Mi diverte immaginare che sia andata così. Telefono che squilla nel cuore della notte, la voce dell’amico di gioventù tra il nervoso e il rassegnato: “Ciao David, sono Brian […] senti, non posso più andare avanti così, gli anni passano e ormai non riesco a scrivere qualcosa di buono neanche per me […] mi dispiace: da oggi in poi dovrai cavartela diversamente, trovarti qualcun altro […]”.
Ok, ok, torno serio. Non che cambi molto, perché, anche fuori dalla boutade, è ovvio che Win Butler e Regine Chassagne siano parecchio in debito con il signor David Bowie. Magari voi siete qui perché OndaRock ha l’occhio lungo e tre anni fa, in bell’anticipo rispetto al lancio mediatico, recensiva entusiasticamente quel “Funeral” che tanto bene ha fatto parlare di sé. Beh, bravi, avete goduto di più, ma non siete stati voi a cambiare vita e carriera alla suddetta coppia canadese e soci vari.
Il successo sa infatti esercitare una grossa influenza sugli artisti. Hai più responsabilità e più opportunità. E’ possibile che tu vada ottusamente avanti per la tua strada: ma è ben più probabile che un’occhiata attorno te la dia. Fatto sta che gli Arcade Fire, al contrario di molti colleghi contemporanei, si sono presi una bella pausa prima di sfornare un altro disco, facendosi forti dell’onda lunga ottenuta.
Hanno pensato bene a cosa fare, sviluppato un nuovo suono, tirato giù i pezzi, lavorato sull’orchestrazione; infine sono andati “da qualche parte sull’oceano per registrare le voci” – come dichiara Butler, spiegando – “Molte delle canzoni del nuovo disco mi fanno venire in mente l’essere sul bagnasciuga, vicino all’acqua, di notte”*. Tre anni, rischiando ampiamente eventuali, ma non diffusesi, paure di un calo d’ispirazione. Tanto c’è voluto per mettere al mondo “Neon Bible”, titolo e copertina tanto funzionali alla visione e alle liriche quanto brutti.
Chi ha già ascoltato i primi assaggi dell’opera seconda degli Arcade Fire (due canzoni messe volontariamente online, più una finitaci per errore) sa che non ho parlato di influenza del successo a vanvera. La band è riuscita a catturare una buona fetta di pubblico grazie alla sua natura bifronte, ossia l’essere al tempo stesso indie (attitudine loser, struttura stravagante dei pezzi, arrangiamenti non propriamente convenzionali) e mainstream (l’epos che sprigionano tutti i loro brani, evidente soprattutto in episodi come “Crown of Love”), pur penzolando ampiamente sul primo versante.
Bene, “Neon Bible” sposta un filo più in là la linea di demarcazione, pur senza superarla. Nel farlo opera i seguenti cambiamenti: a) un suono più corposo, fisico, irruento, globale e rock anziché danzerecciamente introverso b) riferimenti meno elitari e più di massa c) liriche più concrete e meno immaginifiche. Tutto ciò restando sempre Arcade Fire, anche se, ovviamente, non più quelli di “Funeral”.
Il primo singolo estratto, nonché apripista del disco (scelta azzeccata in entrambi i casi), la bella “Black Mirror”, riassume in sé un po’ tutte le caratteristiche principali del nuovo corso. Rumore dell’oceano ad accompagnare tutto il brano, chitarra acida e garage, orchestrazione a pomparne il tono, squarci di melodia epica a sorprenderne il reiterarsi. Vengono poi alla luce altre due novità. In primo luogo le voci: Butler canta molto meglio, mentre Chassagne limita il suo intervento, basato per lo più su improvvisi controcori d’arrangiamento, dal taglio molto eighties (sempre che siano opera sua) e flebili accompagnamenti. Una scelta indovinata, dato che lo smozzicato di lui è più adatto, per brani del genere, dell’onirico di lei. In secondo luogo il lavoro sugli archi, molto più professionale e preciso (e qui la mano è sicuramente della Chassagne).
Ma a dare la certezza che si tratti, anche stavolta, di un lavoro di qualità ampiamente superiore alla norma, sono i pezzi che seguono di qui a breve. La scavezzacollo “Keep The Car Running”: cariche di archi, batteria e battiti di mani, insistenti note di piano, melodia ariosa e basso principe (pulsazione a tenere il movimento, scale a lanciarlo in cielo). “Intervention”: un lungo bordone d’organo, chitarre acustiche e campanelli, religione e guerra, paura e amore, melodia spessa, recitazione e canto. “Ocean of Noise”: waitsiano tremolio di basso a supportare una ballata dolente, rintocchi ed archi a scuotere ed accompagnare la più bella melodia sinora scritta dal gruppo. Un abbraccio sincero e profondo, con finale a sorpresa in tripudio di fiati. Sono tre dei quattro capolavori del disco, e mostrano come la band cerchi, e riesca, a trovare un sentiero proprio, finendo in una sorta di new wave moderna: una seconda new wave più che quel revival di derivazione strokesiana.
Spiego meglio: dove “Funeral” era più unico, ma di ispirazione precisa, questo capitolo due è più convenzionale ma dal respiro più ampio; e il parlare di wave andrebbe riferito più al metodo – un riciclaggio a tutto tondo – che alla sostanza. Si potrebbe addirittura provare a tracciare un filone, che andrebbe dai Fiery Furnaces ai Tv On The Radio (altro motivo dello scherzoso omaggio a Bowie, critico migliore di chi lo critica).
Speculazioni semi-dottrinali, queste, che trovano la loro ragion d’essere nella maggiore varietà messa in campo, a volte in modo palese, come testimonia “(Antichrist Television Blues)”: una lunga cavalcata di chitarra mozzafiato, letteralmente rubata dall’archivio di Bruce Springsteen (che già aleggiava lungo altri episodi del disco). Laddove, dal versante opposto, è la sola “The Well and the Lighthouse” a concedersi pienamente al remake, con la sua chitarra Interpol, giochi di voce e orchestra retrò.
Prima di concludere, è necessario soffermarsi su un clamoroso ripescaggio, quello di “No Cars Go”, punta di diamante dell’Ep del 2002. Bella canzone allora, quarto capolavoro oggi: specchio di come siano cambiati/maturati i suoi compositori ed esecutori. Rullate di batteria e folate di fisarmonica, chitarrismo wave, fiati, “ hey ” a raffica, crescendo di synth: tutti elementi già presenti ed ora abbondantemente rianimati (più possenza e profondità; depurazione dal piglio amatoriale).
Insomma, gli Arcade Fire sono diventati più maturi e consapevoli, riuscendo a tirar fuori un secondo disco che, nel valore dei singoli elementi, se la gioca con l’ingombrante predecessore. Magari perde la partita al limite: ma soltanto perché “Funeral” aveva un surplus d’insieme, alchimia assai difficile da ripetere, anche per un disco coeso e solido come “Neon Bible”. In più, le nuovi canzoni si presentano funzionali a maggiori possibilità di diffusione, senza peraltro disperdere i consensi sinora incamerati. Una volta tanto, possiamo lasciare in pace il futuro e goderci il presente.
* La traduzione è tratta da www.indie-rock.it
21/02/2007
Certo, la scenografia orchestrale di “Open Your Heart or Die Trying” sembrerebbe smentire subito quanto premesso, ma in realtà l'andamento dell'album prende direzioni ben diverse. Sia “Pink Elephant” che “Year of the Snake”, i due singoli che hanno tirato la volata all'uscita del disco e che probabilmente ne rappresentano anche i momenti più alti, si snodano in modo ben più felpato e sornione rispetto a quanto non fossimo abituati a queste latitudini, pur non rinunciando a due tra i più riusciti e sinceri ritornelli mai confezionati dal combo di Montréal.
Che tutto questo, liriche comprese, sia anche dovuto alle vicissitudini personali dei membri della band e in particolare a quanto accaduto a Win Butler, accusato nel 2022 da diverse donne di abusi sessuali, non è dato saperlo. Di tutti i titoli (e le dichiarazioni di contorno) sibillini, non può non spiccare “Circle of Trust”, nome scelto anche per l'app ufficiale della band, sei minuti di cassa dritta che non arrivano mai a una svolta, fallendo anzi sul terreno da sempre più congeniale agli Arcade Fire: quello dell'espressività.
Il baccanale elettrico di “Alien Nation”, che a tratti ricorda certe sortite dei Kasabian, si fa senz'altro preferire, ma molto difficilmente potrebbe mai entrare a far parte di un ipotetico best of dei canadesi. L'atmosferica “Ride or Die” rappresenta il momento più introspettivo e per certi versi accorato, mentre tocca a “I Love Her Shadow” riuscire laddove poco prima “Circle of Trust” aveva fallito: linee dritte, sonorità anni Ottanta e quella sensazione di aver ritrovato il progetto che conoscevamo. Il crescendo irrefrenabile di “Stuck in my Head” sembra rimandare direttamente agli esordi degli Arcade Fire, salvo perdersi nell'ossessiva ripetizione del titolo, lasciando la sensazione di qualcosa che, anziché deflagrare, rimane incompiuto. Una sorta di involontaria metafora di “Pink Elephant”, opera che si muove tra stilemi arcinoti e una diffusa eppure mai palese velleità di cambiamento. Tutto sommato, se ascoltandola vi sentite strani, potrebbe essere positivo.
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