Muse -

Muse - Gli alfieri del kitsch-rock

Sono partiti dal pop futurista e depresso di Radiohead & C., ma anche dall'energia dell'hardcore americano. Poi, hanno osato su tutti i fronti, tra svolte dance, deliri epico-sinfonici, cavalcate space-western, stando alla larga da ogni nozione di equilibrio o buon gusto. Ecco chi sono i Muse, una delle band più amate/odiate degli ultimi anni

di Claudio Fabretti, Claudio Lancia

I Muse sono un trio di Tinighmonth, Inghilterra, esploso grazie a un sound peculiare, che combina tenere melodie vocali, chitarre al vetriolo e suggestive atmosfere elettroniche. Una formula che rivitalizza il pop anemico dei Radiohead con una verve hardcore presa in prestito da band come Sonic Youth, Nirvana e Rage Against The Machine.

La band nasce nel 1999 dall’incontro tra Matthew Bellamy (voce, chitarra e pianoforte), Dominic Howard (batteria) e Chris Wolstenholme (basso e cori). E nello stesso anno pubblica l’album Showbiz (Mushroom Records) che conquista i favori del pubblico dell’indie-rock (oltre mezzo milione di copie vendute) e diversi premi della critica: “Brand New Band 2000” all’NME Carling Premier Awards, nomination come best band e best album ai Q Awards, best band e best live act ai Kerrang Awards. Sulla band si concentrano le attenzioni di diverse etichette internazionali, tra cui la Maverick di Madonna che li ingaggia negli Stati Uniti.
La critica li consacra subito come gli gli eredi del guitar-sound, ormai disperso in divagazioni elettroniche, dei Radiohead. Ma c’è anche chi li accosta al cantautorato poetico e intimista di Jeff Buckley. Eppure per Matthew Bellamy, leader della band, le influenze dei Muse sono completamente diverse: “Adoriamo i Rage Against The Machine e i Primus, siamo cresciuti ascoltando band alternative come Sonic Youth e Dinosaur Jr.”. Influenze già percepibili in brani ambiziosi come “Fillip” e (soprattutto) “Sunburn”, che travalicano i confini dell’agonizzante britpop di fine anni 90. E di energia hardcore vibrano anche le performance live del gruppo, che sul palco scatena un uragano di suoni elettrici: “Ci presentiamo soli – racconta Bellamy – con i nostri strumenti, e chi ci ha visto può garantire che abbiamo l’energia di un’intera orchestra”. È proprio dal vivo, in effetti, che i Muse riescono ad essere più trascinanti, come conferma il successo della loro recente tournée italiana, che ha registrato sempre il tutto esaurito.
Ma l’etichetta Britpop, per i Muse, è difficile da cancellare. E c’è già chi ironizza su di loro come “cloni” dei Radiohead. “La missione dei Muse è suonare come un ibrido geneticamente modificato di Queen, Jeff Buckley e Radiohead. Ci sono riusciti?”, ironizza New Musical Express. E così Bellamy e soci decidono di accentuare l’anima rock del loro suono. Dichiarano apertamente di volersi rifare soprattutto al chitarrismo doc, da Jimi Hendrix ai Nine Inch Nails, passando per i Police e i Nirvana. E al solito produttore John Leckie (Radiohead, Stone Roses) decidono di affiancare David Bottrill, già con A Perfect Circle, Tool, Deus. La svolta si consuma in un tour americano che vede i Muse come gruppo spalla prima di Pavement e Flaming Lips, e poi dei Red Hot Chili Peppers. Bellamy, chitarra elettrica alla mano, si esibisce in performance infuocate che culminano spesso con il sacrificio degli strumenti di hendrixiana memoria.

Da questa svolta chitarristica nasce il nuovo album Origin Of Symmetry, preceduto dal robusto singolo “Plug In Baby”. Registrato negli studi Real World di Peter Gabriel a Bath e nello studio galleggiante sul Tamigi di proprietà dei Pink Floyd, è un album rabbioso e romantico al tempo stesso, che conferma il talento della band britannica. L’umore malinconico di brani come “New Born” (“L’amarezza cresce dentro/ come un neonato/ quando hai visto troppo e troppo presto”), “Darkshines” e “Citizen Erased” aggiorna al Duemila lo spleen decadente di Morrissey. E tutto il disco mette in mostra un sound fattosi ora più corposo e variegato, con tinte elettroniche metalliche e spaziali. Lo stesso NME, che nel frattempo li ha consacrati “band rivelazione del 2000”, scrive ora di loro: “I Muse sono riusciti a trasformare le loro nevrosi di provincia in un’idea universale”.

Il successo di Origin of Symmetry riporta alla luce anche uno dei primi lavori della band: l’interessante Ep Muscle Museum, che mette in evidenza il debito dei Muse verso il prog-romantic degli Ultravox di “Quartet”. Ormai la stampa britannica punta chiaramente su di loro, insieme ai Belle and Sebastian, come band di punta della scena indie rock. Ma Bellamy resta diffidente sui pericoli dello show business: “Ci sono molti uomini d’affari che spremono gli artisti e basta. In Gran Bretagna, poi, la stampa esagera sempre: ora ti esalta e ora ti distrugge. Fino a poco fa non venivamo presi sul serio, forse perché eravamo troppo giovani, ora le cose stanno cambiando”. Parola del nuovo astro nascente del rock britannico. Un ragazzo del 1978 che dice di identificarsi in “Blue Valentine” di Tom Waits e di amare oltre ogni limite il personaggio di Al Pacino nel “Padrino”.

 

A completamento della prima parte del loro percorso artistico, nel 2002 i Muse pubblicano la doppia antologia Hullabaloo Soundtrack che raccoglie B side degli inizi carriera (marzo 1999-ottobre 2001) più un estratto da un concerto tenuto a Parigi.

 

Nel 2003 i Muse tornano con Absolution, ancor più grande successo di pubblico che però in parte delude le grandi aspettative della critica. La hit “Time Is Running Out” trascina le vendite ed il disco si regge prevalentemente sui brani più tirati, quali “Apocalypse Please”, “Stockholm Syndrome”, “Hysteria”, “Butterfliers And Hurricanes”, “The Small Print”. Decisamente telefonati, pur se solidi dal punto di vista compositivo, i brani melodici, quali “Sing For Absolution” e la suggestiva “Black Out”, arricchita da una sovrabbondante presenza degli archi. Emerge la ricerca ostentata di un possente “wall of sound” chitarristico,  ma a tenere alto il valore del disco è soprattutto la voce di Matt Bellamy, ed Absolution può ancora essere annoverato fra i migliori lavori della band inglese, ricco di una qualità che da questo momento in poi inizierà a perdere smalto.

 

Il singolo che lancia Black Holes & Revelations (2006) lascia intravedere segnali di conferma: “Supermassive Black Hole”, con il suo riff epidermico e il falsetto volutamente sdolcinato, si rivela un ibrido rock moderno, con la sua carica ipnotica, tra eco discendenti e distorsioni luccicanti. Purtroppo, però, non tutto il disco si mantiene sui medesimi standard; il synth che introduce “Take a Bow” sa di già sentito e il tema melodico è ancora peggio; i Muse vogliono comporre musica toccante, ma non sono i Radiohead. Il brano si riprende tuttavia nel crescendo elettronico successivo, avvincente e ricco di tensione. La melodia banale di “Starlight” (altro singolo di enorme successo) si basa su un impasto di fondo discreto, deturpato dall’appeal troppo easy del cantato. Identica sensazione suscitano “Invincible”, forte di un ritmo marziale e di musicalità tenui, e “Soldier’s Poem”, la solita triste ballata senza alcun sussulto emotivo.
Le trame si fanno più interessanti con “Map Of The Problematique”, affascinate intreccio di chitarre ed elettronica dalle sonorità distese e ben equilibrate. “Assassin” è un rock convinto, affannato nel refrain ma abbastanza slanciato nel macinare ritmi furenti. L’epico riff di “Exo Politics” è fra i migliori del lotto, stesso discorso non si può fare per la melodia che si dimostra il principale punto debole del disco. “City Of Delusion”, sfuggente mix di psichedelica sintetica e armonie latineggianti, sarebbe stata un piccolo capolavoro, messa nelle mani dei musicisti giusti, “Hoodoo” fa capire che i Muse, privati della voce lamentosa di Bellamy, sarebbero potuti essere persino un punto di riferimento per il prog-rock.
Ma purtroppo non tutte le favole hanno un lieto fine e dobbiamo accontentarci dei sei splendidi minuti di guerra trasposta in musica che vanno a formare “Knights Of Cydonia”, uno dei pochi frangenti davvero degni di essere ricordati in questo disco. Black Holes & Revelations è un album sintomatico dei problemi del gruppo: enormi potenzialità sprecate in favore di un pop-rock buono per le classifiche e le grandi arene.

 

H.A.A.R.P. (2008) è un buon consuntivo della loro attività dal vivo. I pezzi risultano energici e diretti, e l’assenza dei riempitivi che penalizzano alcuni lavori in studio rendono questo live l’analogo di un ottimo best of.

 

Con The Resistance (2009) i Muse osano ancora. L’album fa della varietà e del citazionismo la sua bandiera: il singolo “Uprising” combina Marilyn Manson e Steppenwolf, “Resistance” cavalca una magniloquenza U2 un po’ modaiola, “Undisclosed Desires” tenta di invadere i territori dei Depeche Mode, ma finisce per assomigliare più che altro a Beyoncé. “Unnatural Selection” e “MK Ultra” sono pezzi dal discreto tiro, anche se lontani dalle pulsazioni dance di “Supermassive Black Hole”. Ma il disco si fa notare, nel bene e nel male, soprattutto per due pezzi ipertrofici: “United States of Eurasia” e “Exogenesis”.
La prima è l’apice dell’ampollosità kitsch della band: un plagio fatto e finito di “Bohemian Rhapsody“, riletto in chiave antiutopistica, inneggiante all’unità politica dell’Eurasia e concluso da una divagazione strumentale su un tema di Chopin. La seconda è una suite orchestrale in tre parti: il risultato è mediocre e pure un po’ soporifero, ma resta un caso raro di commistione rock/orchestra in cui l’interplay vada oltre il botta-e-risposta, lo stacchetto pseudo-Bach o il tappeto d’archi più becero. The Resistance è un disco dall’umore scuro (claustrofobico, perfino) e segna una virata rispetto al piglio leggero e tutto sommato autoironico di Black Holes And Revelations. Purtroppo è anche un disco molto altalenante, privo di effettivi picchi e pervaso da uno spiacevole effetto patchwork – pare che la band abbia composto N strofe, N ritornelli e N bridge, e solo dopo si fosse posta il problema di assemblarli.

 

The 2nd Law (2012) segna un parziale sgonfiamento delle manie di grandezza che accompagnano lo stile Muse: niente suite interminabili, niente epica space-western, pochi scopiazzamenti classici e persino molti meno barocchisimi del solito. Il guaio è un altro: levati orpelli e atmosfere evocative in favore di vere e proprie pop song, la loro si rivela una musica inconsistente. La grande varietà stilistica, sulla carta un punto di forza del disco, a conti fatti appare mal spesa. Incapace di andare all’osso del suo linguaggio musicale, il trio si aggrappa a un eclettismo pacchiano stile “Queen anni Ottanta”, inseguendo loffie smancerie paranatalizie (“Explorers”, evidente autocitazione di “Invincible” scritta ben quattro anni or sono), fetidi flirt col George Michael di “Faith” (“Madness”) e imbarazzanti seppur caricaturali esperimenti operistici (l’inno olimpico “Survival”). Un discorso a sé va fatto per “Save Me” e “Liquid State”, scritte e composte dal bassista Chris Wolstenholme: la prima è solo insostenibilmente melensa, la seconda sembra fuggita da un album dei Foo Fighters, in cui avrebbe invece fatto bene a restare.
La confusione regna – e chiamarla entropia sarebbe un avallo immeritato al concept dell’album – ma qualche episodio si salva, seppur senza eccellere. Tra questi, come facilmente prevedibile, i più roboanti: la smargiassissima “Supremacy” – leggi il Bolero di Ravel sulla base della zeppeliniana “Kashmir” – l’euro-tunza “Follow Me”, coprodotta da Nero e le due metà della title track – quella “Unsustainable” più inutile che brutta e tanto chiacchierata per i suoi bass drop stile Skrillex e “Isolated System”. The 2nd Law era per certi versi l’album più difficile per i Muse, che ben sapevano di andare in ogni caso incontro allo sdegno dei più. Matthew Bellamy e compagni se ne sono fregati e han tirato dritto verso il nulla. Hanno prodotto il loro disco più statico, nonostante l’estrema varietà di linguaggi affrontata ,non facendosi mancare nemmeno quello sguardo anche un filo saccente, pronto a lanciarli contemporaneamente nelle braccia dei sempre più numerosi fan e nelle fauci della critica più snob.

 

Il settimo lavoro della loro discografia, Drones, pubblicato a giugno del 2015, li riporta verso sentieri più rigorosamente chitarristici, sprigionando una potenza di suono che sa di ritorno a casa. Il tutto era stato ampiamente sancito sin dalle tracce fatte circolare in anteprima qualche settimana prima della pubblicazione, grazie alle quali i fan hanno potuto scoprire il nuovo materiale, brani che pur non brillando per originalità (i Muse hanno fatto tutto questo molto meglio anni fa) si lasciano ascoltare gradevolmente. Drones viene presentato come un concept sulle discutibili politiche, imposte da un ipotetico governo, incentrate sul lavaggio del cervello, l’annullamento dell’individuo e il simbolico sopravvento dei droni. Nella visione del trio, da ciò scaturirebbe una ribellione in grado di portare conseguenze disastrose per l’intera umanità. “Dead Inside”, posta in apertura, apre i giochi senza sfigurare, lasciando spazio ai riffoni di “Psycho” (sì, ricorda molto “Personal Jesus”) e alle furberie U2-style di “Mercy”. “Reapers” mette in pista il fingerpicking di Bellamy, e la successiva “The Handler” non lesina energia densa di elettricità. La seconda parte è mediamente meno aggressiva, ponendo in sequenza la trascurabile “Defector”, le furberie di “Revolt”, la ballad “Aftermath”, l’epicità di “The Globalist” (oltre dieci minuti, a confermare la passione per i pezzi strutturati) e la coralità della conclusiva title track.
Preso il ritmo di un disco ogni tre anni, Drones ha il sapore del compitino ordinato, svolto da chi è bravo e sa di poter agguantare la sufficienza senza troppi sforzi: nessuna trovata originale (colpiva quasi di più l’elettronica a sorpresa della sciapita “Madness“), nessun guizzo che faccia gridare al miracolo (mentre ancora ci strappiamo i capelli per l’incredulità all’ennesimo ascolto di “New Born” o “Plug In Baby”). Che siano un fenomeno costruito, o possessori di talento sopraffino, che ognuno ne discuta e tragga le conclusioni che preferisce. Probabilmente i Muse sono la migliore sintesi contemporanea delle due cose. Sta di fatto che “Drones”, a conti fatti, la sufficienza la strappa.

 

Proprio quando i giochi sembravano ormai fatti, il trio britannico riesce ancora una volta a sorprendere, già dalla copertina Simulation Theory (realizzata da Kyle Lambert, autore della locandina della serie-tv “Stranger Things”), che ci immerge in territorio synth-wave: mood cinematografico, richiami al mondo orientale e agli anni 80, ma al contempo a un futuro distopico e cyberpunk pennellato di blu e magenta.
Di synth-wave intesa come genere musicale e non come estetica, a un primo ascolto sembra non esserci granché, ma piccoli, precipui echi appaiono sempre più prepotentemente, se si pone attenzione, addirittura sin dalla prima traccia, che è anche la migliore del disco, “Algorithm”. Synth corposi accompagnano tocchi di pianoforte e violini e la voce sottile di Bellamy in una estenuante guerra al “tuo creatore”, mentre il videoclip spilucca sia da “Tron” e “Terminator” che da certe canzonature vaporwave.
Le contaminazioni sono tante, forse troppe. Bellamy, Howard e Wolstenholme hanno avuto coraggio ad abbracciare così tanti elementi all’interno di un’unica visione: dal funk coatto di “Propaganda”, con robot skrillexiani e citazioni princiane, a “Dig Down” la cui base ricorda pericolosamente quella di “Madness” e, perché no, anche qualche richiamo al caro, vecchio rock con tanto di cori epici, (“Blockades”). E poi c’è la stranissima “Break It To Me”, che si regge sulla linea di basso e su atmosfere che richiamano il crossover dei primi anni 90, ma è forte al contempo di una ritmica arabeggiante. “Thought Contagion” farà invece faville ai concerti, come dimostra la versione live contenuta nell’edizione Super Deluxe. Come episodio ampiamente trascurabile (brutto), si può citare “Get Up And Fight”, power ballad adolescenziale che sembra uscire da uno qualsiasi dei dischi post-“Meteora” dei Linkin Park, in cui purtroppo Bellamy si gioca la migliore prestazione vocale dell’album. E poi c’è il country-pop delicato di “Something Human”, che proprio per via del suo anelito malinconico e della sua essenzialità sembra un po’ stonare all’interno di un disco così corposo.
I momenti più interessanti, oltre alla già citata “Algorithm”, sono però costituiti da “The Dark Side”, “The Void” e “Pressure”. Quest’ultima, prodotta da Timbaland, ha riff e anima rock ‘n’ roll ma un cuore di caldo pop elettronico ed è probabilmente il pezzo più catchy composto dai nostri dai tempi di “Panic Station“. E, a giudicare dal video, pare che i Muse ci abbiamo dato dentro con “Stranger Things” e con i film splatter degli anni 80. “The Dark Side” e “The Void” recuperano quel nitore malinconico e disperato ma venato di speranza che ci fece innamorare dei Muse ormai tanto tempo fa e costituiscono, a parere di chi scrive, la perfetta sintesi dei nuovi Muse, armati di synth inquieti, ma con la stessa weltanschauung di un tempo. Ormai quarantenni, forse stanchi di rimanere ancorati all’immagine di rockettari e alimentati da un dinamismo creativo che li ha sempre spinti oltre i propri limiti, i tre hanno trovato finalmente la propria freschissima e contemporanea dimensione in cui incanalare, con slancio esuberante e ambizioso, le nevrosi e le paranoie di sempre sulla vita moderna, il futuro, l’evasione dalla realtà e il rapporto dell’uomo con la tecnologia.

 

E’ un ritorno a sonorità a loro più congeniali il tratto distintivo più significativo che nell’estate del 2022 contraddistingue Will Of The People, il nono album in studio del terzetto inglese. Un disco autoprodotto che, per fugare immediatamente ogni dubbio, possiede, in maniera incontrastata, tutta l’essenza dei Muse, nel bene e nel male. A Bellamy, Howard e Wostenholme, da tempo, non è chiesto altro che proseguire su questo loro ricchissimo percorso di successo, fatto di scelte stravaganti, un po’ kitsch, in poche parole di continuare a essere riconoscibili. A differenza di quanto accaduto in numerosi degli ultimi loro lavori, qui è infatti lasciato poco spazio a maldestri tentativi di sfociare verso ambiti che in passato hanno destato enormi perplessità invece di aggiungere qualcosa di più. L’imperterrita osservazione del mondo circostante che Bellamy ama effondere da sempre sui propri testi, tratta, in queste dieci tracce, argomenti attuali, che vanno dall’instabilità politica del mondo, all’oppressione dei potenti sui più deboli, dai danni naturali, alle paure che attanagliano l’individuo, per toccare ovviamente l’onnipresente pandemia. Questi pensieri sono fissati in un calderone sonoro che si lascia ascoltare con più immediatezza che in precedenza, scorrendo dall’inizio alla fine in assoluta elasticità.

Già dai singoli apripista si erano intuite alcune avvisaglie di tale approccio più convenzionale: dai granitici riff di “Won’t Stand Down”, agli schemi standard di “Compliance”, per giungere al pot-pourri glam-rock della title track. Dal novero sbucano alcuni passi assolutamente rivedibili, su tutte l’imbarazzante “You Make Me Feel Like It’s Halloween” (salvata però da un ottimo videoclip) o “Liberation”, un richiamo troppo palese agli amatissimi Queen, ma fortunatamente anche frangenti degni di nota, come la pirotecnica “Kill Or Be Killed”, un tentativo riuscito di rinverdire i fasti di gemme quali “Stockholm Syndrome” e affini, ovvero negli oscuri presagi di “Ghosts (How Can I Move On)”, dove la sempre impeccabile voce di Bellamy è questa volta distesa su un intenso e funzionale tessuto pianistico. Dall’accorato richiamo synth-pop di “Verona”, a “Euphoria”, in poche parole un’appendice di “Knights Of Cydonia”, si giunge con estremo agio al termine del disco, e non è poco.

 

Il decimo album dei Muse, The Wow! Signal, pubblicato il 27 giugno del 2026, ripropone la rodata ricetta di massimalismo sonoro supportato da cori e orchestra, chitarre funamboliche, grandeur iper kitsch, tecnicismo a tratti esasperante, qualche piacevole virata electro che dura sempre troppo poco. Tutto molto confortevole per i fan che adorano il loro trademark, non altrettanto per chi mal sopporta la smania di gigantismo e autoreferenzialità tipiche di Matt Bellamy e soci. Sin dall’iniziale “The Dark Forest” si viene assaliti dall’ideazione di un kolossal che accompagnerà l’ascoltatore per i tre quarti d’ora successivi. Dentro c’è lo struggimento per la fine del matrimonio di Bellamy con la modella e attrice Elle Evans (i due hanno avuto due figli), rappresentato per mezzo di un parallelo cosmico: la solitudine dell’uomo come la solitudine di un pianeta perduto o di un meteorite che vaga senza inerzia nello spazio siderale.

I momenti più riusciti di “The Wow! Signal ”, o quanto meno quelli più immediati e riconoscibili, risultano “Cryogen”, diretta discendente di “Plug In Baby”, uno dei pezzi più amati dai loro fan, e “Unravelling”, già diffusa come singolo addirittura a giugno dello scorso anno, due episodi decisamente riusciti, ma che tendono ad assomigliare a svariate altre canzoni già incise in passato dai Muse. Fra tracce che partono malinconicamente intime per poi incresparsi cammin facendo (“Shimmering Scars”, “Be With You”), la mai sedata magniloquente passione per le strutture prog (“Hexagons”), qualche deriva dance-funk oriented (“Nightshift Superstar”), riff e falsetti che sfociano in ritornelli power pop (“The Sickness In You & I”), persino un featuring trascurabile (quello di Ellie Goulding in “Hush”), “The Wow! Signal” si impone come un disco divertente che certamente troverà la propria sublimazione nella trasposizione live.

Nonostante un cammino per alcuni versi discutibile, i Muse si confermano negli anni Venti come una delle poche formazioni in grado di riempire gli stadi di tutto il mondo, forti di una tecnica ineccepibile e di un carniere di hit che li eleva rispetto a molte band coeve.

Contributi di Fabio Busi (“Black Holes & Revelations”), Marco Sgrignoli (“The Resistance”), Giulia Quaranta (“Simulation Theory”), Cristiano Orlando (“Will Of The People”).