Dopo la prima raccolta, uscita sempre per Strut appena l’anno scorso, è già arrivato il momento per il secondo volume di questo viaggio drogato dentro il malsano e destrutturato gusto dance della mitica Factory Records.
Come nel primo numero della serie, troviamo quasi esclusivamente tracce rare e difficilmente reperibili; accanto ai nomi storici dell’etichetta di Manchester come Section 25, Wake, ESG, A Certain Ratio, trovano posto anche progetti meno conosciuti e brevi meteore, talvolta anche eterogenee allo stile dominante della Factory.
Le tracce contenute nei due Cd (o Lp) della raccolta seguono un movimento incostante per mood e atmosfere, partendo dal post-punk-funk degli A Certain Ratio di “The Fox”, in cui chitarre tagliate, un basso ebefrenico e una tromba a monito scolpiscono una strana danza attorno al fuoco. Molto più sensuale è “Moody” degli ESG, che trasuda dub e femminilità in una coppia lisergica basso-voce che troveremo anche nei pezzi di Sir Horatio (gli A Certain Ratio sotto altro nome, un solo 12” nel 1981) e gli X-O-Dus (unico LP nel 1980), ancora più orientati verso i suoni di Lee Perry e il roots reggae.
Ben diverso è il mondo degli olandesi Minny Pops, che si svelano dentro un pulsante electro dark dal tono interrotto, e la newyorchese Thick Pigeon con i suoi ritmi spezzati di basso e chitarra in cui voci stridenti accompagnano il suo cantato plastico; entrambi i progetti sottolineano il lato più grigio e piovoso della Factory.
Un’etichetta dall’anima complessa e schizofrenica, che attraversava le tenui melodie sognanti, gracili dei Durutti Column (“Self Portrait”), la cold-wave minimale dei Nyam Nyam (“Fate/Hope”) e si sublimava nelle scappatoie latin-free-jazz dei Kalima, altro nome dei Swamp Children (troviamo anche loro nell’antologia), progetto devoto a un pop lo-fi malato ed astratto.
Naturalmente non mancavano aspetti decisamente commerciali come l’electro pop, vicino a certo primo hip hop, dei manchesteriani 52nd Street (“Can’t Afford (Unorganised Mix)”), la disco-wave dei Shark Vegas (“Your Hurt Me”), o addirittura la virata etnico-araba di Fadela (“N’sel Fik”).
Meno di nicchia, e degni di un’analisi a parte sono ovviamente i Wake, grandi sarti di un malinconico pop dalle venature grigie, i Section 25 e i Royal Family And The Poor, uno dei progetti più contorti e sperimentali della Factory, in bilico fra rumorismo, post punk, spoken word, sintetizzatori modificati e magneti.
Chiude l’antologia una piccola rarità per amanti dei New Order: Ad Infinitum. Progetto parallelo di Peter Hook, che rilasciò questo solo singolo in vinile, è un evidente divertissement del bassista per un’elettronica a metà fra italo-disco e Kraftwerk senza alcuno scopo sperimentale.
“Fac Dance 2” è sicuramente l’ennesima compilation sugli artisti della Factory e tantomeno sarà quella conclusiva. Ha però il grande merito di riuscire a descrivere, di volume in volume, le facce multiformi e spesso slegate di una delle realtà creative più importanti d’Europa attraverso rarità e inediti difficili da recuperare e dalla qualità sonora impeccabile.
In sintesi, un ottimo documento per una prima analisi, panoramica, di una scena musicale ben difficile da descrivere e coprire in tutte le sue ramificazioni.
26/09/2012
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