La synthwave crea mondi. Spesso sono mondi di memoria, di nostalgie collettive riconoscibili e condivise: non artificiose né fasulle, ma inevitabilmente limitate nella loro capacità di dire altro. Fin dai primi anni, anche nella fase più libera ed esplorativa, quando il filone non aveva ancora un nome, suoni e immaginari si sono addensati attorno a un’estetica forte e iconica: arpeggiatori pulsanti, bassi squadrati, melodie notturne, l’iconografia outrun fatta di neon, asfalto bagnato, auto lanciate verso un orizzonte digitale.
Con il tempo, questo insieme di suggestioni si è cristallizzato in un linguaggio altamente codificato – un pacchetto pronto all’uso che ha certamente rafforzato la riconoscibilità della corrente, ma che ne ha anche ristretto il raggio d’azione espressivo. È soprattutto osservando i nomi più visibili – quelli che popolano meme e trend social, affollano le playlist tematiche sulle piattaforme di streaming e alimentano la proliferazione di micro-tag nelle community dedicate – che questo irrigidimento appare evidente.
Da grammatica a materia viva
Eppure, accanto a questa dimensione maggioritaria, è sempre esistito un altro modo di intendere la synthwave: non come traguardo stilistico, ma come strumento, come punto di partenza. Un insieme di suoni e riferimenti sufficientemente solido da favorire innesti, commistioni ed elaborazioni emotive ulteriori. È in questa zona di confine — ancora mobile e scarsamente visibile sul piano critico — che si colloca una costellazione di artisti per i quali la grammatica synthwave rappresenta una componente centrale del linguaggio espressivo, senza però esaurirlo. Una realtà che richiede uno sforzo di mappatura, necessariamente parziale e preliminare, per poter emergere e acquisire riconoscibilità.
Per questi artisti la synthwave non è una parentesi né un espediente legato al momento, ma un elemento strutturale di percorsi per loro natura ibridi. Il contesto è ampio, perfino centrifugo, e il suo muoversi insieme ai confini rende difficile qualsiasi classificazione netta, contribuendo a spiegare perché molti di questi nomi rimangano periferici anche all’interno delle comunità più informate.
A complicare la situazione, c'è un ulteriore elemento offuscante: artisti anche molto apprezzati dagli amanti del filone che, pur fondando il proprio stile su un suono ripetitivo, spaziale e sintetico di ascendenza Tangerine Dream, condividono ben poco con l’immaginario ritmico e melodico che è parte dell’identità del genere. In questa selezione si è scelto di escluderli, concentrandosi su musiche che non siano semplicemente “cugine” della synthwave, ma si collochino – consapevolmente oppure no – in continuità diretta con essa.
Allo stesso modo, restano fuori anche le ibridazioni interamente interne al cuore della formula: Aor, synth-pop, house di ascendenza French Touch, o quel progressive rock oscuro alla Goblin che costituisce già l’asse portante di uno dei sottofiloni più estesi, il cosiddetto darksynth. L’attenzione è rivolta invece a incroci più arditi, dove la synthwave entra in dialogo con linguaggi apparentemente distanti, arricchendo il proprio ventaglio espressivo senza perdere ciò che la contraddistingue.
Nel pieno di una trasformazione
Molti dei titoli qui proposti rientrano, in senso lato, nell’area della musica progressiva. Non è una coincidenza: la propensione al fantascientifico, al worldbuilding e alla narrazione affidata a sviluppi e cambi di atmosfera fa parte del Dna del prog-rock ben prima che la synthwave codificasse un proprio immaginario. I linguaggi coinvolti, però, sono raramente quelli del progressive classico, che rimane sullo sfondo. Se per un’opera come “Caligvla 2082” – disco del mese di OndaRock al momento dell’uscita – il recupero dei codici prog è esplicito e consapevole, sono molte di più le traiettorie che arrivano alle forme espanse per vie laterali: attraverso il post-rock più cinematico, la diaspora dubstep, il metal estremo. Ma lo spettro delle ibridazioni è ben più ampio, comprendendo anche opere legate all’hip-hop alternativo, all’r&b di alta classifica e perfino al folk tradizionale.
I dodici album selezionati offrono uno spaccato significativo di un panorama in forte espansione; un orizzonte che si potrebbe definire – con tutte le cautele del caso – post-synthwave. Un’etichetta finora utilizzata soprattutto per indicare le commistioni con il post-metal, ma che oggi sembra appropriata per descrivere un campo molto più ampio. A completare il quadro, la playlist di accompagnamento allarga ulteriormente lo sguardo, includendo anche artisti “troppo” o “troppo poco” synthwave per figurare fra i prescelti, o progetti che, pur non disponendo di un album pienamente riuscito o rappresentativo, offrono indizi significativi sulle direzioni che questo spazio creativo sta prendendo.
Ecco così che nella compilation di 40 tracce – e nella discografia a lato – emergono traiettorie che attraversano anni, generi e latitudini diverse. E che mostrano un addensamento proprio nel decennio corrente, segno che proprio quella che stiamo vivendo è la fase in cui le possibilità vanno moltiplicandosi, più che stabilizzandosi. I titoli proposti indicano solo alcuni punti di accesso: il resto è un invito a esplorare, a spaziare ulteriormente e a sintonizzarsi sulle sorprese che con ogni probabilità attendono chi vorrà seguirne gli sviluppi nell'immediato futuro.
Polinski - Labyrinths (2011)
[post-rock, progressive rock, Idm]
Quando ancora di synthwave non si parlava proprio, il tastierista degli electro-post-rocker 65DaysOfStatic Paul Wolinski incide “Labyrinths”, addentrandosi in una terra di nessuno dove mondi da videogioco prendono forma da schemi pressoché prog. Ne nasce una visione libera e melodica, che trasmuta l’epica rock in un reticolo di beat, glitch e climax digitali. Un suono perfettamente imperfetto, un po’ naïf eppure capace di toccare corde profonde: come un vecchio gioco a 8-bit ritrovato per caso, limitato nei mezzi ma pieno di meraviglia. “Tangents”, in 5/4, scatta e si ferma come un congegno pensante; “Kressyda” cresce per stratificazioni e rovesci metrici che ampliano continuamente l’orizzonte; “Stitches” atterra con voce filtrata e 4/4 lineare, il suo momento più diretto e luminoso. Più che un viaggio nel futuro, le ipnotiche cavalcate di “Labyrinths” disegnano la mappa di un ricordo che non appartiene a nessuno: linee di codice ed echi di mondi pixelati, tra curiosità e distanza.
Kuedo - Severant (2011)
[footwork, future garage]
Kuedo è Jamie Teasdale, aka Jamie Vex’d, metà del duo britannico Vex’d, autore con “Degenerate” di uno degli album dubstep più scuri e incisivi della corrente. Nel suo primo lavoro solista abbandona i toni opprimenti per aprirsi a nuove forme sonore cangianti e immaginifiche: già la copertina, con l’intreccio di linee geometriche e cromie pastello, suggerisce un equilibrio instabile tra slancio futurista e grazia rétro. In “Ant City” il basso scava in profondità mentre frammenti elettronici si disperdono come polvere di vetro; “Salt Lake Cuts” rallenta in un midtempo sospeso, dove i pad disegnano paesaggi di ghiaccio attraversati da bassline acide; “Flight Path” trasforma il sequencer in un volo immobile, in bilico fra densità e dissolvenza. Teasdale assorbe la grammatica sincopata del footwork – rullate, tom, handclap e libertà ritmica – e la ricompone in una forma lirica, che permette a “Severant” di vivere di opposti: freddo e calore, macchina e respiro, memoria e proiezione.
Infinity Shred - Sanctuary (2013)
[post-rock, Idm]
Le potenzialità evocative di una fusione completa fra post-rock e synthwave sono perfettamente riassunte nel primo lavoro dei newyorkesi Infinity Shred. Nati nel 2012 dal duo di chiptune progressiva Starscream, Damon Hardjowirogo e George Stroud bissano la formula strumentazione rock+programming arricchendosi del chitarrista Nathan Ritholz (già in combutta coi bit-rocker Anamanaguchi). In “Sanctuary” sono supportati anche da Jonathan Baken (in arte b4ken), con cui mettono a fuoco un sound immersivo e personale, che armonizza efficacemente dinamiche quiet/loud con un melodismo sognante e un po’ shoegaze, non lontano dagli M83. Il punto d’equilibrio richiama quello dei nostrani Port-Royal: emozioni struggenti e luminose, architetture che guardano alla Intelligent Dance Music riprendendone lo slancio visionario, e un modo sottile di bilanciarsi fra passato e futuro, catturandone memoria e meraviglia senza farsi intrappolare dal citazionismo.
Danger - 太鼓 [Taiko] (2017)
[future garage, French touch, electro]
Il titolo significa “tamburo”, e non a caso: il parigino Franck Rivoire fonda il suo debutto su un uso architettonico delle percussioni, monumentale e quasi orchestrale, con beat che si espandono su più battute, articolando una tensione quasi cinematografica. C’è qualcosa della maestosità del connazionale Woodkid nel suo concepire il ritmo come scenografia, ma filtrato da una sensibilità più introversa, fatta di halftime rarefatti che richiamano il future garage e l'intimità spettrale di Burial. Le voci si dissolvono, gli arpeggi brillano come fari riflessi dalla pioggia, e ogni variazione apre a uno spazio più grande del precedente. Solo in controluce emerge un'eco French touch, fatta di pulsazioni electro e passaggi in cassa dritta - ma lo sguardo non è mai al club, e la tensione resta in bilico senza esplodere: niente drop, solo sviluppi che avvolgono. Musica da finestra notturna, fra neon e asfalto bagnato: visionaria, tesa e insopprimibilmente umana.
Ronski & Satanic - Täältä Tullaan, Kuolema! (2018)
[abstract hip-hop]
Un connubio che parrebbe ovvio, pressoché inevitabile: il flusso impetuoso dell’hip-hop dovrebbe combinarsi alla perfezione con la scansione regolare della cassa synthwave. Eppure paiono essere state poche, finora, le occasioni d’incontro paritetiche, in cui l’elemento rap non si riduca a un featuring e gli arpeggiatori non restino una semplice vernice retrofuturista. I Ronski & Satanic, supergruppo finlandese di Turku formato da membri di Ronskibiitti e Nightsatan, affrontano la fusione dal versante dell’abstract hip-hop, lasciando che i metri mobili della voce si innestino sul rigore meccanico delle basi. Unico album del progetto, “Kuolema saapuu!” (“Arriva la morte!”) gioca su assetti variabili che attraversano il porn-groove ottantiano di “Mustat Pilvet”, i colpi digital hardcore di “Nuijasota”, i bassi palpitanti di “Darwinismi” e le geometrie teutoniche di “Rio Grande” – dense spirali di gelo sintetico, lucide e senza scampo.
Astrophysics - Apathy (2020)
[breakcore, atmospheric drum'n'bass, darkwave]
Anomalo fin dalle premesse, Astrophysics si muove ai margini della synthwave come un sabotatore interno. Il producer brasiliano André Luiz da Silva dos Santos intreccia breakcore e drum’n’bass atmosferico con sonorità darkwave da primi Interpol, creando il contesto per ibridazioni nervose e introspettive. In “Apathy” raffiche di breakbeat e ritmi secchi alla Joy Division incontrano arpeggiatori e synth retrofuturistici, in un sovrapporsi di distacco e tensione emotiva. Le aperture quiet/loud evocano il post-rock cinematico di band come Explosions in the Sky, venato però da contrasti luce/ombra più vicini alle catarsi degli Amesoerus. La copertina, con cosmonauta anime-emo e scritta CCCP, esplicita l’anima ibrida del progetto - tra utopia e disincanto, tra patchwork post-Internet e sovietwave. La malinconia di un futuro mai stato aleggia fra i detriti del socialismo reale e le sue fantasie cosmiche, sospesa tra nostalgia e vertigine. Un esercizio di stile, sì, ma vibrante e personale.
Abstract Void - Wishdream (2021)
[blackgaze, post-rock]
Crasi di ruvidezza black metal e gorghi effettistici shoegaze, il blackgaze di artisti come Alcest e Deafheaven ha sfruttato la passione comune per le stratificazioni strumentali per evocare scenari nebulosi e opprimenti, ma spesso saturi di speranza. Una proiezione verso atmosfere sintetiche e futuribili potrebbe apparire forzata se non improbabile, ma la musica pubblicata a nome Abstract Void sembra esistere apposta per dimostrare il contrario. Come accade di frequente a chi si muove sui confini, il progetto del russo Bogdan Makarov non si è affermato né tra i fan delle correnti d’origine né in un contesto più ampio, ma con il terzo album “Wishdream” ha trovato un suo apice espressivo. L’ascensione quiet/loud si combina a harsh vocals sommersi da colate di distorsioni e arpeggi elettronici, e a scariche ritmiche in doppio pedale che danno slancio a opalescenti temi di synth. Uno spazio sonoro oceanico e alieno in cui l’alterità diventa veicolo di introspezione più che di distanza.
The Algorithm - Data Renaissance (2022)
[progressive metal, djent, post-dubstep]
Il connubio con l’heavy metal è una soluzione ampiamente esplorata da formazioni con entrambi i piedi in campo synthwave, come Dance Of The Dead e GosT. Quello del francese Rémi Gallego, ovvero The Algorithm, è però un passo di lato – o meglio, un tuffo in profondissime acque sintetiche, e da un trampolino inatteso: il progressive metal più martellante e matematico. Il suo percorso prende le mosse a inizio anni Dieci da una crasi spacca-cervelli fra le sciabolate djent dei Meshuggah e il brostep di Skrillex, ma col tempo rinuncia ai ritmi mitraglianti per sviluppare un sound più avvolgente ed evocativo. “Data Renaissance” cattura il progetto nel suo perfetto equilibrio: midtempo mobilissimi dove synth vaporosi e graffianti intrecciano il dialogo tra basse e medio frequenze. L’astrazione del metal tecnico si innesta sul passo notturno del dubstep più tagliente. Un universo cyber in piena espansione, dove corpo e codice finiscono per coincidere.
Artax - Sands Of The Oasis (2022)
[art pop, Aor, progressive metal]
Se non ci fosse una band col sound di questo quartetto di Glasgow, bisognerebbe inventarla. In pista dal 2018 dell’Ep “Times Like These”, il progetto che porta il nome del cavallo di Atreyu in “La Storia Infinita” si autodefinisce “prog-metal synthwave con elementi cinematici anni Ottanta”, e rispetta pienamente la dichiarazione di intenti. Senza ricadere però in una semplice sovrapposizione di cliché: molto più che ogni protagonista di questo o quell’altro dei filoni citati, lo stile risultante richiama infatti artisti eclettici come Mew, Astronoid, Vola. E mette al centro atmosfere e sensazioni, combinando synth iridescenti e chitarre compresse con la voce tonante della cantante Katie Willis, dando vita a un mood anomalo fra il massiccio e il sognante. Scrittura e personalità si affinano ulteriormente nel successivo “Eternally Regretful”, dove le influenze sono trascese al punto tale che l’etichetta “synthwave” diventa forse più fuorviante che indicativa.
The Weeknd - Dawn FM (2022)
[alternative r&b]
Uno degli artisti di maggior successo al mondo, Abel Makkonen Tesfaye è il re dell’alternative r&b e il più convinto promotore del sound synthwave in ambito mainstream. Nessun suo album sposa idea narrativa e forma musicale quanto “Dawn FM”, concepito come una trasmissione radiofonica da una sorta di purgatorio musicale ed emotivo: uno spazio di passaggio in cui la radio non fa da commento ma da guida, scandendo il tempo necessario alla transizione. Tra i numerosi collaboratori (da Max Martin a Quincy Jones, passando per Oneohtrix Point Never e Tyler, The Creator), emergono soprattutto i brani in cui la duttilità vocale di Tesfaye incontra echi daftpunkiani e synth ipertrofici: il midtempo introspettivo “Is There Someone Else?”, il synth-funk rielaborato di “Sacrifice” e le mareggiate prog-soul di “Take My Breath”, vertice di ambizione in un album che rifugge il revival rétro e usa quei colori per esprimere dubbi e speranze totalmente personali.
Teeth Of The Sea - Hive (2023)
[post-rock, nu jazz]
Davvero molti - fin dai primi anni Novanta, a dire il vero - i progetti che cercano un territorio comune fra post-rock, space rock e oscillazioni sintetiche nello stile Berlin School di Tangerine Dream e compagnia. Diversi di questi sono oggi spesso catalogati anche come synthwave (es. Zombi, Maserati, Voyag3r, Sinoia Caves), ma il loro suono a ben vedere ha molto poco in comune con pulsazioni e atmosfere tipiche del filone. Fra le eccezioni, il riuscito ultimo lavoro dei britannici Teeth Of The Sea, artefici già da metà anni Duemila di un percorso assai personale attraverso post-rock, nu jazz, ambient, psichedelia. "Hive" disegna paesaggi urbani e sbiaditi, attraversati da fiochi bagliori, dove i sintetizzatori si fondono con timbri e dinamiche dal respiro jazz-rock. Trame elettroniche si sovrappongono a pulsazioni febbrili, fondendo gradualmente rigore ritmico e tensione emotiva. Un album che non cerca l’effetto, ma una forma di immersione lenta e magnetica.
Neon Odin - Allfather (2023)
[dark folk]
L’intersezione con il folk nordico non è la più immediata, ma nel progetto Neon Odin il musicista rumeno Vvildir – di stanza in Ungheria e già attivo fra post-rock e black metal atmosferico – trova un terreno sorprendentemente fertile. “Allfather” intreccia visioni sintetiche alla dimensione rituale del folk, scoprendo la vicinanza fra due linguaggi caratterizzati da atmosfere avvolgenti, sviluppi lenti, tonalità fosche e un marcato senso melodico. La talharpa, antica arpa ad arco scandinava dal timbro ruvido e ancestrale, domina “Wield The Hammer”, fondendosi con i beat dritti in un intreccio teso e suggestivo. In “9 Days And 9 Nights” emergono bassi orchestrali e una sensibilità quasi new age, animata da voci femminili e linee elettroniche fluttuanti. In un clima che spesso sconfina nel sinfonismo epico alla "Final Fantasy", “Nordavind” apre invece uno spiraglio più luminoso: arpeggi acustici e pulsazioni eurodance che non spezzano la magia, ma la rendono sorprendentemente accessibile.