23-24-25/08/2019

Todays Festival 2019

sPAZIO 211, ex Fabbrica Incet, Torino


di Claudio Lancia e Paolo Ciro
TOdays Festival 2019

Abbattere i confini

Il tema del TOdays Festival 2019 potrebbe essere banalizzato come un messaggio di natura politica, anche per via delle location prescelte, tutte site nel quartiere Barriera di Milano, perfetto per tratteggiare i termini del disagio sociale dei nostri tempi. Lasciare spazio esclusivamente a questo tipo di interpretazione farebbe un torto alle intenzioni del direttore artistico della manifestazione, Gianluca Gozzi, aggiungendo uno di quegli stessi confini che egli stesso si prefigge di eliminare.
In questa quinta edizione trova invece posto anzitutto l'abbattimento dei confini legati ai generi musicali proposti, visto che indietronica, cumbia, pop, rock, grime, modern classical e jazz sono andati per tre giorni a braccetto con grande naturalezza. L’abbattimento dei confini geografici, dettato dalla provenienza degli artisti coinvolti (non solo i consueti Stati Uniti e Regno Unito, ma anche Australia, Irlanda, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Argentina, Perù) e l’abbattimento dei confini legati all’età (dai 25 anni di Adam Naas ai 65 di Gary Langan e JJ Jeczalik degli Art Of Noise) hanno contribuito a rendere ancor più eterogeneo il pubblico presente. Tutte scommesse vinte, e sono soltanto le prime che ci vengono in mente.

Un Festival senza headliner?

Il TOdays è un Festival dove tutti i musicisti coinvolti sono, o possono sentirsi, headliner. Fra icone storiche e nuove leve proiettate verso il futuro, il cartellone è composto da numerosi artisti importanti, ognuno un’eccellenza nel rispettivo genere di riferimento, e la loro dislocazione oraria prescinde da qualsiasi ordine logico legato allo spessore artistico o alla notorietà del personaggio. Persino la composizione del manifesto del Festival è pensata lasciando da parte grassetti per far risaltare un nome piuttosto che un altro. Tutti sono sullo stesso piano, perché il Festival va seguito per intero, tutto d’un fiato. Su questo approccio Gozzi ha concretizzato un’idea illuminata, portando il pubblico ad attendere qualsiasi set come l’evento principale, senza mai penalizzare nessuno.
Un Festival a misura d’uomo, che si vede bene, che si sente bene, nel quale ha vinto anche la scelta, coraggiosa e da molti più volte messa in discussione, di lasciare da parte il concetto di “Italian First” per puntare – per una volta - su una line-up composta esclusivamente da artisti internazionali, lanciando un ponte ancor più robusto verso l’Europa e il mondo intero, confermando il TOdays fra le più importanti realtà artistiche del vecchio continente e mettendo al bando qualsiasi provincialismo. A questo ha corrisposto l’aumento del pubblico proveniente da altre regioni (secondo i dati comunicati, il 48,2% di chi ha acquistato il biglietto risulta residente fuori dai confini del Piemonte), ma è raddoppiata rispetto all’anno precedente anche la presenza di stranieri in platea. Anche perché molti degli artisti in line-up (20 su 26) hanno scelto il TOdays come unica data italiana, e per tre di loro si è trattato di un’anteprima europea, catalizzando così l’attenzione dei fan verso la tre giorni torinese.

TOlab

La nostra avventura quest’anno parte il venerdì alle ore 16, con il panel che apre ufficialmente i lavori del TOlab. OndaRock nell’edizione 2019 è Media Partner Ufficiale del Festival, e diviene protagonista del fitto cartellone che caratterizza i pomeriggi presso la Galleria d’Arte Gagliardi e Domke, il Mercato Centrale e gli Arca Studios di Docks Dora. “L’autopercezione nella musica” è il panel, organizzato da Off The Corner, che in qualità di relatori abbiamo condiviso con Dardust (affermatissimo producer, musicista, autore e molto altro), Alberto Bianco (cantautore, autore e produttore per i primi dischi di Levante), Tiziano Lamberti (musicista, attore, curatore di eventi) ed Emiliano Colasanti (giornalista e discografico per 42 Records). Molti altri workshop, vera prerogativa del Festival torinese, arricchiscono l’offerta costruita su ospiti di rilievo (fra gli altri, segnaliamo la presenza dei Fast Animals And Slow Kids, di Cristina Donà e di Cristiano Godano, qui per presentare in anteprima il libro “Nuotando nell’aria” e per raccontare simpatici aneddoti sui primi anni di vita dei Marlene Kuntz) e su laboratori dedicati alla sperimentazione, con focus sull’interazione audio-video, il sound design e il field recording. Oltre 1500 persone hanno inoltre visitato la mostra fotografica “Blessing In Disguise”, dedicata alle nuove generazioni punk inglesi.

Giornata 1: Bob Mould – Deerhunter – Spiritualized - Ride

Alle 18 in punto del venerdì Bob Mould arriva sul palco da solo: armato della Fender Stratocaster azzurra, apre ufficialmente la parte strettamente musicale del TOdays, nell’area open dello storico sPAZIO211. Bob, chitarra e occhiali da sole appannati dal gran caldo, in perfetta solitudine: una scelta in linea con la sincerità del personaggio, a dimostrare un’inscalfibile attitudine punk, alternando il repertorio solista a quello degli Husker Du, in una carrellata un po' appiattita dall’assenza del sostegno che una backing band avrebbe potuto assicurare e dall'utilizzo di un unico monolitico suono di chitarra. Questo è Mould, e il coraggio delle sue idee non ha bisogno di presentazioni fin dagli anni Ottanta.

Bradford Cox, spilungone elegante e dal capello colorato, guida i Deerhunter nello slot successivo, nel quale a farla da padrone sono i pezzi di “Halcyon Digest”, uno dei capolavori realizzati in questi anni, dopo una partenza dedicata a “Microcastle” (“Agorafobia”) e a un paio di estratti dal recente “Why Hasn’t Everything Already Disappeared?”. Momenti atmosferici alternati a digressioni shoegaze-noise, con sugli scudi gli oltre sette minuti di “Desire Lines”. Applausi convinti.

Jason Pierce ha messo la firma su uno degli episodi discografici più toccanti del 2018, “And Nothing Hurt”, nella quale copertina è ritratto mentre si aggira, protetto da una tuta da astronauta, in un territorio desertico, immagine che restituisce abbondantemente la sua personale cosmologia. Sul palco del TOdays quel particolare tipo di isolamento si traduce in una presenza dimessa e laterale, dalla quale dirige con pochi cenni gli odierni Spiritualized, disposti in semicerchio. E’ ancora shoegaze, ma questa volta dalla fortissima impronta psichedelica e screziata dalle venature gospel-soul sostenute dalle tre coriste nere posizionate alle spalle di Pierce. Gospel-soul sublimato nella cover di "Oh Happy Day". Pierce è prevedibilmente di poche parole, ma raccoglie tutto il proprio vissuto per restituirlo con profondità in una performance che tocca apici di rara commozione in "I'm Your Man", nella quale l'assolo di chitarra, a metà del brano, diviene un gigantesco stargate pronto a inghiottire tutto. Livelli di intensità ai massimi storici.

Dopo un set così totalizzante sarebbe dura per chiunque. Serve gente navigata, e i Ride, che hanno rilevato il posto dei rinunciatari Beirut, non sfigurano, affilando le due chitarre come sempre magicamente intersecate su un tappeto ritmico vitale come non mai. Dal vivo i Ride appaiono ancor più prodi cavalieri shoegaze rispetto a quanto possa trasparire dai loro dischi. La sapiente alternanza fra pezzi post-reunion e grandi classici, tutti resi con grande carica catalizzatrice, entusiasma un pubblico attentissimo, fra il quale nelle prime file si scorgono non pochi sessantenni e oltre. Ma il mood è tutt’altro che nostalgico. I Ride, più che guardarsi le scarpe, oggi guardano la platea dritta negli occhi, sancendo la conferma di un ritorno efficace e verace come pochi altri. Emozioni a fior di pelle quando nei bis arrivano i super classici “Dreams Burn Down” e “Leave Them All Behind”. God Bless Guitars.


A mezzanotte parte ogni giorno la seconda parte del TOdays, quella che conduce sino a notte inoltrata, nello spazio dell’ex Fabbrica INCET, sempre lungo via Cigna. Il venerdì è la musica elettronica a tenere banco, in particolare con i ritmi a base di cumbia del duo peruviano Dengue Dengue Dengue e il dj set di Wolf Muller, che parte da modalità tribal, prepotentemente etniche, per sfociare in una house stilosa. Per poi proseguire fino alle prime luci dell’alba.

Giornata 2: Adam Naas – One True Pairing – Low – Hozier – Cinematic Orchestra – Art Of What?

In tutta sincerità non ci strappiamo i capelli per Adam Naas, che sale sul palco quando il sole ancora fa sentire con forza la sua presenza. Il francesino dagli occhi cerchiati di nero, in tenuta improbabile (mocassini indossati su calzini lunghi da tennis) e dal falsetto che ricorda alcune cose di Prince, conquista comunque alla distanza i favori di gran parte del pubblico. Sembra evidente che risentiremo presto parlare di lui.

Assolutamente trascurabile, invece, la performance di One True Pairing, il nuovo progetto a due concepito da Tom Fleming dei Wild Beasts. Vocione cavernoso, elettronica non troppo elaborata, vestiti con le prime cose che son capitate a tiro, la coppia non convince per niente. Idee ancora da perfezionare e migliorare. Affiora persino un filino di noia. Ne approfittiamo per fare la fila e mettere qualcosa sotto i denti. Rimandati.

Alle 20,25, giusto in corrispondenza con il tramonto, arrivano i Low. Alcune band hanno la capacità di far vivere un'esperienza “religiosa”. Lo si capisce perché durante l’esibizione arriva un momento preciso nel quale improvvisamente il mondo smette di essere quello che ci ricordavamo. Una massa di corpi trattiene il fiato nel silenzio più rispettoso, ci si dichiara disponibili a lasciarsi guidare in un viaggio ultraterreno, una trasposizione cosmica che si sviluppa lungo lo svolgimento di “Do You Know How To Waltz?”, in quei sette minuti di apocalisse sonica nei quali null’altro esiste al mondo, e ci si sente come sollevati dal terreno, catturati da una forza invisibile, impercettibile. Si trattiene il respiro, e si vorrebbe soltanto che quegli istanti durassero per sempre, come in una bolla spazio-temporale. Per i coniugi Alan Sparhawk e Mimi Parker (mormoni praticanti) la fede deve senz’altro essere una fonte di ispirazione supplementare, ma la capacità di mandare in estasi il pubblico toccando vette inaudite è con ogni probabilità un mistero sacro che neppure loro sono in grado di spiegare. Un raro esempio di ispirazione illuminata. La grandezza nella semplicità. Grazie al lavoro svolto dai Low, non soltanto nelle mirabili decostruzioni sonore del recente “Double Negative” (per molti sarà il disco del decennio), lo slo-core ha raggiunto livelli mai toccati da nessuno prima d’ora. Inarrivabili.

Hozier porta un vero e proprio cambio pubblico nelle prime file, con i fan dei Low, estasiati e increduli per il resto della serata, che fanno un passo indietro, lasciando spazio ai più giovani fan dell’artista irlandese. Alcuni si spostano sul retro-palco sperando che la coppia Sparkhawk/Parker si affacci per qualche minuto. Speranze soddisfatte: i due non lesineranno autografi e foto ricordo, compreso l’abbraccio con il “nostro” Cristiano Godano, spettatore ammirato. Hozier nel frattempo fa il suo spettacolo, una produzione pop realizzata molto bene, in grado di accontentare anche i maschietti che hanno accompagnato le proprie fidanzate, grazie alla presenza di quattro musiciste molto carine. Si scorge di tanto in tanto una radice blues, ma soprattutto si nota una band che si diverte moltissimo a stare sul palco, trasmettendo a tutti una sana energia che culmina nell’esecuzione della hit “Take Me To The Church”. Il resto scorre, pur fra alti e bassi.

Sul versante ex-Incet a mezzanotte scatta la psichedelia a tinte jazz della Cinematic Orchestra, con un lungo set impeccabile nel quale alternano suite strumentali, per la verità abbastanza tradizionali e ripetitive nella struttura, ai brani lenti, tendenti al soul contenuti nel disco di quest’anno, “To Believe”. Un altro dei momenti più alti del Festival. Se Jason Swinscoe è l’ideatore e l’anima della formazione britannica, a raccogliere il maggior numero di applausi è il sassofonista Tom Chant, specie quando si lancia nell’esperimento di mandare in loop diverse linee di sax suonate una sull’altra. Intrecci cosmici fra jazz ed elettronica.

Assistiamo poi all’inutilità del progetto Art Of What?, messo in piedi da due Art Of Noise, con l’intento di miscelare la propria storia con alcuni successi targati anni 80. In quattro sul palco, a far nulla, ognuno con il proprio laptop, visual da dimenticare, giusto qualche scossetta quando partono i brani più famosi. Difficile che questa idea possa avere un futuro, se non arricchita da qualche slancio in più. Soltanto ventiquattro ore più tardi un solidissimo Nils Frahm mostrerà come suonare dal vivo musica elettronica in maniera iper-dinamica.

Giornata 3: Sleaford Mods – Parcels – Balthazar – Johnny Marr – Jarvis Cocker – Nils Frahm

La venue del Parco Peccei (realizzato su un’area ex-industriale) è perfetta e non casuale per ospitare gli Sleaford Mods. La sporcizia della realtà dipinta dai vocals di Jason Williamson e dai beat di Andrew Fearn si incastra a meraviglia con il contesto urbano del parco, riqualificato in termini di eco-sostenibilità, rendendo infuocato un pomeriggio già di per sé certificato dalla colonnina di mercurio che segnala temperature equatoriali. La ricetta del duo di Nottingham è al contempo semplice e inclassificabile in termini stilistici: attitudine working class declamata con forte accento delle East Midlands, sputata in un microfono sopra una base sonora a metà strada tra il grime e il post-punk. Fearn non fa mistero della cosa più ovvia: le basi le ha preparate in studio, per cui dal vivo non gli serve altro che premere il pulsante play a inizio canzone, per poi sorseggiare una birra in tutta tranquillità (per tutta la durata dell'esibizione non sarà impegnato in nient'altro) mentre Williamson arringa la folla facendo leva sulla lotta di classe e insultando la quasi totalità dei politici inglesi. Sono loro i più agguerriti cantastorie della prossima rivoluzione inglese post-Brexit.

La domenica dello sPAZIO211 si apre con tutt’altri suoni, quelli dei Parcels, per noi la vera rivelazione di questa edizione. Cinque ragazzi schierati con le faccine da boy-band e il chitarrista che somiglia in maniera sorprendente a George Harrison. Contagiosissimi con il loro funketto tutto anni 70 che li avvicina a un ipotetico incrocio fra Phoenix e Daft Punk. Molto meglio dal vivo che su disco, specie a quest’ora del pomeriggio, quando riescono a trasformare un’area ex-industriale in un beach party.


Anche i belgi Balthazar fanno un’ottima figura, è pop anche il loro, ma declinato verso una forma “art” che prende a prestito non poche idee dall’immaginario dei Tindersticks. Hanno anche il physique-du-role, il che non guasta in termini di aspirazione verso un più vasto successo commerciale, che potrebbe essere per loro a portata di mano.

Ma l’attesa oggi è tutta per Johnny Marr. Chissà se l'appellativo ufficiale "godlike-genius" attribuitogli dal New Musical Express qualche anno fa ha influito psicologicamente sulla carriera del più incredibile enfant prodige della chitarra pop anni Ottanta. Di fatto, da quel momento Marr ha iniziato a costruirsi un repertorio solista, uscendo da dietro le quinte e incrementando la novella reputazione di frontman, sempre evitata fino a poco prima. Essere stato co-autore degli Smiths gli assicura gloria eterna, ma a questo aggiunge il fatto di essere uno straordinario chitarrista, padre di uno stile che ha fatto proseliti fra almeno due generazioni a lui successive di musicisti indie-rock. Al TOdays lo troviamo in forma smagliante, abile nell'offrire al pubblico un equilibrato e adeguato compendio di tutto il suo mondo.
È a suo agio, Johnny, imbraccia una collezione di Fender Jaguar dispensando alternativamente arpeggi che hanno fatto scuola (non solo a Manchester) e divertenti quanto ironiche pose da guitar hero. Conscio del rischio di alimentare la consueta diatriba su chi tra lui e Morrissey abbia più diritto a insistere dal vivo sul canzoniere degli Smiths, vira con intelligenza su "Getting Away With It" e "Get The Message", che fissò su disco nel progetto Electronic, passando per la cover di "I Feel You" dei Depeche Mode e per i brani che stanno componendo il suo repertorio solista.
Marr inquadra così il punto di una carriera, esattamente a metà tra il doveroso tributo al passato e la certezza di avere ancora molto da dire, seppur ovviamente con minor potenza in termini di impatto emotivo. Strappa le lacrime a mezza platea nei quattro masterpiece “Bigmouth Strikes Again” – “How Soon Is Now?” – “This Charming Man” – “There Is A Light That Never Goes Out”, confermando quanto il proprio apporto alla musica pop degli ultimi quattro decenni sia enorme. Nell’olimpo dei più grandi di tutti i tempi.

Un altro mito della scena britannica mantiene alto il fuoco del TOdays. E’ Jarvis Cocker, teatrale più che mai in una veste nella quale concede quasi nulla alla storia dei Pulp. Jarvis guarda avanti, vuole fare altro, vuole essere sé stesso. Dialoga molto col pubblico, utilizzando anche qualche parola in italiano, scende nelle prime file, si presta a fare ora il crooner, ora il maestro di cerimonie di un’indimenticabile festa in discoteca, con tanto di mirror ball alle proprie spalle che rimanda quadratini di luce tutt’intorno. Certo, le canzoni non hanno il taglio accattivante dei Pulp, ma in questo set non c’è davvero nulla che non funzioni. Iper-carismatico.


Ed eccoci alla chiusura del racconto, affidata al sempre più sorprendente Nils Frahm, ammirato in un contesto davvero unico, visto che ha qui avuto la possibilità di schierare sul palco tutto il proprio armamentario di pianoforti, synth e aggeggi infernali, attraverso i quali ha ricreato il personale mix di musica classica ed elettronica, per il quale è ormai considerato uno dei nomi più importanti al mondo. Una trincea di strumenti davanti alla quale si staglia la sua sagoma, spesso ripiegata su sé stessa come a cercare tutta la concentrazione del mondo. Apre con il delicato intro di “The Whole Universe Wants To Be Touched”, con la sala per una volta davvero avvolta nel silenzio, tanto che persino chiedere da bere al bar diventa un’operazione da evitare. Piano verticale, celesta, outboard analogico (tra cui un paio di Roland Chorus Echo), sintetizzatori modulari: il live set del compositore tedesco parla il linguaggio delle macchine, ma restituisce piani emozionali.
Come di consueto, quando è il momento di spingere sulle dinamiche, Frahm diventa una specie di piovra che si allunga flessuosa in ogni direzione. A tratti, alcuni movimenti sembrano repentini, come di fronte a un errore nel controllare questo o quel potenziometro, pulsante o fader. Ma Nils controlla tutto, suona tutto per davvero, e lo mostra al pubblico operando quasi sempre di spalle, per dimostrare quanto sia tutto rigorosamente live, senza pre-registrazioni. Vederlo in azione è un’esperienza totalizzante, di gran lunga superiore al mero ascolto dei suoi dischi. Quando ringrazia il pubblico lo fa sottovoce, come se egli stesso volesse evitare di disturbare le atmosfere create, quasi imbarazzato per essere tanto bravo.
Dall’arpeggiatore del synth escono grappoli di note, ora eteree ora nervose, che compongono una personale sinfonia del mondo. Una chiusura di grandissima eleganza e profondità. Un uomo che da solo interpreta la parte di tre o quattro musicisti “normali”. La forza dell’essere one-man-band avendo in testa un’idea forte, un progetto di senso compiuto. Anticonvenzionale, ma in qualche modo sempre legato in maniera salda a una forma di musica “classica”. Un mix in grado di accontentare qualsiasi palato. Alieno.

There Is A Light That Never Goes Out

Alternativamente si balla e si ammira in religioso silenzio il prodigio sonoro messo in scena da Nils Frahm, l’ennesimo che il TOdays Festival ha saputo assicurare. Lui stesso sa di essere l’ultimo artista a esibirsi. Quando saluta, quasi commosso, cala il sipario sui questa riuscitissima edizione, si salutano gli amici, si torna a casa con tanta malinconia, serbando nel cuore quelle passeggiate estive condivise durante gli spostamenti fra una location e l’altra, in questo immenso palcoscenico urbano composto da spazi rigenerati che diventano luoghi di condivisione e aggregazione.
La notizia delle dimissioni del Direttore Artistico Gianluca Gozzi giungerà di lì a poche ore, lasciando temere che la quinta edizione del TOdays potrebbe anche essere l’ultima. Negli ambienti torinesi non sono in pochi a sostenere che senza Gozzi difficilmente questo Festival potrebbe continuare a essere lo stesso. Sarebbe davvero una grande sconfitta, una perdita incalcolabile per il capoluogo piemontese, per un Festival che è diventato in pochissimo tempo un’eccellenza di livello europeo. Una luce che, speriamo, possa non spegnersi mai...

In home page: Low
In alto: Johnnny Marr
(foto di Claudio Lancia)

Setlist
Low

Quorum
Dancing And Blood
Always Up
No Compende
Do You Know How To Waltz?
Lazy
Always Trying To Wotk It Out
Especially Me
Fly
Disarray

Spiritualized

Hold On (intro)
Come Together
Shine A Light
Soul On Fire
She Kissed Me (It Felt Like A Hit)
A Perfect Miracle
I'm Your Man
Let's Dance
On The Sunshine
Oh Happy Day

Johnny Marr

The Tracers
Bigmouth Strikes Again (The Smiths)
Day In Day Out
Hi Hello
How Soon Is Now? (The Smiths)
Getting Away With It (Electronic)
Get The Message (Electronic)
Walk Into The Sea
I Feel You (Depeche Mode cover)
This Charming Man (The Smiths)
Easy Money
There Is A Light That Never Goes Out (The Smiths)

Deerhunter

Cover Me (Slowly)
Agoraphobia
Death In Midsummer
No One's Sleeping
Helicopter
Revival
Desire Lines
Take Care
Futurism
Plains
Coronado
He Would Have Laughed

Ride

Jump Jet
Repetition
Seagull
Charm Assault
Unfamiliar
Chrome Waves
Lannoy Point
Future Love
Taste
Vapour Trail
Drive Blind
Kill Switch
Dreams Burn Down
Leave Them All Behind
Chelsea Girl

Bob Mould

Flip Your Wig (Husker Du)
Never Talking To You Again (Husker Du)
I Apologize (Husker Du)
Hoover Dam (Sugar)
Stand Guard
See A Little Light
Sunny Love Song
The Descent
You Say You
Sinners And Their Repentances
Sunshine Rock
If I Can't Change Your Mind (Sugar)
I Fought
Herdly Getting Over It (Husker Du)
Something I Learned Today (Husker Du)
Chartered Trips (Husker Du)
Makes No Sense At All

Hozier

Would That I
Dinner & Diatribes
Nina Cried Power
To Be Alone
Someone New
Angel Of Small Death And The Codeine Scene
Nobody
From Eden
Cherry Wine
Work Song
No Plan
Jackie And Wilson
Almost (Sweet Music)
Moment's Silence (Common Tongue)
Movement
Take Me To The Church

Balthazar

Wrong Faces
Wrong Vibration
The Boatman
Grapefruit
I'm Never Let You Down Again
Bunker
Blood Like Wine
Changes
Fever
Entertainment
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