I migliori assolo di chitarra dagli anni 60 a oggi

29-03-2026
Premessa

Se si facesse un sondaggio tra gli ascoltatori di musica rock, dai più esperti a quelli occasionali, chiedendo quale sia l’immagine simbolo di questo genere musicale, la maggior parte degli intervistati indicherebbe probabilmente il chitarrista rock. Poche figure sono infatti diventate iconiche quanto quella del musicista che imbraccia una chitarra elettrica e si lancia in un assolo.

Il ruolo del chitarrista

barryzlevinehendrixDa sempre figura emblematica, il chitarrista ha attraversato decenni di trasformazioni, aumentando via via la propria iconicità: dal bluesman maledetto e ribelle del rock’n’roll degli anni 50 al creatore di melodie lisergiche e ipnotiche della psichedelia degli anni 60, fino a diventare sempre più centrale con l’avvento dell’hard-rock negli anni 70. Con la nascita del metal, tra la fine dei 70's e l’inizio degli anni 80, il chitarrista diventa una sorta di supereroe e la chitarra quasi una protesi fallica che ne sottolinea la potenza illimitata.

Il ruolo dell'assolo

L’assolo – con tutte le differenze stilistiche tra rock’n’roll, hard-rock e metal – diventa il mezzo con cui il chitarrista esprime la propria perizia e creatività, arrivando fino alla figura dello shredder, il virtuoso che mette la tecnica al di sopra di tutto.

jimmypageplayswithabow_01Nello stesso periodo in cui una parte dei musicisti si inchina al ruolo dominante della chitarra, un’altra ne ridimensiona il peso, prediligendo tastiere e sintetizzatori. È l’inizio della new wave, un’ondata di creatività che privilegia la composizione rispetto alla tecnica e in cui la chitarra si fonde all’interno di un mosaico di strumenti e influenze senza mai prevaricare. Il ruolo dell’assolo diventa progressivamente marginale, fino a sembrare quasi un reperto museale, qualcosa di adatto ai dinosauri del rock.
Anche nel revival rock degli anni 90 l’assolo perde centralità: il grunge e il post-rock lo ridimensionano drasticamente, mentre continua a sopravvivere soprattutto nel ciclo continuo di nascita e trasformazione dei sottogeneri metal. Qui, pur con alcune eccezioni – nel black metal, ad esempio, l’assolo diventa meno centrale – rimane comunque parte integrante del linguaggio musicale, fino a scomparire quasi del tutto nel nu metal alla fine del millennio.

Nonostante queste alterne fortune, l’assolo resta uno dei momenti fondanti della cultura musicale rock: dagli assolo-fiume dell’epoca psichedelica – la jam lisergica – ai lunghi finali delle canzoni hard-rock, vere e proprie cavalcate chitarristiche; dalle influenze neoclassiche di alcuni virtuosi alle architetture complesse del progressive, fino all’esplosione tecnica del metal.

Una playlist possibile tra infinite playlist

tonyiommiLa playlist che segue (una delle infinite possibili) prova a raccontare proprio questa evoluzione, privilegiando gli assolo più esaltanti: quelli che sembrano poter durare all’infinito senza stancare. Non a caso molti di questi vengono fatti sfumare in fade-out, ovvero con il volume che si abbassa progressivamente fino al silenzio. È un espediente che suggerisce come l’assolo potrebbe continuare idealmente senza fine, aumentando di minuto in minuto il proprio pathos. Un esempio classico è quello di “Comfortably Numb”, talmente potente ed evocativo da non potersi chiudere se non in dissolvenza. Una soluzione narrativa tipica delle jam psichedeliche degli anni 60, ma che ricompare anche in brani più moderni, soprattutto quando il solo finale possiede un forte valore emotivo.

Molto spesso l’assolo è inserito all’interno della canzone come momento culminante, talvolta sotto forma di dialogo tra due chitarristi; altre volte, più raramente, diventa addirittura la struttura portante del brano, smettendo di essere un semplice passaggio solistico per trasformarsi nel suo vero centro narrativo.
La playlist segue quindi l’evoluzione dell’assolo nel rock, suddividendo i brani in capitoli: dai primi grandi assolo lunghi degli anni 60 fino alle evoluzioni più recenti.

L’assolo definitivo, il più celebrato
  • Comfortably Numb (1979) – Pink Floyd (David Gilmour)
davidgilmourSe si dovesse scegliere un solo assolo, quello più evocativo, quello più celebre, l’assolo rock per eccellenza, la scelta di gran parte degli ascoltatori ricadrebbe probabilmente su “Comfortably Numb”, celeberrimo brano dello psicodramma musicale di “The Wall”.
Proprio David Gilmour è il chitarrista che nel corso della sua carriera ha composto una serie di assolo ampiamente riconoscibili nel loro stile: lunghi, intensi e spesso strazianti, capaci di raggiungere vertici emotivi che pochi altri chitarristi possono anche solo immaginare.
Quello di “Comfortably Numb” potrebbe durare all’infinito: tra pause e accelerazioni che si ripetono sempre diverse tra loro e il progressivo accumulo di tensione, è capace di portare l’ascoltatore a uno stato quasi estatico. Non è l’unico assolo che tenta questo percorso, e lo stesso Gilmour ci ha provato – riuscendoci – varie altre volte, ma qui siamo forse di fronte al vertice assoluto. Non sorprende quindi che molti lo considerino una sorta di unità di misura con cui, consapevolmente o meno, vengono giudicati tutti gli altri.



La jam psichedelica
  • Spare Chaynge (1967) – Jefferson Airplane (Jorma Kaukonen)
  • The End (1967) – The Doors (Robby Krieger)
  • Invocation And Ritual Dance Of The Young Pumpkin (1967) – The Mothers Of Invention (Frank Zappa)
  • Voodoo Chile (1968) – Jimi Hendrix Experience (Jimi Hendrix)
  • All Along the Watchtower (1968) – Jimi Hendrix Experience (Jimi Hendrix)
  • Dark Star (1968) – Grateful Dead (Jerry Garcia)
  • Who Do You Love Suite (1969) – Quicksilver Messenger Service (John Cipollina/Gary Duncan)
  • Echoes (1971) – Pink Floyd (David Gilmour)
  • Maggot Brain (1971) – Funkadelic (Eddie Hazel)
La musica psichedelica ha dato all’assolo un significato radicalmente diverso rispetto a quello che aveva avuto nel decennio precedente. Dal divertimento e dalla ribellione del rock’n’roll si passa all’espansione della coscienza stimolata da sonorità dilatate, dall’influenza dei raga indiani, dalla lunghezza degli assolo e – se necessario – anche dall’uso dell’acido lisergico. L’assolo diventa così la jam psichedelica: lunga, ipnotica, quasi rituale, tanto da richiedere un’esperienza collettiva per essere vissuta pienamente.



Tra i protagonisti principali di questa trasformazione ci sono ovviamente Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors, Jimi Hendrix e Quicksilver Messenger Service, che riscrivono completamente il significato della chitarra elettrica. In America, tra San Francisco e Los Angeles, Jorma Kaukonen costruisce lunghi flussi di blues psichedelico ("Spare Chaynge"); Robby Krieger unisce la musica lisergica alle suggestioni del raga indiano ("The End").



hendrix_guitarJimi Hendrix incendia – letteralmente – la sua chitarra mostrando potenzialità fino ad allora inimmaginabili ("Voodoo Chile", "All Along The Watchtower"); Jerry Garcia scrive veri e propri manuali d’istruzioni per costruire una jam psichedelica ("Dark Star"), trasformando l’assolo in un’esperienza collettiva totalizzante; mentre John Cipollina e Gary Duncan trasformano le loro composizioni in monumentali suite elettriche ("Who Do You Love Suite").



Frank Zappa
, pur non facendo uso di Lsd, si ispira a queste sonorità partecipando all’evoluzione di una nuova musica destinata a diventare immortale ("Invocation And Ritual Dance Of The Young Pumpkin").



Anche il funk diventa psichedelico con Eddie Hazel nel brano “Maggot Brain", una originalissima forma di improvvisazione/trance chitarristica.

In Inghilterra, invece, David Gilmour inizia la sua carriera scrivendo alcuni degli assolo psichedelici destinati a rimanere per sempre nell’immaginario collettivo. In particolare l’assolo di “Echoes”, parte integrante di una suite articolata in diversi movimenti, cambia la storia: nulla sarà più come prima.



L’irruzione del kraut: gli assolo cosmici
  • Phallus Dei (1969) – Amon Düül II (John Weinzierl)
  • Journey Through a Burning Brain (1970) – Tangerine Dream (Edgar Froese)
  • Amboss (1971) – Ash Ra Tempel (Manuel Göttsching)
  • Eye-Shaking King (1971) – Amon Düül II (John Weinzierl)
  • Hallogallo (1972) – Neu! (Michael Rother)
  • Hosianna Mantra (1972) – Popol Vuh (Florian Fricke/Conny Veit)
  • Seeland (1973) – Neu! (Michael Rother)
  • Bel Air (1973) – Can (Michael Karoli)
La Germania del kraut-rock crea una versione totalmente alternativa della jam psichedelica: estremamente libera, a volte contemplativa, molto più spesso caotica e improvvisata. Il virtuosismo non è mai fine a sé stesso, ma diventa un mezzo per esplorare nuove possibilità sonore, costantemente al servizio di un’idea che può essere il motorik dei Neu!, il misticismo dei Popol Vuh, il delirio anarchico degli Amon Düül II o le visioni cosmiche dei Tangerine Dream e degli Ash Ra Tempel. Le note di chitarra producono così un flusso ipnotico sospeso tra psichedelia, minimalismo e improvvisazione. È una rivoluzione: uno dei movimenti più creativi – ma purtroppo marginali – della musica giovanile.

Tutto inizia nel 1969 con John Weinzierl, chitarrista degli Amon Düül II, che con “Phallus Dei” (1969) trasforma l’assolo di chitarra in una caotica trance collettiva, ripetendosi poi nel più breve viaggio psichedelico di “Eye-Shaking King” (1971).



L’esordio dei Tangerine Dream contiene “Journey Through A Burning Brain” (1970), una delle jam chitarristiche più caotiche e avventurose del kraut-rock.



Gli assolo diventano sempre più visionari e, con “Amboss”, Manuel Göttsching degli Ash Ra Tempel registra una jam incendiaria di venti minuti senza eguali: è l’apoteosi della chitarra kraut.



Nella discografia dei Neu! convivono due anime: quella minimalista e ripetitiva riscontrabile nell’assolo di “Hallogallo” (1972), in cui la chitarra di Michael Rother sviluppa piccole variazioni melodiche sopra il celebre ritmo motorik, e quella più atmosferica ed emotiva evidente nell’onirico assolo di “Seeland” (1973).



Florian Fricke e Conny Veit
, con “Hosianna Mantra”, trasformano l’assolo in contemplazione spirituale: un’esperienza metafisico-religiosa che cerca di cogliere l’elemento unitario presente in ogni religione. Un magnifico inno alla pace che vuole unire e non dividere.



Infine, Michael Karoli dei Can ribalta le regole del blues nei diciannove minuti di “Bel Air”, con un lungo assolo che emerge lentamente da un magma sonoro ipnotico e da quei ritmi ossessivi resi celebri proprio dai Neu!

Le cavalcate hard rock
  • Since I've Been Loving You (1970) – Led Zeppelin (Jimmy Page)
  • War Pigs (1970) - Black Sabbath (Tony Iommi)
  • Stairway To Heaven (1971) – Led Zeppelin (Jimmy Page)
  • Highway Star (1972) – Deep Purple (Ritchie Blackmore)
  • Free Bird (1973) – Lynyrd Skynyrd (Allen Collins / Gary Rossington)
  • Brighton Rock (1974) – Queen (Brian May)
  • Here Again (1974) - Rush (Alex Lifeson)
  • Cause We’ve Ended As Lovers (1975) - Jeff Beck (Jeff Beck) 
  • Hotel California (1976) – Eagles (Don Felder / Joe Walsh)
  • Sultans Of Swing (1978) – Dire Straits (Mark Knopfler)
  • The Final Countdown (1986) – Europe (John Norum)
  • On The Turning In Away (1987) – Pink Floyd (David Gilmour)
  • Paradise City (1987) – Guns N’ Roses (Slash)
  • November Rain (1991) – Guns N’ Roses (Slash)
  • Estranged (1991) – Guns N' Roses (Slash)
  • Get In The Ring (1991) – Guns N' Roses (Slash)
  • Bijou (1991) - Queen (Brian May)
  • The Show Must Go On (1991) - Queen (Brian May)
La nascita dell’hard-rock segna anche quella dei primi veri guitar heroes. Non si contano gli assolo lunghi, tecnici ed evocativi dei chitarristi ormai divenuti leggende intramontabili. La cavalcata hard-rock diventa l’essenza di un nuovo modo di intendere la musica giovanile. Tra i protagonisti principali spiccano Tony Iommi, Jimmy Page, Ritchie Blackmore, Alex Lifeson e Brian May, ai quali si aggiungerà poi, nella seconda ondata tra anni 80 e 90, Slash.

Jimmy Page, con “Since I've Been Loving You” e “Stairway To Heaven”, scrive alcuni degli assolo più drammatici ed evocativi di sempre, destinati a ispirare anche Alex Lifeson dei Rush (“Here Again”, “La Villa Strangiato”). Più vicino alla jazz-fusion ma accostabile ai brani precedentemente citati è “Cause We’ve Ended as Lovers” (1975) di Jeff Beck.



Tony Iommi
inserisce le proprie note taglienti nel brano apocalittico e antibellico “War Pigs”, mentre Ritchie Blackmore raggiunge una velocità fino ad allora avveniristica lasciandosi influenzare da sonorità neoclassiche e barocche ("Highway Star").

Brian May, in “Brighton Rock” – ma in generale nei primi anni della sua carriera – utilizza la tecnica del delay per creare sonorità del tutto originali.

In America Allen Collins e Gary Rossington (Lynyrd Skynyrd) registrano alcune delle cavalcate a due chitarre più iconiche del southern rock ("Free Bird"), mentre Don Felder e Joe Walsh degli Eagles con “Hotel California”, fanno lo stesso ma con una melodia memorabile, regalandoci uno dei brani più celebri di tutti i tempi.

Sul finire degli anni 70Mark Knopfler, grazie a uno stile chitarristico molto personale, riporta il rock alle sue radici, ma con una tecnica raffinata che risente comunque dell’influenza dei guitar heroes dell’hard-rock ("Sultans Of Swing").



Negli anni 80 e 90 l’hard-rock non è più al centro della scena, ma continua a produrre assolo memorabili. Al confine con il metal, John Norum degli Europe inserisce in “The Final Countdown” uno dei soli più indimenticabili del decennio. David Gilmour replica l’emotività di “Comfortably Numb” con lo straordinario finale di “On The Turning Away” (1987), uno di quegli assolo che sembrano poter durare all’infinito.



attachmentslashnovemberSlash dissemina di soli iconici tutta la discografia dei Guns N’ Roses sin dagli anni 80 – basti pensare alla cavalcata che conclude “Paradise City” – e negli anni ’90 raggiunge livelli di grande intensità nel finale melodrammatico di “November Rain”, nella melodia di “Estranged” e nel lunghissimo assolo veloce e rabbioso di “Get In The Ring”, che riporta la chitarra hard-rock alla sua dimensione più istintiva e ribelle.




Infine, Brian May, dopo un decennio artisticamente meno brillante, nel 1991 firma due dei suoi migliori assolo: quello all’interno del brano-testamento di Freddie Mercury “The Show Must Go On” e quello, molto più intimo e distante dall’hard-rock, della poco nota “Bijou”, un brano commovente che coincide quasi interamente con un lungo assolo di chitarra che riprende la melodia cantata da Mercury.

Un nuovo modo di percepire il virtuosismo: gli assolo progressivi
  • Starship Trooper (Würm) (1971) – Yes (Steve Howe)
  • Firth Of Fifth (1973) – Genesis (Steve Hackett)
  • Starless (1974) – King Crimson (Robert Fripp)
  • The Prophet’s Song (1975) – Queen (Brian May)
  • Ommadawn (1975) – Mike Oldfield (Mike Oldfield)
  • Lunar Sea (1976) – Camel (Andy Latimer)
  • Ice (1979) – Camel (Andy Latimer)
  • Watermelon In Easter Hay (1979) – Frank Zappa (Frank Zappa)
Mentre l’hard-rock consacra il chitarrista come eroe delle sei corde, il progressive rock inizia a utilizzare l’assolo in modo diverso, inserendolo dentro architetture musicali sempre più elaborate. Il prog è un genere che predilige la tecnica, ma anche la complessità compositiva e la fusione tra tutti i musicisti della band. Nonostante la scena sia disseminata di strumentisti straordinari, l’assolo è spesso meno importante rispetto alla struttura elaborata del brano nel suo complesso.

Steve Howe, uno dei chitarristi più rappresentativi del genere, firma composizioni elaborate in ogni album degli Yes, ma se dovessimo individuare uno dei suoi assolo più celebri la scelta ricadrebbe probabilmente sul terzo movimento ipnotico di “Starship Trooper” (Würm).

Steve Hackett dei Genesis si esalta invece nello splendido finale di “Firth Of Fifth” (1973), mentre Robert Fripp (King Crimson) raggiunge un apice assoluto in “Starless”: non tanto un assolo nel senso classico del termine, quanto una vera composizione originale che spazia dal jazz al rock per poi esplodere in un finale vertiginoso.



L’anima progressive di Brian May emerge in “The Prophet’s Song” (1975) con un finale epico e sinfonico, mentre Mike Oldfield, nel crescendo conclusivo della prima parte di “Ommadawn”, registra forse il solo più coinvolgente della sua carriera.

Dalle parti di Canterbury, Andy Latimer dei Camel mette in luce la sua tecnica in “Lunar Sea” (1976) e “Ice” (1979), senza mai sfociare nell’assolo hard-rock e mantenendo sempre un equilibrio tipicamente prog.

Frank Zappa, infine, con “Watermelon In Easter Hay” registra uno dei suoi assolo più lunghi e meno zappiani, probabilmente influenzato anche dalla musica progressive coeva.

L’assolo messo in discussione: la new wave
  • Sister Ray (1968) – The Velvet Underground (Lou Reed)
  • Marquee Moon (1977) – Television (Tom Verlaine)
  • The Great Curve (1980) – Talking Heads (Adrian Belew)
verlaineProprio quando il progressive sembra aver portato il virtuosismo chitarristico al suo massimo grado di sofisticazione, la new wave sceglie una strada opposta, ridimensionando drasticamente il ruolo dell’assolo. La tecnica non scompare, ma perde centralità rispetto alla composizione, all’atmosfera e alla costruzione di un linguaggio sonoro nuovo, in cui la chitarra diventa uno degli elementi del mosaico musicale e non più necessariamente il suo protagonista.
L’assolo non è più il momento spettacolare del brano, non è più un gesto eroico o virtuoso, bensì un elemento sonoro tra gli altri, spesso al servizio dell’idea compositiva complessiva. Ed è proprio da questa messa in discussione che nasceranno nuovi modi di concepire la chitarra rock.

Si potrebbe persino partire dagli anni 60 con “Sister Ray” dei Velvet Underground, brano che preannuncia un nuovo mondo (sia il punk che la new wave) in cui chiaramente la tecnica perde la sua centralità a discapito del rumore improvvisato e di una scelta radicale di cambiamento fatta di feedback e distorsioni.

Tom Verlaine apre invece nuovi espedienti che rimettono la chitarra al centro, con un atteggiamento totalmente differente rispetto all’hard-rock o al prog. La sua chitarra crea fraseggi ipnotici che ispireranno l’intera scena new wave e il brano "Marquee Moon” ne è l'esempio più lampante.



La straordinaria carriera di Adrian Belew (Frank Zappa, David Bowie, King Crimson, Talking Heads) rinnova il ruolo del chitarrista con  uno stile nervoso, frenetico e poco prevedibile, perfetto per le sonorità dei Talking Heads in particolare nel brano “The Great Curve”.

Il minimo delle note per il massimo risultato: cinque assolo minimal
  • Eight Miles High (1966) – The Byrds (Roger McGuinn)
  • Taxman (1966) – The Beatles (Paul McCartney)
  • Summertime Blues (1968) – Blue Cheer (Leigh Stephens)
  • Brothers In Arms (1985) – Dire Straits (Mark Knopfler)
  • Scar Tissue (1999) – Red Hot Chili Peppers (John Frusciante)
fruscianteA volte, a dispetto del virtuosismo esasperato, bastano pochissime note per creare assolo indimenticabili. Potremmo dire il massimo risultato con il minimo materiale sonoro possibile. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli, ma negli anni 60 – se si escludono le già citate jam psichedeliche – era quasi la norma registrare assolo molto brevi.
Esempi tipici possono essere i Byrds (l’assolo raga di Roger McGuinn in “Eight Miles High”), le poche note distorte di Paul McCartney in “Taxman” e il chitarrismo pionieristico dei Blue Cheer in “Summertime Blues” (1968), un lampo che illumina il futuro, con la chitarra distorta e i feedback di Leigh Stephens che preannunciano l’hard-rock, il punk e persino il proto-metal.

Due esempi dei decenni successivi sono l’assolo minimale di Mark Knopfler in “Brothers In Arms” (1985) e quello di John Frusciante in “Scar Tissue” (1999): poche note tristi e malinconiche per un assolo tanto evocativo da essere sfumato lentamente, come se potesse in realtà durare vari minuti senza stancare.

Il trionfo dell’assolo: il metal
  • Beyond The Realms Of Death (1978) – Judas Priest (Glenn Tipton)
  • Transylvania (1980) – Iron Maiden (Dave Murray / Dennis Stratton)
  • Mr. Crowley (1980) – Ozzy Osbourne (Randy Rhoads)
  • Fade To Black (1984) – Metallica (Kirk Hammett)
  • One (1988) – Metallica (Kirk Hammett)
  • Seventh Son Of A Seventh Son (1988) – Iron Maiden (Dave Murray / Adrian Smith)
  • Hangar 18 (1990) – Megadeth (Marty Friedman / Dave Mustaine)
  • Tornado Of Souls (1990) – Megadeth (Marty Friedman)
  • No More Tears (1991) - Ozzy Osbourne (Zakk Wylde)
  • The Spirit Carries On (1999) – Dream Theater (John Petrucci)
  • The Best Of Times (2009) - Dream Theater (John Petrucci)
dave_murray_adrian_smithIl metal ha fatto dell’assolo la sua Bibbia e del chitarrista il suo Dio. Le scelte possibili sono infinite. Per cercare di mantenere un ordine che segua una certa evoluzione si può partire dall’inizio della New Wave Of British Heavy Metal con Glenn Tipton e il suo assolo in “Beyond The Realms Of Death” (1978).

Tra le molte possibilità offerte dagli Iron Maiden si potrebbe scegliere “Transylvania” (1980), strumentale velocissimo in cui il duo Dave Murray/Dennis Stratton si lancia in assolo vertiginosi. Dopo l’addio di Stratton e l’arrivo di Adrian Smith non si contano gli assolo memorabili del nuovo duo: forse la scelta migliore potrebbe essere il lungo finale quasi progressive di “Seventh Son Of A Seventh Son”, con lo scambio al fulmicotone dell’inossidabile coppia Murray/Smith, semplicemente ineguagliabile.



Una parte dei chitarristi metal si lascia influenzare chiaramente da sonorità barocche e neoclassiche. Il compianto Randy Rhoads, in “Mr. Crowley” (1980), apre questa strada con una sequenza di note che sembrano non voler finire mai.



Con l’avvento del thrash metal le cose cambiano e i suoni diventano ancora più duri e distorti. Un giovane Kirk Hammett raggiunge uno dei suoi punti emotivi più alti sia nel finale di “Fade To Black” (1984) sia nella mitragliata epica e, allo stesso tempo, tragica di “One” (1988).

L’amico/nemico Dave Mustaine non è da meno e, in particolare con “Hangar 18” (1990), suona - insieme a Marty Friedman - una maratona chitarristica formidabile, fatta di continui botta e risposta tra i due guitar heroes. Lo stesso Friedman si replica nello stesso album con uno dei suoi assolo più iconici, quello di “Tornado Of Souls”. La coppia Ozzy Osbourne/Zakk Wylde nel 1991 registra "No More Tears", uno dei vertici del chitarrista americano.



john_petrucciDopo l’esplosione degli anni 80 il metal si divide in una miriade di sottogeneri e i chitarristi che emergono sono innumerevoli: è impossibile nominarli tutti. Tra questi John Petrucci è considerato uno dei più tecnici, uno shredder capace di inserire cuore e perfezione stilistica in modo non comune. Tra i molti assolo che si potrebbero scegliere ce ne sono due particolarmente intensi: quello celeberrimo di “The Spirit Carries On”, che alterna melodia e fraseggi veloci con sorprendente equilibrio, e quello meno noto di “The Best Of Times” (2009), in cui Petrucci si traveste quasi da David Gilmour e registra, all’interno di una canzone dedicata al padre di Mike Portnoy – scomparso proprio in quell’anno – l’assolo più commovente della sua carriera, il classico solo infinito che lascia senza fiato. Peccato inizi dopo ben dieci minuti eccessivamente stucchevoli. 



Lampi nel buio, gli assolo del gothic metal
  • Black No. 1 (Little Miss Scare-All) (1993) – Type O Negative (Kenny Hickey)
  • Full Moon Madness (1996) – Moonspell (Ricardo Amorim)
Il mondo dark ha quasi cancellato l’idea stessa di assolo dalla propria musica, prediligendo l’atmosfera gotica al virtuosismo. In parte lo stesso vale anche per il gothic metal, ma in alcuni casi l’anima metal prende il sopravvento e ogni tanto emergono assolo particolarmente efficaci. Tra questi spicca quello lento e oscuro di Kenny Hickey in “Black No.1”, dove poche note di chitarra sono immerse in un magma sonoro nero e imperscrutabile. Dal Portogallo Ricardo Amorim, in “Full Moon Madness” (1996), regala invece uno dei finali più melodrammatici ed epici del gothic metal, un assolo che sembra non voler finire mai.



Lo shred: il virtuosismo portato all’estremo
  • Eruption (1978) – Van Halen (Eddie Van Halen)
  • Black Star (1984) – Yngwie Malmsteen (Yngwie Malmsteen)
  • Far Beyond The Sun (1984) – Yngwie Malmsteen (Yngwie Malmsteen)
  • Trilogy Suite Op. 5 (1986) – Yngwie Malmsteen (Yngwie Malmsteen)
  • Surfing With The Alien (1987) – Joe Satriani (Joe Satriani)
  • For The Love Of God (1990) – Steve Vai (Steve Vai)
  • Cliffs Of Dover (1990) – Eric Johnson (Eric Johnson)
  • Paradigm Shift (1998) - Liquid Tension Experiment (John Petrucci)
  • Stream Of Consciousness (2003) - Dream Theater (John Petrucci)
  • In The Presence Of Enemies Pt. 1 (2007) – Dream Theater (John Petrucci)
  • Lost Not Forgotten (2011) – Dream Theater (John Petrucci)
Proprio da questa esplosione di tecnica e potenza nasce una nuova figura di chitarrista: lo shredder, il virtuoso capace di trasformare l’assolo in una vera e propria prova atletica. Lo shredder è un chitarrista interessato principalmente alla tecnica, alla velocità e alla complessità compositiva. Più che alla melodia o alla comunicazione con il pubblico, guarda alla possibilità di registrare assolo con tempi anomali, a una velocità spesso al limite delle possibilità umane e, soprattutto, alla sfida continua di superare sé stesso.

Potremmo considerare Eddie Van Halen uno dei precursori dello shredding: il suo “Eruption” (1978), costruito su un tapping sfrenato ispirato anche al violinismo virtuosistico di Paganini, rappresenta uno dei primi esempi di questo approccio alla chitarra.



malmsteenIl virtuoso Yngwie Malmsteen, impressionato proprio da Van Halen, porterà ancora più all’estremo queste intuizioni, ispirandosi alla musica barocca e in particolare a Vivaldi e registrando brani particolarmente impegnativi come “Black Star”, “Far Beyond The Sun” e “Trilogy Suite Op. 5”.

Sono gli anni in cui emerge Joe Satriani, che sfodera una tecnica impressionante ma spesso caratterizzata da una certa freddezza espressiva, come dimostra “Surfing With The Alien”. Steve Vai, ex-collaboratore di Frank Zappa, è uno shredder simile a Satriani ma capace di evocare anche una dimensione più spirituale, come nel celebre “For The Love Of God” (1990).

Eric Johnson porta lo shredding all’interno della musica fusion con un’eleganza cristallina, come dimostra “Cliffs Of Dover” (1990). 

Non poteva mancare John Petrucci, protagonista di infiniti assolo virtuosistici con i Dream Theater e nel progetto parallelo con Tony Levin, Liquid Tension Experiment: tra i tanti spiccano quelli della suite strumentale classicheggiante “Stream Of Consciousness” (2003). A volte Petrucci inserisce l’assolo all’inizio del brano, talvolta con risultati impressionanti, come nei primi quattro minuti e nel minuto finale di “In The Presence Of Enemies Pt. 1” (2007); altre volte con grande aggressività e immediatezza come in "Paradigm Shift" (1998) dei Liquid Tensione Experiment", a volte con esiti più forzati, come nell’assolo che parte dal minuto due di “Lost Not Forgotten” (2011).



Bonus – Gli assolo italiani
  • Emerald Sword (1998) – Rhapsody (Luca Turilli)
  • Sacred Power Of Raging Winds (2001) – Rhapsody (Luca Turilli)
  • The Aquilonia Suite (2004) – Domine (Enrico Paoli)
  • Hereafter (2016) – DGM (Simone Mularoni)
truilliAnche la scena metal italiana ha prodotto chitarristi capaci di lasciare il segno con assolo memorabili, spesso influenzati tanto dal metal classico quanto dalla musica sinfonica e dal progressive. In particolare il power metal sinfonico, l’epic metal e il prog metal hanno offerto il terreno più fertile per lo sviluppo di uno stile chitarristico che unisce tecnica, melodia e capacità narrativa.
Tra questi Luca Turilli è certamente il più noto a livello internazionale grazie al progetto Rhapsody. Sarebbero tantissimi i suoi assolo da citare: il suo stile neoclassico emerge con forza in “Emerald Sword” (1998) e nei velocissimi fraseggi vivaldiani di “Sacred Power Of Raging Winds” (2001).



Altro guitar hero del metal epico italiano è Enrico Paoli dei Domine, i cui assolo epici e narrativi si collocano spesso un gradino sopra la media dell’intera scena power internazionale. In “The Aquilonia Suite” (2004) Paoli rielabora la colonna sonora del film "Conan il barbaro", composta da Basil Poledouris, con una potenza e una credibilità tali da creare quasi la percezione di un campo di battaglia.



Infine, Simone Mularoni è un chitarrista prog metal moderno e ipertecnico che cerca di rinnovare uno strumento che sembra aver già detto quasi tutto, come dimostra l’assolo di “Hereafter” (2016).

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