Shit And Shine è un mostro anglo/americano (il Texas e Londra, gli avamposti), autore di un noise feroce, assatanato e ultra-tribale, spesso al servizio di improvvisazioni sterminate e monolitiche (supportate da un numero variabile di batterie) che dal vivo raggiungono forme di parossismo spesso incontrollate. Desiderosi di restare nell’ombra (non concedono, infatti, interviste), Larry Mannigan (batteria), Craig Clouse (chitarra, basso, voce, elettronica) e Frank Mckayhan (basso, chitarra, voce) hanno dato vita, in appena un lustro, ad una delle saghe musicali più affascinanti e coinvolgenti degli ultimi anni. Nei loro cerimoniali assatanati e nelle loro torbide, rumorosissime esplorazioni sub-soniche, convergono tracce di Brainbombs, Merzbow, Butthole Surfers, Boredoms, Napalm Death, Strangulated Beatoffs, Faust, Sharkbait e Thinking Fellers Union Local 282, anche se, molto più semplicemente, si può immaginare la loro musica come un connubio anarchico tra i tornado spietati dei Rusted Shut e le dissolute orge percussive dei Crash Worship.
Tra Austin e Londra
Prima di trasferirsi a Londra, Craig Clouse suona, nella sua Austin, tra le fila dei Crown Roast, formazione dedita ad un selvaggio noise-core. Arrivato a Londra, tuttavia, viene contattato dagli Hammerhead, che stanno cercando di sostituire il chitarrista dimissionario Paul Sanders. Il ritorno negli States permette, così, a Clouse di suonare in una delle band più importanti per la sua formazione musicale. Prestata la sei corde anche ai Neagtive Step, si mette in viaggio per stabilirsi definitivamente nella capitale inglese. Qui, dopo aver messo su i TODD (con cui pubblica due dischi interessanti: “Purity Pledge” e il più maturo “Comes To Your House”), forma gli Shit And Shine insieme a Mckayhan e Mannigan, con i quali ha modo di investigare in maniera ancora più radicale la sua idea di noise heavy music. Come avrà modo di dichiarare, infatti, a spingerlo nella sua ricerca musicale è la passione per il suono iper-amplificato e distorto. Sarà, comunque, soprattutto l’enfasi posta sull’elemento ritmico a conferire alla band il suo carattere distintivo.
Messi sotto contratto dalla Riot Season, i tre esordiscono, così, nel 2004 con il vinile bianco, in 500 copie, di You're Lucky To Have Friends Like Us (15 brani, 36’41”). Fiaccato da una produzione non proprio all’altezza e da una scrittura ancora acerba, il disco non è, tuttavia, ancora realmente indicativo del loro stile. Quindici vignette abbozzate con i colori forti del noise, del metal più estremo e della musica industriale, sospese tra humor nero e dissacrazione, per un pandemonio anarchico (un non-luogo sonico collocabile tra i dissoluti frammenti dei Thinking Fellers Union Local 282 di “Mother Of All Saints” e gli imprendibili Won James Won di “Tol’s Toy”) guidato da una determinazione efferata, anche se non sempre consapevole delle proprie reali potenzialità. Brani come “The Trees Shall Mourn”, “Tavern Snacks” e “Calling Them In” sono esempi ferini di un death-core caustico, incattivito da un approccio disordinato e dissennato. La scanzonata “Recommencons” (i Residents che coverizzano Serge Gainsbourg?), l’ebete rimpallo di “L'oubli”, il cabaret paranoico di “A To Z Of Boy Singers”, l’elasticità electro di “Fishermans Jumper”, la deepness panoramica di “Liberty Wallpaper” e lo sculettante funk caraibico di “Life Like A Life” appartengono, invece, al lato più estrosamente goliardico della loro arte. Tuttavia, calati nel contesto, anche queste ultime composizioni acquisiscono un carattere alieno. Fanno da contraltare, infatti, e insieme vanno a perfezionare il senso ultimo di torbide psicosi post-noise quali “Maybe I'm Right Maybe I'm Wrong”, “Don't Look At Me Don't Leave Me”, “Spider” (quest’ultimo, circolo percussivo di matrice industriale che prefigura i loro traumatici assalti all’arma bianca) e“Bridge Of The Nose Nape Of The Neck” (un requiem radioattivo solcato da abrasive folate mortifere), mentre i field recordings di “I Could Make You Be A Woman” lasciano che il mistero si infittisca, senza suggerire alcuna ipotesi di soluzione.
Il palco è un campo di battaglia. Avanti miei prodi!
Quando la band inizia a presentarsi dal vivo con lunghissime improvvisazioni incentrate su imponenti muraglie ritmiche squarciate da maelstrom claustrofobici di urla laceranti e raffiche imbizzarrite di stridula elettronica mista a insalubri sventagliate di chitarra, il dado è finalmente tratto. A supportare queste selvagge e già leggendarie performance, nel 2005 esce per la Latitudes il monumentale, furibondo assalto di Ladybird (1 traccia, 41’39”), ovvero, come recita il foglietto allegato all’edizione cartonata in cd: “4 drummers, 2 bassists and 1 toy keyboard = 1 riff, 41 minutes = evil fun”. Non ci sarebbe da aggiungere altro, se non invitarvi all’ascolto di un disco sicuramente non per tutti i palati, ma capace di regalare un’esperienza musicale totalizzante, per certi versi avvicinabile a quella proposta dagli Orthrelm in "OV". Da alcuni considerato il loro capolavoro, “Ladybird” non concede tregua nei suoi quarantuno minuti e rotti di tribalismo maniacale, di terrorismo sonico elevato alla massima potenza, di massimalismo demoniaco e cerimoniale. Dalla sua postazione tastieristica, Clouse guida l’armata irradiando volute acide che coagulano in un vero e proprio riff, ripetuto fino allo spasimo. L’accusa più frequente nei confronti di musica come questa è che suoni monotona e che parta da presupposti banali. Allo stesso modo, dunque, sarebbero da condannare, per dire, le opere dei minimalisti… Fermo restando che è possibile seguire lo sviluppo di micro-variazioni che conferiscono al tessuto sonoro una “drammaticità” anche piuttosto consistente, in improvvisazioni così esasperate dal punto di vista della ripetitività bisognerebbe, più che altro, tentare di intercettare lo stato di trance che la musica cerca di trasmettere. La cadenza finanche marziale del tappeto ritmico, inoltre, sembrerebbe proporre un’esperienza di tipo “bellico” in cui i contendenti non sono altro che la maschera e ciò che dietro la maschera realmente ci rende quello che siamo. Il circolo potenzialmente infinito del ritmo arriverà, quindi, a palesare una valenza finanche purificatrice. Nel dilatarsi senza sosta della triade riff tastieristico-sciame rumorista-groove circolare, ecco intravedere, quindi, lo spiraglio per il raggiungimento di una dimensione altra in cui partecipanti attivi (i musicisti) e passivi (gli ascoltatori) entrano in sintonia prima di abbandonarsi, definitivamente, al delirio più smodato. Non è un caso, infatti, che dal vivo la dislocazione delle batterie sia, spesso e volentieri, di tipo circolare, quasi a sottolineare che la messa in scena della pulsione sfrenata del ritmo, al di là del significato materiale/fisico, possegga anche una "circoscritta" valenza ritualistica. Farne parte o meno, dipende da una scelta che condiziona profondamente il rapporto con proposte sonore così eccessive.
Il nome della band raggiunge, intanto, anche i luoghi dell’arte contemporanea grazie all’artista romana Carola Bonfili (classe 1981) che, ispirata dalla musica di Clouse & co., tra il marzo e l’aprile del 2006, tiene nella città capitolina la sua prima personale, dal titolo eloquente di “Shit & Shine”.
Il 3 novembre, arriva nei negozi, sempre sotto l’egida della Riot Season, quella che, molto probabilmente, è la vetta assoluta della band: Jealous of Shit And Shine (9 tracce, 61’33”), feroce distillato di freak-out psych noise che porta a compimento le intuizioni di “You're Lucky To Have Friends Like Us” (la cui ristampa, riveduta e ampliata con due bonus track, viene allegata alla prima tiratura del disco). Gli Shit And Shine dimostrano di essere, ancora una volta, e finalmente con piena convinzione, una band decisa a non lasciare niente di intentato, lanciandosi in prodigiose elucubrazioni rumoriste. Jealous of Shit And Shine è, a tutti gli effetti, un’istantanea del nostro tempo, un buco nero al meglio simboleggiato nella mezz’ora terrificante di “Practicing To Be A Doctor” (con un riff possente degli Strangulated Beatoffs), panzer motorik-sludge (Melvins + Earth + Neu!) con punte di frastuono dolente e titanico. Sei batteristi che squadrano il campo da parte a parte; tonfi metallici e sibili acuminati; una voce sommersa con il solito piglio altezzoso e scostante: un modo assolutamente portentoso per mandare definitivamente in gloria il disco.
A rendere il piatto ancora più godurioso, ecco giungere, poi, la industrial stenght music dei Chrome filtrata da manipolazioni inconsulte (“Here Comes The Vikings”) e il rumore orribile, denso e impenetrabile, della carneficina di mostri di “No Darling, Its A Pentagram”, aberrazione harsh al confine tra una lavatrice e un ottovolante nelle mani di un terrorista. “When Extreme Dogs Go Wrong” è, invece, una danza subumana in cui la sezione ritmica si muove su due piani contrapposti e convergenti: il primo, un metronimico andirivieni metallurgico, a rinverdire i fasti di mastro Leibezeit; il secondo, un battito pantagruelico puntellato dalle distorsioni urticanti delle chitarre. Voci aliene, scampoli di elettronica barbara e cortocircuiti in rewind fanno il resto, prodigandosi per un brano davvero eccezionale. Si tratta di esperimenti che si piantano nel cervello come virus esiziali, desiderosi di sconfiggerci poco alla volta. Inizialmente, magari, troverete qualche difficoltà ad apprezzarne la “gestualità” vibrante e isterica, salvo poi, evidentemente, abbandonarvi a un tour de force infernale come da tempo non vedevamo materializzarsi. La voce moribonda, la chitarra sbilenca e svogliata (a Mayo Thompson fischieranno le orecchie…) e il battito industriale di “Unchained Ladies Shopper” preludono al tunnel pestilenziale di “There Are 2 Bakers Now”, odissea di rigurgiti umanoidi e brandelli di pornografia brutale, peregrinazione ultraterrena tra le rovine della psiche, agonia di morte a passo marziale mentre il nastro diffonde le ultime strampalate dissennatezze di un maniaco. Ovvero, la follia è l’ultimo baluardo prima dell’avvento di una divinità bastarda.
Dal canto suo, “Kitten Mask” stende una corda electro lungo cui scivolano numeri ritmici disgustosamente sintetici, periodicamente messi a soqquadro da spasmi di un videogame d’antan. Altro capolavoro, “Hot Vodka” è disco-music rigurgitata dall’inferno, crogiolo anfetaminico di beat spiraliformi, croonering d’oltralpe strafatto di chissà cosa e chitarre sbandate. E se il valore di un disco si misura anche dal modo in cui scorrono i titoli di coda, allora “Seeing Life Through A Young Mans Eyes”, con il suo piglio sbarazzino e la sua spruzzatina di electro-pop diamantino, dimostra, senza appello, la grandezza di un disco necessario.
Appena un mese dopo, a Novembre, esce Toilet Door Tits (2 tracce, 30’33”), facente parte di una serie di dodici pubblicazioni atte a celebrare i dieci anni di attività della belga Conspiracy Records. Due densi, martellanti agglomerati: la title-track, più distruttiva, edifica un groove fragoroso e kraut-oriented, infilzato da distorsioni colossali e supportato dalle solite voci deforme seppellite dal caos abnorme; “The Biggest Cock In Christendom” si distende, invece, pachidermica e con un mood cupo e claustrofobico e con tanto di crude deformazioni in feedback che fanno pensare a dei Gravitar al ralenti… Un ascolto tonificante ma, tuttavia, non indispensabile.
Rose e ciliege per prostitute travestite da conigliette
Mancando ancora la documentazione su disco dei loro tellurici concerti, la benemerita Noisetar pensò bene di correre ai ripari, pubblicando la deflagrante orgia di Cunts With Roses (2007; 1 traccia, 28’13”). Un vero e proprio calcio nei coglioni mandato in loop per ben 28 minuti. Quattro batterie che pestano un 6/4 ossessivo e maciullante, due bassi che pompano l'ira di Dio, chitarre incendiarie che spargono odio e veleno dappertutto, cataclismi di elettronica lo-fi che s’abbattono luciferini e senza il benché minimo raziocinio (figurarsi…) e una voce che arriva, di tanto in tanto, a urlare invettive e proclami. Insomma, uno dei momenti musicali più violenti di tutti i tempi. Un Ladybird marcio, un’apoteosi sfrenata di dionisiaca memoria. Qua e là, cortocircuiti improvvisi, buchi neri che squarciano la colata lavica, fessure da cui filtra una luce malata. Un incandescente e bestiale amplesso tra Chrome, Gravitar, Borbotemagus, Flying Luttenbachers e Blowhole. Il livello di intensità è tale che, spesso, il suono sembra collassare, crollando, rovinosamente, su se stesso. Minime variazioni e aperture differenziali più incisive e palpabili danno, di volta in volta, respiro a questo miasma asfissiante di feedback, distorsioni, sovratoni e accordi scheggiati come denti presi a martellate. Uno space ritual dell’evo post-atomico, attraversato da cupe, derelitte scie di astronavi fantasma. L’apocalisse che si specchia lussuriosa nel magma ribollente di un vulcano astrale. E’ giunto il giorno del Giudizio Universale e nessuno vi ha avvertiti? A nulla vi servirà chiudervi in casa e far finta di niente. Prima o poi, questi pazzi furiosi verranno a cercarvi.
Preannunciato dai singoli Cigarette Sequence e Charm And Counter Charm, Cherry (2008; 14 tracce, 74’16”) è opera “ascensionale” che, nel marciare imperterrito verso il trionfo distruttivo di “The Rabbit Song” (ennesima dimostrazione di forza bruta e ottundente), marca netto il confine (facendosi anche sintesi!) tra il caos scivoloso di You’re Lucky To Have Friends Like Us e il malvagio freak-out psych noise di Jealous of Shit And Shine, iniettando, altresì, l’epica tribal-percussiva di matrice Crash Worship nel corpo “canzone”. Non più soltanto arma di distruzione di massa, quindi, la smisurata carica ritmica si fa, in questi solchi, preciso carattere strutturale, intorno cui far divampare alcuni dei fuochi più creativi e appariscenti della loro carriera. Tribale e funky, allora, “Am I Nice Guy?”, è la loro “The Gift”, ma immersa in un’ipnotica atmosfera hard-boiled, cui sembra fare da sequel “Honestly Don’t”, con assolo chitarristico in spirale a scalare una possente parete ritmica.
Altrove, oltre il techno-beat elettronicamente solleticato di “Charm And Counter Charm”, sono le bordate industriali (“Danielle”, Shockwave”, e, soprattutto, la devastazione metallurgica in stile Whitehouse di “Cigarette Sequence”) e quel senso di after-day nucleare (con l’apice annichilente di “If You Knew Susie”) a imporre una visione ironicamente “brutalista”, madre di degradazioni sarcastiche, come quella subita dal post-punk nel recinto idiota di “Flower Petal Sword” o dallo stesso elemento ritmico, reso “astratto”, in “Sharlade”. Ma è musica che, dietro il volto di un divertito (?) nichilismo, nasconde, soprattutto, una tensione epica, una solennità che in “Prize Winning” (una delle loro vette) vibra di sotterranea esaltazione: un nugolo di batterie che marcia imperioso sotto l’egida di Gravitar disidratati e corrosi dal delirio digital-chimico di un crooner post-umano. Lì dove, poi, i segni sonori assumono definitivamente i connotati dell’incubo più angosciante (la velenosa e asfissiante nube proteiforme della title track e la scultorea dark-ambient di “High Brooms”, vertigine stordente che si distende per quasi un quarto d’ora senza lo spiraglio di una benché minima speranza…), ecco venire a galla la “merda e lo splendore” di un tempo (il nostro) che, nell’impossibilità di rintracciare un significato nelle cose, sembra voler a tutti i costi fare dell’irrazionale l’unica via d’uscita dal tunnel. Senza dimenticare, sia chiaro!, la prodigiosa ebbrezza e lo stordimento che un branco di pazzoidi riesce a regalarci ogni volta che arrivano a conquistare la scena con clave e pelli di animali tese (“The Rabbit Song”, ovvero “anche gli uomini primitivi rimorchiavano in discoteca…”).
All’edizione limitata in mille copie, viene allegato un bonus DVD contenente il Live at Bloomsbury Bowling Lanes, registrato in quel di Londra. Oltre mezz’ora di imperioso noise dalle sfumature doom che riempie lo spazio senza fare prigionieri.
Instancabile, il trio pubblica, sempre nel 2008, il settimo disco in appena cinque anni di attività, Küss Mich Meine Liebe (8 tracce, 56’36”), che celebra il matrimonio con la Load Records. La band mostra di non voler troppo indagare su quanto di nuovo aveva proposto il disco precedente. Così, recuperati i tetragoni assalti di “Biggest Cock in Christendom” e “Toilet Door Tits”, ecco nuove composizioni dove i catastrofici sconquassi percussivi (16 i batteristi schierati…) si riverberano dentro un vortice di clangori/clamori tonanti fedele alle loro più veraci intenzioni. Evidenziato il carattere “manieristico” e la scorza “conservatrice”, è pur vero, comunque, che, tolta la buccia, il frutto è ancora succoso e carico di belle vitamine per il corpo e la mente… Data per scontata, quindi, una certa derivazione Ministry nella breve turbolenza cyber-punk di “Taking Robe Off” (probabilmente, l’unico vero momento di sollazzo “riformista”, insieme con il galattico industrial a rotto di collo del brano eponimo), imperiose scorrono la marziale “The Germans Call it a Swimming Head”, la lenta e pantagruelica (e quasi sicuramente “rallentata” in fase di post-produzione) “The Side Of The Road” - con tanto di gong ritualistico a sfrondare il finale -, il caos siderurgico, con mostri-inconsci Thinking Fellers Union Local 282, di “Mr. and Mrs. Gingerbread Hawaii” e il noir tribale di “Preventions Arise”, che sembra una “Am I Nice Guy” sotto barbiturici.
Pur ricevendo ottimi riscontri di critica, il disco suona, comunque, più come un momento di transizione che come un nuovo punto di fuga artistico.
Solo le ragazze possono salvarci da tutta questa merda...
La band ci mette poco, ad ogni modo, per ritrovare la forma migliore. Con l’elemento percussivo sempre più in primo piano e con una ferocia esecutiva capace di scuotere anche l’ascoltatore più scettico e molliccio, 229-2299 Girls Against Shit (2009; 17 tracce, 79’16”) sembra un Jealous of Shit And Shine più incazzato e il boogie sulfureo di “Have You Really Thought About Your Presentation?” (praticamente, Brainboms e Suicide che discutono sul senso ultimo di “Metal Machine Music”, giungendo alla conclusione che tutto nasce da “Sister Ray”…), ci tiene immediatamente a precisarlo, schiaffeggiandoci per scarsi dieci minuti. Ma senza l’apporto della deturpazione elettronico/rumorista, l’impatto del martellamento batteristico si risolverebbe, a lungo andare, in una mera espressione di forza. A ragione, dunque, sondando la superficie di questo densissimo cumulo di pelli e cimbali, si scorgono innumerevoli traiettorie di frequenze, feedback, modulazioni e distorsioni, tutte divampanti come in una fittissima gettata di magma incandescente. Stesso discorso per il massacro ferroviario, dall’agghiacciante impatto “garagista”, di “Roberts Church Problems”: un inverecondo gorgo di monocromatica perversione, con le batterie che, in circolo mefistofelico, sembra stiano assaltando la guarnigione del Cielo.
Assodato che qui (“The Cusp of Innocence, Prettily”), come già nei dischi precedenti, l’arte della ripetizione diventa vero e proprio atto sovversivo, c’è da rilevare che il trio ha dalla sua una serie di cartucce niente male anche quando affronta texture camaleontiche e multiformi. Ci si spinge, allora, da un lato verso succulente ipotesi di “ballabili” androidi, dove il messaggio nascosto è: “se volete muovere il culo, fatelo per bene, almeno” (il dub astratto, verticale e sbilenco di “Shit No!”, gli sfarfallamenti storpi di “Yes 9 10”, la magnetica stroboscopia con graffi metropolitani di “Friseur Nelson” e, soprattutto, una “Girls Against Shit” che, quando carbura, s’inerpica in un heavy-techno/funk futuristico avvolto da propulsioni motoristiche e scortato da un assolo a spirale); dall’altro, si mescolano malatissimi, mutanti sortilegi kraut-wave.
Sfileranno, allora, in una carrellata di purulenta bellezza, la sghemba fornace Cop Shoot Cop di “Penthouse Is a MUST”, la psichedelia fanta-metallurgica di scuola texana di “20 Years of Caring for the Nations Eyes”, un disumano & glorioso esperimento di weird black-metal (“USA/Mexico”), le cacofonie psicotico-nichiliste di “Pissing on a Shed” e i Wolf Eyes remixati da un alcolizzato techno-addict di “I'm MAKING My LUNCH!!”). Un ripugnante, blasfemo tripudio di morbosa barbarie dove la melodia fa capolino al massimo sotto forme di labili indizi nell’arrivederci finale, perché altrove il desiderio dello scempio è sempre fottutamente intenso: “Kolchak the Night Stalker” è l’ideale colonna sonora per la macellazione di entità aliene, “Hotel Denmark (You 3 - Ass, Pussy, Blow)” manifesta il rispetto dovuto per i Big Black “atomici” e “Kings Heath Shit and Shine Appreciation Society” ringrazia le chitarre dei Dead C per essere così perfidamente riconoscibili.
Cattivissimi, gli Shit and Shine sprofondano, alla fine, nell’incubo eroinomane - la loro variante dell’ultra-doom dei Khanate? - di “People Like You… REALLY!”, impreziosito da urla disperate oltre la siepe.
Nel 2010, è la volta del 12" Bass Puppy, presentato come il loro disco dubstep. E se dubstep deve essere, che dubstep sia... pur se a modo loro! Il brano eponimo si stende ipnotico e sonnacchiosamente dub, lacerato da squassi metallici, voci filtrate e noise subumano. Sul lato B, invece, “Fuck You Folk Singers” prosegue il discorso in una versione ancora più stentorea e irriverente.
(26/07/2009)



