Enrico Falbo

Tra terra e cielo, sulle tracce del Remoto

intervista di Francesco Nunziata

Musicista prezioso e testardamente lontano dai riflettori, Enrico Falbo continua la sua ricerca di una musica perennemente sospesa tra l'ancestralità di un folk fatto di terra e l'ineffabilità di formule “sonoro-sciamaniche” imbevute di cosmico abbandono. Con tre dischi di forte personalità, "Canti Silvani" (2010), "Tranceformer" (2017) e il recentissimo "De-Stare" (di cui si dirà più approfonditamente in un prossimo articolo), il musicista e compositore beneventano si è imposto come uno dei segreti meglio custoditi della musica italiana, grazie a una sintesi sonora che prova a cantare "l’impotenza del potere sulla Verità" e la “necessità del Sentiero Del Giorno" 
Quella che segue è la sintesi di una lunghissima chiacchierata che ho avuto il piacere di fare con Enrico, sorseggiando caffè all'ombra di un piccolo bar di periferia  e discutendo di musica (occidentale e orientale), filosofia (da Parmenide a Severino, passando per Tommaso d'Aquino, Spinoza ed Hegel), rituali antichissimi e tante altre meraviglie.

 

Enrico, per rompere il ghiaccio, vuoi dirci come ti sei avvicinato alla musica e quali sono stati i primi strumenti che hanno stuzzicato la tua fantasia?
Tutto ebbe inizio nel lontano 1985. Avevo quattro anni e un bel pomeriggio mio padre venne a prendermi all’ asilo per farmi una sorpresa: aveva comprato un impianto hi-fi della Schneider a “torre”, forse uno dei primi modelli con lettore cd, cassette, giradischi, radio…era più alto di me, ma subito imparai tutte le sue funzioni e cominciai ad ascoltare i vinili di musica anni Sessanta/Settanta (Battisti, Le Orme, Aphrodite’s Child, Guccini, Nomadi, Equipe 84, Formula Tre, Beatles, Pink Floyd, ecc…). Passavo interi pomeriggi ad ascoltare musica, quasi in trance! Alla fine mio padre mi diede come “compito” quello di passare su cassetta tutti i vinili (all’epoca aveva solo un cd, forse di James Last!) per poterli ascoltare in macchina! Si fidò molto! Ricordo che c’erano due strumenti in casa: un organo Farfisa e una Eko Rangers 12 corde del 1969. Adoravo il suo suono, molto ricco di risonanze e profondo, direi “orchestrale”! Fu rubata negli anni Novanta, ma poi recuperata grazie a “strane coincidenze”! Negli anni Duemila un mio caro amico liutaio l’ha restaurata e amplificata! È l’unica chitarra che ho utilizzato nel mio ultimo disco! Quando frequentavo le scuole medie, un bel giorno entrò in aula un giovane professore supplente, un po’ timido: si presentò a bassa voce, mentre noi facevamo baldoria, senza prestare molta attenzione; allora, tirò fuori dalla custodia la sua arma bianca: una chitarra classica e cominciò a suonarla in maniera strepitosa! Ci incantò per circa un’ora come dei piccoli serpentelli… poi ci parlò un po’ dello strumento e della musica! Il giorno seguente, eravamo tutti con la chitarra in classe! Da quel giorno, non mi sono fermato più… Mi sono addentrato nella musica seguendo un lungo percorso ampio e “non-lineare”. Potrei raccontarti tanti altri aneddoti della mia infanzia e della mia adolescenza, eventi che potrei interpretare come cruciali, come decisivi, oppure come irrilevanti o poco influenti. Alcuni ricordi sono come immagini ben nitide, altre un po’sbiadite… eppure ogni piccolo accadimento mostra la necessità di ogni evento nella mia vita (“musicale” e non solo)!


falbo_live_2010Se ricordo bene, hai suonato, agli inizi degli anni Duemila, in alcune formazioni rock: Lamia, Chaos Conspiracy e Il cielo di Baghdad. Vuoi rievocare un po’ quel periodo?
All'epoca c’era molto fermento musicale nel Sannio: il “Six Day Sonic Madness” nel castello di Guardia Sanframondi, il centro sociale Depistaggio, il Morgana Music Club a Benevento erano veri e propri luoghi di culto per la musica underground nazionale e non solo. Ho cominciato con diverse formazioni rock. La Lamia è una “strega”, seduttrice, dalla doppia natura, (è “metà donna e metà serpente”), che ha ispirato miti e leggende dell’età classica e medievale, il poeta romantico John Keats e il bellissimo brano dei Genesis nello straordinario album "The Lamb Lies Down on Broadway". Con i Lamia pubblicammo due Ep (“Lamia” nel 2005 ed “Eufonia” nel 2006), risultando tra i vincitori di Rock Targato Italia (2007) e Sanremo Rock (2006); suonavamo un rock crepuscolare, influenzati dai Radiohead, Cure, Joy Division, At The Drive In, il prog rock anni ’70 italiano ecc…Con Michele Intorcia (basso), Giulio Cestrone (chitarra) e Marco Boscaino (batteria) continua tuttora la collaborazione musicale, fino al mio ultimo album “De-Stare”. Con i Chaos Conspiracy, formazione post-hardcore/mathcore, pubblicammo il primo album (“Out of Place”) per la britannica Copro Records negli stessi anni. In quel periodo, ascoltavo molto metal (Sepultura, Soulfly, Emperor, Meshuggah, Death, Slipknot, Type O Negative, Carcass). Poi mi appassionai al post-rock: Sigur Ros, Mogwai, Godspeed You! Black Emperor. Dal 2009 al 2012, grazie a un’amicizia sorta proprio nei festival musicali, mi ritrovavo a suonare viola, chitarra e harmonium con la “banda” (eravamo in sei!) Il Cielo di Bagdad, girando abbastanza per i festival e music club “indie-rock” più rappresentativi della scena italiana di quegli anni. Ricordo con molto affetto questi periodi, pieni di entusiasmo, di creatività, con una sana dose di follia e poco “pensiero calcolante”.

Quali sono gli artisti (non solo musicisti) che ti hanno maggiormente influenzato?
Hanno sicuramente ispirato molti aspetti del mio atteggiamento e del mio approccio verso la musica i seguenti musicisti: Jim Morrison, Klaus Schulze, Lou Reed, Nico, John Cale, Tony Conrad, Angus Mclise, La Monte Young, Pandit Pran Nath, Arvo Part, Henryk Gorecky, Giacinto Scelsi, Florian Fricke, Thom Yorke, Franco Battiato, Lucio Battisti; come pittori Odilon Redon, Kandinsky, Gino De Dominicis; Aldous Huxley, William Blake, Rilke come scrittori; Kenneth Anger, Alejandro Jodorowsky, John Carpenter, Werner Herzog, Sergei Parajanov come registi. Nonostante le differenze di personalità e stili molto diversi, in tutti i sopracitati ho ritrovato uno stesso “richiamo”, una stessa “Risonanza”.

canti_silvaniNel 2010, sei finalmente giunto alla tua prima registrazione solista, “Canti Silvani”, un disco a cui sono molto affezionato. Erano solchi, quelli, caratterizzati da un suono attraversato da tensioni ancestrali e sfumature arcane, nel solco di un’immersione psichica dentro i bellissimi paesaggi del suo territorio d’origine. Cosa ti ha portato, dalle tue prime infatuazioni rock, verso quella nuova direzione?
Sono contento che tu abbia davvero apprezzato il mio primo album “Canti Silvani”, autoprodotto e autoregistrato tra il 2008 e 2010, in armonia e consonanza con il “responso oracolare” dei boschi, dei tramonti, delle aurore e del bagliore eterno e “invisibile” del mio territorio sannita. Benevento, l’antica Maleventum sannita, è oggi una piccola città, ma è ricca di storia, di reperti e monumenti di notevole importanza, di leggende, di culti, dai romani ai longobardi, ai santi cristiani (le reliquie di San Bartolomeo, San Gennaro era nato a Benevento, San Benedetto da Benevento, San Barbato, San Menna eremita, San Giuseppe Moscati, San Pio da Pietrelcina, ecc.); ma è anche e soprattutto la città delle “streghe”, del Noce, del culto di Iside, di Ecate, di Artemide e delle Janare che, secondo la credenza popolare, ungevano la propria pelle con un unguento “magico”, per volare al Sabba nella valle del fiume Sabato. Leggende a parte, è un territorio che ha, come direbbe Elémire Zolla, un’“Aura” inconfondibile, unica e misteriosa, la quale ha sicuramente alimentato le mie radici sonore e la mia ispirazione per una musica “altra”, misterica, tesa verso un folk ancestrale, un suono orfico, frenetico e sognante accompagnato da un canto fatto di formule “sonoro-sciamaniche”, che invoca l’aurora dalle selve oscure, dalle radure sperdute tra le “rocce e gli incorporei boschi”, come scriveva Rilke.

Sei laureato in filosofia. In che modo l’amore per ciò che è “chiaro e luminoso”, per dirla con Emanuele Severino, ha influenzato la tua musica?
La filosofia, nata nel VI a.C., ha reso possibile l’odierna “civiltà della tecnica” e tutte le istituzioni e le opere dell’Occidente. Oggi viene considerata una cosa superata, un’inutile chiacchiera, eppure “la filosofia è il futuro inevitabile dell’umanità, la tecnica è il presente”. Questa frase del maestro Emanuele Severino mi è rimasta scolpita nel cuore. La Filosofia, nel suo profondo significato etimologico (“sophia” deriva da “saphes”, chiaro e luminoso), è un "far luce alla Luce", cioè alla “Verità non-smentibile”, oltre il "mito", le "fedi", le "opinioni", “il senso comune”, “le ipotesi probabilistiche” della scienza, essendo tutte dimensioni della “doxa” cioè della “non-verità”. Tutto il pensiero di Severino fa luce sull'inconscio della civiltà occidentale, dalle sue origini nell’antica Grecia fino al “non-remoto” futuro di perfezione “paradisiaco-tecnologico” (sempre più probabile!): l'inconscio della nostra civiltà è il nichilismo, la fede-follia che il nulla (l’impossibile!) sia e che le cose, ovvero gli enti, siano “divenienti”, “annientabili”, “caduchi”, “effimeri”, destinati a perdersi, “oscillanti tra l’essere e il nulla”. I testi delle mie canzoni sono soltanto dei “cenni”, ma si ispirano anche a questi contenuti. Per me diventa sempre più difficile separare e distinguere la musica dalla filosofia: l’una risuona in qualche modo nell’altra! In effetti, non c’è un linguaggio “specifico” per testimoniare la verità! Empedocle, Senofane e Parmenide, (quest’ultimo considerato – erroneamente - da Nietzsche un filosofo glaciale, astratto e razionalista), scrivevano in versi le loro opere: “Peri Physeos”. Severino ha poi considerato Eschilo e Leopardi come dei grandi filosofi. Anche la musica, secondo me, può essere il luogo della testimonianza del “Destino della Verità” e della Necessità! La mia musica si ispira al “Remoto”, pur essendo figlia del “tempo” e della “terra” in cui ho vissuto, ma non appartiene all’Occidente, né all’Oriente: abbandona l’impercorribile “sentiero della notte”, le persuasioni vincenti dell’Apparato, il “nichilismo” e canta l’impotenza del potere sulla Verità, la “necessità” del Sentiero Del Giorno, ossia del tramonto dell’alienazione, del dominio, del dolore e dell’ angoscia, dovuta all’imprevedibilità del divenire e alla “filodossia” (che appare sempre più acclamata rispetto alla “filosofia”) e alla rimozione “impossibile” della Verità, “che né dei, né uomini possono negare”, come amava dire, appunto, Severino!

Negli anni hai maturato una certa passione per gli strumenti più particolari e soprattutto di provenienza indiana. Cosa ti affascina di quell’universo sonoro e cosa può ancora insegnare a noi occidentali e, in particolare, all’universo “rock”?
Le grandi innovazioni, parafrasano Jankélévitch, non derivano dalla ricerca della novità a tutti i costi, anzi la escludono! Spesso derivano dal contatto con le tradizioni musicali arcaiche. Da Debussy, Ravel, Satie, Glinka, da La Monte Young ai Popol Vuh, passando per i Faust e i Dead Can Dance: tutti hanno attinto dalle sorgenti del suono primordiale, dalle formule melodiche delle tradizioni musicali millenarie. Il musicista innova in un senso radicalmente diverso dall’inventore! La musica della tradizione indiana potrà insegnare sempre moltissimo ad un musicista di qualsiasi genere: innanzitutto l’“ek-stasi”, cioè l’uscita dalla propria egoità ordinaria, quotidiana, dalla propria “autoesaltazione mondana”, per sentirsi “risuonatori cosmici”, così favorendo l’apertura per un rinnovato ascolto della “Risonanza del Remoto”, che è tutt’altro rispetto al non-ascolto consumistico, conformistico, frivolo, generico, standardizzato, che sembra diffondersi con sempre più prepotenza, violenza ed efficienza oramai in tutto il mondo contemporaneo. Amo molto gli strumenti indiani ad arco, come Dilruba, Esraj e Sarangi, forse meno conosciuti rispetto al Sitar o alla Tampura. Sono strumenti molto evocativi e hanno dalle 15 alle 30 corde di risonanza. Da diversi anni sto approfondendo lo studio dei Raga e dell’universo sonoro della musica indiana con la Maestra Mano Manjarie (allieva della grande violinista R. Rajam) e il Maestro Paolo Avanzo (allievo del grande sitarista Shivnath Mishra), uno dei primi in Italia.

tranceformer“Tranceformer”, tuo secondo disco, è stato pubblicato nel 2017, dunque ben sette anni dopo il tuo esordio. Perché hai fatto passare così tanto tempo?
La musica ha continuato a scavare nel profondo, a scorrere silenziosa, ma lentamente, inoltrandosi attraverso strette fenditure; poi, all’improvviso l’irruzione dalle sorgenti sotterrane e fu il “Giorno del richiamo estatico” (titolo di un mio brano)! “Tranceformer” è stato pubblicato dalla label statunitense Vulpiano Records, che è un bellissimo collettivo di musicisti molto interessanti (più che una classica etichetta), grazie a Marylin Roxie, che ha curato l’artwork e ha prodotto il videoclip di “Trance-Forme”. Attilio Novellino, tra i più originali compositori di musica elettroacustica e di drone-ambient in Italia, ha dato il tocco finale, effettuando il mastering e unificando le sessioni in una singola traccia.

Abbandonato il folk ancestrale, con “Tranceformer” hai dato vita a un affascinante mix di musica cosmica e ambient-tribale. Cosa ti ha spinto a cambiare rotta? Cosa hai ascoltato durante quei sette anni?
Molta musica “Drone” e di rituali estatici o di trance dell’India e di altre zone del mondo. Ho conosciuto, grazie al caro amico e ricercatore antropologo sannita, che ha studiato in India per decine di anni, Aldo Colucciello (di cui oggi sento molto la mancanza!), molte tradizioni ritualistiche musicali dell’India e dell’Italia centro-meridionale. Dopo tantissime conversazioni, letture ed esperienze, ho più chiaramente capito che ciò che più mi affascina e più mi inquieta della Musica non è tanto la sua dimensione estetica, ma la sua “dimensione estatica”. Il mio percorso va sempre più in questa direzione “remota”, dissonante, distante rispetto allo spirito e alle tendenze del mio tempo. “Tranceformer” lo considero il mio primo rituale di “trance”, registrato in un flusso unitario di sei sessioni in presa diretta, con Loopstation, strumenti indiani processati con delay/reverberi, percussioni tribali, chitarre elettriche e sintetizzatori. Mi sono ispirato alla musica cosmica e al krautrock dei Faust e dei Popol Vuh, ma anche alla drone music di Tony Conrad e Angus Maclise.

E veniamo a “De-Stare”, tuo ultimo lavoro, che per certi versi sembra mediare tra “Canti Silvani” e “Tranceformer”. Raccontaci un po’ la genesi di questi nuovi solchi.
Un bel giorno mi venne da scrivere il testo del brano “Aure”, come sotto dettatura. Non scrivevo canzoni dal periodo dei Lamia, e così sono ritornato un po’ alle mie radici sonore. Rispetto a “Canti Silvani” e a “Tranceformer”, “De-Stare” è cantato in italiano, con testi che considero “tracce”, cenni e nessi del mio percorso “filosofico-metafisico”. Alla fine, ho fatto ascoltare i brani a Dylan Iuliano, un giovane compositore sannita di musica elettro-acustica, visionario e di grande talento. “De-Stare”, infatti, è uscito sulla sua etichetta Bulbless Records, che ha pubblicato “Lick the Witch”, una compilation che raccoglie ben 30 anni di musica elettronica sannita, musica che ha “scavalcato i confini”.

destare_falboLa prima cosa che mi ha colpito, condividendo con te la passione per Severino, è il titolo “De-Stare”, che ricorda il “De-stino” del maestro bresciano. Ce lo vuoi spiegare?
Esattamente, hai colto profondamente nel segno: certo, il linguaggio di Severino è molto suggestivo, alquanto difficile, molto rigoroso, ma poco compreso e conseguentemente frainteso, secondo me, anche da eminenti filosofi e scienziati. “De-Stare”, in latino, è intensivo-iterativo del verbo “stare” ed indica lo “stare autenticamente” della Verità, “dell’eternità di ogni ente”. La verità intesa come Destino, secondo il Nostro, non è la verità epistemica, come intesa dalla filosofia del passato e dalla scienza moderna (“epi-steme” = lo “stare sopra” iperuranico delle “leggi immutabili”, che dominano la realtà del divenire), ma è lo “stare nel cuore delle cose”, di ogni evento, di tutti gli enti, anche nel cuore di chi rifiuta la Verità. Il Destino, in questo senso, esprime un significato inaudito per la civiltà occidentale (e non solo!): non è affatto il fatalismo dello stoicismo, né il determinismo della fisica classica (es. dove un determinato stato del passato “produce” necessariamente un determinato stato del futuro), né l’indeterminismo probabilistico della fisica quantistica, né una divina provvidenza, né l’ accettazione passiva del misticismo orientale (anche il “non-agire” è una forma di agire, anche lo Yoga richiede una “tecnica” per tras-formare il sé mortale in Sé divino). Il divenire, infatti, implica il nulla (ossia un contenuto impossibile): un ente per poter diventare altro ente, per essere diveniente, per “tras-formarsi” deve non esser più quello che era prima: e per di più, in un senso assoluto! Infatti, qualsiasi trasformazione impercettibile implica il “non-esser” più assoluto di alcuni aspetti (enti). In questo senso, la verità come “Destino” non va “im-posta” sul divenire, in quanto il divenire semplicemente “non-è”. Poiché il divenire NON è, allora qualsiasi “volontà di controllo su di esso” è Follia! Come follia è l’atto “folle” di chi vorrebbe costruire una zattera per “domare” (“episteme” = la “prua del dominio”, ricorda Severino) le acque, navigando su un fiume inesistente! Tutto ciò risuona, in qualche modo, nella mia concezione di “Drone-music”, dove il fluire del suono è appunto un De-Stare, “intensivo- iterativo”, non un nichilistico flusso o un “eterno ritorno dell’uguale” (Nietzsche), ma dove solo “l’immutabile può divenire”, in un senso “sonoro”.

In questi tuoi nuovi brani ho sentito anche echi di artisti quali Alan Sorrenti, il Battiato più evocativo ma anche di Giovanni Lindo Ferretti. Si tratta di mie allucinazioni o le mie orecchie funzionano ancora bene?
Sì, certamente, il Battiato più kraut e “misteriosofico” di “Sulle Corde di Aries” o il Ferretti dei CSI di “Linea Gotica”, ma anche dei PGR di “Montesole” sono profonde influenze. Di Alan Sorrenti, amo il suo capolavoro “Aria”, ma non saprei dirti se è stato in questi brani un riferimento “diretto”.

Come è nata, nel caso del brano “AION”, la collaborazione con Forever Alien, che, se non erro, è un altro musicista originario della zona di Benevento?
Siamo grandi amici e abbiamo condiviso tantissima musica e visioni sulla musica, in un bellissimo periodo quando vivevamo, insieme ad altri amici, un po’ da fricchettoni attoniti e un po’ esagitati, nella nostra “fattoria musicale”, immersa nel verde, tra sconfinati campi di grano nel beneventano. Johnny Jay (Pedicini) vive a Edinburgo ormai da circa dieci anni ed è molto attivo musicalmente, come un “magma”! Continua il suo percorso nell’ elettronica, ispirata a Psichic Tv e Swans. “Aion” viene fuori da un giro di basso di Michele Intorcia, ma Johnny ha rielaborato il tutto con sintetizzatori modulari e vi ha aggiunto vocalità abbastanza oscure e spettrali

A proposito della scena beneventana, ci sono altri musicisti a cui ti senti particolarmente legato?
Oltre ai già menzionati Dylan Iuliano (“The Delay In The Universal Loop”) e Forever Alien, ammiro molto Max Fuschetto per la sua originale sintesi musicale. Molto interessanti sono anche Unruly Girls e Faintin’ Goats, per quanto riguarda l’attuale scena musicale sannita.

falbo_liveMi piacerebbe sapere quali sono i tuoi dischi preferiti o, comunque, quelli che hanno avuto un peso decisivo nella tua evoluzione musicale.
Ne cito giusto alcuni che reputo non dei semplici “dischi”, ma veri e propri “portali” oltre lo spazio-tempo: “Tabula Rasa” di Arvo Part, “Irrlicht” di Klaus Schulze; “Dreamweapon e “The Invasion of Thunderbolt Pagoda” di Angus Maclise, “In den Gärten Pharaos”, “Hosianna Mantra” e “Die Nacht Der Seele /Tantric Songs” dei Popol Vuh; "Midnight: Raga Malkauns" di Pandit Pran Nath, gran parte della discografia del collettivo The Theatre of Eternal Music; “Outside the Dream Syndicate” di Tony Conrad con i Faust; “Their Refinement Of The Decline” e “The Tired Sounds of…” degli Stars Of The Lid; “Desertshore” di Nico; “Songs from the Hill” e “Dolmen Music” di Meredith Monk, “Going Places” degli Yellow Swans, “Sulle corde di Aries” di Franco Battiato; tra i “contemporanei” musicisti-sciamani non posso non menzionare Vibracathedral Orchestra, Gospeed You!Black Emperor, Yellow Swans, Natural Snow Buildings, Six Organ of Admittance, Fursaxa, Grouper.

Come nasce, di solito, un tuo brano? C’è qualcosa, in particolare, che ti ispira?
Difficile descrivere quel “sopraggiungere” e quei “nessi necessari”, riprendendo il linguaggio di Severino, ma davvero non trovo parole migliori! Le parole, i titoli delle canzoni e il suono del mio ultimo disco esprimono, a prescindere da tutto, cenni e nessi con la metafisica e la mistica più esoterica. Il brano “Sentiero del Giorno”, ad esempio, riprende musicalmente il proemio del “Peri Physeos” (Sulla Natura) di Parmenide (padre della metafisica occidentale, che Platone chiamò “venerando e terribile” e che Aristotele definì come il più folle tra i filosofi). In esso si narra di un viaggio misterioso e sognante (forse un “sogno lucido”?) su un carro, trainato da due cavalle immortali e guidato dalle Ninfe del Sole (Eliadi). All’alba, dopo aver abbandonato le Case della Notte, il carro corre velocemente verso la Porta che divide i due sentieri (della notte e del giorno), emettendo dal suo asse e dalle sue ruote “un suono sibilante”, un “suono d’organo”, dunque un suono magico, pieno di risonanze, direi un “drone” ipnotico, immerso nei cori di voci femminili che espandono il portale cosmico.Ho tentato, così, di tradurre quel viaggio in termini sonori con il bordone-drone della Tanpura indiana, con un breve cenno di melodia da un raga indiano notturno con la Dilruba, con le percussioni incalzanti e con i cori femminili (registrati da mia moglie Francesca), sovrapponendo inoltre altri suoni eterei, ampi e cosmici! Il singolo “Dimore” evoca un luogo remoto, lontano dal tempo e dallo spazio. “Dimora” è una parola e un simbolo caro a mistiche donne cristiane, "fuori di sé", in un'ardente estasi spirituale (Teresa d’Avila, Edith Stein), così come ad alchimisti misteriosi (Fulcanelli), a sapienti "entronauti" (Ramana Maharshi) e a metafisici remoti. È un brano che ho dedicato all'uomo occidentale, a me stesso in quanto “errante” e “mortale", destinato al tramonto, ma da sempre salvo dal nulla! Difficile da immaginare che la retta “strada" in questa terra desolata, non si distenda per opera di un Dio, di Dei, di Uomini (servi o signori potenti) e che non ci attenda una meta lì fuori di noi; difficile pensare (soprattutto per l’uomo occidentale) che il Destino non sia un artificio o il prodotto di un "fare", né della libera scelta, né della rassegnazione umana. Certamente arduo “testimoniare il Destino”, oltre ogni dogmatica fede, opinione o ipotesi, dunque sapere che in “Labirintiche Dimore di oro spirituale”, simbolo di Gloria eterna e di Verità firmissima e non scalfibile, noi con tutte le "cose", al di fuori di qualsiasi angoscia, dolore, vacuità, caduta, dominio e “volontà di potenza”, siamo da sempre necessariamente liberi! Il brano “Aure” viene da un’altra parola dimenticata o caduta nella babele semantica della New Age, ma che in sanscrito è “Sri” e significa, appunto, “Splendore”, “Gloria”, “Incanto”. Uno degli ultimi cercatori di “aure”, Elémire Zolla, ci ricordava che tutte le cose hanno un’Aura, dal sole alle montagne, ai fiori, ai volti umani, agli animali e alberi, dai vissuti più belli e luminosi agli eventi terrificanti, tragici, cupi, alle “strane” coincidenze e sincronicità. La visione dell’Aura è, oserei dire, una specie di risveglio, un “destarsi” in una dimensione dove salta ogni presunto nesso di “causa-effetto” (un po’ come nel mondo subatomico quantistico) e dove si manifesta a suo modo e perfino allo sguardo “non-filosofico”, la reciproca eternità e necessità della parte e del Tutto. “Aura” è per me quel bagliore eterno di ogni scena, di ogni sfumatura, di ogni luce e ombra esperita nella vita quotidiana e, al tempo stesso, nell’ infinito “De-Stare” degli stati “sovracoscienziali” eterni. Le “Aure solari” sono, nella mia metafora musicale, un’infinità di cerchi sonori concentrici, una sovrapposizione reverberante di suoni, che schiudono e adeguano gradualmente il finito all’Infinito!
Tutto ciò è stato fonte di ispirazione per “De-Stare”.

rural_live_falboHai avuto modo di portare in giro la tua musica, proiettandola, insomma, in una dimensione “live”?
Solo in rare occasioni. Certo, mi piacerebbe suonare dal vivo: in questo periodo, sto strutturando un live-set da solo, ma anche con altri carissimi amici musicisti (Michele Intorcia, Giulio Cestrone, Luigi Limongelli del duo synth-punk Unruly Girls) per presentare dal vivo l’album “De-Stare” a Benevento a fine luglio. Sarebbe bellissimo suonare nel parco archeologico di Elea-Velia nel Cilento, o a Camposauro sul Taburno, o nei pressi del Ponte Appiano sul fiume Calore: luoghi suggestivi e colmi di remote Risonanze!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Dovremo aspettare ancora molti anni prima di poter ascoltare un tuo nuovo disco?
Mi piacerebbe saperlo, ma a questa domanda non saprei dare risposta. Certo, suono moltissimo, vivo tra tanti strumenti e la musica è e so che sarà onnipresente.

Discografia

Canti Silvani(autoprodotto, 2010)
Muse (Ep autoprodotto, 2013)
Tranceformer(Vulpiano Records, 2017)
De-Stare(Bulbless! Records, 2023)
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