Il 1976, nella vulgata più sbrigativa, è già oltre la linea del traguardo per il progressive rock: poco più che una coda di un genere che avrebbe esaurito la propria spinta nei primissimi anni Settanta, lasciando spazio ad altro. La seconda metà del decennio viene così letta come un post-scriptum superfluo, un riflesso fuori tempo massimo. Una prospettiva comoda e per molti persuasiva. Ma fragile. Basta guardare meglio – e un po’ più in largo – perché questo racconto inizi a sfilacciarsi.
Mentre i riflettori della critica si affrettavano a puntare altrove, il terreno restava sorprendentemente fertile
Già nel Regno Unito, spesso considerato il centro di gravità del prog, il quadro è più sfumato di quanto la narrazione corrente lasci intendere. La scena britannica è tutt’altro che immobile, sia sul piano creativo sia su quello commerciale. I Genesis, per la prima volta con Phil Collins alla voce, raggiungono la top ten e ridefiniscono il proprio equilibrio, spingendosi verso un linguaggio più elastico e attraversato dal jazz-rock; Camel e Barclay James Harvest ottengono con i loro album i migliori risultati in classifica della carriera. È anche un anno di debutti e nuovi inizi, dagli Alan Parsons Project a The Enid, fino al percorso solista di Jon Anderson, che anticipa sensibilità poi associate alla new age. Più che un epilogo, è un momento di ridefinizione.
Uscendo dalla Gran Bretagna, ogni pretesa di visione lineare si dissolve. Ciascuna scena segue tempi propri, e parlare di una “età dell’oro” rigidamente delimitata diventa fuorviante. In Italia, ad esempio, il 1976 arriva dopo i titoli più celebrati di alcune band storiche – per la Pfm è addirittura un anno di silenzio discografico – ma coincide anche con snodi decisivi: l’esordio dei Picchio dal Pozzo; l’unico album dei Celeste; il lavoro più ambizioso degli Area; il debutto jazz-rock di Roberto Colombo. Storie diverse, ma tutte vitali.
Lo stesso vale altrove. In Germania, in America Latina e nell'Europa dell’Est, il 1976 segna l’uscita di dischi oggi considerati fondamentali: dai Novalis ai Crucis e agli Invisible, fino agli Sbb polacchi, che proprio in quell’anno firmano il loro primo capolavoro unanimemente riconosciuto. Anche fuori dall’asse euro-americano il progressive dimostra una notevole capacità di adattamento: in Indonesia, “Titik Api” testimonia l’esistenza di una scena capace di rielaborare i linguaggi occidentali secondo sensibilità locali. Stati Uniti e Canada, spesso considerati periferici nel racconto progressivo per la natura ibrida delle loro band, offrono a loro volta segnali fortissimi: “Leftoverture” dei Kansas e “2112” dei Rush aprono strade destinate a durare. Accanto a questi successi, il 1976 vede anche l’esordio di formazioni oggi di culto ma allora marginali, come Mirthrandir, Starcastle ed Ethos (nonostante le ultime due abbiano debuttato su major!).
Insomma, mentre i riflettori della critica si affrettavano a puntare altrove, il terreno restava sorprendentemente fertile.
Non un elenco definitivo di “migliori”, ma una lista spassionata di consigli
L'articolo raccoglie trentatré titoli simbolici, uno per ogni giro di un Lp, scelti per raccontare la varietà del 1976. Tra analisi scritte ex novo e percorsi di recupero tratti dal nostro archivio, l’obiettivo è fornire una mappa aperta, utile a esplorare tanto i capisaldi quanto i tesori nascosti di quella stagione.
I testi sono pensati per una lettura agile, anche a salti: per seguire una curiosità del momento, costruire percorsi personali o semplicemente giocare al classico “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”. L'organizzazione in blocchi tematici ("I mostri sacri", "Gemme nascoste", "Il prog che non ti aspetti) vuole essere un altro aiuto alla scelta delle direzioni di approfondire, e un'ulteriore lista di titoli - ancora una volta, non esaustiva - arricchisce ancora la panoramica per chi ci avesse preso particolarmente gusto.
Lasciare che siano i dischi a suggerire nuove rotte è il modo più naturale per accogliere le tante storie, anche contraddittorie, che ancora sprigionano. Cinquant’anni dopo la loro uscita, il limite che emerge non è quello della musica, ma dello sguardo con cui la si è raccontata.
I mostri sacri:
Alan Parsons Project - Tales Of Mystery And Imagination
Prima dell’esordio discografico, Alan Parsons era già una figura centrale del rock inglese come tecnico del suono di “Abbey Road” e soprattutto di “The Dark Side Of The Moon”. Con il peso di grandi aspettative, insieme a Eric Woolfson fonda gli Alan Parsons Project, progetto che entrerà nella storia del prog non tanto per l’audacia compositiva, ma per la definizione di un suono pulito, levigato e immediatamente riconoscibile.
Il primo album è un concept ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, che rielabora le conquiste tecniche maturate con i Pink Floyd e rappresenta un oggetto anomalo nel prog degli anni Settanta. Niente virtuosismi muscolari e un gotico più suggerito che ostentato: al centro c’è una cura maniacale del suono, manna per audiofili. Spiccano “The Raven”, con l’uso pionieristico del vocoder, e la suite finale “The Fall Of The House Of Usher”, che alterna suggestioni decadenti e una tensione costruita per accumulo, fino a un epilogo ispirato al compositore György Ligeti. (Valerio D’Onofrio)
Jon Anderson - Olias Of Sunhillow
Nella pausa dopo “Relayer”, ogni membro degli Yes realizza un album solistico. La strada scelta da Jon Anderson è ambiziosa e autonoma: allestisce uno studio nella propria casa nel Buckinghamshire, suona decine di strumenti e firma da solo un concept-album che mette in luce capacità di esecutore e produttore fino ad allora rimaste sullo sfondo – venendo premiato dal sesto posto in classifica.
L’ispirazione è l'iconografia di “Fragile”, rielaborata nella copertina di Roger Dean e arricchita da suggestioni fantasy ed esoteriche, immaginando il viaggio verso un nuovo pianeta di quattro tribù di “coscienza musicale” guidate dal mago Olias. Quasi in un esperimento di worldbuilding musicale, il disco gioca su composizioni luminose, intrecciando nuclei strumentali semplici, con ampio uso di sovrapposizioni vocali e una scrittura melodica orientata alle atmosfere. Il clima è rituale e sospeso, dalla forte aura mistica, e anticipa per toni e modalità il lato più world della new age. (Marco Sgrignoli)
Area - Maledetti
Nel disco più ambizioso del collettivo jazz-rock milanese degli Area, radicalismo politico e musicale convergono. Il concept immagina la memoria storica come un fluido custodito in una banca svizzera che evapora (“Evaporazione”), aprendo tre scenari di potere: agli anziani (“Gerontocrazia”), alle donne (“Scum”), ai bambini (“Giro giro tondo”). Jazz-rock, funk, materiali balcanici e avanguardia colta si organizzano in strutture dense ma mobili, sostenute da una sezione ritmica tra le più incisive della scena europea. È il primo album in cui la sperimentazione vocale di Demetrio Stratos entra pienamente nel lavoro compositivo, rappresentando la perdita di memoria con la disgregazione delle parole. Sempre centrale, l'elemento ludico svetta nell'affondo alla musica colta attraverso la rilettura dissacrante del Concerto brandeburghese n. 3 di Bach, mentre “Caos (parte seconda)”, con Steve Lacy e Paul Lytton, chiude su un’improvvisazione strutturata che innesta il jazz d’avanguardia nel progetto. (Marco Sgrignoli)
Banco del Mutuo Soccorso - Come in un’ultima cena
Spesso sottovalutato perché pubblicato dopo la trilogia monumentale degli esordi, è in realtà uno dei dischi più articolati e coraggiosi della discografia del Banco. Lontano dall’imponenza sinfonica di "Darwin!" o "Io sono nato libero", l’album sceglie una frammentazione formale che privilegia brani più brevi, ma densissimi sul piano armonico e timbrico. La scrittura rinuncia alle lunghe suite per esplorare una varietà di soluzioni: incastri di tastiere più asciutti, aperture jazz-rock e fusion, improvvise deviazioni ritmiche e l’innesto, per nulla ornamentale, di ritmi funk che ampliano il vocabolario del gruppo.
I Nocenzi affinano un linguaggio meno enfatico ma non meno sofisticato, mentre l’equilibrio tra complessità e immediatezza risulta tra i più riusciti della loro produzione. "Come in un’ultima cena" non rappresenta un ridimensionamento, bensì una trasformazione: un disco che, pur segnando la fine del prog “classico” del Banco, dimostra una maturità compositiva e una libertà espressiva che hanno poco da invidiare ai lavori precedenti. (Francesco Inglima)
Camel - Moonmadness
Con l’arrivo in cabina di regia di Rhett Davies, reduce dal lavoro su "Another Green World" di Brian Eno, i Camel raggiungono uno dei vertici della propria discografia. Il suono si fa più arioso e raffinato, con maggiore attenzione alle tessiture elettroniche e alla profondità timbrica, senza perdere la cantabilità, che resta centrale nel loro linguaggio. L’equilibrio compositivo tra Latimer e Bardens è pienamente compiuto: chitarra e tastiere dialogano in modo continuo, fondendo romanticismo sinfonico, rallentamenti sospesi e ripartenze ritmiche sempre controllate.
L’apertura affidata a "Song Within A Song" chiarisce subito l’impianto del disco, tra atmosfere cristalline, groove elastici e un uso delle tastiere che diventa vera architettura sonora. L’album si chiude con l’epopea strumentale di "Lunar Sea", lunga deriva elettronica costruita su un groove folle in 5/8, dove la band spinge tecnica ed energia senza rinunciare alla coesione formale. (Francesco Inglima)
Genesis - A Trick Of The Tail
Smentendo critici e fan più scettici dopo la dipartita di Gabriel, "A Trick Of The Tail" si impone come uno dei punti più equilibrati e riusciti della discografia dei Genesis. Gli arrangiamenti restano ricchi e curati: l’uso maturo del Mellotron – ben esemplificato dalle atmosfere sospese di "Entangled" –, la stratificazione delle tastiere e una poliritmia costante rimandano ai Genesis “classici”. Emblematico è il brano d’apertura, "Dance On A Volcano", che costruisce una sorprendente immediatezza su un impianto ritmico prevalentemente in 7/8, giocato su accenti spostati e frasi asimmetriche.
In chiusura, "Los Endos" integra aperture jazz fusion legate all’esperienza di Collins nei Brand X e funge da ponte tra le due ere della band, ricomponendo i temi dell’album in una forma strumentale fluida e citando "Supper’s Ready". Nel nuovo assetto si attenua la componente più intellettuale e simbolica dell’era Gabriel, a favore di una scrittura più diretta, mentre sul piano compositivo emerge con forza Banks. La pubblicazione, nello stesso anno, di "Wind & Wuthering" conferma lo stato di grazia del gruppo. (Francesco Inglima)
Goblin - Roller
Tra “Profondo rosso” (1975) e “Suspiria” (1977) i Goblin si concedono una pausa dalla filmografia di Dario Argento, alla quale devono gran parte della loro fortuna artistica. Nel 1976 pubblicano “Roller”, primo Lp non legato a una colonna sonora, cui seguirà “Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark” (1978). Lo stile è immediatamente riconoscibile, ma quasi del tutto sganciato dalle consuete atmosfere horror: un progressive rock tipicamente anni Settanta, attraversato da suggestioni cinematiche più che da richiami al terrore. Considerato da alcuni l’album più progressive dei Goblin, “Roller” appare oggi come un lavoro in parte rimosso dalla storia del gruppo. Schiacciato dal peso di colonne sonore entrate nell’immaginario collettivo, l’album contiene però almeno due classici ancora oggi immancabili dal vivo: la title track e “Aquaman”, con le tastiere a evocare una sensazione liquida. A questi va aggiunta, fra gli episodi più notevoli, anche la (quasi) suite “Goblin” di undici minuti. (Valerio D’Onofrio)
Invisible - El jardín de los presentes
Fondati dal geniale cantautore Luis Alberto Spinetta nel 1973, pochi mesi dopo lo scioglimento dei Pescado Rabioso, gli Invisible furono una delle band più importanti degli anni Settanta argentini. La formazione iniziale consisteva in un power trio: Spinetta alla voce e alle chitarre, Carlos "Machi" Rufino al basso, Héctor "Pomo" Lorenzo alla batteria. Per questo terzo e ultimo album si aggiunse un altro chitarrista, il giovanissimo iper-virtuoso Tomás Gubitsch. La scaletta contiene otto brani dal suono cristallino, dove la canzone d'autore si mescola con tango, jazz-rock e folk locale, tramite accordi inusuali e strutture ritmiche estremamente ricercate. Uno sfondo energetico e malinconico al contempo, perfetto per i visionari testi del frontman e la sua indimenticata voce diafana. (Federico Romagnoli)
Kansas - Leftoverture
Evidentemente evangelizzati da Yes ed Emerson, Lake & Palmer, i Kansas consolidano nel loro quarto album la via americana al progressive rock, melodica, lineare e apertamente grandiosa. Le composizioni giocano tutto sull’impatto, ma lo fanno con intelligenza e mestiere: “Carry On Wayward Son” è un classico senza tempo, duro e trascinante, capace di fondere riff articolati e armonizzazioni vocali tipicamente settantiane in una forma immediata, tanto da raggiungere l’11° posto nella classifica dei singoli Usa e restare 20 settimane nella Top 100. “Miracles Out Of Nowhere” apre invece su trame più delicate, con intrecci di chiara ascendenza yessiana che sfociano in ritornelli ampi e memorabili. Tratto distintivo è anche la presenza strutturale di violino e viola, che dialogano costantemente con chitarre e tastiere e contribuiscono a quel senso di spettacolarità che farà di “Leftoverture” uno dei primi snodi del futuro arena rock. (Marco Sgrignoli)
Magma - Üdü Ẁüdü
"Üdü Ẁüdü" è il disco in cui, per la prima volta, il monolite Magma smette di essere un affare a senso unico. Christian Vander allenta la presa, Jannick Top viene spinto in posizione quasi paritaria e, fatto senza precedenti, compare un brano non firmato dal leader storico È un album di transizione solo in apparenza: le solenni architetture corali del passato vengono progressivamente alleggerite, mentre i timbri si fanno più sintetici. Batteria elettronica e sintetizzatori entrano nel lessico dei Magma, il basso diventa perno ritmico e narrativo, e il suono si orienta verso soluzioni più asciutte, con evidenti influenze jazz e funk. La lunga “De Futura”, costruita su un crescendo ossessivo e meccanico, porta questa nuova direzione alle estreme conseguenze, imponendosi come uno dei momenti più ipnotici dell’intero catalogo Magma. Meno liturgico, meno monumentale, "Üdü Ẁüdü" scivola via con naturalezza, ma lascia un segno profondo. (Francesco Inglima)
La máquina de hacer pájaros - La máquina de hacer pájaros
Considerato uno dei più grandi musicisti argentini di sempre, Charly García inaugura nel 1976 una nuova fase creativa con "La máquina de hacer pájaros", esordio dell’omonima band e primo vero salto nel prog dopo l’esperienza dei Sui Generis. Per la prima volta García assume anche il ruolo di cantante principale, guidando un gruppo tecnicamente ambizioso e orientato alla complessità. Musicalmente l’album spinge il linguaggio prog verso una densità strutturale insolita per il rock argentino dell’epoca. La scrittura è dominata da continui cambi di metro, sbalzi di tempo e incastri ritmici che attingono tanto al jazz-rock quanto al sinfonismo europeo, senza perdere coesione. Le tastiere sono centrali e dialogano in modo serrato, alternando riff taglienti, tessiture stratificate e sezioni polifoniche; chitarra e basso agiscono come elementi dinamici, spesso chiamati a raddoppiare o contraddire le linee principali. Il risultato è un prog nervoso e romantico al tempo stesso, capace di mantenere una direzionalità chiara anche nei passaggi più complessi. (Francesco Inglima)
Picchio dal Pozzo - Picchio dal pozzo
Aldo De Scalzi, fratello di Vittorio dei New Trolls, è oggi uno dei più richiesti compositori di colonne sonore per la televisione italiana. In un lontano passato è stato il fondatore della Grog Records, ricordata in particolare per aver distribuito gli album dei Celeste e dei Picchio Dal Pozzo. Proprio in questi ultimi militava De Scalzi come tastierista, coadiuvato da Andrea Beccari (basso, corno), Paolo Griguolo (chitarra) e Giorgio Karaghiosoff (fiati).
L'omonimo album di debutto dei Picchio dal Pozzo giunge molto tardi, quando la scena prog italiana è agli sgoccioli, e pur con alcuni ovvi riferimenti alla scena di Canterbury, si distingue per eccentricità e qualità di registrazione, con un sound tecnologico evocante spazi sconfinati. Spiccano i due pezzi più lunghi, "Seppia" (con i suoi oscuri groove di sintetizzatore e l'ancestrale richiamo del corno) e "Napier" (un pullulare di flauti, sax, percussioni e schizzi elettronici). Poche le parti cantate, spesso filastrocche. (Federico Romagnoli)
Rush - 2112
Prima vera incursione in territorio progressive per il power trio canadese, grazie alla suite che occupa l’intera prima facciata. La title track è una narrazione fantascientifica ispirata al romanzo breve “Anthem” di Ayn Rand, teorica dell’individualismo radicale. Il riferimento all’epoca suscitò polemiche, ma il batterista e autore dei testi Neil Peart lo rivendicò come spunto per un racconto anti-totalitario, ambientato in un futuro tecnocratico che reprime creatività e iniziativa personale. Con “2112”, l’hard rock zeppeliniano degli esordi si espande e si fa ambizioso: batteria proteiforme, basso ipermelodico e una chitarra che, partendo dal modello di Steve Howe, sfrutta gli armonici per creare un wall of sound formato riff, che influenzerà il prog-metal in modo indelebile. La seconda facciata propone brani più brevi e diretti, ma “A Passage To Bangkok” spicca per l’interludio strumentale basato su slittamenti d’accento ritmico. Un disco-svolta per l’hard prog nordamericano. (Marco Sgrignoli)
SBB - Pamięć
Gli SBB sono la più importante formazione del prog polacco e “Pamięć” rappresenta il vertice della loro produzione. Dopo una fase iniziale segnata da un suono aggressivo e fortemente improvvisativo, l’album introduce una svolta netta verso una scrittura pienamente composta e strutturata. È il primo lavoro in cui il leader e tastierista Józef Skrzek concepisce il disco come un organismo formale unitario, fondato su armonie neoromantiche e parti vocali integrate nella costruzione dei brani.
Le precedenti influenze jazz-rock e fusion, spesso ricondotte all’area Mahavishnu, vengono ricollocate entro strutture più controllate, senza perdere tensione strumentale. Tastiere, basso e chitarra operano per stratificazione progressiva, privilegiando il colore timbrico e la continuità formale rispetto all’urgenza espressiva degli esordi. (Francesco Inglima)
Van Der Graaf Generator - Still Life
Nato dalle stesse sessioni di "Godbluff", invece di limitarsi a raccoglierne gli scarti "Still Life" ne sviluppa le intuizioni più profonde, trasformando l’urgenza del ritorno in una scrittura più concentrata. Rispetto agli anni iniziali, le strutture si fanno più compatte e gli arrangiamenti vengono progressivamente asciugati: meno barocchismi, maggiore controllo dell’intensità emotiva. L’organo di Banton diventa l’asse portante del suono, mentre i fiati di Jackson rinunciano alla presenza costante per intervenire in modo chirurgico, accentuando i picchi drammatici. La band, ormai pienamente padrona dei propri mezzi, alterna rigore formale e slanci improvvisi, condensando l’anima più cupa e ossessiva del gruppo in forme lunghe ma sorprendentemente coese. Nello stesso anno esce anche "World Record", che riprende coordinate affini ma con esiti più irregolari. (Francesco Inglima)
Gemme nascoste:
801 - 801 Live
Dopo l’esperienza dei Quiet Sun, Phil Manzanera dà vita al supergruppo 801. Spesso sottovalutato come figura chiave del progressive, riesce qui a sfuggire alle limitazioni dei Roxy Music con un album che è un piccolo gioiello. La formazione vede il chitarrista accanto a Bill MacCormick (già nei Quiet Sun) e a ospiti d’eccezione: Brian Eno, Lloyd Watson, Francis Monkman e Simon Phillips. Un equilibrio fragile, destinato a durare tre concerti. L’ultimo, alla Queen Elizabeth Hall di Londra, viene documentato in “801 Live”. Il repertorio attinge alle carriere soliste di Manzanera ed Eno e include due cover celebri: “You Really Got Me” dei Kinks, reinventata in chiave space-prog, e l’audace rilettura glam-psichedelica di “Tomorrow Never Knows”, dominata dalle tastiere catacombali di Eno. “East Of Asteroid” e “Rongwrong” mettono in luce una sezione ritmica eccezionale, “Miss Shapiro” introduce un art-pop multiforme e cubista, e “Third Uncle” chiude un concerto irripetibile. (Valerio D’Onofrio)
Celeste - Celeste
Registrato fra il 1974 e il 1975, l'album debutto dei Celeste, da Sanremo, venne pubblicato soltanto nel gennaio del 1976, passando sotto silenzio. La band non ebbe neanche modo di terminare le sessioni del disco successivo, sciogliendosi a causa di imprecisati contrasti interni (un incompleto "Celeste II" avrebbe comunque visto la luce una quindicina d'anni più tardi). La riscoperta avvenne durante gli anni Ottanta, grazie alla solita, benemerita serie di ristampe sul mercato giapponese. Si tratta di un'opera atipica, dal sentore acustico nonostante l'ampio impiego di tastiere (Mellotron in particolare, ma anche qualche tocco di sintetizzatore), senza praticamente traccia di chitarre elettriche. Le atmosfere pastorali e i testi, che celebrano una lontana Arcadia, ben si sposano all'uso di flauti, sassofoni, spinetta, xilofono, percussioni e docili armonie vocali. In alcune ristampe l'album è stato reintitolato "Principe di un giorno", dalla canzone che lo inaugura. (Federico Romagnoli)
Roberto Colombo - Sfogatevi bestie
Una perla misconosciuta del progressive italiano è sicuramente “Sfogatevi bestie” del musicista milanese Roberto Colombo. Il suo stile, contaminato dal jazz-rock canterburiano e dalla fusion di matrice post-milesiana, è caratterizzato da una complessità compositiva unica e da un’ironia evidente, a metà tra Frank Zappa e la musica italiana da film "poliziottesco" anni Settanta. L’esordio solista dell'artista - a cui seguirà “Botte da orbi” nel 1977 - assembla una scrittura articolata, ma mai accademica, che vive di contrasti continui: rigore compositivo e gusto ludico, virtuosismo strumentale e leggerezza narrativa, tensione jazzistica e apertura melodica. Fra i molti episodi di notevole originalità e dal taglio quasi cinematografico, spiccano soprattutto i dieci minuti di “Caccia alla volpe”, brano vorticoso e mutevole, emblema di una poetica che riesce a fondere tecnica e spensieratezza senza mai perdere controllo. (Valerio D’Onofrio)
Cos - Viva Boma
I brussellesi Cos sono tra le principali formazioni del “Canterbury fuori da Canterbury”. Il loro stile, meno floreale e scanzonato rispetto alle formazioni britanniche e più votato allo sperimentalismo, si presenta già a fuoco nell’esordio “Post-Aeolian Train Robbery” del 1974, ma è col secondo disco e l’arrivo del tastierista Marc Hollander che la formula raggiunge la piena maturità. Fender Rhodes, basso fuzzato, splendidi vocalizzi femminili e sferzanti ritmiche jazzate sono la base del caloroso sound della band, qui prodotto da Marc Moulin. Ad arricchirlo si aggiungono nel corso del disco percussioni africaneggianti per la title track; oboe, clarinetto, violoncello in altri brani e - fatto atipico in campo prog - intrecci di sequencer nella traccia di apertura “Perhaps Next Record”. (Marco Sgrignoli)
Crucis - Los delirios del Mariscal
Pubblicati entrambi nello stesso anno, dopo un esordio omonimo già molto valido, il secondo e ultimo album dei Crucis prosegue ed elabora la strada intrapresa, imponendosi come uno dei classici del prog sudamericano. Introdotto da “No me separen de mí”, cantata dal bassista Gustavo Montesano, prosegue con tre strumentali, dove l’intera band dà sfoggio di superbe doti tecniche. I mattatori sono il chitarrista Pino Marrone, come un David Gilmour con le abilità da virtuoso che all’originale sono sempre mancate, e il tastierista Aníbal Kerpel, capace di infondere tocchi space rock a suon di string synth, così come jazz fusion mediante il piano Fender Rhodes. Il batterista Gonzalo Farrugia indirizza i cambi di tempo e le fratture ritmiche di cui ogni brano è disseminato. La madre incidentale di tutte le copertine metal è a cura di Juan Gatti, uno dei più noti grafici del rock argentino, in seguito collaboratore di Almodóvar. (Federico Romagnoli)
The Enid - In The Region Of The Summer Stars
Registrato tra il 1974 e il 1975, ma pubblicato solo nel 1976, l’esordio degli Enid arriva con forte ritardo, frenando fin dall’inizio le possibilità di affermazione della band. Il gruppo nasce dalla “comunità per ragazzi delinquenti, disturbati o disturbanti” di Finchden Manor attorno a Robert John Godfrey, diplomato al conservatorio.
Interamente strumentale, l’album sviluppa un linguaggio classicheggiante e giocoso, basato su temi melodici chiari e occasionali episodi più tesi e cupi, come “The Devil”. Il suono rifugge enfasi e istrionismi, preferendo una misura narrativa che avvicina il gruppo alle traiettorie laterali di Gentle Giant, Gryphon e Renaissance, più che al sinfonismo codificato. Il concept si ispira ai tarocchi e all’immaginario arturiano di Charles Williams, scrittore inglese vicino agli Inklings di Tolkien e C.S. Lewis; il titolo inizialmente previsto, “The Voyage Of The Acolyte”, viene abbandonato per evitare l’omonimia con l’esordio solista di Steve Hackett. (Marco Sgrignoli)
Kaipa - Inget nytt under solen
Nati intorno alla metà dei Settanta e sciolti nel 1982, a causa del calo di interesse del pubblico, i Kaipa sono una delle band scandinave più seguite dai patiti del prog. Riformati nel 2000 dalle due storiche forze motrici, Hans Lundin (tastiere, voce) e Roine Stolt (chitarra), proseguono la loro avventura a tutt'oggi, dopo diversi cambi di formazione. Stolt li ha lasciati di nuovo nel 2005, per tornare a tempo pieno al progetto che più gli ha dato lustro: i Flower Kings. È in effetti anche grazie al riflesso del loro culto che la memoria dei Kaipa è rimasta a galla, in particolare quella del secondo album. Aperto dalla storica suite "Skenet bedrar", sfoggia ogni levigatezza del prog sinfonico, mettendogli a contrasto il durissimo timbro del basso Rickenbacker di Tomas Eriksson. (Federico Romagnoli)
Mirthrandir - For You The Old Women
I Mirthrandir sono una band statunitense rimasta ai margini del circuito principale del prog americano in virtù di una proposta priva di aperture verso il rock mainstream. In questo senso, "For You The Old Women" rappresenta uno degli esempi più solidi di prog sinfonico statunitense di stampo europeo. La scrittura privilegia una frammentazione interna costante: le composizioni procedono per accumulo e contrasto, con sezioni giustapposte e materiali tematici continuamente riconfigurati, più che sviluppati secondo logiche sinfoniche tradizionali. In questo quadro, le due chitarre elettriche sono spesso impiegate in modo concertato, attraverso linee melodiche parallele o intrecciate riconducibili allo stile di Steve Howe, caratterizzate da aperture armoniche, cambi di tonalità e improvvise variazioni metriche. Sul piano timbrico l’album si distingue per un organico ampio e poco comune nel prog statunitense dell’epoca. Chitarre e tastiere dialogano stabilmente con flauto e tromba, utilizzati in modo strutturale e non decorativo. (Francesco Inglima)
Novalis - Sommerabend
Un vero classico del prog sinfonico dall'Europa continentale. Dopo un debutto incerto, in inglese, e un secondo album che segnava il passaggio al tedesco, gli amburghesi Novalis misero a segno il colpaccio ricorrendo a una formula fra le più iconiche dell'universo progressivo, con una scaletta di soli tre brani, uno dei quali prendeva un intero lato del vinile. Si vaga fra ritmi lenti e maestosi, spezzati da accelerazioni messe sempre al momento giusto, con coltri di tastiere (Moog, organo e soprattutto string synth, per mano di Lutz Rahn), assoli space rock contrapposti a ricami acustici, e due voci ben distinguibili (il chitarrista Detlef Job e il bassista Heino Schünzel). Il testo di "Wunderschätze" ha origine da un componimento del poeta e filosofo romantico a cui la band deve il nome. (Federico Romagnoli)
Ragnarök - Ragnarök
Ragnarök è l'evento che nella mitologia norrena indica lo scontro finale fra le forze dell'ordine e quelle del caos, che termina con la distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Il nome è stato preso in prestito da questo sestetto formatosi a Kalmar, nel sud della Svezia, verso la metà degli anni Settanta. Certo, ascoltando il loro omonimo album di debutto, viene da credere che la fine del mondo sia già avvenuta e ci si trovi in quella fase di stasi antecedente la sua ricostruzione, data la rilassatezza della musica contenuta. Dieci brani strumentali di grande pulizia sonora e melodie soavi, al crocevia fra prog, folk e jazz-rock, dove si intersecano chitarre elettriche liquide, armoniose scale di pianoforte, tastiere fusion, arpeggi acustici, e alla bisogna, ricami di flauto e sax. (Federico Romagnoli)
Ruphus - Let Your Light Shine
Dopo due album di progressive sinfonico e vagamente yessiano, i Ruphus del rinomato tastierista Håkon Graf virano su un jazz-rock tanto levigato quanto coraggioso. Prodotto dal leggendario chitarrista avant-jazz Terje Rypdal, celebre per la magmatica austerità delle sue costruzioni, “Let Your Light Shine” risulta in realtà quasi antipodale come vocazione: decisamente prossimo all’easy listening, è un disco dal sound aereo e disciplinato, con brani limpidi sul piano melodico e accattivanti su quello ritmico, spesso giocati su climax ascendenti e lussureggianti svolazzi di Rhodes, string synthesizer e ARP (suonato dallo stesso Rypdal). A completare la celestialità della formula, la voce cristallina della cantante Gudny Aspaas, che porta alcuni episodi a un passo dai Nucleus di “Labyrinth”. (Marco Sgrignoli)
Samla Mammas Manna & Gregory Allan Fitzpatrick - Snorungarnas symfoni
Tra le band fondatrici del Rock in Opposition, gli svedesi Samla Mammas Manna rappresentano una felice anomalia. Se molte formazioni del movimento incarnavano un immaginario cupo, politico o apertamente anti-rock, i Samla ne hanno espresso il versante più giocoso e surreale, con composizioni tortuose che, dietro un’apparente leggerezza, richiedevano una tecnica di primissimo livello. Il loro quarto album, “Snorungarnas Symfoni”, abbandona le improvvisazioni e le sonorità circensi dei primi tre dischi per accostarsi in modo rigoroso alla musica classica contemporanea. Il disco è una suite in quattro movimenti scritta dal compositore austriaco Gregory Allan Fitzpatrick, che scelse la band proprio per la sua perizia tecnica e per la capacità di allontanarsi da ogni aspetto della musica rock mantenendo intatta la propria credibilità. I quattro movimenti, elaborati, giocosi, bizzarri e a tratti surreali, rappresentano una delle pagine più radicali e innovative del prog dell’epoca d’oro. (Valerio D’Onofrio)
Sloche - Stadaconé
Ennesimo gioiellino della ricca scena prog del Québec anni Settanta, "Stadaconé" è il disco che ha consegnato gli Sloche allo status di nome di culto tra gli appassionati. La band canadese si muove con naturalezza in un territorio sospeso tra prog e jazz-fusion, puntando tutto sull’interplay strumentale e su una scrittura fluida e accattivante. Il suono è fortemente tastieristico: pianoforte elettrico, Hammond e sintetizzatori guidano composizioni articolate ma scorrevoli, sostenute da una sezione ritmica elastica. La combinazione di doppie tastiere, basso potente, batteria creativa e occasionali fiati costituisce il tratto distintivo del gruppo. La lunga title track in apertura chiarisce subito le coordinate del disco: groove pulsante, sviluppo progressivo dei temi e un equilibrio costante tra energia e controllo. L’assenza quasi totale di un vero canto rafforza l’idea di una musica pensata come flusso continuo, più narrativa che esibizionistica. (Francesco Inglima)
Il prog che non ti aspetti:
Michael Mantler - The Hapless Child And Other Inscrutable Stories
Un’opera di culto e di confine in cui jazz d’avanguardia e rock progressivo si incontrano non per fusione, ma per tensione e sottrazione. Il suono è scurissimo e statico, costruito su armonie ambigue e atmosfere stagnanti, attraversate da linee chitarristiche incandescenti; le tastiere assumono spesso una funzione percussiva e ossessiva. Pur muovendosi dentro il linguaggio progressivo della metà degli anni Settanta, ha un riferimento che va cercato nelle sue frange più radicali — Henry Cow, Magma, Univers Zero — fino a sfiorare sensibilità proto-goth. Il profilo dei musicisti coinvolti è altissimo: a dar corpo alle composizioni di Michael Mantler, trombettista austriaco già centrale nell’avanguardia jazz del periodo, sono Jack DeJohnette, Terje Rypdal, Steve Swallow e Carla Bley. L’innesto con il rock progressivo è reso esplicito dalla presenza di Robert Wyatt alla voce e dal lavoro di Nick Mason dei Pink Floyd al missaggio. Un disco disturbante e ipnotico, che non offre vie d'uscita. (Marco Sgrignoli)
Musica Urbana - Musica Urbana
Esordio dell’omonima formazione catalana, rappresenta uno dei tentativi più coerenti e radicali di integrazione tra jazz-rock e tradizione iberica, che include non solo elementi flamenco ma anche richiami al folk spagnolo colto, riconducibili a frammenti di zarzuela e alla tradizione orchestrale di autori come Falla e Vives. Le composizioni, tutte strumentali, sono attraversate da pattern ritmici irregolari e pulsazioni che rimandano a forme derivate dal flamenco, spesso rielaborate in chiave jazzistica. L’uso di accenti spostati, metriche composite e figurazioni percussive richiama un’idea di danza implicita, lontana dalla quadratura del rock progressivo sinfonico. Sul piano timbrico, l’identità dell’album è rafforzata dall’impiego di strumenti estranei al lessico standard del prog: castagnette, marimba e percussioni ibride convivono con piano, basso elettrico e chitarra, oltre a fiati come sax, clarinetto, flauto e trombone. Le tastiere – tra pianoforte, clavicembalo e synth – fungono più da collante armonico che da elemento dominante. (Francesco Inglima)
Harry Roesli - Titik api
Il cantante e polistrumentista Harry Roesli (trascritto anche Rusli) è stato per decenni un personaggio ben noto nella scena indonesiana, in particolare dietro le quinte, avendo composto numerose colonne sonore per il teatro e la televisione. Questo suo secondo album è un oggetto di rara bizzarria: ora rock psichedelico dove chitarre effettate si incastrano col suono tipico delle percussioni gamelan (in scaletta tre riletture di brani tradizionali giavanesi), ora suadente funk con sintetizzatori da cocktail lounge. Ogni tanto un coro o un'armonica a bocca. Talvolta tutti gli ingredienti sovrapposti. Non si sa bene quanto ciò possa rientrare nel prog, ma del resto sarebbe un'impresa farlo rientrare in qualunque altra categoria. Un'opera folle eppure, una volta tanto, estremamente godibile. (Federico Romagnoli)
Return To Forever - Romantic Warrior
Massima escursione della band fusion di Chick Corea in territorio progressive rock, “Romantic Warrior” ha per chiavi di volta la magniloquenza e il gusto pirotecnico dell’esecuzione — una combinazione che scommette tutto su rapidità, virtuosismo e intensità dei cambi. L’azzardo funziona grazie al livello straordinario dei musicisti coinvolti: accanto a Corea, Stanley Clarke al basso, Lenny White alla batteria e Al Di Meola alla chitarra completano una formazione di caratura stellare sia sul piano tecnico che su quello espressivo. Le composizioni sono scintillanti e fortemente melodiche, animate da intrecci strumentali serrati che non si limitano a stupire, ma costruiscono vere e proprie traiettorie narrative. Al centro del suono, i sintetizzatori Arp e i Moog esplorati in tutte le loro possibilità timbriche, per una sorta di declinazione jazz-funk — arricchita da Rhodes e Clavinet — della magia tastieristica di Emerson e Wakeman. Un classico inevitabile. (Marco Sgrignoli)
Hermann Szobel - Szobel
Viennese, classe 1958, il pianista e compositore Hermann Szobel registra il suo album d’esordio a soli 17 anni, con una formazione di jazzisti tra cui figurano il futuro bassista di Suzanne Vega e il percussionista degli Spyro Gyra. Si tratta di un album di maturità artistica e strumentale sorprendenti, un jazz-rock di notevole complessità armonica e ritmica, in cui evidenti influssi zappiani si combinano a coloriture zeuhl e spigoli degni dei migliori Nucleus. Poco dopo l’inizio dei lavori sul suo secondo album, di Szobel si perdono le tracce. L’artista e documentarista polacca Katarzyna Kozyra sosterrà di averlo incontrato a Gerusalemme nel 2012, dove da anni vivrebbe come mendicante sostenendo di essere il Messia — un fenomeno noto per l’appunto come “sindrome di Gerusalemme”. (Marco Sgrignoli)
... e non finisce qui
Accanto ai trentatré titoli selezionati, il 1976 ha prodotto molti altri dischi prog meritevoli di attenzione. La lista complementare nella colonna "discografia" raccoglie ulteriori uscite significative, utili ad ampliare il quadro e a restituire tutta la densità di un anno tutt’altro che marginale.