Various Artists / Hal Willner

Angelheaded Hipster: The Songs Of Marc Bolan & T. Rex

2020 (BMG) | pop, rock

E’ spesso una pessima idea mettere in piedi un album-tributo, ancor più se l'oggetto delle cover è un personaggio come Marc Bolan, leader della band dei T-Rex, morto nel 16 settembre del 1977 poco prima di compiere trent’anni, e alle cui creazioni è stato dedicato un sito e una pagina Facebook, entrambi sotto il nome T-Rextasy, che in sincrono si occupano di tenere in vita la musica del gruppo inglese attraverso tributi, cover version, scritti, film e documentari.
A capo di questo rischioso progetto c’è Hal Willner, produttore americano scomparso nell’aprile di quest’anno per le conseguenze causate dal Covid-19, autore di innumerevoli tributi ad artisti rock, jazz e classici, a volte concretizzatisi in progetti discografici (Nino Rota, Thelonious Monk, Kurt Weill, Charles Mingus, Leonard Cohen, le musiche per i cartoni animati di Walt Disney e della Warner Brothers, due capitoli dedicati a canti e poesie dei marinai), altre volte concepiti per concerti a tema (Tim Buckley, Edgar Allan Poe, Allen Ginsberg, De Sade, Doc Pomus, Harry Smith, Neil Young, Randy Newman, Bill Withers, Shel Silverstein, Lou Reed, Bob Dylan) o per progetti di spoken word (William Burroughs, Allen Ginsberg, Edgar Allan Poe, Bob Holman, Lenny Bruce).

E’ un matrimonio concettualmente difficile, quello tra Marc Bolan e Hal Willner, ma nessun timore: il produttore americano non ha azzardato la classica operazione nostalgia - ne esistono già molte - né ha forzato gli aspetti più trasversali in cerca di una rilettura avantgarde. Willner è sempre stato consapevole dell’inimitabilità della musica dei T-Rex. C’è infatti un elemento misterioso, imperscrutabile, legato alla contestualità della messa in opera degli originali, nonché un’energia storicamente non replicabile: non v’è rilettura priva di difetti ed errori, né restauro o copia che possa rinnovarne l’unicità.
Con tali premesse, tutte le disquisizioni sulle cover di “AngelHeaded Hipster: The Songs Of Marc Bolan & T.Rex” sono a questo punto solo frutto di suggestioni personali, per nulla inficianti o valorizzanti l’intrigante risultato finale. Willner ancora una volta è riuscito a creare un'opera autonoma e coesa, una fantasiosa digressione in 26 canzoni che rappresentano solo un altro tassello di un grande disegno artistico che forse nemmeno lo stesso autore aveva compreso fino in fondo. Ingegnosamente Willner ha sacrificato brani come “Hot Love” e “Telegram Sam” e forse avrebbe fatto a meno di altre canzoni marchiate a fuoco da Bolan e qui inserite per soddisfare esigenze di mercato.

La vera chiave di lettura di “AngelHeaded Hipster: The Songs Of Marc Bolan & T.Rex” è nascosta in quelle pagine meno note, che diventano oggetto di eccellenti performance fuori dalle coordinate, cogliendo infine l’essenza più profonda della musica di Bolan: si ascoltino gli Elysian Fields in “The Street And Babe Shadow”.
Pregi e difetti sono comunque già racchiusi nella prima istantanea del disco, ovvero la rilettura di “Children Of The Revolution” affidata alla voce di Kesha: il mood orchestrale da opera-rock è più adatto a un moderno “Rocky Horror Picture Show” che alla volubilità dell’originale, ma Willner usa la potenza della voce e l’enfasi strumentale per chiarire subito le direttive del progetto. Ovvero che Bolan è ormai parte del Dna di tutta la generazione pop-rock, indipendentemente dallo stile e dalle personali peculiarità. Una linea-guida ribadita senza indugio da una performance di Nick Cave alle prese con “Cosmic Dancer”, a tal punto perfetta da risultare ordinaria, quasi naturale: Cave diventa Bolan o è Bolan che era già Cave.
E’ dunque prevedibile l’approccio pop-punk di Joan Jett per “Jeepster”, gradevole ma non entusiasmante la torbida rilettura twang/bluesy di “Life's A Gas” ad opera di Lucinda Williams, o lo scenario alla Tom Waits che Beth Orton utilizza per “Hippy Gumbo”, con l’aiuto di un Marc Ribot in eccellente forma.

C’è un elemento disturbante per molti fan di Bolan, ed è racchiuso nella volontà di Willner di catturare il lato oscuro, angoscioso della musica dei T-Rex. Ed è qui che emerge il grande assente, colui che più di altri avrebbe potuto gettare un ponte tra le due anime del musicista inglese, ovvero Tom Waits, la cui ombra spesso aleggia, soprattutto se la memoria riafferra quello splendido video realizzato per “Goin’ Out West”, brano che omaggia il genio dei T-Rex e in particolare “Get It On” (ascoltate la versione inclusa nell’album live “Glitter And Doom”).
In questa ottica assume una pregevole valenza l’operato dei King Khan con “I Love To Boogie”, di Emily Haines con “Ballrooms Of Mars”, o di Helga Davis in “Organ Blues”, mentre alcune performance sono purtroppo inutili e fuori contesto: Nena (“Metal Guru”), David Johansen ("Bang A Gong (Get It On) [Reprise]”), John Cameron Mitchell (“Diamond Meadows”), lo strano team U2/Elton John per una banalizzata “Bang A Gong (Get It On)” e Jesse Harris per “Great Horse”.

Tra le pagine più riuscite, spiccano quella affidata a Gaby Moreno, “Beltane Walk”, e a Devendra Banhart, ”Scenescof”, gli unici due in possesso di un vibrato vocale per molti versi affine a quello di Bolan. Poi c’è Peaches, unica artista che si rivela all’altezza di interpretare un classico come “Solid Gold, Easy Action” estraendone un’anima funky-rock irresistibile. Agli amanti dell’enfasi camp di alcune pagine dei T-Rex piacerà sia il tono melò di BØRNS, alle prese con ”Dawn Storm”, che il curioso mix di flamenco, klezmer, jazz ed enfasi orchestrale di “Teenage Dream” offerta da un entusiasta Marc Almond.

Senza infamia, ma anche senza lode, “Main Man” di Father John Misty, “Planet Queen” di Todd Rundgren, “Mambo Sun” di Sean Lennon & Charlotte Kemp Muhl e “Rock On” di Perry Farrell, mentre un particolare encomio merita Gavin Friday, prima artefice di una superba e poetica “The Leopards” e poi protagonista con Maria McKee dell’ottima chiosa affidata al medley “She Was Born To Be My Unicorn/ Ride A White Swan”, due delle migliori interpretazioni di un progetto forse meno compatto tra quelli messi in scena da Hal Willner, ma stranamente intrigante e ambiguo come solo Bolan poteva essere.

Non deve essere stato facile mettere insieme artisti così diversi (la lista dei musicisti coinvolti è spaventosa: Donald Fagen, Van Dyke Parks, Marc Ribot, Budgie, Bill Frisell, Pete Thomas), né tantomeno coprire i buchi derivati dal rifiuto di molti. Nonostante tutto e a dispetto di alcuni evidenti difetti, Willner è riuscito ancora una volta a mettere in piedi un tomo sonoro magnificamente arrangiato ed elaborato (Hal ha usato una backing band fissa per gettare le basi sulle quali lavorare al fine di rendere il disco omogeneo).
Senza dubbio "AngelHeaded Hipster: The Songs Of Marc Bolan & T.Rex” riporterà all'attenzione del pubblico, anche più giovane, l'incommensurabile genio di Marc Bolan, ma la speranza è che qualche neofita indaghi anche sulle opere passate di Hal Willner.

(22/09/2020)



  • Tracklist
  1. Kesha: Children Of The Revolution
  2. Nick Cave: Cosmic Dancer
  3. Joan Jett: Jeepster
  4. Devendra Banhart: Scenescof
  5. Lucinda Williams: Life's A Gas
  6. Peaches: Solid Gold, Easy Action
  7. BØRNS: Dawn Storm
  8. Beth Orton: Hippy Gumbo
  9. King Khan: I Love to Boogie
  10. Gaby Moreno: Beltane Walk
  11. U2 With Elton John: Bang A Gong (Get It On)
  12. John Cameron Mitchell: Diamond Meadows
  13. Emily Haines: Ballrooms Of Mars
  14. Father John Misty: Main Man
  15. Perry Farrell: Rock On
  16. Elysian Fields: The Street And Babe Shadow
  17. Gavin Friday: The Leopards
  18. Nena: Metal Guru
  19. Marc Almond: Teenage Dream
  20. Helga Davis: Organ Blues
  21. Todd Rundgren: Planet Queen
  22. Jesse Harris: Great Horse
  23. Sean Lennon & Charlotte Kemp Muhl: Mambo Sun
  24. Victoria Williams With Julian Lennon: Pilgrim's Tale
  25. David Johansen: Bang a Gong (Get It On) [Reprise]
  26. Maria McKee & Gavin Friday: She Was Born To Be My Unicorn/ Ride A White Swan








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