Chissà quanti, fra gli assidui danzatori di "Over And Over", s'identificherebbero negli Hot Chip degli esordi. A parte l'inconfondibile simil-falsetto che ne connota le parti vocali, l'Ep
Mexico non restituisce che pochi indizi circa la strada che i due co-fondatori Alexis Taylor e Joe Goddard avrebbero poi intrapreso. Era l'anno 2001, e la proposta del duo londinese, realizzata con materiale inciso due anni prima, verteva su soluzioni semplici in cui la ballata folk dominava su timidi interventi elettronici in un'atmosfera fortemente
homemade: chitarra acustica, cadenze rallentate, e calibrate distorsioni più vicine a
(Smog) che alle ironiche escursioni cui in seguito ci hanno abituato.
Se un comune denominatore esiste, è semmai da rintracciare nella dimestichezza del gruppo (che col tempo ha acquisito tre elementi, primo fra tutti il vecchio amico Owen Clarke) con la forma-canzone. Sia si tratti delle note indolenti e sofferte della primissima "Beeting" che delle sgargianti allitterazioni di "Ready For The Floor" (il brano è stato offerto a Kylie Minogue, che lo ha rifiutato, prima di uscire come primo singolo di "
Made In The Dark" a inizio 2008), gli Hot Chip hanno sempre dato dimostrazione di saper maneggiare la materia prima plasmandola con una sapienza che ne rende sempre riconoscibili i tratti.
Quelli di "Mexico Ep" sono gli anni del contratto con l'etichetta Victory Garden, tanto piccola da consigliare al gruppo di auto-produrre e distribuire in formato cd-r il secondo lavoro breve,
Sanfrandisco E-Pee che viene alla luce nel 2002. Pur mantenendo una struttura spartana, nel nuovo mini-album la band ricorre a un più deciso utilizzo dell’elettronica che prende forma in trip-hop minimali ("Making Tracks"), in nemmeno troppo velati tributi agli
Young Marble Giants ("Sanfrandisco"), ma anche nei trasognati quietismi di un certo pop tedesco di marca Morr ("Leave"). Tutto questo mentre i primi timidi raggi di sole s'irradiano nel reggae di chiusura H.O.T.C.H.I.P.: bagliori che, facendosi più intensi, illumineranno il futuro debutto lungo di "Coming On Strong", ovvero quella che chiameremmo la svolta spiaggistica della compagine britannica, e anche la rampa di lancio per il raggiungimento di una certa notorietà e del conseguente
appeal commerciale.
Il
debut-album esce in prima edizione nel 2004 per la Moshi Moshi, salvo poi essere ristampato l'anno successivo dalla più attrezzata Dfa Records che ne garantirà una distribuzione più capillare.
Con
Coming On Strong gli Hot Chip riescono nell'impresa di passeggiare lungo l'insidioso bagnasciuga del funky bianco e dell'elettropop senza per questo prendersi dolorose scottature e senza impantanarsi su una spiaggia zeppa di buche e castelli di sabbia, giocando col funky di
Prince e di
Stevie Wonder, pur non perdendo di vista il folk in salsa
indietronica che li ha visti nascere.
Ma vi sono anche gigionerie
soft degne del
Bryan Ferry anni 80, nonché raffinate malinconie vicine ai
China Crisis che s'inseriscono in uno scarno e stiloso contesto
minimal-electro. "Take Care" è un sussurrato soul-blues digitale che brilla di un melodico ipnotismo, "Beach Party" si regge su una tastiera essenziale, su uno spoglio "quattro quarti" e accorgimenti vocali proprio alla China Crisis, preservando un'aura di pacatezza sia pur con sparuti ammiccamenti dance.
Nella contagiosa "Keep Fallin" è l'ironia a farla da padrona in una cornice funky, con il disinvolto vocalizzo di Taylor che s'insinua su un'ostentata linea di basso, seconda per originalità solo agli strampalati fiati che chiudono il brano.
Gli Hot Chip non riescono a essere ordinari nemmeno nel trip-hop di "Playboy", sulla cui base "classica" piomba un corposo synth
à-la Gary Numan, con Goddard che clona i controcanti del
vocalist degli
Heaven 17, Glenn Gregory, così come nella romanticissima "Crap Kraft Dinner", dove sussurri vocali di grande atmosfera sfumano in un delicato crescendo governato da un sassofono in eco che trascina il brano in mare aperto.
Dopo il doveroso tributo di "Down With Prince" (indovinate un po' a chi? Se il titolo non dovesse aiutarvi, vi basterebbero le prime tre note), e una delicatezza con venature black interpretata da Taylor, "Bad Luck", la parte finale cede il passo a una smaccata malinconia
folktronica. Pur mantenendo un buon livello compositivo, qui ci muoviamo in orbite del glitch-pop convenzionale che tuttavia non impedisce al disco di annoverarsi fra le migliori uscite di quell'annata.
Il sodalizio con la Dfa produce i suoi frutti nel 2006, prima con l'uscita del singolo "Over And Over" (che sarà eletto singolo dell'anno dalla rivista New Musical Express) poi con l'Ep
Boy From School, che anticipano il secondo album
The Warning, distribuito dalla Emi.
The Warning, pur non potendo contare sul fattore sorpresa del predecessore conferma gli Hot Chip come una delle band più abili e originali nel panorama del nuovo pop elettronico: per quanto ci si possa sbizzarrire in veritieri accostamenti, questi inglesi
sui generis suonano come se stessi e nessun altro, in virtù d'una sezione vocale marcatamente ironico-svagata, e a composizioni disegnate da sonorità lineari che sposano svolgimenti niente affatto prevedibili. Ma nuovi elementi si sono aggiunti al dinoccolato sviluppo dei brani, a cominciare da un'accentuata inclinazione dance.
Pur non abbandonando il
format vincente, l'incalzante disco-funky di "And I Was A Boy From School", singolo balneare per eccellenza, è il primo ad amoreggiare con le piste da ballo. Almeno quanto "Over And Over", ben più sbracata per via di quel
clapping formato
eighties, che molti proseliti ha fatto in zona
Tiga, di un ritmo in levare assestato da contagiose tastierine, e della digressione robotica la cui demenzialità farebbe la gioia dei
Devo. Né deve passare sotto silenzio l’introduttiva "Careful", nervoso
break 'n' beat che riporta dritto a stagioni non ancora lambite dalla moda del revival: quelle dei primi campionamenti massicci e degli
stop and go colmati da solenni aperture melodiche
à-la Art Of Noise, che marchiarono a fuoco la seconda metà degli anni Ottanta.
Se da un lato la pigra "Colours" e l'eccentrica "Arrest Youself" hanno il difetto di indugiare troppo sull'
Hot Chip-style, a riportare il
songwriting sui livelli abituali ci pensano il sognante dondolio della
title track, il basso gommoso di "Just Like We (Breakdown)" e il synth-pop di razza emanato da "No Fit State", la cui svolta finto-marziale è prossima a divenire l'ennesimo tratto distintivo della band. La ninna nanna di "Won't Wash", cui manca la voce del
Phil Oakey prima maniera per avere prova di dove vada a parare, chiude un disco che colloca il nome degli Hot Chip nella categoria delle belle realtà, cancellandolo da quella, affollatissima, delle promesse non mantenute. Se ne accorge la rivista specializzata in elettronica e dance britannica "Mixmag" che lo elegge disco dell'anno, mentre l'album è presente anche in molte
playlist di
blogger e di
webzine indipendenti.
Il secondo semestre del 2006, così come buona parte dell’anno seguente, sono spesi nella partecipazione ad eventi
live, fra cui il Sonar, il Festival di Benicassim e quello di Reading, oltre a numerose singole date che hanno permesso al quintetto di farsi apprezzare dal vivo forse ancor di più che nella dimensione in studio: le
Live Session del tour vengono smerciate solo tramite iTunes raccogliendo un certo consenso fra i
downloader.
Goddard e compagni sono divenuti negli anni anche degli ambitissimi dj e
remixer: passano fra le loro mani artisti della popolarità dei
Kraftwerk (con "La Forme" e "Aerodynamik"), di
Tracey Thorn e di
Amy Winehouse, ma anche nomi di punta del panorama indie come
Junior Boys,
!!!,
The Go! Team e molti altri. Dai remix commissionati ai
Dj Kicks il passo è breve, ed ecco allora i nostri misurarsi con la celebre selezione prodotta e distribuita dalla K7. La raccolta esce nel maggio 2007 e mette insieme una sequenza che definire composita è mero eufemismo: vi si trovano i
New Order di "Bizarre Love Triangle" a fianco di
Tom Ze', il
Joe Jackson di "Stepping Out" a braccetto con "Mess Around" di Ray Charles, e in mezzo l'immancabile pezzo dance targato Hot Chip, "My Piano", che sarà successivamente licenziata come vinile formato 12", oltre che in mp3 scaricabile da iTunes.
"And then we start to dance", recitavano solenni i Kraftwerk nel 1977, e conosciamo tutti gli effetti procurati da quell'approccio alla danza nei trent'anni seguenti. Lasciando perdere arditi quanto improponibili paragoni (con i quattro di Dusseldorf c'è ora in comune l'etichetta discografica Astralwerks), con l'album del 2008
Made In The Dark gli Hot Chip si appropriano definitivamente del verbo dopo aver a lungo indugiato sui confini. La sua prima parte, infatti, è la cronaca dello scollinamento alla volta di
tunzlandia, l'agognata scelta di campo che già il precedente
The Warning, e il battesimo dei
Dj Kicks lasciavano presagire.
L'apertura è affidata a "Out At The Pictures", un synth-rock reiterato e scorbutico, quindi alle scariche elettriche e tecno-robotiche di "Shake A Fist", due riusciti tormentoni che Taylor e soci hanno già avuto modo di testare con soddisfazione dal vivo. Prontissimi per il
(dance)floor. Si tira dritto col singolo "Ready For The Floor", la cui seduzione
electro è prossima a quella del
Felix Da Housecat più ispirato ("Silver Screen"?), che va a rinverdire i fasti della collaudata "Boy From School", e poi ancor più spediti con la chiassosa "Bendable Poseable".
Ma l'oscurità promessa nel titolo, dunque? Solo pochi indizi, che si traducono in ampie parentesi tra neo-funkettoni a tutta birra e robot colorati, e vissuti nell'economia del disco come pause contemplative degli ammirevoli esercizi di plasmatura dell'elettronica verso il pop, e viceversa. Tracce da annusare in "We're Looking For A Lot Of Love", nella
title track, e ancor più nei lentacci di commiato "Whistle For Will" e "In The Privacy Of Our Love", in cui vengono riposte le
drum machine in favore del felice
imprimatur già noto dai tempi di "Coming On Strong". Della serie: non ci siamo scordati di come si scrivono
pop-song, come pure ci racconta la copiosa ironia del gospel digitale "Wrestlers".
Ma è sempre l'attitudine festaiola a farla da padrona, nelle chitarre vitaminizzate di "One Pure Thought" e nella giocosa pomposità di "Hold On", tanto che sulla giostra in vorticoso movimento si intravedono persino le sagome dei
fratelli Mael, mai così efficacemente vezzeggiati. "You're my number one guy, we are ready for the floor", e magari un'avvenente fanciulla che ammicca seduta al bancone di un club notturno con le gambe accavallate. Sogno e rivincita dei nerd: che il nuovo techno-pop sia con voi, e non dite che non vi avevamo avvisato.
Nel successivo
One Life Stand (2010) la trama si snoda ancora entro i canoni di un pop elettronico e ballerino, però affinando ulteriormente quei codici che hanno fatto degli Hot Chip gli alfieri
rosé della
myspace generation.
Il suono si fa più pulito, pieno e definito, mentre le armonie, sempre cesellate alla ricerca del
refrain vincente, si stratificano approdando a raffinatezze finora sconosciute. Un forte avvicinamento al pop elettronico più classico, insomma. Forse, tirando giù gli accordi di "Keep Quiet" su una sei corde acustica si potrebbe disvelare il mistero per cui un grande vecchio, barbuto e serioso, come
Robert Wyatt abbia trovato il tempo per incidere con loro un Ep (
Hot Chip with Robert Wyatt and Geese, Emi 2008), e ascoltando l'artatamente solenne "Slush" perché
Peter Gabriel abbia voluto proprio loro per giocare con un brano dei
Vampire Weekend in cui lo stesso Peter veniva citato ("Cape Cod Kwassa Kwassa"). Per chiudere il cerchio dei collaboratori nobili, nel nuovo lavoro fa capolino persino la spiazzante figura di Charles Hayward, uscito dalle nebbie del mito con cui è ammantata la sua band di provenienza, i This Heat.
Piazzare un ritornello come quello di "Take In It" significa essere penetrati nottetempo nel
caveau del synth-pop e averne rubato i tesori, poche storie. Potersi sedere allo stesso tavolo dei
Pet Shop Boys, e non da ospiti. Così come da navigati
performer è mescolare
italo-disco e
Madonna per restituirci il contagioso
auto-tune di "I Feel Better", o tributare con gran classe, aggiornandoli, gli
Sparks moroderiani di "Terminal Jive" in "Brothers", col duetto dei due
singer mai così sugli scudi.
Tutte sceneggiature sonore ben più composite di quanto quei furbacchioni di Taylor e soci vorrebbero far credere. Chissà che qualche mago degli spot non si accorga finalmente di loro pilotandoli davvero in cima alle
chart planetarie.
A due anni di distanza da
One Night Stand arriva
In Our Heads, prima fatica degli Hot Chip pubblicata dalla Domino. L'album è composto da due anime che si intrecciano con risultati non sempre esaltanti: la prima è frutto dell'audacità musicale della band - in "How Do You Do", ad esempio, le sonorità techno/house (sviluppate gradualmente dall'attività di disc jockey dei singoli componenti del gruppo, soprattutto da Joe Goddard, impegnato nel
side-project 2 Bears) sembrano riprendere alcuni temi cari ai primi Daft Punk e "Night & Day", il primo robotico singolo, stupisce grazie alla ventata di freschezza e lucidità che riesce ad esprimere - mentre la seconda è più malinconica. In "These Chains" un tappeto dance molto anni 80, dai tratti chill-wave, fa da sfondo alla voce pensosa di Taylor - voce che però non convince altrettanto altrove (per esempio nella ballata "Look At Where We Are").
Nel 2015 arriva anche il sesto disco, dall'irriverente titolo
Why Make Sense?. Taylor e soci ripartono da una formula ampiamente collaudata: synth pop sbarazzino, vagamente pulsante e chiccoso all’occorrenza (si prenda come esempio l’introduttivo singolo di lancio “Huarache Lights”). La musica degli Hot Chip emana allegria modulare e irriverenza sintetica. Lo suggeriscono le briose cavalcate al synth della già citata coppia Taylor/Goddard, così come i consueti stop&go ritmici, le ballatone di stampo soul poste al centro del piatto per ribadire il proprio amore verso i riferimenti di sempre,
Wonder e il primissimo
Prince (“White Wine and Fried Chicken”). Il tutto alimentato da morbide scosse
minimal-electro, vedi l’andatura ombrosa e robotica di “Dark Night”. Al solito, la fusione tra il tessuto ritmico morbido e cullante, e la voce pulita, schietta e disinibita di Taylor trova il suo incastro perfetto nei giochini al laptop e nelle sfumature al videogames da condimento all’impianto sonoro primario. Tuttavia, il disco non aggiunge nulla a quanto già fornito dalla simpatica formazione londinese. Una formula che resta a tratti frizzante, ma che a distanza di dieci anni comincia a mostrare i primi inesorabili segni di evaporazione.
Nel 2019 arriva la settima fatica del supercombo inglese, guidato saldamente dai deus ex machina Alexis Taylor, detto il nerd, e Joe Goddard, meno nerd e più dj. Il tratto distintivo della saga, iniziata nel lontano 2004, è ormai cristallizzato e A Bath Full Of Ecstasy non sfugge alla regola del lovely danceable synth-pop, perché ok i Daft Punk, Prince e Stevie Wonder, vanno bene gli Lcd Soundsystem, Four Tet, Roisin Murphy e pure l'anziano Felix da Housecat, vanno bene tutti ma alla fine, pur con robuste (a volte, altre con dosaggi minimi) iniezioni di funk, soul e house, la musica degli Hot Chip è pop elettronico altamente ballabile, nonostante spesso si faccia a gara per svilire il genere nascondendolo dietro etichette molto più cool.
E sarebbe pure bellissimo questo ritorno se non si fosse messa di traverso la tragedia di Philippe Zdar, aka metà Cassius e Motorbass, protagonista indiscusso del cosiddetto French touch e qui in veste di coproduttore. La morte di Zdar, il giorno prima del lancio mondiale del disco, fa sì che quest'ultima produzione divenga in pratica il testamento dello smanettatore transalpino.
Qua e là, tra chitarre ridotte all'osso, qualche campionamento e introduzione del vocoder a sostituire in parte la consueta voce in falsetto, riaffiorano reminiscenze di quello che a cavallo tra i Novanta e i Duemila era il movimento più cool della scena internazionale. Impossibile non andare con le orecchie ai Phoenix, persino a quelli di "Ti amo", ascoltando la title track (ovviamente sempre Zdar in console lì come qua), o al kraut-rock ammantato di psichedelia in uno degli episodi migliori e alternativi di tutto l’album, e cioè "Clear Blue Skies", dove no, non sembra di ascoltare gli Hot Chip ma gli Air di "10.000 Hz Legend".
Logico, quindi, che i 48 minuti del disco abbiano più di uno sguardo rivolto al passato senza particolari novità, esempio perfetto il singolo di lancio "Hungry Child" che presenta una costruzione melodica, doppia voce femminile e ritmica totalmente house anni 90. Sono gli Hot Chip, ma potrebbero benissimo essere gli Inner City 2.0, e lo stesso si può dire per l’altro brano più houseggiante del lotto, "Echo", che pure si apre in un ritornello melodico di livello assoluto. Immancabili anche gli omaggi agli alfieri del synth-pop, tra una "No God" che appena parte pensi di aver inserito per sbaglio nel lettore un dischetto degli Erasure attuali, e una "Positive" in salsa Pet Shop Boys, e non solo nel bridge. Che dire poi di "Spell", sorretta dalla combinazione di basso pulsante, ritmica e frasi in loop ad anticipare un ritornello vocoderizzato in pieno stile Daft Punk, con una lunga coda strumentale dove i suoni risalgono in superficie uno a uno fino all’esplosivo finale, tipico dei classici 12' di matrice eighties?
Celebriamo, perciò, un disco riuscito, che ha il pregio di invertire la tendenza al ribasso dell’ultima decade, anche se privo del singolone da classifica estiva.
Nell'estate del 2022, la band londinese sforna l'ottavo tassello della propria discografia. Freakout/Release parte con dei presupposti che traggono spunto da sentimenti di frustrazione e malcontento, situazioni che il frontman Alexis Taylor (la sua voce suadente non cede al richiamo del tempo), Joe Goddard e Al Doyle hanno cercato di elaborare durante il periodo pandemico, sintetizzandole in una frase molto chiara e diretta inserita nella title track, nella quale s’intuisce che se dapprima la creazione di nuova musica era per loro la miglior via di fuga dalla realtà, ora ne è diventata la dimensione vitale.
L’eleganza e la fruibilità dell’indietronica degli Hot Chip si palesa senza intoppi sia in episodi di presa quali “Down” (introdotta dalle note di “More Than Enough” della Universal Togetherness Band), la solare quintessenza di “Eleanor” e l’ondivaga ed accurata palette di “Guilty”, che in sequenze più misurate (“Time”, “Not Alone” e l’onirica “Out Of My Depth”).
In un disco dove comunque s’incontra anche qualche passo rivedibile (“Broken” e Miss The Bliss”), forse perché troppo standardizzato e privo di picchi di rilievo, all’interno di un novero composto da idee decisamente più strutturate, gli Hot Chip dimostrano di saper offrire un perfetto mix di hit radiofoniche, abbandoni edonistici e addolcita introspezione: l’ennesimo colpo lanciato molto vicino al centro del bersaglio per un gruppo ormai considerato una vera e propria certezza del settore.
Contributi di Daniele Rigoli ("In Our Heads") e Giuliano Delli Paoli ("Why Make Sense?"), Mauro Caproni ("A Bath Full Of Ecstasy", Cristiano Orlando ("Freakout/Release")