018.
L’ordine è rigorosamente casuale.
Siccome estenderò questa playlist ai nostri social, per chi ci segue là valga anche come eventuale consiglio: dubito fortemente che fra i lettori di OndaRock, esperti e attentissimi, vi sia chi ne possa aver bisogno. E la cosa è detta molto seriamente.
Ringrazio lo staff per l’ospitalità.
Cristiano.
Young Fathers: Cocoa Sugar
Kacey Musgraves: Golden Hour
Marianne Faithfull: Negative Capability
E’ la profonda intensità ciò che rende questo disco prezioso. Ho letto che è l’equivalente dell’ultimo di Cohen, che poco dopo morì. Una facile ironia sarebbe prender le distanze per questioni scaramantiche, ma il tono è struggente (non nostalgico) e pare proprio quello di una persona che sta prendendo le misure con il poco tempo a disposizione. Ci sono di mezzo un po’ di nomi, come spesso ultimamente nei suoi dischi: da Nick Cave (duetto magnifico) a Mark Lanegan, da Ed Harcourt a Warren Ellis (che penso produca insieme al fido Rob Ellis, nostro ottimo amico).
Ry Cooder è un chitarrista enorme. E’ colui che ha firmato una delle colonne sonore più toccanti che io abbia mai ascoltato: “Paris, Texas” di Wim Wenders, calibrata quasi per intero sul suono dello slide su chitarra acustica. Qua riprende pezzi della tradizione blues e gospel, sconosciuti o quasi. Fino a metà disco è un rock midtempo gioioso e giocoso, poi arriva una infilzata di ballad lente e calde e ci si scioglie. Ho letto che è un disco suonato interamente da lui e da suo figlio: che bellezza!
Kamasi Washington: Heaven And Hearth
Quest’anno non ho seguito il jazz, ahimè. Ci sono state annate dove ho scoperto cose bellissime (Vijay Iyer, Josh Berman, Mary Halvorson, Rudresh Mahanthappa, Ivo Perelman, Colin Stetson, Tim Berne, Matthew Shipp, Eric Revis e tanti altri, fra cui molti italiani), e ho sempre mancato Kamasi Washington. Non che non lo ascoltai, ma fui superficiale. So che il suo ultimo disco ha diviso molti, che forse non ci hanno più sentito un certo tipo di stranezze che fanno figo. Secondo me, è magnifico. Puro godimento per l’orecchio attento. Musicisti impressionanti orchestrati in modo inarrivabile. Nessuna maniera in questo disco: solo un amore incontenibile per la musica.
Noname: Room 25
Giorgio Canali: Undici canzoni di merda con la pioggia dentro
La veracità di questo lavoro di Giorgio è toccante. Qualsiasi suo disco è verace, perché Giorgio è verace, ma qui siamo ai suoi vertici. Intendo “verace” nel senso di pieno, intenso. Le canzoni sono tutte pressoché riuscite, il sound è corposo, i testi sono brillanti, acuti, deliziosamente cinici a volte, e come sempre. Non so se potrebbe percepirlo come un complimento, ma questo disco potrebbe essere gradito da molti ammiratori di Ligabue, perché trasuda quel tipo di italianità rockettara, ovviamente quella non passata al setaccio di produzioni maliziosamente votate al successo di massa. Che almeno in parte però meriterebbe.
Spicca su tutto il suo esplicito outing, che porta a una posizione netta in cui i generi (maschio e femmina) non hanno più quasi motivo di esistere. E’ dunque un disco fortemente concettuale, e nelle interviste che mi è capitato di leggere vengono confermate a pieno titolo le impressioni lasciate dalle suggestioni dei testi. Ma al di là di ciò, conta il fatto che ci sono alcune canzoni magnifiche, che lei ultimamente pare aver portato dal vivo cambiando pelle: non più donna dai tratti sinuosi e vagamente sensuali, ma animale da palcoscenico che si rotola in terra con la sua chitarra, avvicinandosi spesso al pubblico con ferina aggressività. Classe (da vendere) e potenza (da vendere).
Questo è rap, a tutti gli effetti rap, fatto da un nero, erede di tutta la tradizione rap americana. Mi piace molto il rap, e se anche non mi cibo con regolarità delle cose di quel mondo, quando mi imbatto in quelle che mi piacciono me le gusto molto.
Ho conosciuto questo ensemble di amorevoli pazzi scozzesi all’epoca del disco che fecero con Bonnie ‘Prince’ Billy, un altro tipino niente male (lo vidi in concerto in un luogo a circa 1500 metri sul livello del mare, a Entracque, nel cuneese: ovvero piena montagna). Questo Dungeness è un mirabolante caleidoscopio di colori e invenzioni. A un primo ascolto si ha la sensazione di una band scalcagnata e da poco uscita dalla sala prove, pronta ad aggredire il mondo. Ma poi, dandogli la giusta pazienza, si cominciano a gustare gli innumerevoli preziosi dettagli di una composizione follemente anarchica ed estremamente creativa. Il genere è un crocevia tra folk e psichedelia, giusto per dare due coordinate. La voce della cantante mi evoca sempre, inesorabilmente, Grace Slick e Siouxsie: mica male…
Sono danesi, sono giovanissimi, e fra i loro numi tutelari ci sono i Birthday Party (e anche un po’ i Bad Seeds) e i Gun Club. Impossibile dunque per me rimanerne indifferente. In verità Birthday Party e Gun Club sono stati gruppi incredibilmente influenti, e dunque gli Iceage sono “solo” uno fra i tanti eventuali epigoni. Ma loro sono dei fuoriclasse, e questo disco lo dimostra. Tutto è notevole qua dentro: dai suoni alle performance dei musicisti, al feeling credibile sprigionato, alla qualità della composizione. La voce del cantante è un tratto caratteristico: stonata nel modo giusto, a volte mi infastidisce un po’ per il suo essere non sempre (e volutamente) sul beat del pezzo. L’effetto è un po’ straniante, ma efficace nel dare fisionomia e personalità al gruppo. Sono l’orgogliosa affermazione del rock con le chitarre, quel genere tanto in disgrazia presso la corte dei critici à-la page. Spero di vederli presto dal vivo.
Riccardo Sinigallia: Ciao cuore
Certe cose della produzione italiana non sono molto nelle mie corde, ad esempio quelle che si rifanno esplicitamente al magistero (credo si possa dire) di Lucio Battisti. Non l’ho mai approfondito e so di essermi perso cose. In questo disco l’influenza credo sia sempre evidente, ma io ci sento spesso anche Rino Gaetano. Però: in genere sono nomi (questi e altri ovviamente) che si usa spendere per parlare di certa musica italiana, ma credo sia giusto evidenziarne le caratteristiche autonome. Riccardo fa musica pop di qualità elevatissima, con arrangiamenti particolarmente personali, e dove all’apparente leggerezza fa da contrappunto una densità che un ascolto ripetuto non può non notare.
Mi piacciono molto e questo è uno dei loro dischi migliori. Mantengono da sempre un mood di particolare fascino, in bilico fra rarefazione, languore, psichedelia, oscurità, intimità, eterea delicatezza, introspezione, e la qualità del songwriting è in genere di alto livello. Sanno come costruire canzoni che si fanno scolpire nella memoria dell’ascoltatore e le arrangiano con uno stile estremamente personale. Volendo potrebbero per certi versi essere considerati i Cocteau Twins dei tempi attuali: l’atmosfera sognante, certe melodie vocali e i cori che le rafforzano, alcuni suoni di chitarra, stanno da quelle gloriose parti. Ed è tutto dire.
Ho iniziato a ascoltare i Low dal loro fantastico “Things We Lost In The Fire”, a da lì è stato amore (potrei anche essermici imbattuto prima, perché non credo che la mia curiosità me li abbia lasciati scappare, ma non ero molto attratto dallo slowcore come attitudine, e può essere che avessi qualche pregiudizio). In genere i loro dischi mantengono uno standard elevato. Qui si sono voluti spingere in territori estremi, e al primo ascolto si può anche gridare al miracolo. Poi ci si rende forse conto che sono rare le volte che vien voglia di “metterlo su”, però ogni volta che lo si fa si intraprende un viaggio di rara attrattiva. Dal vivo sono magnifici, e spero di riuscire a vederli dopo questo bellissimo disco, per sentire come lo suonano live.
Un disco particolarmente snobbato un po’ da tutti. Posso comprenderne i motivi, ma non mi sembrano validi per giustificare un giudizio negativo che su di essi si basi: ovvero che ricordano quello che hanno già fatto all’epoca di Layne Staley eccetera. Vien da dire: chi se ne frega? Il disco è suonato da paura, e se uno ha a cuore certe sonorità non vedo perché dovrebbe rifiutare di sentire nuove canzoni di quel genere. Non ci sento maniera qua: ci sento il divertimento nel fare bene quello che si sa fare. Il grunge mi è sempre piaciuto il giusto, ma io ero fan di altra roba. Però loro e Soundgarden (e Nirvana in seconda battuta) mi davano davvero molte buone vibrazioni. Ecco: con “Rainer Fog” si possono rinnovare, e in fondo è una cosa salubre.
Stephen Malkmus & The Jicks: Sparkle Hard
Qui c’è la sublimazione dell’indie pop-rock americano nato negli anni 80 con gruppi come i suoi Pavement, che oltre a essere definiti così venivano indicati anche come “lo-fi”.
Sono canadesi e sono strambi. Quel tipo di stramberia che non può che attrarre chi sia affascinato da certe attitudini nel rock. Per loro credo sia giusto spendere il nome dei Can: il mood del kraut-rock mi pare sia un ingrediente plausibile. Volendo un’altra definizione: art-rock potrebbe essere azzeccata. Per certi versi c’entra poco, ma la stramberia di cui parlo potrebbe avere qualche lontana parentela con le stramberie di quell’incredibile gruppo che furono i This Heat, una band che a fine anni 70 fece cose fuori dal mondo e terribilmente suggestive, fra post-punk quasi etnico e atmosfere che poi il post-rock degli anni Novanta seppe far sue. Qui c’è anche molta elettronica, ma c’è pure un sax, e ci sono atmosfere surreali e aliene in quasi totale assenza di canzoni: sono collage sonori, di marca un po’ ipnotica, e hanno il loro fascino.