Novità in casa Bud Spencer Blues Explosion. Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio, grandi amici e grandi musicisti alla costante ricerca di stimoli, riconfermano la loro creatività sempre in bilico fra passione viscerale e avventura sonica. Un po’ artigiani, un po’ rocker, un po’ consapevoli di essere qualcosa di generalmente diverso da tutto quello che si sente in giro, ritornano dopo cinque anni di pausa, non solo forzata, ma scelta e tenuta al riparo dalle logiche del presenzialismo. “Next Big Niente” è un disco potente, imprevedibile e di vocazione internazionale. Insieme all’album ci sono un tour al nastro di partenza e il giusto entusiasmo per fare decollare il tutto. Ne abbiamo chiacchierato con loro.
Cinque anni dall’ultimo album, anche al netto della sosta forzata determinata dalla pandemia, sono un tempo considerevole, per cui iniziamo dalla domanda di rito. Cosa è accaduto in questo lasso di tempo?
Cesare: La pandemia ha effettivamente giocato un ruolo. Avevamo del materiale pronto, ma dopo la sosta forzata abbiamo avvertito il bisogno di resettare tutto e ripartire da capo. Per cui sostanzialmente sul disco siamo rimasti un paio d’anni in cui per la prima volta abbiamo voluto fare tutto da soli, senza l’aiuto di un produttore esterno. Da un lato è stato un modo per garantirci piena libertà sui tempi di lavorazione, dall’altro anche un esperimento, che, dopo 15 anni di attività, ci sentivamo in grado di tentare.
Mi ha colpito il fatto che, diversamente da qualunque altro vostro disco, qui sembra che la vostra personalità autorale sia rappresentata non solo da quello che avete suonato, ma anche dal lavoro di post-produzione attraverso il quale il materiale è stato riprocessato. Si può dire che il disco sia in qualche modo anche elettronico?
Cesare: Sono contento di sentirtelo dire, perché era esattamente questo il tipo di risultato che desideravamo ottenere. Siamo partiti da jam fatte insieme o anche singolarmente e poi ci abbiamo rimesso mano attraverso una lunga serie di session di lavoro comune. Ed è stata proprio questa modalità di lavoro a metterci sulla strada dell’autoproduzione. Si è trattato di un processo creativo che potevamo permetterci di gestire solo in modo personale e diretto.
Il suono è molto definito e coeso. Avete dovuto tenere fuori del materiale per mantenere la compattezza del discorso?
Cesare: Sì, abbiamo scartato alcuni pezzi finiti, che magari ci convincevano a livello di qualità, ma che non ci sembravano adatti al progetto complessivo del disco.
Da dove nasce l’interesse per l’elettronica?
Adriano: Siamo entrambi ascoltatori voraci, da quando eravamo ragazzini. Può accadere che sia proprio l’ascolto di un disco a darti lo spunto decisivo per cambiare direzione a un lavoro. La cosa più interessante dell’elettronica è che di fatto è il genere che mette maggiormente in dubbio il formato canzone. Nessun pezzo elettronico obbedisce allo schema strofa/ritornello: le strutture sono libere, le durate anche.
Cesare: Potremmo definire l’elettronica attuale una forma di psichedelia e darle un ruolo simile a quello che aveva il rock a fine anni 60.
Infatti anche “Next Big Niente” ha un approccio di questo tipo. A parte i brani strumentali anche quelli cantati sono molto destrutturati. Testi brevi, parti vocali dilatate con il cantato immerso nel mix degli strumenti…Sono scelte molto coraggiose, soprattutto se si parla di un disco italiano…
Adriano: Sinceramente sono convinto che la forma canzone tradizionale abbia concluso il suo percorso evolutivo nei decenni scorsi e che le canzoni d’autore che ascoltiamo oggi attualizzino, con risultati più o meno riusciti a seconda dei casi, delle espressioni del passato, da Battisti a Battiato a Venditti, eccetera. Con questo non vogliamo negare valore alle canzoni, anche molto belle, che continuano ad uscire, ma semplicemente dire che si può pensare la musica anche a partire da premesse diverse.
Cioè quali?
Cesare: Nel nostro caso la scommessa era quella di fare un disco che richiedesse all’ascoltatore un coinvolgimento non solo epidermico, ma anche mentale, di visione, immaginazione. Volevamo un ascoltatore interattivo e intelligente, insomma.
Vi capita anche di litigare?
Adriano: Come no! Ci sono anche degli scontri molto accesi, però poi è la musica stessa che ci manovra e aiuta a ridefinirci, a riscriverci. Siamo un gruppo formato da due sole persone, per cui la ricerca della sintonia per noi è una sorta di imperativo categorico. A volte capita che uno dei due sia abbagliato da un materiale e che poi risentendolo insieme a mente fredda l’entusiasmo si sgonfi. Quando però ci si ritrova d’accordo senza riserve allora vuol dire che ci siamo.
Provo a fare l’ascoltatore intelligente. Il vostro è un disco con cinque pezzi strumentali e cinque cantati da una voce strumento. Le parole dei testi, ma anche una certa violenza dei suoni catturano però l’ascoltatore e lo portano in una zona scomoda. Possiamo dire che, anche al di là delle intenzioni, vi è venuto fuori un disco in qualche modo politico?
Adriano: è molto interessante che arrivi questo dall’ascolto. Lo trovo giusto e mi sembra riguardare quasi di più il nostro modo di essere e di vivere suonando che una intenzione razionalmente programmata. La musica non è mai solo musica, ma si carica delle emozioni e anche della personalità e delle convinzioni di chi la suona.
Cesare: Diciamo che in un periodo in cui si vince dicendo alle persone quello che vogliono sentirsi dire, a noi invece è venuto naturale agire diversamente.
Che effetto vi ha fatto il boom dell’it pop quando in un attimo tutte le prospettive del cosiddetto indie sono radicalmente cambiate?
Adriano: Molte cose, soprattutto nei primi anni, rispondevano a un bisogno sincero di suonare quel tipo di pezzi e di scrivere in un determinato stile. Tanti dischi di quel periodo erano ispirati. E poi era un piacere vedere così tanta gente tornare ai concerti.
Cesare: Col tempo è subentrata un po’ di perdita del senso della realtà. Ho visto gruppi mollare, se non arrivava il sold-out nei club dopo due singoli di successo sulle piattaforme… Questo ha portato anche dell’omologazione, ma penso siano fenomeni che caratterizzano tutte le grandi ondate, non solo italiane.
Ultimamente però sembra esserci un fermento diverso e stanno uscendo anche dischi italiani di respiro internazionale. Siccome mi sembra che anche il vostro vada in quella direzione, mi chiedo se non vi stia solleticando l’idea di portarlo in giro anche all’estero, magari in un bel festival con i Tame Impala come headliner, che ne dite?
Adriano: Perché no? Mi sembra un ottimo programma.
Cesare: È abbastanza normale che ascoltando moltissima musica, soprattutto americana, si finisca nel tempo, per quanto il tuo suono possa avere una sua identità e non sia mai costruito, col dialogare a distanza con un certo tipo di artisti. Forse questo è uno dei risvolti più stimolanti della musica in streaming. Quando pubblichi un pezzo idealmente finisci con immediatezza nello stesso contenitore in cui ci stanno i Tame Impala e Kanye West. È inevitabile essere stimolati a scegliere di comparirvi col vestito giusto.
Come sarà il live?
Adriano: Saremo in due, come sempre. E stiamo lavorando per portare sul palco lo stesso impatto del suono del disco.
Cesare: La scaletta sarà senza respiro, con i pezzi suonati uno dietro l’altro senza grandi stop in mezzo e stiamo studiando anche una parte visual, similmente a quanto accade nei concerti di musica elettronica.
Ci vediamo lì.
(27/10/2023)
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Blues a fuoco lento
di Carlo Bordone e Claudio Lancia Un incontro a Torino per la presentazione di “BSB3”, Carlo Bordone che intervista Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio, rispettivamente chitarra, voce e batteria dei Bud Spencer Blues Explosion. Qualche giorno prima Cesare di passaggio al Sottoscala Nove di Latina si incrocia con Claudio Lancia. Qualche domanda aggiunta via e-mail, perché la curiosità si autoalimenta quando ci si ritrova a fissare su carta il contenuto di un registratore digitale. Ne esce fuori una bella fotografia di cosa sono oggi i Bud Spencer, il duo romano ormai partito alla conquista della penisola, e non solo. Per iniziare prendiamo un giro largo, parlando non di musica ma di immagini… Adriano: Nell’immaginario coordinabile con quello del nostro nuovo disco, c’è anzitutto un film di Steven Spielberg, “Duel”. Fu il suo secondo lungometraggio, girato ad inizio anni 70, una storia dove ci sono solamente due personaggi, un’autocisterna e un deserto. Abbiamo voluto intitolare in questo modo il pezzo più grezzo di “BSB3”, quello più tagliente e muscolare. Questo per dire che il legame fra musica e immagini è da noi senz’altro ricercato. A supporto di “Duel” c’è un videoclip girato dal regista Alex Infascelli… Adriano: Quella con Alex Infascelli è stata una collaborazione naturale. A noi piace molto quello che ha fatto per l’arte italiana, con un taglio sempre piuttosto radicale. Da bambino mi piaceva un videoclip che girò per Luca Carboni, “Inno nazionale”, nel quale un cecchino pian piano uccideva tutti i membri della band. Siamo onorati di aver potuto collaborare con lui. Il video di “Duel” è sicuramente impattante, sta dividendo molto il nostro pubblico, ma il risultato finale è proprio quello che volevamo. Scegliere di non piacere per forza a tutti è per noi un modo per restare sinceri. Avete sempre suonato tantissimo dal vivo, il classico gruppo che è cresciuto sul palco. In questi anni la dimensione live quanto ha cambiato la vostra musica e quanto ha influito sulla genesi del nuovo disco? Cesare: In realtà questo disco è il primo che abbiamo scritto in sala prove. Dopo un certo periodo di isolamento artistico, nel quale soltanto noi due avevamo ascoltato le nuove canzoni, ci serviva però il confronto con una platea. Quindi qualche mese fa abbiamo deciso di fare un tour di dieci date per testare la reazione del pubblico sulle nuove composizioni. Proprio perché per noi è fondamentale la dimensione live. Cerchiamo sempre di portare l’energia dei nostri show dentro il supporto fisico. In molti ci definiscono una live band, anche perché amiamo improvvisare molto sul palco: spesso le nostre canzoni dal vivo si sa come iniziano ma nessuno può conoscere che tipo di evoluzione possano avere. Per noi questo approccio è fondamentale. Non so se col tempo diventeremo un gruppo focalizzato sui dischi, di quelli che magari poi fanno giusto poche date per promuoverli. Oggi sicuramente i dischi aiutano a fare i concerti, sono un mezzo per suonare di più. Da cosa deriva la scelta della vostra ragione sociale? Adriano: Il nostro nome nasce dall’intenzione di unire il mondo degli Stati Uniti, che ci ha sempre ispirato, e la radice italiana, rappresentata dagli spaghetti western e da certi film degli anni 70, che sono molto caratterizzanti. Il nostro nome all’inizia faceva sorridere, ma l’impatto lasciava trasparire le nostre intenzioni. Chi ha saputo coglierne l’ironia si è divertito assieme a noi. Dentro il vostro nuovo album ci sono molte influenze, si passa da una canzone potente come “Mama” a “Camion”, il classico pezzo strumentale che dal vivo può allargarsi a dismisura. “Camion” manifesta possibili evoluzioni future del vostro sound, perché contiene aromi che richiamano l’Africa. E’ una direzione che vi affascina, che vi interessa? Adriano: Ci sono molte novità musicali nel nuovo album. Le influenze africane sono molto vicine alle mie corde, al mio modo di intendere la musica. Si tratta di una musicalità molto semplice, senza troppi orpelli, immediata, anche un po’ romantica, con delle soluzioni armoniche interessanti. Scrivere canzoni avvicinandoci a quello stile potrebbe risultare quasi grottesco perché non fa parte di quello che viene generalmente riconosciuto come il nostro immaginario, ma miscelare il tutto in un sound personale lo abbiamo fatto e lo continueremo a fare. A proposito di Africa e di blues africano, ti abbiamo visto in televisione nella band di Bombino: come è nata questa collaborazione? Adriano: Da fan di quel tipo di suoni ho cominciato a mostrare interesse verso artisti come lui. Mi è sembrato naturale rispondere a una sua richiesta di collaborazione, cosa che mi ha lusingato non poco. Poter entrare in quel tipo di approccio alla musica è stato bello, un approccio semplice, ma allo stesso tempo consapevole. Un’esperienza che spero possa ripetersi in futuro. Siete abituati a collaborare anche separatamente con molti musicisti. Ci sono progetti in vista? Adriano: Al momento siamo concentrati soltanto sulla promozione del nuovo album. Siete soddisfatti di come è uscito “BSB3”? Cesare: Io sono un po’ un perfezionista, e ogni volta che ascolto le nostre registrazioni trovo sempre qualcosa che rifarei o tenterei di migliorare, però a un certo punto devi tirare una linea, e mi sento di poter dire che “BSB3” rappresenta molto bene ciò che noi due siamo oggi. Si, possiamo ritenerci molto soddisfatti. Facciamo un salto indietro: Come avete affrontato gli inizi del vostro percorso artistico? Avete avuto delle delusioni durante il vostro cammino? Cesare: Delusioni non direi, come BSBE si è quasi sempre allineato tutto molto bene. Precedentemente ognuno di noi due aveva altri progetti, poi abbiamo deciso di condividere questa avventura per poter sviluppare un’idea tutta nostra. Abbiamo sfruttato la spinta dei social network che erano agli inizi e suscitavano interesse e curiosità. Fino a poco tempo prima per far conoscere la propria musica occorreva spedirla e sperare che qualcuno la ascoltasse. Poi attraverso i social improvvisamente era possibile caricare dei pezzi su una piattaforma, tipo MySpace, e diventavano immediatamente disponibili per tutti. E’ stata una rivoluzione che siamo riusciti a cogliere e velocemente il nostro nome iniziò a circolare. La cosa divertente è che all’inizio in molti pensavano fossimo una band revival dei film di Bud Spencer, quindi ci snobbavano, ritenendo che facessimo uno stile poco interessante. La scelta del duo fu immediata? Adriano: Ci sembrava un modo efficace di mostrare quello che siamo, senza perdersi troppo in chiacchiere sul come dev’essere arrangiata una canzone. In due non devi aggiungere molti ingredienti e tutto è più veloce. Abbiamo sempre lavorato su soluzioni ritmiche particolari o cambi di tempo più che su arrangiamenti troppo elaborati. E’ una formula dall’impatto immediato. Lavorandoci per un po’ di anni ne scopri tutti i limiti, ma non puoi evitare di apprezzarne i grandi vantaggi. E dà grandi soddisfazioni. Abbiamo intenzione di continuare lungo questa via. Oggi possiamo dire che siete ormai affermati su scala nazionale. Come ci si sente a essere considerati unanimamente due fra i migliori giovani musicisti attualmente in circolazione sul territorio italiano? Sentite il peso di questa situazione? Ne siete consapevoli? Cesare: Forse sembriamo giovani ma in realtà non lo siamo più (ride divertito, ndr). Personalmente mi piace giudicare una band sulla base di quello che riesce a comunicare attraverso un disco o durante un live. Giudico un musicista per la personalità che ha sviluppato. Se per “migliore” si intende questo, ne sono onorato! Se invece è solo una questione di tecnica, penso che ci siano musicisti molto più bravi di me in circolazione! Quali consigli dareste alle giovani band che stanno iniziando? Cesare: La chiave è interpretare il percorso musicale come fosse un lavoro, dedicando molto tempo all’attività del musicista. Le cose da fare sono molte: scrivere i pezzi, provarli, registrarli, ideare e far stampare le magliette, seguire i social network, si diventa una sorta di piccola azienda. Ci sono anche molte attività che almeno nella fase iniziale vanno sostenute economicamente in proprio, come ad esempio creare un book fotografico che presenti la band in maniera credibile e caratterizzante. Se riesci a far tutto in proprio, in una sorta di “fai da te” artigianale, diventa ancor più affascinante. Poi occorre suonare tanto in giro… Cesare: Sì, occorre suonare tanto per farsi conoscere. Bisogna dare sempre tutto. Può capitare di fare un concerto davanti a dieci persone in un paesino della Sicilia. Ma se dai tutto, il pubblico lo capisce e lo apprezza. Ci ritorni dopo qualche mese e le dieci persone magari diventano cinquanta, e nel frattempo si sono anche procurati i tuoi dischi. Siete comunque divenuti dei ricercatissimi sessionmen: quali sono gli artisti che vi piacerebbe facessero squillare il vostro telefono, quelli con i quali fareste carte false per poter collaborare? Adriano: Mi piacerebbe lavorare con musicisti africani, ma anche con artisti legati alla musica elettronica, oppure con esponenti della nuova generazione di jazzisti. Questi sono i mondi che più mi attraggono. In generale sono sempre aperto ad ogni tipo di collaborazione, mi è sempre piaciuto suonare la chitarra per altri, cercare di entrare nella testa di altri artisti e considerare strade nuove, diverse dalla mia, portare un tocco personale in progetti e mondi distanti dal mio. Quali potrebbero essere invece i possibili scenari futuri della vostra musica? Vi piacerebbe sperimentare in qualche direzione particolare? Cesare: Di solito non programmiamo mai un obiettivo, un punto preciso da raggiungere. Jammiamo e aspettiamo che qualcosa che ci piace venga fuori. Abbiamo appena terminato il lungo (almeno per le nostre abitudini) percorso di scrittura che ha portato a “BSB3”. Poi vedremo, non ci precludiamo nulla. Cosa vi è rimasto dell’esperienza del tour americano? E cosa ha colpito di più gli americani? Adriano: Come primo impatto sorprendeva il fatto che cantavamo in italiano. Il pubblico americano ha sempre premiato la sincerità col quale ci siamo posti, senza troppe pose. Abbiamo suonato ovunque fosse possibile. I nostri suoni agli americani piacciono e abbiamo trovato sempre grande entusiasmo. Cesare: Il pubblico americano è portato ad apprezzare le sperimentazioni. Hanno un tipo di approccio curioso, lo stesso approccio condiviso da noi: non seguire per forza una strada precostituita ma mischiare le carte e vedere cosa può succedere. Un aneddoto particolare? Adriano: Io mi son sentito davvero imbarazzato quando abbiamo suonato a Seattle. La città del grunge, dei Nirvana, dei Pearl Jam, un palco dove magari in passato hanno potuto suonare i Melvins. Poco distante c’era anche il museo dedicato a Jimi Hendrix. Una situazione da far tremare le gambe. Ci siamo conosciuti qualche anno fa, voi eravate una band emergente che apriva concerti per nomi più importanti. Oggi migliaia di nuove formazioni pagherebbero oro per poter aprire un vostro live. Siete passati un po’ dall’altra parte della barricata… Adriano: Non mi sento dall’altra parte della barricata, cerchiamo di fare il nostro lavoro al meglio, cercando di migliorare sempre e di proporre musica di qualità. Abbiamo iniziato questo percorso per cercare di realizzare il sogno di vivere di musica, realizzando dischi e andando in tour. Ora lo stiamo facendo, questo è il nostro lavoro, possiamo ritenerci molto felici e fortunati. Fra le nuove band che vi ritrovate a volte sul palco, c’è qualche nome che vi farebbe piacere segnalare ai nostri lettori? Qualcuno che vi abbia colpito per la personalità della proposta musicale. Cesare: Dola J. Chaplin che ha aperto tutto il nostro tour dello scorso aprile. Domanda finale: quali sono i dischi che negli ultimi mesi avete consumato? Cesare: “Wise Up Ghost” di Elvis Costello & The Roots, “Everyday Robots” di Damon Albarn, “Shields” di Grizzly Bear. Adriano: l’esordio degli Haden Triplets. (giugno 2014) ***
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| BUD SPENCER BLUES EXPLOSION | ||
| Happy (autoprodotto, 2007) | 6 | |
| Bud Spencer Blues Explosion (Yorpikus/ Audioglobe, 2009) | 7 | |
| Fuoco Lento - Live EP (Yorpikus, 2011) | 6.5 | |
| Do It (Yorpikus/ Audioglobe, 2011) | 7.5 | |
| BSB3 (42 Records, 2014) | 7 | |
| Vivi muori blues ripeti (La Tempesta, 2018) | 6.5 | |
| Next Big Niente (La Tempesta, 2023) | 7.5 | |
| ADRIANO VITERBINI | ||
| Goldfoil (Bomba Dischi, 2013) | 6.5 | |
| Film O Sound (Bomba Dischi, 2015) | 6.5 | |
| Solitario Solidale (Ep, Hyperjazz, 2022) | 6.5 |