Omar Pedrini

Viaggi senza tempo

intervista di Claudio Lancia

Chitarrista, membro fondatore e principale autore dei Timoria, a partire dal 2003, dopo lo scioglimento della band, Omar Pedrini si è concentrato su un apprezzato percorso solista, purtroppo più volte interrotto a causa di ricorrenti problemi di salute. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione della nuova edizione di "Cane sciolto", l'autobiografia/biografia scritta insieme al giornalista Federico Scarioni, che ripercorre i momenti fondamentali della sua carriera, dagli esordi ai grandi successi, soffermandosi anche sul controverso rapporto con l’ex-cantante dei Timoria, Francesco Renga. L’incontro è stato organizzato il 25 gennaio 2024 a Latina da MonstarLab, struttura polifunzionale comprendente uno studio di registrazione altamente professionale, due sale prove, un auditorium e un fitto programma di corsi di formazione in ambito musicale.

Ciao Omar, il tuo libro “Cane sciolto” da poche settimane è stato ripubblicato in versione espansa. La prima edizione risale al 2017 e aveva una copertina blu, ora è diventata rossa…
Un abbraccio a tutti gli amici di OndaRock. Sì, “Cane sciolto” è un’autobiografia/ biografia scritta a quattro mani, da me e dal giornalista Federico Scarioni. Tutto ha avuto inizio grazie all’iniziativa della casa editrice Chinaski, negli anni in cui non mi si vedeva molto in giro. Federico, spinto proprio da Chinaski, mi chiese cosa ne pensassi di scrivere la mia biografia. Gli risposi “non se ne parla nemmeno!”. Anche perché in quel momento sentivo di non avere niente di particolare da raccontare, non stavo neanche facendo il mio mestiere, ero fermo per le note vicende cliniche che mi hanno accompagnato in questi anni, quindi di argomenti troppo interessanti da trattare non è che ne avessi poi molti. Ma Federico insistette, la casa editrice fece altrettanto, alla fine mi sono in qualche modo arreso, ma a modo mio. Dissi a Federico che avrei accettato il progetto ma che la biografia avrebbe dovuto scriverla quasi interamente lui, assecondando una mia traccia da seguire.

E infatti la genesi del libro è stata molto particolare, con Federico in giro per la penisola per un paio d’anni a incontrare tante persone che hanno contribuito a comporre un vero e proprio puzzle…
Non volevo una biografia cronologica, del tipo “Omar Pedrini nasce a Brescia il 28 maggio, blah blah blah...”. Ho consegnato a Federico gli indirizzi di una trentina di persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita, e lui si è poi preoccupato di incontrarle per raccoglierne le testimonianze. Questa è stata la traccia portante. L’idea ha avuto la sua approvazione, e per due anni, con in tasca i miei bigliettini, si è messo in moto per incontrare il mio maestro di Ashram tibetano, si è recato nel mio quartiere natio a parlare con gli ultras del Brescia Calcio che ho frequentato per anni, è andato a Sanremo a parlare col Direttore dell’orchestra, insomma, passo dopo passo ha costruito una biografia particolare, che è piaciuta molto al pubblico, tanto da andare esaurita in pochi mesi per due tirature successive. Chinaski lo ha celebrato come uno dei propri bestseller, pare sia addirittura la loro pubblicazione di maggior successo! Nonostante io abbia nel frattempo scritto anche altri libri, per La Nave di Teseo e per altri editori, “Cane sciolto” è rimasto quello più “di culto”, da qui l’idea di ristamparlo con una nuova copertina e con alcuni contenuti aggiuntivi. Da un mesetto sono in giro a presentarlo e noto un entusiasmo d’altri tempi, grazie al lavoro di Federico e all’amore che i fan continuano a manifestare per le mie canzoni.

Il risultato finale di questo libro è la ricostruzione della tua vita, con l’attenzione posta sia verso il lato artistico che verso quello extra-artistico. Proviamo a ripercorrere le tappe salienti del tuo percorso, in maniera sintetica, magari partendo dalle tue origini. Dove si trovano le radici di Omar Pedrini?
Sono cresciuto in un ambiente operaio, ma a casa dei miei nonni materni il sabato e la domenica c’era sempre un viavai di persone. Abitavamo in un borgo modesto, mio nonno amava intrattenere gli amici suonando il clarinetto, con le sue due figlie ad accompagnarlo, una al mandolino, l’altra alla chitarra. Pensa che venivano persino dai paesini intorno, perché non c’era nulla da fare in zona, non c’erano ancora le balere o le discoteche. Ognuno portava qualcosa, chi un pezzo di formaggio, chi del pane, chi una bottiglia di vino e a casa nostra ogni weekend era festa, perché c’era la musica. Mi innamorai di quella chitarrina fatta da mio nonno liutaio, e mia nonna un giorno mi disse: "Omar, ricordati che con la musica tu non sarai mai solo". Parole sante! Un messaggio che poi ho cercato di trasmettere anche ai miei figli, regalando loro i primi strumenti. Da qualche anno è arrivato anche Faustino, il piccolino, che sembra essere portato, certe inclinazioni si notano già da bambini.

Una partenza semplice, frugale…
Il mio essere musicista parte proprio da quelle prime esperienze formative. Poi, certo, sono stato fortunato, perché a soli 21 anni ho avuto l’opportunità di salire per la prima volta sul palco del Festival di Sanremo, insieme ai Timoria, una formazione con la quale abbiamo contribuito a portare il rock cantato in italiano prima lungo la nostra penisola, poi anche in gran parte dell’Europa. Ma tutto nasce da quel giorno in cui strinsi in mano la mia prima chitarra.

Con i Timoria, allora a vostra insaputa, rappresentaste un anello di congiunzione fra la scena alternativa degli anni Ottanta (quindi fra la generazione che includeva i Cccp in Emilia, i Ritmo Tribale a Milano, i Denovo a Catania, Diaframma, Litfiba a tutti i protagonisti della vivace scena fiorentina) e tutto quello che accadde subito dopo…
Sicuramente a modo nostro lo siamo stati. Negli anni Ottanta non lo eravamo ancora, ma i Litfiba già ci avevano adocchiati. Gianni Maroccolo, che poi diventerà il nostro produttore, ci fece aprire diversi concerti dei Litfiba. Abbiamo aperto anche per i Denovo, che tu giustamente hai citato. Eravamo i bambini, le mascotte di quella generazione di musicisti, ma quella gavetta ci consentì di farci trovare pronti per gli anni Novanta, di poterli affrontare con un buon carico di esperienza acquisita. Considera che il nostro primo album risale al 1988, il nostro primissimo singolo addirittura all’anno precedente, e già nel 1991 riuscimmo ad agguantare l’esperienza di Sanremo, partecipando al Festival nella categoria “Nuove Proposte”, una situazione che rischiò di causare una frattura insanabile fra noi e l’ambiente “alternativo” dell’epoca. Negli anni Novanta il Festival di Sanremo era considerato nemico del rock, quindi una rock band come la nostra che prendeva l’iniziativa di partecipare al Festival sembrava una contraddizione, creava scandalo, non poteva venire accettata dal pubblico: c’era molto integralismo in quegli anni. Non c’era ancora il web, ma ricordo le tante lettere che arrivavano al nostro fan club con su scritte frasi del tipo “brucerò i vostri dischi se è vero che andate a Sanremo”. Io rispondevo a tutti di andarci piano, di ascoltare prima la canzone che avremmo portato, poi ognuno avrebbe potuto esprimere il proprio giudizio.

Come andò a finire?
Ci presentammo a Sanremo con una canzone complessa, dalle sfumature prog, ”L’uomo che ride”, composta di quattro parti sinfoniche, senza un ritornello, e andare a Sanremo senza ritornello equivale a un suicidio. Rompiamo gli schemi con una proposta non allineata e per questo veniamo immediatamente eliminati, già la prima serata: allora il regolamento era così. In sala stampa la nostra eliminazione venne ritenuta un’ingiustizia, come conseguenza i giurati decisero di istituire immediatamente il Premio della Critica anche per la categoria “Nuove Proposte”, visto che fino al 1990 non era previsto e veniva assegnato soltanto ai “Big”. A seguito di quell’ingiustizia, i giornalisti vollero consegnarci il neonato Premio, il primo Premio della Critica per i Giovani. Dopo l’eliminazione noi ripartimmo verso casa, ma ci richiamarono; tornammo a Sanremo e vivemmo l’emozione di ritirare quel riconoscimento insieme a Enzo Jannacci, che vinse lo stesso Premio nella categoria dei “Big”, qualcosa di indimenticabile.

E siamo agli anni Novanta, il forse irripetibile decennio d’oro del rock “alternativo” italiano. Voi siete stati a pieno titolo fra i protagonisti…
Il decennio degli anni Novanta, insieme a quello dei Settanta, resta, secondo me, quello nel quale il rock italiano ha saputo dire le cose migliori. Grazie al premio conquistato sul palco dell’Ariston, il giorno successivo ci ritrovammo nelle aperture di tutti i giornali, e alla fine il mondo del rock ci apprezzò ancora di più, perché in qualche modo ci eravamo immolati, avevamo avuto il coraggio di andare al Festival senza snaturarci, cosa che sarebbe stata ripetuta molti anni più avanti da tanti altri protagonisti della scena alternativa, dai Marlene Kuntz agli Afterhours, dai Subsonica a Mauro Ermanno Giovanardi, giusto per fare qualche nome. La nostra partecipazione contribuì a dare una spinta decisiva per la successiva affermazione del rock italiano negli anni Novanta.

Non è un caso che il vostro primo disco sia stato prodotto da Gianni Maroccolo, uno dei motori del circuito indipendente di quel decennio…
"Colori che esplodono", il nostro primo disco, venne prodotto da Gianni Maroccolo, così come il successivo, "Ritmo e dolore", nel periodo in cui aveva da poco abbandonato i Litfiba per entrare nei Cccp/Csi. Nel giro di pochissimi anni arrivammo a incidere “Viaggio senza vento”, che nel 1993 sarebbe diventato il primo disco d’oro nella storia della scena alternativa rock italiana. Una bella soddisfazione, ancor più se riletta oggi col senno di poi. Nacque allora non soltanto la nostra storia, ma la storia del nuovo rock italiano di quegli anni. Come ben sai, poi Gianni Maroccolo produsse un altro album fondamentale, l’esordio dei Marlene Kuntz, “Catartica”, e le case discografiche iniziarono a comprendere come anche il rock cantato in italiano potesse vendere, potesse avere un proprio mercato. Fu un passaggio fondamentale: noi vendemmo 80-90mila copie subito di “Viaggio senza vento”, fra l’altro un concept-album di una certa complessità. Fu un risultato straordinario.

Con quali band di quel periodo legaste maggiormente?
All’epoca legammo molto proprio con i Marlene Kuntz, oggi io e Cristiano insegniamo anche insieme in un’Università Cattolica a Milano, abbiamo un corso in comune sulla creatività nel mondo della musica e dell’arte, anche figurativa. Eravamo cari amici anche dei Clandestino, originariamente la backing band di Ligabue, che poi continuò da sola e spesso aprì i nostri concerti. Poi ricordo l’arrivo dei Verdena, verso fine decennio, a mio parere il fenomeno più interessante nella seconda metà degli anni Novanta. E non ci dimentichiamo degli Afterhours: Manuel ha scritto la prefazione di questo libro, è stato molto generoso con me. Solo che noi Timoria eravamo provinciali rispetto ad altri gruppi che gravitavano intorno alle grandi città. Noi venivamo da Brescia, non facevamo parte della scena milanese, torinese bolognese o fiorentina.

Questo potrebbe aver consentito di mantenere una vostra integrità artistica?
Grazie per averlo detto tu, altrimenti sarei sembrato presuntuoso! Credo che non vivere a Milano ci abbia consentito di restare incontaminati rispetto, ad esempio, ai gruppi che animavano la scena milanese, che un pochino tendevano ad assomigliarsi. Recentemente ho scritto una canzone che è molto amata dai milanesi, s’intitola “Il cielo sopra Milano”, prendendo come spunto per il titolo un film di Wim Wenders che amo, “Il cielo sopra Berlino”. Fra l’altro se amate le mie canzoni, amerete il nuovo film di Wenders, “Perfect Days”, che ho trovato molto bello. Wenders fra l’altro recitò nel nostro videoclip di “Milano non è l’America” ben prima di incontrare gli U2. I Timoria a Wenders ci sono arrivati prima, anche per via di un colpo di fortuna: si trovava a Firenze per girare un film, abbiamo avuto occasione di fare amicizia e accettò di partecipare al nostro video.

Cosa stavi dicendo a proposito de “Il cielo sopra Milano”?
“Il cielo sopra Milano” racconta di questa città, dove sono andato a vivere nel 1999, quando decisi di spostarmi dalla provincia. Noi provinciali, arrivando con il treno, guardiamo sempre Milano dalle scale della Stazione Centrale: è quella la prima immagine che ci appare della grande città. Io son cresciuto in Franciacorta, in campagna, fra grandi bevitori di vini. Milano o ti rifiuta oppure ha la capacità di trasformarti in milanese: se non stai con le mani in mano, Milano è capace di darti molto. Io a Brescia ero considerato un perditempo, senza futuro, mentre eravamo convinti che la musica potesse diventare un lavoro per noi. A Milano ci capirono, Milano ha la capacità di far entrare nei propri meccanismi coloro che hanno qualcosa di interessante da proporre, e gran parte degli artisti che hanno contribuito a rendere grande Milano non sono milanesi ma arrivano da fuori. Le parole di Manuel nella prefazione del libro che stiamo presentando mi riempiono d’orgoglio, ma io non mi sentivo di appartenere a quella scena.

Il principale compositore delle canzoni dei Timoria eri tu. Parliamo un po’ dello stile dei Timoria, che si è ampliato a dismisura nel corso della vostra carriera. La prima fase era più vicina a certo classic rock, con qualche influenza progressive, con gli assoli di chitarra. Con “2020 Speedball” invece si sente che è arrivato il grunge, in alcune canzoni sembrate gli Alice In Chains.
Ecco, hai citato un gruppo che amavamo moltissimo. Gli Alice In Chains e i Soundgarden erano le band che ascoltavamo di più all’epoca. Noi Timoria agli inizi eravamo un gruppo mod, pensa che il cerchio tricolore dell’aviazione, il simbolo dei mod, lo rifacemmo con i colori della bandiera italiana, quel cerchio che vedete sulle magliette. I portabandiera storici del movimento mod erano gli Who, che sono sempre stati il mio gruppo di riferimento, quindi partimmo guardando agli Who, a Paul Weller, poi cammin facendo il nostro rock si fece più carico, e nei primi anni Novanta, con l’avvento del grunge, i Pearl Jam e i Soundgarden dichiaravano apertamente di ispirarsi agli Who e al Neil Young più sporco. Le nostre chitarre si adeguarono a quel suono.

Ogni band italiana di quel periodo aveva i propri riferimenti, di solito provenienti dal mondo anglofono. I Diaframma si rifacevano alla scena dark-new wave, i Marlene Kuntz guardavano alle dissonanze dei Sonic Youth, gli Afterhours all’Americana degli Afghan Whigs, gli Almamegretta a certe ascendenze dub, i Subsonica integravano elementi della rave culture. I Timoria erano più legati, almeno inizialmente, come dicevamo, a un certo immaginario classic rock, ma integrando elementi della tradizione cantautorale italiana...
Inizialmente il progressive rock fu una delle influenze determinanti nel nostro sound, nei nostri ascolti formativi ci sono stati la Pfm, il Banco, gli Area. La copertina di “Ritmo e dolore” venne ideata da Gianni Sassi, il patron della Cramps, che produceva gli Area. Poi ci spostammo, con gradualità, e i Timoria diventarono nel loro piccolo uno dei simboli del grunge in Italia: quella scena diventò la nostra. La matrice musicale che ci ispirava era senz’altro inglese, ma per i testi mi ispiravo alla scuola cantautorale italiana, che insieme a quella francese ha le liriche migliori nel mondo. I testi inglesi a volte sono imbarazzanti, a meno che non parliamo di Lou Reed, Leonard Cohen, Bob Dylan, che si ispirava alla Beat Generation. Mentre generalmente all’estero prevale la cura per l’aspetto musicale, in Italia storicamente prevale l’attenzione ai testi, per via dell’importante scuola dei cantautori che abbiamo avuto nel nostro territorio. Ci tenevo che i testi fossero cantati in italiano perché attribuivo loro un’importanza particolare; potremmo dire che per i testi ho sciacquato i miei panni nell’Arno, mentre per le musiche li ho sicuramente sciacquati nel Tamigi.

Nel disco successivo, “Eta Beta” il ventaglio stilistico si allarga ancora di più…
Prima di incidere “Eta Beta” suonammo molto all’estero, in particolare in Francia, entrando in contatto con formazioni come Mano Negra e Les Negresses Vertes, con i quali legammo molto, entrando nella sfera di quel mondo gitano, nomade. Tutto questo certamente influenzò il processo compositivo dal quale si svilupparono le canzoni contenute in “Eta Beta”, un paio delle quali cantate in lingua francese. C’era anche la nostra cover di “Zobie la mouche”, ripresa proprio dal repertorio di Les Negresses Vertes. Fu un periodo intenso, e noi assorbivamo tutto come spugne.

E arriviamo alla frattura con Francesco Renga, che a un certo punto decide di abbandonare la partita per dedicarsi alla carriera solista. Ti va di darci un giudizio spassionato sul suo percorso? Che fra l’altro lo portò anche a vincere un Festival di Sanremo, con una proposta che - secondo me - si faceva molto nazionalpopolare, andando a perdere molte delle caratteristiche peculiari dell’esperienza Timoria, senza ovviamente nulla togliere alle capacità canore di Francesco.
Ma guarda che qualche disco d’oro lo abbiamo portato a casa anche noi Timoria! Ed erano tempi in cui per vincere un disco d’oro, centomila persone dovevano entrare in un negozio, acquistare il tuo album e portarselo a casa. Durante un programma al quale ho partecipato, su Sky, mi hanno presentato un giovane artista dicendomi che aveva vinto dodici dischi d’oro e sette di platino. Robe che negli anni 90 forse eri Michael Jackson! Oggi vengono calcolati con gli ascolti in streaming, e ai vecchiotti come me girano un po’ le palle, dovrebbero chiamarli streaming d’oro, non dischi d’oro. Chi acquista un disco, o un libro, lo annusa, c’è un feticismo, anche nei confronti delle opere d’arte. Oggi solo streaming.

Stai scappando dalla domanda su Renga?
(ride) Non bisogna vergognarsi di avere successo, e si deve essere orgogliosi di aver vinto Sanremo. Poi tutto dipende da come fai le cose. Lui ha preso una scorciatoia. Con la sua bellissima voce ha scelto di interpretare canzoni molto orecchiabili, e così ha potuto permettersi di comprare una villa con piscina, che a Brescia tutti gli invidiano. Credo abbia fatto delle scelte non tanto per l’arte, più che altro esigenze lavorative, economiche. Non voglio essere offensivo, anche perché non è presente, e non voglio parlar male di persone assenti, ma tanto lo sa: quello che dovevo dirgli glielo ho detto spesso attraverso i mass media. Un pochino mi dispiace, perché quando partì l’esperienza Timoria i presupposti erano diversi. Prima parlavamo di prog-rock italiano, ecco, noi ci ispiravamo molto a quella scena, e quando Gianni Sassi ci prese sotto la sua ala protettrice, occupandosi delle nostre copertine (“L’uomo che ride”) e venendo a Sanremo con noi, amava definirci i nuovi Area. Lui era una sorta di papà degli Area, di Alberto Camerini di Eugenio Finardi, di parte della scena intellettuale musicale milanese. A Sanremo ci diede quel cappello con dentro tre fiammiferi che lasciammo sul palco quando ne siamo usciti: era il suo cappello. In “Viaggio senza vento” la canzone “Frankenstein” era dedicata a lui, quando morì. Sassi a me diceva che ero una specie di sintesi fra Fariselli e lui: Fariselli scriveva le musiche degli Area, Gianni Sassi scriveva i testi. Per lui Francesco era il nuovo Demetrio Stratos, e ti assicuro che Francesco Renga a 25 anni aveva davvero tutte le doti per diventare il nuovo Demetrio Stratos, se solo avesse continuato in quella direzione di ricerca, come del resto facevamo tutti noi. Invece non lo ha fatto, ha scelto una scorciatoia verso il successo: sono sicuro che se verrà ricordato in futuro, lo sarà più per quello che ha fatto con i Timoria che non per la sua carriera solista.

Non pensi che cercasse anche maggior spazio come autore?
Ma lui me lo chiedeva! Voleva scrivere, e io avevo provato a farlo scrivere, non soltanto lui eh, ma anche tutti gli altri componenti dei Timoria. Se avessimo scritto tutti, avremmo avuto a disposizione un numero ancor più ampio di canzoni fra le quali scegliere le migliori. E lui scrisse “Nessuno sa perché”, scrisse “Non ti far male mai”, Diego scrisse “Ora che non ci sei”, e io decisi di inciderle tutte. Capivo che loro volevano scrivere, e anche se a me non sembravano dei capolavori, decisi di inciderle, perché altrimenti poi gli equilibri all’interno di una band rischiano di saltare.

Infatti si dice che dentro le band si litiga fondamentalmente per due motivi: per i soldi oppure per le donne…
Io e Francesco infatti litigammo per una donna, peccato che fosse la mia e non la sua…  (ride di cuore). I soldi li fai scrivendo le canzoni, però non mi sembra che Renga fosse un grande autore: aveva una gran voce, ma le sue canzoni e i suoi testi erano piuttosto banali. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che da anni si faccia scrivere le canzoni da altri. Lui fa parte di quella schiera di cantanti che hanno le canzoni firmate da tanti nomi, e poi viene inserito nell’elenco anche quello del cantante, tanto per fargli prendere qualcosa come diritti d’autore. Però, ecco, non c’è il fuoco dentro di lui per scrivere le canzoni. C’era il fuoco per cantare, e quello lo faceva molto bene. Gli auguro di continuare a cantare e di trovare autori all’altezza della voce che avrebbe… che poi adesso forse non ha più nemmeno la voce di dieci anni fa.

Si dice che quando punti tutto sulla voce, devi prendere i soldi e scappare...
Sì, perché se punti tutto sulla voce non ti assicuri una carriera lunga come quando invece punti su soluzioni artistiche, la voce col tempo potrebbe anche abbandonarti. E’ meglio cercare di distribuire nel tempo la propria arte: quando tenti il colpaccio, come ha fatto lui, poi ti ritrovi sempre costretto a vincere Sanremo. Quest’anno credo sia ormai al decimo Sanremo, e tutti sono lì a ricordargli di quella volta che lo ha vinto, o magari di quella volta che si è portato a casa il Premio della Critica con i Timoria, perché entri in un circolo dove devi dimostrare sempre di essere all’altezza. Non lo guardo con disprezzo, però quando punti a certi risultati, entri più nel mondo dell’industria che non in quello dell’arte o della creatività. Io ho scelto la creatività, per sempre, e questo non significa essere migliore di lui, sia chiaro. Quando la situazione fra noi due divenne troppo estremizzata, fu giusto prendere ognuno la propria strada. Poche persone oggi mi chiedono ancora i motivi della nostra separazione, credo sia ormai sotto gli occhi di tutti: siamo due nature molto diverse, perseguiamo strade e obiettivi molto diversi. Sotto il tetto delle canzoni dei Timoria riuscivamo a convivere bene, eravamo una bella coppia, lo penso ancora oggi, nonostante la nostra separazione artistica risalga ormai a vent’anni fa.

A Sanremo come solista – oltre che due volte con i Timoria – poi ci sei andato anche tu, vincendo fra l’altro il Premio come Miglior testo. Come andò?
L’esperienza di andarci da solo l’ho sperimentata anche io, ed è stato traumatico perché, soprattutto durante la prima esibizione, continuavo a girarmi chiedendomi dove fossero gli altri. Erano vent’anni che suonavo in una band e da solo mi sentivo un po’ come nudo davanti alle telecamere e a tutta l’Italia. Rotto il ghiaccio, fui contento che l’organizzazione avesse accettato la mia canzone, perché “Lavoro inutile” è una canzone complessa, senza ritornello, ha tre parti, uno special, non sapevo come sarebbe stata accolta. Nell’album che la conteneva, “Vidomàr”, c’erano sicuramente altre tracce più sanremesi, che avrei potuto portare, ma scelsi “Lavoro inutile” per il tema trattato, parla del lavoro dell’artista. In quella canzone trovai ispirazione nel film “Le quattro verità” di Kurosawa. Dopo aver vinto il Premio della Critica alla prima occasione ed essere arrivato ultimo in classifica alla seconda partecipazione con i Timoria, nell’avventura da solista volevo presentare una canzone di spessore, era un modo per tutelare il mio percorso futuro. Non intendevo andare al Festival alla ricerca del successone nazional-popolare, ma per proporre quattro minuti di musica che celassero anche altre arti, ad esempio nel testo c’è un riferimento al Re Nudo quando parlo della figura del buffone del re. Quella canzone mi valse il premio come Miglior testo e mi diede il “La” per una nuova partenza. In tanti scrissero che si trattò di una grande partenza e io iniziavo a sognare un futuro da solista, senza i Timoria.

Poi accadde l’imprevedibile…
Avevo appena vinto il Premio a Sanremo per “Lavoro inutile”, una canzone di grande qualità, e a quel punto mi sentivo il ragazzo più felice del mondo, avevo 36 anni. Una sensazione che durò lo spazio di un paio di mesi: stavo partendo per il tour e il giorno in cui era prevista la prima data, a Padova, la mattina mi alzai dal letto, caddi per terra e mi risvegliai in ospedale dopo due giorni di coma, già operato. I medici scoprirono un grosso problema al cuore che mi sta tartassando da 19 anni e per il quale ho già dovuto sostenere sette delicate operazioni chirurgiche a cuore aperto. I medici mi avvertirono subito del fatto che con questo problema avrei dovuto convivere per tutta la vita. Per un certo periodo mi venne vietato di esibirmi dal vivo, quindi mi sono riciclato scrivendo e lavorando per la televisione, per la radio, per l’editoria e per il teatro. Se la musica è stata mia moglie, il teatro è stato la mia amante. Da lì si è sviluppato il momento di semi-pausa dal quale è scaturito anche questo libro. Parlo di semi-pausa, perché dieci anni fa, grazie a un ulteriore intervento chirurgico, ho potuto ricominciare a cantare. Oggi posso sostenere con orgoglio di aver esordito due volte: la prima volta a 18 anni, la seconda a 44.

Hai parlato di esordio, ma non fu così, tu facesti un disco solista già negli anni 90…
“Beatnik”, un disco dove ho voluto omaggiare la Beat Generation. Chi avrebbe mai detto che un giorno avrei scritto una canzone con Lorenzo Ferlinghetti? In quell’album folle feci tutto ciò che non mi era più concesso fare con i Timoria. Venne registrato nel 1995, proprio mentre i Timoria erano all’apice del successo, con due dischi d’oro già guadagnati. Erano già usciti sia “Viaggio senza vento” che “2020 Speedball”, io iniziavo a sentirmi un po’ stretto nei vestiti della rockstar, cominciavo a uscire meno di casa, in tanti mi fermavano per chiedermi l’autografo, le case discografiche continuavano a pretendere canzoni nuove. Quando non hai successo, non ti cagano, poi se hai la sfiga di avere successo con una canzone, ogni sei mesi vogliono una nuova hit. Io ero abbastanza disorientato, per via di tutta l’attenzione che si stava catalizzando su di noi in quel periodo. Allora chiesi ad Angelo Carrara, il nostro produttore dell’epoca, se potevo fare un disco diverso. Lui mi rispose che ormai ero Omar dei Timoria e se fossi uscito con un lavoro a mio nome avrei trovato tutti coi fucili puntati, tutti avrebbero pensato che i Timoria fossero sul punto di sciogliersi. Per evitare questo problema, chiesi a tutti i Timoria, tranne che a Renga, di suonare nel disco, così il pubblico avrebbe compreso che non stavamo litigando, ma che fra noi c’era ancora amicizia. “Beatnik” fu un disco pazzo, poetico, profondamente letterario, dentro c’era anche un pezzo di Piero Ciampi. Comunque il nostro produttore mi rispose ok, ma che sarebbero state stampate “soltanto” diecimila copie.

Che oggi sarebbero più che sufficienti per andare al primo posto in classifica…
Verissimo! Ma allora la scelta aveva un’aria di declassamento. Diecimila copie “soltanto”, in modo che, esaurite quelle, nessuno si sarebbe lamentato per eventuali invenduti. Mi chiusi quindi in studio con la band, con un budget abbastanza risicato, dodici milioni di lire, e per sfruttare al massimo il tempo a disposizione concordai quindici giorni di lavoro no-stop, giorno e notte, senza mai dormire. Diciamo che all’epoca sfruttavamo anche qualche aiutino chimico… Poi c’era Ornella Vanoni, che abitava esattamente sopra lo studio e ogni tanto veniva giù a bere qualcosa con noi: ci siamo fatti grandi risate insieme. Un disco folle, registrato con due fonici che si davano il cambio, mentre io ero sempre lì con i musicisti. Uscì fuori un album decisamente stordito, si sente, dai tratti psichedelici, però contenente spunti interessanti. Il sottotitolo “Il ragazzo tatuato di Birkened” colpì molto il pubblico, non solo per il fatto che i tatuaggi allora non avevano un’importanza estetica come oggi ma erano carichi di altri significati, ma soprattutto perché quella frase era presa da una canzone degli Smiths, altra dichiarazione d’amore nei confronti della musica inglese.

Non credo passò nulla di quell’album per le radio…
Non mi vennero posti vincoli per le radio, anzi, Carrara mi disse proprio che se avessi scelto di registrare un disco con quelle caratteristiche così particolari, non avrei potuto pretendere un singolo da portare alle radio: lui non ci sarebbe andato. No, non era un disco pensato per le radio, e 28 anni dopo posso dire che dentro ci sono elementi significativi, notevoli, ma anche porcherie incredibili. A proposito del cercare di fare scelte in grado di restare nel tempo, devo dirti che in quell’album c’è una dedica a River Phoenix, e oggi sono stato ripagato, perché è un personaggio che col tempo è stato mitizzato. La canzone “River” è dedicata a lui, giovane rivelazione del cinema di quegli anni, prematuramente scomparso per overdose fuori dal locale di Johnny Depp, su un marciapiede di Los Angeles, con i Red Hot Chili Peppers lì presenti, erano grandi amici. All’epoca River era un personaggio oggetto di culto, per pochi intenditori, passato quasi inosservato al pubblico generalista. Oggi che alcuni dei fratelli di River Phoenix sono diventati famosi, non soltanto il celebre Joaquin ma anche le sorelle Rain e Summer Phoenix, qualcuno sta riscoprendo quella canzone…

I riferimenti al cinema nelle tue canzoni non sono rari…
Il cinema mi ha mosso, mi ha ispirato canzoni, è un’arte che amo, e sono tremendamente dispiaciuto che non funzioni più come un tempo, che oggi le sale siano spesso vuote. E’ un’emozione che vorrei i miei figli potessero provare, quella di essere in una sala buia mentre si spengono le luci, ed essere prigionieri di un’opera d’arte, come all’interno del ventre materno. Amo andare al cinema da solo, pensa che quando iniziarono ad aprire le prime multisala, cercavo con un biglietto di vedere più film, uscendo da una sala ed entrando in un’altra. Una volta mi beccarono pure. Qualche pop-corn e per 6-8 ore guardavo tutto quello che riuscivo a vedere.

Tornando al libro, non vengono trattati soltanto aspetti legati alla musica, ma si parla anche di sport, di cinema, di letteratura, di enologia, e di belle donne. C’è stato un momento in cui diversi cantanti ebbero importanti relazioni sentimentali con donne molto belle, che erano anche importanti personaggi televisivi. Non penso soltanto a te con Elenoire, ma anche a Francesco Renga con Ambra Angiolini e a Federico Zampaglione dei Tiromancino con Claudia Gerini. Per un periodo si sviluppò un fil rouge che univa musicisti (anziché calciatori) e bellissime donne legate al mondo dello spettacolo. Come accadeva? Erano vostre fan?
All’estero, se stai insieme a una modella sei un figo, in Italia c’è invece sempre molta invidia: l’ho provato sulla mia pelle, è difficile che ti perdonino il fatto di stare con una bella donna, con una di quelle che fanno i calendari. Sai, si frequentano un po’ gli stessi ambienti, quindi ci si conosceva, potevano scattare delle simpatie e ci si iniziava a frequentare. Però, devo dirti (ride, ndr), una volta le attrici e le modelle frequentavano le rockstar, poi i calciatori hanno iniziato a rubarci il ruolo, e oggi le modelle preferiscono uscire con gli chef! E devo dire cha anche avere l’opportunità di partecipare al Festival di Sanremo a 21 anni, così giovane, è un altro peccato che non tutti ti perdonano, specie se abiti in una piccola città di provincia. A un certo punto ho deciso di lasciare Brescia, mi sono trasferito anche per questo motivo.

“Cane sciolto” che, ricordiamolo, prende il titolo da una tua canzone, è un libro anche molto spirituale, dal quale emerge il tuo cammino di ricerca…
Quando mi sono ammalato è stata dura, ma non tanto per la malattia in sé. Sai, il disegno dell’uomo saggio perfetto prevede che tu debba vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e che tu debba imparare ogni giorno come se non dovessi morire mai. A fare i conti con la morte siamo più o meno tutti pronti, è qualcosa che prima o poi nella vita deve accadere; non ero invece pronto ad affrontare la morte artistica, il vivere senza poter più dedicarmi alla musica, senza poter più suonare, senza poter più avere contatto con il mio pubblico. Mi hanno salvato la vita, sono stato molto fortunato, ma immaginate cosa posso aver provato quando mi comunicarono di colpo che la mia vita avrebbe dovuto continuare senza la musica, perché cantare avrebbe potuto creare dei problemi ai 230 punti che avevo dentro e fuori il mio cuore.

Hai frequentato un Ashram, ma non solo…
Ho pubblicato da poco un “Ave Maria”, è nel disco dello scorso anno, “Sospeso”, e ho avuto il piacere e l’onore di consegnarla personalmente a Papa Francesco. Un evento del quale non ho mai pubblicato neanche una fotografia, perché lo considero un avvenimento molto intimo. Ritengo che la spiritualità sia la chiave di volta delle nostre vite. Spiritualità non significa fede, che è un passo ancora superiore, però è già qualcosa che ti può distinguere dalla massa. E’ importante avere coscienza di dio, dell’assoluto, dell’immanenza. La mia è una “Ave Maria” scritta come se stessi parlando di una donna normale, come tante altre: ho realizzato anche un videoclip, con protagonista una Maria con un occhio nero, temevo persino di passare per blasfemo, però il messaggio vuole essere che se Maria oggi venisse sulla Terra, affronterebbe gli stessi rischi e gli stessi problemi di qualsiasi altra donna del nostro tempo, con molestie e quant’altro. Donna e non divinità, una figura – quella di Maria - che potrebbe unire le religioni, quelle religioni che oggi continuano a combattersi, come sta accadendo nel caso del conflitto senza fine fra Israele e Palestina. Mi piace presentarla come la canzone più trasgressiva che io abbia mai scritto, più di quelle nelle quali ho raccontato l’amore, il sesso e le droghe. Una spiritualità diversa dalla spiritualità orientale. Io sono attivista per la causa di Sua Santità il Dalai Lama del Tibet, da quasi vent’anni frequento un Ashram tibetano, quando il Dalai Lama è venuto in Italia, ho avuto per tre volte la fortuna di poter stare al suo fianco, e ci ha detto che dio deve essere uno solo. Dio, Buddha, ognuno segue quello che la propria cultura indica, ma dio è uno soltanto, Quando tutti i capi religiosi sosterranno questa tesi, sarà risolto il problema di tutte le guerre che nascono della ideologia religiose.

La domanda di rito conclusiva riguarda i progetti futuri…
Ora mi attende un periodo ospedaliero, ogni sei mesi devo essere ricoverato per una decina di giorni, e ho iniziato gli esami clinici preparatori. Fra l’altro ho sposato la figlia del mio cardiochirurgo, qualcuno dice che se lo avesse saputo, non mi avrebbe salvato la vita… Mi hanno dato il permesso di fare al massimo due concerti al mese, questo mese uno l’ho fatto la scorsa settimana a Milano, uno lo farò la prossima a Taranto. Ogni concerto per me è quasi come una partita di rugby, ogni concerto rock con la band perdo un chilo e mezzo, quindi mi tengono d’occhio per valutare quanto l’attività live rischi di danneggiare il mio cuore. Probabile che dovrò ricorrere a un altro intervento abbastanza presto. Magari suonerò dal vivo sempre meno e mi dedicherò ad altre attività, come scrivere canzoni per altri, attività che non ho mai voluto fare, dicendo di no anche a nomi eccellenti della canzone italiana. E’ che sono molto geloso delle mie canzoni, ma forse è arrivato il momento di pensarle per altre voci, come facevo con Francesco.

In bocca al lupo, Omar!
Grazie amici, è stato un piacere fare due chiacchiere con OndaRock!

Discografia

TIMORIA
Macchine e Dollari(ep, 1988)
Colori che esplodono (Polydor, 1990)
Ritmo e Dolore (Polydor, 1991)
Storie per vivere (Polydor, 1992)
Viaggio senza vento (Polydor, 1993)
2020 SpeedBall(Polydor, 1995)
Eta Beta(Polydor, 1997)
Senzatempo (dieci anni)(antologia, Polydor, 1998)
1999 (Polydor, 1999)
El Topo Grand Hotel (Polydor, 2001)
Un Aldo qualunque sul treno magico (Polydor, 2002)
Timoria Live: generazione senza vento (live, Polydor, 2003)
Ora e per sempre (antologia, Universall 2007)
OMAR PEDRINI
Beatnik - Il ragazzo tatuato di Birkenhead (Getar, 1996)
Vidomàr(Panorama, 2004)
Panne burro e medicine(Carosello, 2006)
La capanna dello Zio Rock(antologia, Carosello, 2010)
Che ci vado a fare a Londra?(Le Foglie e il Vento, 2014)
Come se non ci fosse un domani(Warner, 2017)
Viaggio senza vento - Live in Milano(live, Universal, 2020)
Sospeso(Senza Vento/Universal, 2023)
Pietra miliare
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