Dieci album italiani modern classical da riscoprire (dal 2010 a oggi)
Gli ultimi anni di musica sono stati estremamente prolifici di album di ogni tipo, in particolare nelle scene minori che si suole definire di nicchia, quasi in tono denigratorio. Dall’ambient al minimalismo, dalla musica elettronica al post-rock, dalla psichedelia al noise e ai nuovi cantautori, c’è davvero una notevole quantità di musicisti italiani, lontani dai riflettori della tv e del mainstream, con la sfortuna di vivere in un mercato asfittico, che li fa galleggiare in un limbo fatto di solitudine e indifferenza, dal quale meriterebbero di uscire. Qui trovate una lista di artisti nostrani che hanno approfondito il genere modern classical, i cui riferimenti internazionali sono maestri quali Max Richter e Jóhann Jóhannsson in particolare, ma che ha avuto epigoni praticamente ovunque.
In questa lista ci sono autori molto diversi tra loro che hanno pubblicato album dal 2010 a oggi e meriterebbero di essere (ri)scoperti dal pubblico. Alcuni di loro rientrano in pieno nella categoria modern classical, altri vi si avvicinano tangenzialmente, magari con un solo album della loro discografia. Differente è la formazione e provenienza, che va dal mondo accademico alla scena alt-rock fino all’ambito dell’elettronica sperimentale. In un tale campionario è difficile non trovare qualcosa di interessante. Buona lettura e soprattutto buon ascolto.
Fabrizio Testa - Music For Adriatic Colonies (2014, autoprodotto)
Autore del progetto cantautorale Il lungo addio ambientato nella riviera romagnola, Fabrizio Testa ha intrapreso un secondo percorso a suo nome, che l’ha portato a registrare vari Lp sperimentali, tra i quali spicca in qualità e originalità "Music For Adriatic Colonies", una lunga composizione di ventiquattro minuti (divisa in diciassette parti) in cui abbandona il canto maledetto dell’accoppiata “Mastice” e “Morire”, per una musica strumentale ispirata a quel che rimane delle colonie fasciste del litorale romagnolo. "Music For Adriatic Colonies" va inteso come un racconto di questi immensi edifici fantasma che stanno lì, immobili, tristemente incuranti del tempo che passa.
E’ un tentativo coraggioso di composizione per pianoforte, tromba, chitarra e tastiere, che vede la partecipazione di ben otto musicisti e che mostra un piacere avventuroso per suoni decisamente avant e per la commistione di generi diversi, dal free-jazz all'improvvisazione sino a intromissioni di piano a suo modo classico, nel senso novecentesco del termine, e intrusioni di suoni vagamente ambient. Non proprio modern classical nel senso che Richter ha dato, ma forse qualcosa in più. Un album che dopo undici anni non stanca e che ha ancora molto da dire. (Valerio D'Onofrio)
Federico Albanese - The Houseboat And The Moon (2014, Denovali)
Tra gli autori di maggiore pregio della scuola modern classical italiana va di diritto inserito il nome di Federico Albanese. Il compositore di stanza a Berlino si è distinto fin dal suo esordio solista per il virtuoso equilibrio tra l’eleganza delle sue partiture e la profonda componente sentimentale in esse iniettata. A distanza di undici anni e sei dischi, "The Houseboat And The Moon" rimane l’esempio migliore di questa sua dote, esibita in modo impeccabile nelle tredici composizioni che lo strutturano, a partire dalla cristallina essenzialità dei fraseggi di impronta minimalista di “Beyond The Milk Wood” fino al cullare emozionale della conclusiva “Space In Between”. Un esordio che, con impeccabile grazia, mira dritto al cuore. (Peppe Trotta)
Max Fuschetto - Sùn Ná (2015, Hanagoori)
Il compositore napoletano Max Fuschetto è, ormai da vari anni, un punto di riferimento del panorama modern classical italiano, grazie a una serie di album originali e convincenti, spesso molto diversi tra loro, a testimonianza di una varietà stilistica e di cultura musicale (dalla classica alla musica pop) invidiabili. Tra i vari album, tutti consigliati, pensiamo meriti di essere recuperato, in particolare, il suo secondo lavoro, "Sùn Ná", del 2015, un piccolo gioiello di comunione tra tradizioni musicali e culturali differenti, da quella africana (il titolo, che in lingua yoruba è traducibile in “dormi ora”, ha un'assonanza con la parola sogno in napoletano) a quella occidentale, per cercare quanto di comune ci sia tra mondi troppo spesso divisi da chi sottolinea solo le differenze, creando muri invalicabili tra i popoli. L'atmosfera è quasi religiosa, un approccio che non può che rimandare a "Hosianna Mantra" dei Popol Vuh - sia per la voce di Antonella Pelilli che per la religiosità stessa del paesaggio musicale riprodotto - e ai Third Ear Band, per il tentativo di coniugare tradizione popolare e musica colta. Basti ascoltare "In Preghiera", che in appena un minuto ricrea luoghi di culto di una religione che non vuole dividere, ma unire culture differenti, proprio quello che Florian Fricke ha sempre avuto come obiettivo ultimo. E in effetti, come ci dice lo stesso Fuschetto, la preghiera è un gesto universale, presente in ogni tipo di cultura. (Valerio D'Onofrio)
Paolo Tarsi - Furniture Music For New Primitives (2015, Cramps)
Paolo Tarsi è un giovane pianista e compositore che ha esordito nel 2015 con “Dream In A Landscape”, breve omaggio all’iconico “In A Landscape" di John Cage, per proseguire sempre nello stesso anno con "Furniture Music For New Primitives", disco che si avvicina tangenzialmente alla modern classical, in quanto ricchissimo di influenze pop che si coniugano con la sua passione per il minimalismo americano.
Ispirato al romanzo "Le città della notte rossa" - primo di una trilogia composta da "Strade morte" e "Terre occidentali" - di uno degli scrittori simbolo della Beat Generation, William S. Burroughs, l'album vede partecipazioni eccellenti, tra cui spiccano Paolo Tofani (Area) ed Enrico Gabrielli (Calibro 35, Afterhours, Mariposa). La musica di Tarsi ha la capacità rara di stare dentro il grande perimetro definibile come modern classical, facendo emergere sonorità psichedeliche (“Cluster #2"), elettronica minimal dai timbri estranianti ("In The Total Animal Soup Of Time”, “The Melody Haunts My Reverie”), suoni post-rock in stile Mogwai (“Electric Sakuhin”) fino a improvvisazioni oniriche (“Construction Dans L'espace Et Le Silence/Minutes To Go”) che ci riportano in pieno nel mondo della Beat Generation. (Valerio D'Onofrio)
Bruno Bavota - Out Of The Blue (2016, Sono Luminus)
Sono bastati pochi anni, all’insegna di un costante processo di affinamento, a Bruno Bavota per divenire uno dei più stimati musicisti italiani di area modern classical, percorso che lo ha rapidamente portato a pubblicare per Temporary Residence. Il salto di qualità però arriva prima dell’approdo all’etichetta newyorkese, esattamente quando nel 2016 il compositore campano dà alle stampe "Out Of The Blue" per l’altrettanto prestigiosa Sono Luminus. In "Out Of The Blue" Bavota, pur mantenendo inalterata la centralità del pianoforte, che rimane assoluto e a volte solitario protagonista, riesce a costruire un suono più strutturato e di maggiore respiro, capace di rendere i suoi bozzetti ancor più vividi e vibranti. Alle brillanti partiture del suo strumento si aggiungono misurati inserti elettronici che ne dilatano profondità e luce e preziose tessiture di archi che ne esaltano il lato malinconico e sognante (“Out Of The Blue”, “Lovers”, “Breath”). Ad arricchire ancor di più l’esteso vocabolario utilizzato ritroviamo le tenui trame della chitarra acustica, che accompagnano l’emozionante pulsare di “Heartbeat” e la dolce e avvolgente coralità di “Warm Embrace”. Un trionfo di immediatezza e fattura pregevole. (Peppe Trotta)
Marcello Bonanno - Cycle (2017, Almendra Music)
Rigoroso, ampio, travolgente. Il pianismo di Marcello Bonanno - compositore siciliano di stanza a Milano - è la sintesi perfetta di virtuosismo e sentimento, perseguita tenendo ben presente la lezione delle avanguardie del Novecento e la contemporaneità in cui prende forma. "Cycles" è un turbine in cui si intersecano post-minimalismo, new classical e sentori jazz, la tastiera appare infinita, offrendo un intreccio complesso di armonia, dissonanza e percussività che a tratti riporta al genio di Cecil Taylor. Il tutto senza indulgere in un freddo accademismo, lasciando piuttosto ampiamente emergere un portato emozionale profondo. (Peppe Trotta)
Luca Longobardi - Plume (2017, Paralleli)
Pianista di formazione classica, Luca Longobardi ama intersecare differenti linguaggi nelle sue produzioni. "Plume" è la sua opera più definita per linguaggio e intensità, un itinerario catartico in risposta a un evento doloroso. Mirabile è la commistione bilanciata di elettronica e pianoforte, al servizio di composizioni dal tratto delicato, che si distinguono per la loro trama in costante evoluzione. All’interno dell’album si alternano senza cesura danze melodiche luminose (“Eleven Lives”) e tessiture placide intrise di profondo lirismo (“Quel che resta della notte”) attraverso cui Longobardi disegna sensazioni ingombranti quanto una balena, rese lievi come un palloncino e perfettamente rappresentate dall'immagine di copertina disegnata da Anna Forlati e curata da Alessandro D’Angeli. (Peppe Trotta)
Valentina Casesa - KI (2018, Almendra Music)
Un esordio solista pregevole per un’autrice la cui arte si nutre dell’energia vitale che scaturisce dall’avvertire le vibrazioni che giungono da ogni elemento con cui entriamo in contatto. Valentina Casesa in "KI" le traduce in un pianismo con intrusioni elettroniche mirate, fatto di flussi risonanti che alternano momenti di lieve e avvolgente quiete a decise ed enfatiche ascese emozionali. Lo sguardo è nel presente, con la consapevolezza proprio di chi ha indagato il passato, e a testimonianza, la musicista sceglie di affiancare alle sue composizioni originali alcuni brani di maestri a lei cari quali Tōru Takemitsu, Dimitri Nicolau e Ottorino Respighi. Un rivitalizzare la memoria che, accanto all’espansione del proprio linguaggio favorita dalle collaborazioni, proietta verso un futuro in costante divenire. (Peppe Trotta)
Laura Masotto - Fireflies (2019, Lady Blunt)
Non sono molti i dischi modern classical per solo violino. In questa ristretta nicchia, la violinista veronese Laura Masotto è davvero una eccellenza del nostro paese, che emerge da solista dopo le collaborazioni con la band Maschere di Clara. Il suo esordio "Fireflies" è una piccola perla astratta ed eterea della discografia modern classical, con momenti di stasi ed estasi innegabili, come nei lunghi dieci minuti di “The Forest" - con viola e violoncello accordati a 432 Hz - che rappresentano una sublimazione minimalista del tentativo di legare il suono alle frequenze della natura. I loop di violino sovrapposti l'uno sull'altro esplorano la materia sonora in modo poetico con un legame blando con la musica classica, molto più vicino a una visione moderna dello strumento. A volte scaturiscono melodie che potrebbero figurare in un disco di Max Richter ("Back Home”, “Magnolia”), ma è più spesso una visione astratta del suono a emergere prepotentemente. (Valerio D'Onofrio)
Enten Hitti - Via Lattea (2022, Seahorse Recordings)
Gli Enten Hitti, progetto del duo milanese formato da Pierangelo Pandiscia e Gino Ape, sono da considerarsi una delle esperienze più avventurose e purtroppo misconosciute della musica sperimentale italiana. Nati a Milano nel 1996, manifestano subito una forte vicinanza alla spiritualità e alla trascendenza, legando chiaramente il mondo orientale a quello occidentale in una sacralità che non ha alcun dio o ideologia da imporre con la forza. Restano nella memoria le loro speciali performance dal vivo, in particolare gli originalissimi sleeping concert (concerti che vanno da mezzanotte all'alba, in cui l'ascoltatore si presenta in sacco a pelo e può ascoltare, meditare o addormentarsi per poi svegliarsi in un secondo momento) proponendo una versione eniana forse definitiva di musica da ascoltare o non-ascoltare. Tra i loro album, consigliamo "Via Lattea", Lp che mantiene un costante equilibrio tra la spiritualità mistica dei Popol Vuh e il neoclassicismo dei Dead Can Dance. Tra i dodici brani, pregni di una religiosità laica, emergono la title track, con un inizio minimal di una nota ribattuta (quasi come “In C” di Terry Riley) e “Compassion Of A Star” (con le voci di Claudio Milano e Paola Tagliaferro), un'apoteosi di commozione e di equilibrio, vertigine poetica a due voci. (Valerio D'Onofrio)