09-11/2022

Primavera Sound Festival 2022

Parc del Forum, Barcellona


di Giulia Quaranta
Primavera Sound Festival 2022

Di seguito il racconto giornata per giornata del secondo weekend di Primavera Sound Festival, il più grande festival musicale del Mediterraneo, tra bellissime conferme e piacevoli scoperte.

 

9 giugno
Interpol “Evil” 

 

Decido di affidare la partenza della giornata ai Dry Cleaning, band rivelazione del 2021. Lo spoken word laconico di Florence Shaw, vera e propria Ian Curtis in gonnella, e le sue pose plastiche e studiatissime hanno catturato l’attenzione anche del pubblico più distratto, tant’è che sulla conclusiva “Scratchcard Lanyard” non c’era persona che non urlasse “Do everything and feel nothing”, in un contrasto stridente e bellissimo tra l’entusiasmo del pubblico e l’afflato elegante del gruppo.
Sicuramente più sboccato e irridente il concerto degli Squid sul palco del Cupra: voce grezza, distorsioni a palla, fraseggi melodici acerbi. Pur non trattandosi esattamente della mia tazza di tè, apprezzo una lunga e rumorosa improvvisazione strumentale e l’interpretazione claustrofobica di “Paddling”.
Torno al Binance per il concerto dei Ride, che ho avuto la fortuna di ascoltare già qualche anno fa nella splendida cornice di piazza Castello a Castelbuono. Sotto al palco si è radunata una ristretta folla di irriducibili shoegazer: i loro sguardi galvanizzati rivelano una passione pura e incontenibile, riverberando un calore tutt’intorno che mi è familiare. Gli oxfordiani aprono le danze con “Seagull” ed è subito un’esplosione di delay, riverberi e feedback che esacerbano le melodie, ottundendo i sensi. Andy Bell, Mark Gardener, Laurence Colbert e Steve Queralt suonano con la stessa professionalità e la stessa intensità di sempre, muovendosi su una setlist che pesca a piene mani dal loro capolavoro del 1990, “Nowhere”. L’unica eccezione è “Unfamiliar”, tratta dall’Ep del 1991 “Today Forever”.

 

Col cuore spezzato per la sovrapposizione di Slowdive e Interpol, ci dirigiamo verso il palco Pull&Bear, per ascoltare questi ultimi. Nonostante il pubblico sembri un po’ casuale, Paul Banks e soci fanno cantare e ballare tutti per un’ora e mezza al ritmo dei loro maggiori successi, da “Evil” a “Obstacle 1”, passando per “Not Even Jail”, “Rest My Chemistry” e “Slow Hands”. Ed è una festa.
Al termine del concerto dei newyorkesi c’è giusto il tempo di tributare un saluto a Damon Albarn, che sta per portare in scena i suoi Gorillaz sull’Estrella, il palco gemello del Pull&Bear e agli Slowdive che, al Cupra, stanno terminando la loro magica esibizione sulle note di “40 Days” e della barrettiana “Golden Hair”.

 

Dopo una capatina al Binance per i Metronomy, è ora di visitare l’area Bits, lontana circa venti minuti a piedi dall’area principale. Tra spiaggia e alberi, i palchi del Bits generalmente ospitano pulsazioni elettroniche e danze narcotiche. Con un’eccezione: i King Gizzard & The Lizard Wizard al palco Tous, band psichedelica conosciuta in quanto assai prolifica e tecnicamente ineccepibile, divenuta meme e mascotte di questa edizione del Primavera per via delle sue numerose esibizioni, tutte caratterizzate da una setlist diversa. Non si può dire altrettanto bene di Charli XCX che, sullo stesso palco, mette in scena uno show che è un’offesa al buon gusto. Il pubblico, per lo più anglosassone e americano, sembra però entusiasta.
A notte inoltrata finalmente si balla davvero: al Dice con l’abrasivo dj-set del catalano John Talabot, in grado di muoversi con naturalezza tra techno, balearic e deep house, e al Cupra con Bicep, il duo britannico formato dai dj Andrew Ferguson e Matthew McBriar, proiettati su dinamiche future garage, trance e techno, iniettate qua e là di sonorità più ariose e psichedeliche. Potentissimo anche l’impianto visivo, in grado di riverberare un calore avvolgente e primigenio sulla folla in evidente visibilio. Magnetici.

10 giugno
Lorde “Perfect Places”

 

La giornata ha inizio con la voce potente e immaginifica di Brittany Howard, cantante degli Alabama Shakes, qui in veste di solista sul palco Estrella e prosegue con Lorde al Pull&Bear.
Dal 2013 Lorde non ha mai smesso di dipingere affreschi generazionali solidi e intimi: in "Pure Heroine", abbracciando echi post-dubstep, racconta un'adolescenza giocosa ma discreta, vissuta in cittadine di periferia, lontane dalle luci della fama. Nel sophomore "Melodrama", con delicatezza e ironia delinea un racconto disincantato delle prime difficoltà che diventare adulti porta con sé, ma anche di una generazione che ha perso i propri eroi e punti di riferimento e che sempre più si abbandona a piccole intemperanze e a una romantica lascivia. Meno immediato ma comunque interessante anche l’ultimo lavoro, “Solar Power”, pubblicato nel 2021, che si muove su un’estetica hippy e folk-pop. Per tutti questi motivi ho sempre considerato l’artista neozelandese un’outsider nell’universo patinato delle popstar e sono rimasta piacevolmente colpita nello scoprire una folla immensa, affiatata, coloratissima e rispettosa riempire il Pull&Bear, cantando e ballando ogni singola canzone di Ella Marija Lani Yelich-O'Connor che, dalla sua, ha inscenato uno show pop perfetto, coinvolgente e divertente, pur senza ballerini su cui sculettare.
Ho potuto gustare il concerto sotto al palco in tutta serenità, con lo zaino poggiato a terra e quando, sulle note di “Green Light”, ho deciso di dirigermi verso l’Estrella per gli Strokes, il pubblico mi ha fatto spazio per lasciarmi passare. Chi ha dimestichezza con i festival sa che atti di tale gentilezza in un contesto così affollato sono più unici che rari.

Inutile dire che il pubblico degli Strokes sia stato invece più caciarone, ma comunque affiatatissimo; quando la band newyorkese attacca con “Hard To Explain” si trasforma in un tappeto umano che salta e si muove in sincrono. Julian Casablancas si scusa per il forfait del primo weekend perché - spiega - aveva contratto il Covid19. Non a caso si perde spesso in chiacchiere per recuperare il fiato tra un pezzo e l’altro, distribuendo battute e brevi aneddoti, ma non è un problema perché la scaletta, divisa per lo più tra pezzi di “Is This It” e “The New Abnormal”, è una bomba e lo spirito è quello giusto.
Dopo questa botta adrenalinica, il momento sembra perfetto per riprendere fiato con i Jesus And Mary Chain, sempre impeccabili, e con gli attesissimi The Smile, side project di Thom Yorke e Jonny Greenwood, uno dei live più attesi della serata. Il Cupra trabocca di gente. È una catarsi collettiva.
Prima di dirigerci verso i Bits, ci fermiamo nell’area ristoro per una bowl africana. Una delle cose più belle e inclusive che ho notato in questa mia prima esperienza al Primavera è sicuramente la varietà gastronomica, che prende in considerazione una vasta gamma di cibo etnico, cibo vegano e gluten-free, oltre ai classici panini e alle solite patatas bravas.

L’unico intoppo organizzativo da me riscontrato nel secondo weekend è stato intorno all’una e mezza della seconda giornata, quando i cancelli del Bits sono stati chiusi per una ventina di minuti in concomitanza con l’inizio del dj set di Grimes, a causa - pare - del sovraffollamento, salvo poi essere riaperti intorno alle 02.10, senza un vero e proprio controllo sulla folla inferocita. Eppure dovremmo aver imparato quanto la calca possa essere pericolosa, soprattutto se composta da persone in preda alla frustrazione. Ma, alla fine, tanta smania è valsa la pena? Direi di no: il dj set di Grimes è stato fiacco e autocelebrativo, i brani duravano troppo poco e non erano legati tra loro da soluzioni di continuità. Il remix di “Creep” è stata l’ultima goccia a far traboccare il vaso. Poco male perché poco più in là, la producer svedese SPFDJ ha tirato giù il palco Dice con un dj set techno e hardcore consolidato e tagliente. Bene anche Nicola Cruz al Cupra, tra i maggiori esponenti del cosiddetto “andes step”, una corrente di musica elettronica ispirata alla cultura delle Ande.

 

11 giugno
Tame Impala “The Less I Know The Better”

 

La giornata parte con un assaggio della rivelazione neosoul britannica degli ultimi anni, Jorjia Smith. Spoiler: dal vivo è ancora più brava. Prosegue poi con Sky Ferreira, eroina dark-pop, qui però alle prese con innumerevoli problemi tecnici e incazzature. Tra un “sorry” e un “this was a mess”, saltano infatti numerosi pezzi, tra cui l’iniziale “Boys”, Downhill Lullaby”, “I Will”, “Heavy Metal Heart” e “Hands All Over Me”.
Ci si riprende facilmente con i Mogwai alle 22. Gli scozzesi si confermano maestri della formula loud-quiet-loud, alternando momenti più distesi e laconici a fragori improvvisi, catarsi post-rock, muri di suono e feedback poderosi che fendono l’aria, mettendo in mostra nevrosi shoegaze e barocchismi sul limitare del metal. Il palco Cupra, probabilmente il migliore per acustica e selezione musicale, si rivela l’habitat ideale per la band scozzese, che nei live riesce sempre a dare il massimo. La setlist si è concentrata sull’ultimo album “As The Love Continues”, pubblicato nel 2021, dopo una pausa di quattro anni.

Il big più atteso della serata è sicuramente Kevin Parker col suo progetto Tame Impala. L’Estrella e tutto intorno si riempie di gente che balla e canta con aria trasognata i pezzi più noti dell’artista, quali “Borderline”, “Elephant”, “Let It Happen”, “Feels Like We Only Go Backwards”, “The Less I Know The Better” e “New Person, Same Old Mistakes”. Mai una sbavatura o un errore: l’australiano suona sempre pulito e perfettamente centrato nella sua moderna psichedelia elettronica.
Ci pensano i Viagra Boys, al Plenitude, a portare in scena un po’ di storture. Il loro dance punk è sporco e divertente ma, contrariamente ad altri artisti con la stessa attitudine punk, ho l’impressione che la band svedese abbia una personalità più marcata e sincera. Ho apprezzato anche i volumi molto alti della sezione ritmica. “Questa è la prima volta per noi a Barcellona. È una città bellissima. Ci è piaciuta così tanto che ieri sera me la sono tatuata”, urla Sebastian Murphy, il cantante, tatuato da testa a piedi, esibendo una pancia gonfia di birra. Trucidi sì, ma con stile.
A seguire sullo stesso palco i talentuosissimi Molchat Doma, saliti alla ribalta con il singolo “Судно (Sudno)”. Dal vivo suonano ancora più cupi e freddi rispetto al disco. Forse anche un po' troppo.

Intorno alle quattro del mattino, i superstiti della notte si riversano sul palco Cupra per cercare di trattenere i ricordi più belli e intensi di queste giornate ballando e cantando fino alle sei e mezza del mattino, grazie a DJ Coco, tra risate, karaoke improvvisati su “Bad Romance” di Lady Gaga e “Losing My Religion” dei Rem e fuochi d’artificio sull’alba in procinto di nascere. Ripercorrendo per l’ultima volta l’immenso stradone d’entrata del Primavera, non posso fare a meno di pensare a quanto sia difficile lasciare andare una gioia che in quei giorni era diventata un suono di fondo della coscienza, qualcosa di cui ti accorgi soltanto quando cessa. Al prossimo anno.



Setlist

Dry Cleaning

Leafy
Unsmart Lady
Strong Feelings
Her Hippo
Viking Hair
More Big Birds
Traditional Fish
Magic of Meghan
Tony Speaks!
Scratchcard Lanyard

Ride

Seagull
Kaleidoscope
In a Different Place
Polar Bear
Dreams Burn Down
Decay
Paralysed
Vapour Trail
Taste
Here And Now
Unfamiliar
Nowhere

Interpol

Untitled
Evil
Fables
C'mere
Pioneer To The Falls
Not Even Jail
Narc
Toni
Obstacle 1
All The Rage Back Home
Rest My Chemistry
Leif Erikson
The Rover
The New
PDASlow Hands

Lorde

The Path
Homemade Dynamite
Buzzcut Season
Ribs
The Louvre
Secrets From a Girl (Who's Seen It All)
Mood Ring
Cruel Summer
Liability
Royals
Supercut
Perfect Places
Team
Green Light
Solar Power

The Strokes

Hard To Explain
Selfless
Juicebox
Someday
Reptilia
The Adults Are Talking
You Only Live Once
Under Control
Take It or Leave It
Brooklyn Bridge to Chorus
New York City Cops
Under Cover of Darkness
Threat of Joy

Tame Impala

One More Year
Borderline
Nangs
Mind Mischief
Breathe Deeper
Elephant
The Moment
Apocalypse Dreams
Let It Happen
Feels Like We Only Go Backwards
Eventually
Runway, Houses, City, Clouds
The Less I Know the Better
New Person, Same Old Mistakes