“Nel 1970, la leggenda vivente della musica americana Lee Hazlewood decise di partire per la Svezia. Lì registrò il suo brillante ‘Cowboy in Sweden’, uno dei maggiori album della musica country. Trentacinque anni dopo, sorprendentemente, alcuni dei migliori dischi del genere stanno venendo fuori tra Svezia e Norvegia”. Quelle che ho trascritto sono le note presenti in calce a “Cowboys In Scandinavia: The New Folk Sounds From Northern Europe”, antologia edita della Fargo, che si pone come obiettivo quello di mostrare presenza e consistenza della attuale scena folk nordeuropea.
La Fargo, che ha sotto contratto un paio degli artisti presenti (Mattias Hellberg e Christian Kjellvander), ha visto giusto: se il nome che viene in mente a tutti è quello del duo dei Kings Of Convenience, chi ha avuto occhio lungo e orecchie tese non potrà far a meno di pensare a Nicolai Dunger/A Taste of Ra, il cui disco omonimo è stata una delle migliori uscite (nel settore) dello scorso anno. Per questa raccolta Dunger presenta “Soul Rush”, lunga cavalcata di chitarra in cui i rimandi a Tim Buckley si sostanziano soprattutto nella voce e nella struttura del pezzo, laddove il contenuto mostra vesti più convenzionali e, nonostante un arrangiamento di livello sopraffino (piano, violini, banjo e armonica), sicuramente meno memorabili di quanto ha prodotto nei tempi recenti. Poco male, perché a convincere maggiormente ci pensa uno degli altri nomi di punta, Mattias Hellberg: prima con “Power Failure”, recitazione accorata in territori a tinte dark e fatalisti, richiesta d’aiuto e sguardo al divino; poi con “Take Care”, dolce ballata di piano composta con Martin Hederos.
“Cowboys” presenta in gran parte brani chitarra, voce e poco più. Come “Allelujah” di Christian Kjellvander, voce pastosa che improvvisamente si trasforma in falsetto per sottolineare parentesi oniriche di fili di synth e armonica. Come il tenero sorriso abbozzato “Don’t You Worry ‘Bout a Thing” di Tobias Frogerg e come la “The Ghost Of Tom Joad” dei Junip di Josè Gonzales (presente anche da solo), nobilitata dall’arrangiamento per organo e moog. Forse è una delle pecche della raccolta, una certa ripetitività dei paesaggi sonori, soprattutto nel corpo centrale del disco, dove, se non mancano brani carini, nessuno spicca più di tanto. Da segnalare comunque “To Hide This Way” della quindicenne Johanna Berhan, un bozzetto melodico per saliscendi vocali memori della prima Cat Power, ma con molta più ingenuità e meno dolore.
Invece, nonostante il poco spazio, i pezzi delle band sono tra i migliori del lotto. Ci riferiamo ai Lancaster Orchestra con la loro “Bad Horse”, canzone di frontiera a rotta di collo, sostenuta da chitarre roboanti e percussioni tex-mex, cesellata da note di banjo e inserti di violini. E ai Tarantula, che presentano l’emozionante “Browngreen Pounding Eyes”, esecuzione disperata su colpi d’organo e chitarre, con il violino a tagliare stracci sofferti. Alla fine, per un breve cammeo, compaiono anche i Motorpsycho con il banjo del tema di “The Tussler”, colonna sonora country/bluegrass per un “western immaginario”, composta nel ’94.
Andando a tirare le somme dell’antologia, si deve render conto di una scaletta che presenta scelte non sempre azzeccatissime (l’annacquato power-country “Do They Let Me Kind in There?”, il tardo country-rock a voce sporca di “Watching You Steal My Pain”, il duetto in salsa adolescenziale di “Family Values”) e di alcuni artisti non al meglio delle loro potenzialità. Sono pecche che non inficiano l’obiettivo di dare pubblicità a una scena interessante, ma che non permettono di consigliare la raccolta, per quanto di valore e con buoni spunti, senza alcuna remora, come sarebbe invece potuto potenzialmente avvenire.
17/12/2006
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