Irene Grandi

Irene Grandi

Una donna in blues

intervista di Claudio Lancia

Ci troviamo a Latina, domenica 30 ottobre 2022. Irene Grandi ha appena terminato il sound-check per il concerto che in serata la vedrà protagonista all’interno del Palatenda allestito per un piccolo Festival di quattro giorni nel capoluogo laziale. Irene da qualche mese è impegnata con “Io in Blues”, un tour nel quale, accompagnata da una band di quattro elementi, si propone nelle vesti di credibilissima interprete blues, alternando grandi classici di autori italiani e internazionali a brani del suo repertorio, riarrangiati per l’occasione.
Affrontiamo la briosa chiacchierata con l’intento di svelare il lato più “rock” e “alternativo” di un’artista che ha raggiunto il grande successo attraverso hit inequivocabilmente pop. Partendo dalla pandemia, che nel 2020 la costrinse a cancellare un tour previsto nei piccoli live club del circuito indipendente, entriamo nel suo mondo, per farci raccontare le sue radici, alcuni dei momenti più significativi del suo percorso, i progetti presenti e futuri, soffermandoci su alcuni degli artisti con i quali negli anni ha incrociato il proprio cammino…

 

Ciao Irene, io partirei quasi dalla fine: Festival di Sanremo 2020, tu presenti “Finalmente io”, scritta da Vasco Rossi, canzone che esprime quella “rock attitude” che avevi già più volte mostrato in passato. In contemporanea viene annunciato un tuo tour nei live club, gli stessi che ospitano i migliori esponenti della scena “indie” internazionale. Dovevi partire il 5 marzo dal Largo Venue di Roma, poi avresti suonato al Cage di Livorno, alla Latteria Molloy di Brescia, al CAP10100 di Torino, al Locomotiv di Bologna, tutti simboli del circuito “alternativo”. C’era grossa curiosità per vederti all’opera in quegli spazi raccolti, poi è arrivato il Covid…
Ed è tutto sfumato… Sì, avevamo fatto questa scelta dei piccoli live club soprattutto perché grazie a “Finalmente io”, la canzone scritta da Vasco, tornavo ad abbracciare con forza certe sonorità orientate verso il rock, e lo facevo sfruttando l’importante megafono del Festival di Sanremo.

 

Una sorta di dichiarazione d’intenti…
Esatto, fra l’altro suonare nei live club, in quegli spazi raccolti, è una situazione che mi è sempre piaciuta, e ovviamente piaceva molto anche alla band che mi avrebbe accompagnata. Il vero problema è riuscire a far stare in piedi una tournée di questo tipo.

 

Intendi perché poco remunerativa?
Esattamente. Vedi, i musicisti che mi accompagnano sono davvero molto bravi, e non possono certo essere sottopagati. Per poter suonare in piccoli locali con un biglietto ragionevole, occorre avere una richiesta economica sostenibile per chi è disposto a ospitarti. Ma la formula ci piaceva moltissimo, erano stati selezionati otto club, tutti spazi molto carichi, nei quali si sprigiona sempre tanta energia, un’energia piacevole sia per chi assiste al concerto, sia per chi suona. Ci elettrizzava l’idea di promuovere in questa maniera l’album che portavamo in tour, “Grandissimo”, dove in una nuova edizione erano stati aggiunti due brani inediti, fra i quali proprio “Finalmente io”.

 

Un album con all’interno gran parte delle tracce concepite, o ri-concepite, in chiave “rock”, come nel caso de “La cometa di Halley”, registrata con un nuovo arrangiamento che si discostava non poco dall’ originale
Grandissimo” era una sorta di “best of…”, ma con le canzoni risuonate, alcune live, altre in versione acustica, e anche qualche duetto completamente inedito. C’erano poi delle tracce nuove, che avevano un arrangiamento più rock rispetto al mio solito. Dopo lo stop imposto dalla pandemia non siamo riusciti a riproporre quel tour, ma chissà che un giorno si possa ritornare a pensarci.

Immagino che quell’idea sia stata però il motore per avviare il progetto che attualmente stai portando in giro sui palchi di tutta Italia, incentrato invece sul blues…
In effetti è riagganciabile, anche perché questo tour, che abbiamo denominato “Io in Blues”, lo stiamo portando anche in spazi raccolti, come il Blue Note (storico jazz club di Milano, ndr), dove abbiamo suonato qualche mese fa. L’idea è quella di proporre una serie di classici del repertorio blues: alcuni ci riportano indietro nel tempo, altri sono più vicini ai giorni nostri, con incursioni importanti nella musica italiana, ad esempio Mina, Lucio Battisti, Pino Daniele. Un concerto “di formazione”, che serve anche a spiegare al mio pubblico da dove vengo e cosa mi piace ascoltare. Poi abbiamo inserito in scaletta qualche brano del mio repertorio, riarrangiato in chiave blues per l’occasione. L’idea è figlia di un momento nel quale ho deciso di immergermi in suoni che conoscevo bene, ma che da un po’ di tempo non praticavo più.

 

A proposito di formazione: Irene Grandi da giovanissima suonava in piccole rock band fiorentine…
Intendi La Forma srl? Diciamo rock-blues, perché onestamente non sono mai stata una rocker di quelle che pestano duro: ho sempre puntato moltissimo sulla melodia. Al tempo mi piacevano i Nirvana, che hanno grande potenza di suono, ma hanno anche melodie importanti, che non a caso emersero poi nel loro “Mtv Unplugged”. Amo il rock, ma lo amo soprattutto quando lascia spazio alle parti cantate in maniera melodica.

 

Che poi la tua carriera è stata sempre all’insegna della libertà d’espressione: pop, soul, jazz, funky, persino un album in coppia col pianista Stefano Bollani...
Ho sempre cercato di portare delle novità, mettendo in campo scelte per rinnovarsi. L'obiettivo è stato sempre evitare di restare rinchiusa in un labirinto esclusivamente pop.

 

Ricordo le tante contaminazioni, anche con la scena elettronica del tempo, in “Per Fortuna purtroppo”, il tuo disco del 1997…
Parecchi anni fa feci anche delle incursioni nella musica reggae…

Oltre tutto tu sei di Firenze, dove negli anni Ottanta c'era una scena rock-wave molto attiva: penso anzi tutto a Litfiba e Diaframma...
Però devo dirti che mi sento un po’ un outsider rispetto alla mia città. Il rock che si approssima alla new wave, quello un po’ scuro, dark, che mi piace molto ascoltare, non mi ci vedo a farlo, non credo di avere la giusta personalità per poterlo affrontare. Io sono molto rock inside, ma poi sono anche molto solare, le mie cose rock erano sempre contaminate dalla black music, ad esempio mi piaceva Prince, mi piaceva Lenny Kravitz e poi mi piacevano i Police, ecco, tutti autori di suoni meno “scuri”, erano loro quelli che preferivo ascoltare. Non mi sono mai sentita in particolare legame con Pierò Pelù o con i Diaframma, che praticavano un genere diverso dal mio. Inoltre loro hanno quei quattro o cinque anni più di me, e a quei tempi ero ancora troppo piccola per poterli seguire di persona quando erano lanciatissimi su Firenze e vi suonavano molto spesso. Quando ho iniziato a uscire la sera, loro erano già proiettati altrove, erano diventati una realtà nazionale.

 

Non ti chiederò – come tutti immagino facciano di solito - di Vasco Rossi e Pino Daniele, due monumenti che hanno co-firmato alcuni dei tuoi più grandi successi. Ti chiederò invece di un altro dei tuoi autori storici. Nel circuito indie scaturì un improvviso interesse verso di te quando incidesti “Bruci la città” e “La cometa di Halley”, due canzoni scritte assieme a Francesco Bianconi, fra le sue prime incursioni nella composizione conto terzi. L’idea iniziale per quelle due canzoni da chi è partita?
Francesco lo amo tantissimo, e devo ammettere che io nella scrittura di quelle due canzoni entro in piccola parte. Come tutti sappiamo, lui è molto bravo a comporre, io ho solo modificato qualche parola, e poi naturalmente ho lavorato molto sugli aspetti legati alla produzione, perché come puoi immaginare il mio modo di fare musica è molto distante da quello dei Baustelle, soprattutto dai Baustelle della prima fase, quando erano molto wave, molto anni Ottanta. Come ti dicevo prima, si tratta del tipo di musica che a me piace ascoltare, ma che non ho mai fatto. Per “Bruci la città” si è rivelata vincente la fusione fra una un testo quasi catastrofico e un arrangiamento, operato in collaborazione con la mia squadra, che conferiva un aspetto pop, solare. “Bruci la città” divenne una canzone nazional-popolare, di quelle che ascoltano e canticchiano sia adulti che bambini. L’intento era stato proprio quello di cercare di allargare a un pubblico più vasto l’idea originale di Francesco, che in realtà era un pochino più “particolare”, più dark nel suono, se vogliamo, con tutti i bassi in ottavi.

 

Come è avvenuto il vostro incontro. L’hai cercato tu? Ti ha cercata lui? Oppure l’idea è partita dai rispettivi management?
In quel periodo io lavoravo con una manager molto giovane, Francesca Pellegrini, che aveva visto i Baustelle in concerto, gli erano piaciuti molto e mi disse che secondo lei una collaborazione avrebbe potuto funzionare. Fra l’altro son toscani anche loro. Ascoltai i loro lavori e li trovai davvero interessanti, magari un po’ lontani dal mio stile, ma pensai che avremmo potuto quanto meno provare a sondare la disponibilità di Francesco. E alla fine ha funzionato!

 

Bianconi è rimasto particolarmente legato a quelle due canzoni, tanto che continua a proporle live sia nei suoi tour solisti che con i Baustelle…
Lo so, le ha inserite anche nella scaletta dei concerti a supporto del suo esordio solista. Francesco ha deciso di riproporle in una chiave più cantautorale: mi sono piaciute molto le sue versioni. Vedi, alla fine, quando i pezzi son belli funzionano anche con una diversa chiave di lettura. A me piace molto la sua voce, nonostante Francesco non sia un artista per tutti, almeno per ora: è un po’ impegnativo, inserisce tutti quei riferimenti colti, ricercati. Diciamo che “Bruci la città” e “La Cometa di Halley” hanno rappresentato un bel modo per sostenersi a vicenda. Per me sono stati due grandi successi che magari mi hanno avvicinata a un pubblico nuovo, diverso da quello che mi aveva seguita fino a quale momento. Per Francesco quelle due canzoni sono state altrettanto importanti, perché all'epoca doveva ancora uscire dalla sua nicchia, doveva ancora avvicinarsi al grande pubblico, e attraverso la mia musica il suo nome è iniziato a circolare anche in ambienti e situazioni diverse rispetto a quelle dalle quali proveniva artisticamente.

Fra l’altro Francesco Bianconi è un autore esclusivamente per voci femminili, così come Vasco Rossi del resto …
Sì, ho notato, si vede che gli piace la compagnia femminile (ride, ndr). Evidentemente ha un tipo di sensibilità che piace molto alle donne: riesce a toccare delle corde di tenerezza, di commozione, a volte anche di rabbia. Perché poi noi donne siamo sì tenere, ma anche arrabbiate…

 

Tornando alle tue incursioni nei suoni “indie-rock”, queste passano anche attraverso un tuo disco del 2005, “Indelebile”, che secondo me avrebbe meritato migliori riscontri: forse il pubblico non era preparato a vederti in quella versione di te?
Per “Indelebile” in effetti lavorammo molto sulla matrice rock, è un disco che evidenzia quel mio aspetto, con assoli di chitarra, un’attitudine molto live, con una band che suona.

 

E dentro persino un omaggio a Janis Joplin
Sì, e non solo, lì dentro c’è una canzone che è molto importante, e che presenterò anche stasera, “Lasciala andare” (con la quale poi chiuderà il set, ndr).

 

Un’altra artista italiana che è riuscita a compiere un'imprevedibile trasmutazione è stata Nada, accettata e apprezzata nel circuito indie grazie a due tour molto riusciti nei quali scelse come backing band prima i Zen Circus e poi gli …A Toys Orchestra
Lei, se vogliamo, sta diventando una sorta di Vasco al femminile, sta diventando una vera icona, e si è allontanata in una maniera indescrivibile dall’immagine che impersonava agli esordi. Forse oggi sta cerando di portare avanti un’idea di musica che aveva fin da allora, ma che soltanto ora può riuscire a rappresentare in maniera compiuta. Mi auguro di avere quantomeno la sua stessa longevità artistica.

 

Nel tuo repertorio del nuovo millennio ci sono anche una cover di Paolo Benvegnù, “E’ solo un sogno” (da “Prima di partire”, 2003), una canzone scritta per te da Marco Parente, “Cuore bianco”, ancora più di recente un’altra scritta da Antonio Dimartino, “I passi dell’amore”, che è finita su “Grandissimo”…
E’ bello sapere che la scena alternativa venga seguita con attenzione, che nomi poco illuminati dalla luce dei riflettori vengano riconosciuti. Con Marco Parente c’è un’amicizia di lunga data, è bello che tu lo abbia nominato, è un cantautore di grandissima qualità. Così come mi fa piacere ricordare la cantante dei Dirotta su Cuba, Simona Bencini, alla quale sono molto legata, e che non è riuscita a confermare nel tempo il successo che ebbe agli inizi.

 

I Dirotta su Cuba mi ricordano il periodo nel quale molti si erano infatuati per l’acid jazz, anche alcune delle tue prime canzoni si muovevano in quella direzione…
Sì, in effetti c’era anche quel sapore lì, era uno stile, un modo di suonare che in un certo periodo degli anni Novanta andava molto, e funzionava molto. Non so se sai che anche Cristina Donà ha scritto per me…

 

Sì! Due tracce che si trovano nel tuo disco del 2015, “Un vento senza nome”, intitolate “A memoria” e “Una canzone che non ricordo più”.
Anche Cristina appartiene al mondo “indipendente”, così come Saverio Lanza, che è il mio attuale produttore, con cui ho lavorato negli ultimi dieci anni, un chitarrista presente in tante produzioni alternative, molto particolari, che ti segnalo e ti invito ad approfondire. E’ anche attraverso il suo supporto e la sua collaborazione se sono riuscita a diventare una “rockeuse” sul palco, perché sì, la mia attitudine è sempre stata rock, però devo dire che musicalmente è grazie ai suoi consiglu se negli ultimi anni siamo cresciuti tanto.

Fino ad arrivare a Stewart Copeland
E siamo arrivati fino a lì, capisci? Tutto ebbe inizio quando Stewart accettò la proposta di Maddalena Calderoni, la Direttrice Artistica del Tones Teatro Natura, nella Val d’Ossola, dove ideano e allestiscono progetti molto sfidanti, abbracciando qualsiasi genere musicale, dall’opera all’elettronica. Quest’anno hanno concepito l’idea di un musical sulle streghe, che in Val d’Ossola ci son state veramente eh, con casi di inquisizione e crimini contro le donne, perpetrati soprattutto durante il Seicento. Maddalena chiese a Copeland se fosse interessato a comporre le parti musicali per questa storia. Da molti anni compone colonne sonore per film e musical, ed era felicissimo di realizzare un’opera in Italia. Si tratta di un’opera rock, intitolata “The Witches Seed”, dove io canto rock, ma i miei colleghi sul palco sono tutti cantanti lirici. Una commistione, quella fra lirica e rock, che potrebbe apparire pacchiana se spiegata a voce, ma che in realtà diviene fascinosa grazie alla musica elaborata da Stewart, in parte con la collaborazione della cantante dei Pretenders, Chrissie Hynde, che innesta quel suo piglio rock molto inglese. Ne è venuta fuori una proposta decisamente inedita, inusuale, un mix fra canzoni à-la Pretenders, l’orchestra, i cantanti d’opera, i ballerini, i coreografi. E’ stata un’avventura davvero molto interessante.

 

Ed è già terminata?
No! Attualmente stiamo cercando dei partner che ci consentano di produrla in maniera più grande, per farla crescere. E’ ambiziosa come opera, perché siamo in tanti, con un palco importante, grandi scenografie piuttosto costose. Occorrono spazi adeguati. L’esperienza è stata esaltante, speriamo di poterla ripetere.

 

Un giovane cantautore, che immagino tu conosca, e che è proprio qui di Latina, Edoardo Calcutta, è stato il musicista che meglio è riuscito a far comprendere quanto non sia più netto il confine fra “underground” e “mainstream”. Tu che vivi entrambe le realtà, essendo una che ha fatto cinque Festival di Sanremo ma che poi frequenta anche i circuiti alternativi, che sensazione hai, vivendo tutto dal di dentro? Le barriere stanno davvero venendo giù?
“Underground” e “mainstream” si sono mescolati pesantemente negli ultimi anni, anzi, ti dirò, secondo me l’alternativo ha preso piede anche troppo nel pop: tutti oggi cercano di copiare le melodie dei musicisti del circuito indie. Che poi oggi dire “indie” significa tutto e niente. Calcutta, ad esempio, lo ritengo un musicista non troppo “indie”, almeno come approccio alla scrittura. Semmai lo ritengo un cantautore che ha scelto delle sonorità che suonano un pochino più indie del solito, ma in realtà se ascolti i suoi pezzi con attenzione non è neanche troppo così. Magari all’inizio, quando era ancora sconosciuto.

 

E’ un po’ che non incide nuovo materiale, però ha “regalato” alla tua collega Elisa “Litoranea”, una delle hit della scorsa estate…
Sì, molto carina! Vedi! Le sue canzoni che hanno fatto successo sono molto pop. Ad essere “underground”, semmai, è il suo atteggiamento, quell’essere sempre un po’ “strano”. Però è sicuramente uno dei più bravi.

Mi viene in mente anche Tommaso Paradiso, e i suoi primi passi con i Thegiornalisti
Ecco, prendi anche Tommaso Paradiso, ma tu dimmi: cosa c’è di “indie” lì dentro? Cioè: la sua è una proposta completamente pop! Chi arriva dall’indie cerca il pop. Come del resto, al contrario, il pop alle volte cerca di contaminarsi, va ad esempio a ripetere delle melodie mutuate dalla trap, rese come fossero filastrocche. Il pop si rende conto che l’indie ha preso piede, e così tende ad andargli un po’ incontro. In questo momento si stanno venendo incontro.

 

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Ultimamente mi sono molto concentrata nel riascolto di tanti dischi blues del passato, anche per entrare meglio nel mood di questo tour. La radice di molta musica che oggi ascoltiamo la puoi trovare nel lavoro degli artisti degli anni Sessanta e Settanta. Ancora oggi continuiamo a ispirarci a loro. Magari si tende a rivivere quel messaggio musicale in modi diversi, più contemporanei, ma in quegli anni era stato detto tanto. In questo momento mi sono concentrata molto su quei dischi, mi ci cento molto affezionata. Fra i nomi nuovi, in ambito soul blues, ho apprezzato parecchio gli Alabama Shakes. Sto ascoltando anche band nuove, ma sono più presa da proposte che abbiano radici blues, che mi diano chiavi interpretative. Poi sai, questo tour sta andando avanti da tempo, e ogni tanto rinnoviamo la scaletta, inserendo pezzi nuovi.

 

Arriverà anche un disco?
Intanto c’è il singolo con la mia cover di Mina, “E poi”, uscito da poche settimane, e si sta pensando di fare un vinile, una piccola produzione per i fan. Non sto pensando di realizzare un disco con dietro una grossa produzione, con il lancio promozionale, una label alle spalle e tutte quelle cose lì. No: l’idea è quella di autoprodurre un disco per appassionati.

 

Altri progetti in cantiere?
Sto cominciando a raccogliere brani nuovi, anche se ho ancora tanta voglia di continuare questo tour al quale tengo molto, che racconta la mia passione per il blues e per la musica black. Però a un certo punto dovrò anche scrivere e proporre qualcosa di nuovo, e di bello.

 

Quali ricadute ha avuto la pandemia sul tuo percorso recente, a parte l’interruzione del tour nei piccoli club di cui parlavamo all’inizio?
La pandemia ha inevitabilmente sfilacciato un po’ di rapporti: è stata un po’ pesante per me, ma questo tour mi sta di nuovo fortificando. Ora si stanno creando le premesse e gli spazi per consentirmi sia di provare nuovi autori, sia di riprendere contatti con altri coi quali non lavoro da tempo. L’obiettivo è cercare di rinnovare la mia scrittura attraverso nuove collaborazioni.

 

In circolazione oggi vedi una nuova Irene Grandi? Ti lancio un nome: una giovane cantante, che ha anche partecipato all’ultima edizione del Festival di Sanremo. Mi è capitato di vederla esibirsi dal vivo: ha una grinta che mi ha ricordato molto te da ragazza. Ditonellapiaga.
Ditonellapiaga ha una voce molto diversa dalla mia, come timbro, però come simpatia e sfacciataggine qualcosa c’è. I suoi pezzi sono carini e vincenti, compreso quello proposto al Festival di Sanremo in coppia con la Rettore.

 

Ora, prima di chiudere, dammi un paio di nomi tu…
Guarda, mi piace molto la cantante de La Rappresentante di Lista: in lei trovo affinità in termini di gusti. Anche lei ha una voce diversa dalla mia, ma mi piace la sua musica. Poi sai che ho fatto quel programma televisivo, “The Band”, dove c’era un gruppo giovanissimo, tutti intorno ai venti anni, si chiamano Anxia Lytics, e la cantante è una ragazza di nome Alessia Gerardi. Non erano nella mia squadra, ma sono molto bravi. Per alcuni versi lei mi ha ricordato me stessa da ragazza. Sono molto giovani, ma lei è già una cantante vera.

Discografia
Irene Grandi (CGD, 1994) 
 In vacanza da una vita (CGD, 1995) 
 Per fortuna purtroppo (CGD, 1997) 
 Verde rosso e blu (CGD, 1999) 
 Irek (raccolta, CGD, 2001) 
 Prima di partire (CGD, 2003) 
 Irene Grandi Live '03 (live, CGD, 2004) 
 Indelebile (Atlantic, 2005) 
 Irenegrandi.hits (raccolta, Atlantic, 2007) 
 Canzoni per Natale (Atlantic, 2008) 
 Alle porte del sogno (Warner, 2010) 
 Irene Grandi & Stefano Bollani (Carosello, 2012) 
 Tutto Irene - Cose da Grandi (raccolta, Warner, 2012) 
 Un vento senza nome (Sony, 2015) 
 Lungoviaggio (Cose da Grandi, 2018) 
Grandissimo (Cose da Grandi, 2019) 
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