Può sembrare incredibile, ma nel 2025 ben due album dei Pink Floyd hanno raggiunto il vertice delle classifiche britanniche. Prima il celeberrimo “Live At Pompeii”, poi la ristampa per il cinquantesimo anniversario di “Wish You Were Here”, proclamato Christmas Number One Album nel Regno Unito. È il sintomo di un mercato asfittico? Di una scena musicale contemporanea incapace di conquistare una reale credibilità culturale? O, più semplicemente, del riconoscimento del valore storico di due opere che oggi possiamo definire senza esitazioni immortali?
Propendo decisamente per quest’ultima ipotesi. “Live At Pompeii” e “Wish You Were Here” rappresentano due momenti cruciali della musica della seconda metà del Novecento: vertici di quella esplosione di creatività che, passando idealmente per Woodstock, si è poi ramificata negli anni Settanta in una miriade di scene parallele destinate a diventare pilastri della storia del rock. All’interno di questa traiettoria, “Wish You Were Here” occupa una posizione particolarmente interessante. Spesso messo in ombra dal suo predecessore “The Dark Side Of The Moon”, forse l’album più amato dai fan dei Pink Floyd, è stato spesso etichettato come “disco di transizione”. Nell’immaginario collettivo è stato a lungo raccontato come un lavoro nato in un momento di crisi della band, quasi un’opera minore, figlia dello spaesamento successivo a un successo mondiale inatteso e totalizzante.
In realtà siamo di fronte a un disco che nasce sì da un profondo senso di perdita, ma che proprio da quella frattura trae la propria forza. La perdita di Syd Barrett, mai davvero elaborata; forse la perdita della libertà artistica; forse la consapevolezza, dolorosa, di essere entrati definitivamente nel tritacarne dell’industria musicale – come esplicitato con feroce lucidità in “Welcome To The Machine” e “Have A Cigar”.
Questi sentimenti di vuoto e disorientamento, dopo iniziali difficoltà, deflagrano però in un vortice creativo straordinario, che vede protagonista assoluto il troppo spesso sottovalutato Richard Wright, con un equilibrio tra Roger Waters e David Gilmour destinato a finire presto. Proprio in questi anni Wright vive il suo periodo più ispirato e, da molti punti di vista, salva l’album.
Le tastiere che aprono “Shine On You Crazy Diamond” sono semplicemente leggendarie: una sorta di evoluzione semplificata della kosmische musik tedesca che diventa ambient ante litteram, scolpendosi in modo indelebile nell’ascoltatore. Poi arriva la chitarra di Gilmour, con un vibrato saturo di pathos – forse le sue note perfette – e quelle quattro note che danno il via a melodie e testi ormai entrati nella memoria collettiva. Per una band che si percepiva in difficoltà, siamo davvero di fronte a un miracolo.
Ma il tocco di Wright è ovunque. Cosa sarebbero “Welcome To The Machine” – metafora glaciale dell’ingresso nello star system – o “Have A Cigar” senza il suono delle sue tastiere? Probabilmente qualcosa di radicalmente diverso, e con ogni probabilità destinato a non sopravvivere nella memoria collettiva per cinquant’anni.
La ristampa del cinquantesimo anniversario ha il grande merito di rievocare in modo approfondito quel periodo irripetibile della storia dei Pink Floyd. Il secondo disco scava nella genesi dell’album, proponendo versioni embrionali di “Shine On You Crazy Diamond” (“Wine Glasses”, “Shine On You Crazy Diamond – Early Instrumental Version”), la versione cantata da Gilmour di “Have A Cigar”, la variante con violino di “Wish You Were Here” (giustamente scartata) e i primi demo di “The Machine Song”.
Il terzo disco, invece, guarda già al futuro prossimo della band inglese, anticipando “Animals” attraverso le prime incarnazioni di “Sheep” (“Raving And Drooling”) e “Dogs” (“You’ve Got To Be Crazy”): versioni ancora lontane dalla forma definitiva, ma già sorprendentemente strutturate, che testimoniano quanto lunga e complessa sia la gestazione di brani così articolati. Il percorso si chiude con una serie di esibizioni live degli anni d’oro, dal repertorio di “The Dark Side Of The Moon” fino al concerto di Los Angeles, che vede protagonista uno dei brani psichedelici più iconici della band, “Echoes”. Qui il sax sembra quasi suggerire un universo parallelo, come se “Echoes” si fosse trovato, per un attimo, dentro “The Dark Side Of The Moon”.
Che dire, infine? Il peso di una leggenda così grande finisce per togliere le parole di bocca. Non resta che ascoltare in silenzio.
22/12/2025
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