Tony Mansfield - New Musik

Tony Mansfield - New Musik

Il mago del (techno)pop

di Marco Bercella

I New Musik hanno costituito un'esperienza tanto sfortunata quanto influente nelle traiettorie dell'elettropop. E il loro leader, Tony Mansfield, si è poi trasformato in mago della console, apponendo il suo inconfondibile marchio su una sequela di produzioni vincenti per stelle - più o meno durature - del pop
Prologo

La storia della musica pop è zeppa di nomi cui non sarebbe mancato nulla per raggiungere l'agognato successo, e invece... Invece il primo incontro tra Tony Mansfield e Clive Gates avviene nel novembre del 1972 in un pub dell'hinterland di una Londra sberluccicata dai lustrini di Ziggy e dei T-Rex, ma ancora zeppa di una suggestione progressive sulla scia del lungo mantello del Re Cremisi.
Sono due ragazzini, entrambi un po' impacciati, il primo infatuato dalle tendenze rock del momento e con velleità da frontman, il secondo con un'infanzia scandita da rigide sessioni di pianoforte classico. Formano così i Reeman Zeegus, una band destinata a morire in capo a qualche mese, dopo pochi concertini da pub. Le strade dei due momentaneamente si dividono, Clive si fa da parte, mentre Tony impara a suonare piuttosto bene la chitarra e, abbandonati gli studi a soli quindici anni, si inventa un lavoro come tuttofare nel dipartimento artistico della Decca Records, trovando ogni occasione per intrufolarsi negli studi di registrazione e improvvisandosi persino come sessionman. Il tutto senza però abbandonare l'idea di formare una band. Insieme ai vecchi compagni di scuola, mette in piedi senza troppo costrutto gli End Of The World, compone un pugno di canzoni e nello stesso tempo svolge il ruolo di roadie per Nick Straker, un ragazzotto ben determinato a uscire dalle paludi delle feste di compleanno e di matrimonio in giro per l'Europa in cui si ritrova, nelle quali propone un repertorio di cover soul-disco. Siamo intorno al 1978, e anche grazie alle dritte di Tony, Nick elabora una prima versione di "A Walk In The Park", che dopo una versione non troppo a fuoco uscita nel 1979, diventa una dance hit l'anno seguente.

È proprio nel '79 che Straker ottiene un contratto discografico come solista che lo spinge a salutare tutti, alla volta di un successo che tuttavia non sfocerà in una carriera che possa definirsi importante. A dire il vero, la decisione di abbandonare la truppa è per lo più dovuta al fatto che il suo roadie inizia a proporre le sue idee, e detiene un forte ascendente sui membri della band, persino in sala d'incisione, dove come sempre, non si sa come, riesce a materializzarsi. Insomma, era diventato una sorta di grillo parlante che si stava rubando progressivamente la scena. Dirà poi Straker: "Sebbene egli fosse un'ottima persona, non sopportavo di lavorare con lui in sala d'incisione. Sembrava tutto così pretenzioso ed ero convinto che non sarebbe andato da nessuna parte! Naturalmente, negli anni mi sono reso conto di aver fatto un errore di valutazione piuttosto grande: Tony sapeva precisamente cosa stava facendo e aveva il polso esatto di ciò che stava accadendo".

New Musik... is coming

Gli orfani di Straker sono il batterista Phil Towner e il bassista Tony Hibbert. Sebbene Mansfield, da gran smanettone qual è, se la cavasse ormai egregiamente anche con i sintetizzatori, a completare la line-up ecco riapparire il virtuoso Clive Gates, che occupa il ruolo di tastierista, lasciando il neo-leader libero di cimentarsi con voce e chitarre. Va detto a onor di cronaca che, a discapito della sua rivalità, Nick Straker si era prestato di buon grado al ruolo di tastierista nelle primissime session della band, in attesa che quella casella venisse riempita. Dimenticavo: nell'entourage di Straker staziona pure un certo Pete Hammond, che strimpella anch'egli il basso, ma che Mansfield individua come possibile mago della sala d'incisione, avendolo visto all'opera al Tmc, il piccolo studio di Londra in cui tutti i nostri protagonisti erano soliti ritrovarsi.
Non sbaglierà, dal momento che Hammond dopo essere stato per tutta la loro breve carriera il sound engineer dei New Musik, andrà a mettere le mani sui master di una fila sterminata di popstar dagli anni 80 in poi, fra cui Paul Young, Rick Astley, gli Abc e Alison Moyet, diventando un affermato remixer e produttore.

Inizia così la storia di una band che conserva un numero rilevante di unicità, che hanno come comune denominatore la circostanza per cui né il pubblico, né tantomeno la critica coeva e postuma hanno mai dato segno di accorgersi realmente della loro esistenza. Eppure gli ingredienti, in apparenza, non mancano affatto. A cominciare dal fatto che i New Musik fanno parte nella primissima nidiata delle synth-pop band britanniche, e tanto quanto le altre - se non di più - conservano un loro inconfondibile marchio di fabbrica. Come mai, allora, i vari Abc, Soft Cell, The Human League, Tubeway Army, Omd e Depeche Mode hanno goduto per tempi variabili di una grande popolarità, in alcuni casi imperitura, mentre i New Musik vengono a malapena menzionati dagli esegeti del genere? Oltre che a un cattivo allineamento dei pianeti - perché diversamente il fenomeno non può spiegarsi per intero - molte delle ragioni sono da ricondurre alla controversa personalità di Tony Mansfield, unita al suo aspetto estetico che - diciamolo - ben si addice a un pomeriggio culturale in biblioteca, ma non a far parte del truccatissimo esercito che, di lì a breve, invaderà gli Stati Uniti con la seconda British Invasion.

Niente da fare, Tony (e gli altri non erano da meno) non è proprio tagliato per i servizi fotografici in stravagante doppiopetto, quelli in cui ognuno scruta in pose ieratiche un proprio personale orizzonte, avendo cura di non incrociare quello dei suoi compari. Taciturno, basso di statura e un po' tarchiato, dall'aspetto buffo e piuttosto goffo nelle movenze sul palco, inforca un paio di occhiali da vista con cui si gioca malvolentieri persino la carta dell'autoironia, quella che, per intenderci, un guascone come Elvis Costello sapeva sciorinare con somma disinvoltura.
Per tacere poi della propensione pressoché nulla a far parlare di sé, oltre che a rilasciare interviste. Se fosse dipeso da lui, la musica era quella cosa che nasceva e che aveva ragione d'esistere solo in uno studio di registrazione: "Ascoltavo i dischi dei Beatles e altri dischi che avevano certe combinazioni di suoni che mi incuriosivano davvero, e mi piaceva molto, e sono ancora molto interessato all'aspetto dello studio, al lato dell'effetto delle cose e di ciò che si può fare con il suono in generale".
I demo usciti dalle sessioni al Tmc Studio vengono catturati dalla Gto Records, l'etichetta che si era aggiudicata per il Regno Unito il catalogo di Donna Summer di "I Feel Love". Anche la scelta della label, col senno di poi, non si rivela felicissima, giacché di lì a meno di un paio d'anni chiuderà e il suo roster verrà inglobato dalla Cbs, per nulla interessata a promuoverne il catalogo.

Linee rette... da A a B

Giusto il tempo per Tony di chiudersi in studio col suo fidato alter ego Hammond per i mixaggi del caso e il 10 agosto 1979 esce il 45 giri di debutto "Straight Lines". Si tratta di un uptempo dallo spiccato appeal radiofonico, che potrebbe essere tranquillamente associato nelle atmosfere e nelle sonorità a quella "Video Killed The Radio Star" dei Buggles che, di lì a un mese, segnerà i destini della pop music a venire. Solo che, rispetto ad essa, non ha le stimmate del manifesto programmatico, né la malizia mostrata da Trevor Horn nell'affidare il comunque più efficace refrain a voci femminili. A proposito, Trevor Horn - il deus ex machina dei Buggles - se la sarebbe potuta giocare con Mansfield quanto a scarso appeal come idolo per teenager, e probabilmente non è un caso che entrambi, anziché arringare le folle on stage, siano finiti di lì a poco dietro le quinte, a condizionare le gesta degli anni 80 nel ben più consono ruolo di produttori. Un trionfo della fisiognomica predittiva?
Sebbene sul lato B contenesse un prezioso gioiello come la synth-ballad "On Islands", il singolo si ferma al numero 53 delle Uk charts. "On Island" conoscerà comunque una sua stagione di buon successo in Francia, nel maggio del 1980, allorché uscirà come "A side" del medesimo 45 giri, ristampato a lati invertiti, e verrà in seguito ripresa dai tedeschi Camouflage.

Poco male, perché di carne al fuoco ce n'è parecchia, e a novembre esce "Living By Numbers" che mostra al pubblico il vero marchio di fabbrica del New Musik sound: portamento metronomico, melodia accattivante, voce sdoppiata e opportunamente trattata, cascate di tastierine a contrappunto, ariosi arpeggi di chitarra dodici corde, e un testo dal disincantato cinismo ("They don't want your name, just your number"). Ecco, uno dei tratti distintivi è proprio dato dalla contrapposizione di lievi quando non gioiose melodie e testi densi di pessimismo, solitudine, disillusione nei confronti della vita. Questa volta le classifiche arridono al quartetto londinese con un lusinghiero tredicesimo posto, e il brano - oltre a ottenere un'eccellente rotazione - diviene anche il testimonial musicale di uno spot della multinazionale giapponese Casio.
Mentre la gemellata Epic licenzia oltreoceano un Ep contenente i quattro pezzi dei due singoli (ma laggiù nessuno se ne accorge), nell'aprile 1980 escono il 7" "This World Of Water" e l'ellepì di debutto From A to B.

Mansfield ha sempre considerato l'esordio più come una raccolta di canzoni che come un album fatto e finito, e non gli si può dare torto, e del resto quattro dei dieci pezzi erano già, di fatto, editi e pensati per il formato 45 giri. In From A to B si conferma la forte propensione al format radiofonico che Tony ha spesso menzionato nelle rare interviste, ma ci racconta anche di un sound perfettamente autonomo, e anzi col senno di poi sorprendentemente più fresco e longevo rispetto a molte uscite concorrenti, per via di una inclinazione a non farsi prendere la mano dai pur particolari esperimenti sintetici, lasciando aperta la porta a una costruzione armonica tradizionale e largo spazio alla chitarra acustica.
In un momento di grande rinascita per la forma canzone in Gran Bretagna, sospinta dalla nuova tecnologia, l'album può essere il corrispondente elettronico del beatlesiano "Please Please Me", dove il riferimento ai Beatles non è casuale. Per farvene un'idea, provate ad ascoltarvi su tutte "Sanctuary" (quarto e ultimo 7" che uscirà in estate) e dite se non sarebbe potuta uscire dalla mente di un melodista come Paul McCartney. A differenza di quelli di molti colleghi di genere, i testi non trattano di fantascienza, o di turbati esistenzialismi densi di decadenza, ma di una forte alienazione verso il presente, di una paura verso il mondo circostante con un registro che, se non fosse in aperto stridore con la malinconica giocosità delle canzoni, è prossimo a quello con cui Ian Curtis mette il suo sigillo sulla musica dei Joy Division.
Il lavoro sulla lunga distanza non bissa il buon riscontro di "Living By Numbers" e si attesta al numero 35 delle classifiche, più o meno come i rimanenti singoli collegati, e tuttavia la circostanza non scoraggia la truppa, che a maggio parte per un tour in madrepatria. Non è stato affatto semplice, dal punto di vista tecnico, trasporre dal vivo un sound interamente concepito e pensato in uno studio di registrazione, ma la grande abilità dei musicisti, unita alla presenza di provvidenziali tape, garantisce un'ottima resa anche dal vivo, corroborata da una discreta presenza di pubblico.

Alcune band ti raccontano quanto è meravigliosa la vita. Cosa c'è di cui essere felici?

Nell'estate del 1980 i New Musik entrano in sala d'incisione per la registrazione di Anywhere: "'From A To B' - di cui sono ovviamente orgoglioso, ha significato molto per me - è stata una raccolta di sessioni separate, non è stato registrato come un album. Penso di aver fatto tre canzoni alla fine per creare l'album. Il primo vero album è stato 'Anywhere'". Esce il 6 marzo 1981.
Un disco che sembra suonare sotto il pelo dell'acqua limpida, screziata da raggi lunari. La primigenia purezza di un futuro lontanissimo, in cui il mondo è da poco risorto da un disastro, sotto le nuove spoglie di una preistoria tecnologica. In Anywhere non c'è un suono o un'atmosfera che non siano riconducibili esclusivamente ad Anywhere, scenografie presenti in nessun luogo - appunto - ma che qui sono ovunque. Non c'è la glacialità dei Kraftwerk o del Foxx metamatico, non l'austerità di Gary Numan e nemmeno il retrofuturismo analogico, sia esso romantico degli Omd o quello a tratti spigoloso dei primi Human League.
Qui tutto fluttua sospeso, come in una "fase Rem" del pop, il sonno profondo in cui l'abbandono e la paralisi corporea veicolano l'energia verso un mondo parallelo, dove il sogno presenta le tipiche incongruenze del sogno, dove paesaggi magnifici incontrano circostanze inquiete, e viceversa. Dove schegge di vita reale vengono risucchiate in spazi e luoghi inesistenti. Quante volte avete sognato di correre, all'impazzata, senza meta, né ragione? Guarda anche loro come corrono, hanno perso la testa e cercano di raggiungere la cima della collina, invano. "They All Run After The Carving Knife", ovvero, il colpo di pistola al via. E però, prima d'una corsa fitta - scandita da botta e risposta metronomici e cascate di dodici corde - un interminabile minuto di magheggi elettronici che sembrano dirti: "Ehi, guarda in che luogo ti sto trascinando, a tua insaputa: potrebbe essere 'anywhere', e infatti è solo nella tua testa". Già dall'incipit si ha una sensazione di compressione metodica del suono, di cura, di compattezza che nel debutto, seppur presente, restava sottotraccia, una vertiginosa malinconia che trova ora una sua dimensione organica.
L'intro di "Areas" è una Roland CR78 che galleggia estatica sul frinire notturno delle cicale, una calma smossa da pensieri conturbati: "...people are moving to music, dance ends and the music will fade, fade into an area...". Impasti sonori che risentiremo tanti anni dopo nei "Premiers Symptômes" degli Air, sia pur con un sole amico a riscaldarne le menti. "Churches" è una marcetta beatlesiana in quattro quarti, con un vocoder che ti incolla a un hook compendiato da un'invidiabile linea di basso magistralmente imbastita da Tony Hibbert. Nonostante il suo portamento frizzante, il testo - manco a dirlo - evoca scenari letteralmente apocalittici: "Con l'ombra dell'agnello negli occhi di ogni uomo/ 666 si avvicina veloce, e deve accadere sicuramente/ Quattro cavalieri giungono a cavallo, stelle che si scontrano, la terra si fonde con il cielo".
"This World Of Walter" riprende in modo ironico il titolo del singolo acquatico del debut album (e infatti in alcune ristampe, così come su Spotify, diventerà anch'essa per errore "This World Of Water"), ed è una ballata per chitarra acustica e synth in cui però l'ironia si spegne nel titolo.
Walter, infatti, "vede solo ciò che vuole vedere, è solo nel suo mondo, Walter conosce ciò che vuol sapere, perché Walter è da solo". "Luxury" è il primo singolo dell'album, uscito due mesi prima senza lasciare traccia nelle classifiche, anche se la cosa è abbastanza strana, vista l'alta orecchiabilità del motivo e la relativa leggerezza del testo, che si appoggia su uno swing raffinato ritagliato su un vocoder che, insieme all'unicum dato dal caratteristico "effetto sonar", è il tratto distintivo dell'intera opera.
"Peace" e "Traps" riaffermano la grande maestria del duo Mansfield-Hammond nel cucire attorno a motivi ambient dei puri intarsi di un pop evocativo e notturno. "Changing Minds" è una danza meccanica che ha avuto un certo seguito nelle discoteche del tempo e che, piuttosto inspiegabilmente, non trova spazio come 45 giri (il secondo e ultimo del lotto sarà il pur buono "While You Wait" nella primavera '81, se si eccettuano due singoli rilasciati per il mercato tedesco e francese, rispettivamente "They All Run After The Carving Knife" e "Churches"), ed è un vero peccato, perché rappresenta una buona sintesi del disco, portando all'acme il concetto di reiterazione tanto caro ai Kraftwerk, che vengono citati anche con un epico vocal choir che rimanda ai fasti dell'Orchestron impiegato dai teutonici in "Radio-Activity". "Changing Minds" conserva un mirabile sviluppo melodico, circolare e sinuoso, all'interno di un capolavoro di audio engineering.

Esiste sempre un rifugio, un luogo dove ci si sente almeno rassicurati, e fatalmente si torna al grembo materno, o almeno ai luoghi dell'infanzia: "Take me back to room one", recita Tony nell'atto finale di "Back To Room One" nel mezzo di una cascata di echi vocali invertiti, in una onomatopea musicale che, in fondo al brano e anche all'album, rimanda dritta a un nastro che si riavvolge. "All I want is the same room where I waited before/ take me back to my old room it's not there anymore", e allora ritorniamoci alla nostra infanzia, o torniamo almeno a riascoltare da capo Anywhere, un capolavoro, una pietra miliare del synth-pop, un troppo ben custodito "desert island album" che almeno gli amanti del pop elettronico dovrebbero imprimere sui propri gonfaloni, fra gli immortali e gli intoccabili. Gli appassionati del modernariato elettronico devono sapere che qui si celebra il trionfo del Prophet 5, il primo sintetizzatore analogico polifonico completamente programmabile progettato nel 1977, una macchina priva di midi ma che dà la possibilità di memorizzare i suoni programmati senza dover intervenire ogni volta su preset e oscillatori. Un synth che restituisce un suono incredibilmente profondo e d'atmosfera, che si può ritrovare ad esempio con Grace Jones in "Private Life", o nella milionaria "In The Air Tonight" di Phil Collins, oltre che in diverse colonne sonore di John Carpenter.

Anywhere fa la sua comparsa al numero 68 delle classifiche britanniche, in pratica passa inosservato, schiacciato sotto il peso di un casa discografica che non si cura di loro e di un tour promozionale che, a causa di un malanno nervoso occorso al batterista Phil Towner, è riuscito a coprire il solo mese di marzo del 1981.
La versione in cassetta dell'album contiene due tracce aggiuntive, una per lato: "And" e "Under Attack" poi riapparse come bonus, per la prima e unica volta, nella reissue del debut album(!), per giunta nella sola edizione giapponese del 2001. Per somma beffa, Anywhere non viene neppure stampato negli Stati Uniti, visto che la Cbs delega alla sussidiaria Epic una compilation che racchiude un raffazzonato "best of" dei primi due album dal titolo Sanctuary, che viene ovviamente abbandonato al suo destino.

Sensazioni deformate

Lo scoramento serpeggia, ma l'unico che sembra non curarsi della debacle è l'indomito Tony, cui non par vero di poter rientrare in sala d'incisione per registrare il terzo album. Vista la mal parata, i New Musik perdono in un sol colpo l'intera sezione ritmica, dal momento che sia Towner che Hibbert si sfilano dal progetto. Al fianco di Tony resta l'amico occhialuto e nerd di una vita, Clive, oltre che il fidato Pete alla console. Al duo si affianca l'ennesimo strano figuro, tal Cliff Verner, un batterista di colore dai brevi trascorsi nella misconosciuta band britannica jazz (!) gli Stinky Winkles. Cosa ci facesse esattamente il nuovo entrato in un gruppo come i New Musik non è dato a sapere, non foss'altro perché la batteria classica, nel sounddella nuova formazione, è pressoché assente e quel poco che c'è è sideralmente distante dai tempi dispari che sono nelle corde del buon Cliff.
Nonostante le conclamate sfortune commerciali, il nome di Mansfield corre veloce tra colleghi e addetti ai lavori ed è così che, in mezzo a qualche produzione minore, il nostro finisce a collaborare in "Neuromantic", lo splendido album art-electro del batterista e cantante dei Yellow Magic Orchestra Yukihiro Takahashi, che vanta un parterre de roi composto fra gli altri da Sakamoto, Steve Nye, nonché Phil Manzanera e Andy McKay dei Roxy Music. L'esperienza nipponica induce Tony a imprimere un'ulteriore accelerata sintetica al suono del gruppo: nuovi archibugi elettronici finiscono sotto le sue mani, tra cui il celebre Fairlight Cmi.
Nel settembre 1981 esce su 7" la spiazzante "The Planet Doesn't Mind", che racconta in tre minuti e mezzo la storia di un fascinosissimo suicidio commerciale: testo criptico, ritmica sincopata e monocorde da cima a fondo, le abituali imprendibili tastiere e una struttura così appesa tra arguta sperimentazione e parvenze di accessibilità da risultare inintelligibile a qualsiasi platea d'ascolto. La cassa dritta del 12" restituisce una versione per dancefloor elettrici e stralunati, e infatti funziona nelle rotazioni danzerecce delle discoteche wave ma, per quanto perfetta nel contesto, da lì purtroppo non uscirà.

Nel mentre Tony si dedica alla produzione dell'Ep dei Damned "Friday 13th": una circostanza davvero curiosa, se pensiamo al sound del gruppo, che si mantiene su stilemi del post-punk psichedelico. L'accredito si riferisce a Tony "Broozer" Mansfield e l'aneddoto che ci sta dietro è alquanto rivelatore della personalità del nostro, giacché broozer - il pugile - è il nomignolo che gli appioppa Captain Sensible per canzonare i tratti esageratamente miti della sua personalità.
Il secondo singolo dei rifondati New Musik (febbraio 1982) vira di 180° andando a pescare nella più classica delle tradizioni pop britanniche: si tratta infatti nientemeno di una cover in chiave electro di "All You Need Is Love", della premiata ditta Lennon/McCartney.
Con la percezione che si ha oggi dei Beatles, qualcuno potrebbe pensare a una ruffianata per raccattare pubblico: non è così, giacché i Fab Four, a inizio anni 80, erano percepiti come il glorioso gruppo di un passato lontano che soltanto l'assassinio di John Lennon e il successo del suo "Double Fantasy" - avvenuto sulla scia dell'emozione suscitata dal tragico evento - aveva riportato un po' in auge. Si tratta dunque dell'ennesima scelta controcorrente che non è, né può essere, materia che possa scuotere le truccatissime platee fashion del 1982. E infatti non le scuote.
L'ostinata noncuranza di Tony circa gli esiti delle sue scelte artistiche va di pari passo con quello della label Epic che ne ha acquisito il contratto dalla Gto. Ciò paradossalmente lascia una grande libertà, offre gli spazi per portare alle estreme conseguenze l'espressione di un sound che suonerebbe senz'altro up to date in un ipotetico 1982 parallelo, ma che in quello reale viene percepito come il divertissment di un combo di alieni sorpreso a giocherellare con la pop music.

Il 5 marzo 1982 è la volta di Warp, ovvero il parabolico epilogo, un album che - da qualsiasi angolazione lo si possa vedere - contiene delle sonorità imparagonabili ad altre sue contemporanee, ma anzi alcune folgorazioni che lo proiettano ben oltre la propria epoca. A macchia di leopardo, pur inciampando qua e là in eccessi esplorativi, il complesso londinese anticipa la dinamica corposità della techno anni 90 ("Green And Red") il pop synth-romantico degli Air ("A Train On Twisted Tracks"), le sghembe reiterazioni dei Daft Punk ("I Repeat", "Warp") nella perenne ricerca dell'improbabile punto di equilibrio fra l'ardita ricerca e un'ortodossa godibilità da juke-box.
C'è un'incompresa maestria nel travisare il funky degli Chic nei beat (letteralmente) acquatici di "Here Come The People", ma anche nel riprendere gli spartiti dei Beatles di "All You Need Is Love" per riscriverci sopra una canzone nuova di zecca e... intitolarla come? "All You Need Is Love", ovviamente.
Warp è un album incongruo, dei colpi di pennello buttati su una tavolozza ad opera di uno che ne sa, e proprio perché ne sa, si diverte a lasciarti perplesso, oggi come allora. Un mistero di poco conto, il mal catalogabile o il diversamente fruibile che, in quanto tale, non può interessare a nessuno, come un supporto in vinile quando il mercato diceva cd, oppure un cd nell'era della musica liquida. È interessante osservare che, in una stagione in cui si inizia a procedere a passi spediti verso quelle big production che hanno connotato gli anni a venire, i New Musik lavorano per sottrazione, limitando le sovraincisioni (emblematica in questo senso la versione album di "The Planet Doesn't Mind", davvero ridotta all'osso) ma prestando un'attenzione ossessiva ai suoni e alla loro resa, che viene esaltata da uno dei primissimi casi di mixing digitale del panorama discografico mondiale. Inutile dire che non vi sarà alcun tour ad accompagnare l'uscita, che la promozione sarà pari a zero, e che la band si scioglierà una volta per tutte fra l'indifferenza generale.

Produttori si nasce, e lui modestamente...

Tony Mansfield è però già proiettato nel suo ruolo di producer che, di lì a breve e per gli anni a venire, gli restituirà con gli interessi quanto non è riuscito a raccogliere in veste di cantante, autore e leader della sua band. Il primo vero progetto di spessore gli viene offerto ancora da Captain Sensible, chitarrista e bassista dei Damned, che ha tutte le intenzioni di affermarsi come solista pop. La bizzarra commistione che lega il punkster guascone al timido produttore della porta accanto si deve alla fidanzata del primo, che era solita mettere in auto From A To B, sia pur con l'iniziale disappunto di Sensible. Disappunto che nel tempo si trasforma in curiosità prima e fascinazione poi, finché quest'ultimo non solo gli apre le porte dell'universo Damned, ma pensa a lui per il suo debutto da aspirante popstar, "Women And Captains First".
L'album, che vede la partecipazione di un inconsueto Robyn Hitchcock, non va oltre un dignitoso successo in madrepatria, ma sciorina come singoli "Happy Talk" - una cover di un vecchio motivo americano - che finisce al numero uno in Uk, ma soprattutto "Wot", il proto-rap bianco che diventa un successo planetario. Sulla parte strumentale di "Wot" non è difficile rintracciare tutto quel funky che Mansfield ha messo nella misconosciuta B-side dei New Musik "Chik Musik", dove i riferimenti alla coppia Rodgers-Edwards sono pienamente voluti. Ed è con questa brillante performance che il nostro si consacra in un sol colpo come produttore di nome, e come ambito alchimista del Fairlight CMI, di cui diventa uno dei più fini conoscitori in circolazione.
L'abilità a intervenire sul sound lasciando sue tracce senza però snaturare i musicisti di cui si prende cura, diventa un marchio di fabbrica destinato a correre lungo tutto il decennio. Se si eccettua un tentativo poco convinto di rimettere in piedi un progetto in proprio (Planet Ha Ha col singolo "Home" nel novembre '82, dapprima destinata alla colonna sonora del film "E.T.", col fratello Lee e con Rob Fisher, poi membro dei Naked Eyes e dei Climie Fisher) e pur con sporadici precedenti sin dagli esordi, da qui in avanti Tony inanella una lunga serie di lavori per conto terzi: dei più rilevanti, o curiosi, vi diamo conto qui sotto.

Album

Captain Sensible - "Women And Captains First" (1982) e "The Power Of Love" (1983)


Delle buffe circostanze che hanno permesso la collaborazione e dei due singoli di grande successo che hanno anticipato "Women And Captains First" vi abbiamo già detto. È un vero peccato che i due album che ne sono seguiti, che hanno completato il sodalizio, non siano stati accolti come avrebbero meritato, forse scontando l'immagine guascona del protagonista, suffragata dal taglio ludico dei numerosi passaggi radio e video.
Peccato davvero, giacché ci troviamo di fronte a due lavori di alto profilo, forse un po' troppo eclettici per essere messi a fuoco sulle prime, ma forieri di perle che spaziano dal pop psichedelico che ha accomunato Damned e Stranglers, a gioielli del synth-pop come "Brenda", dal primo album, che pare la transizione sintetica a "Prendila così" di battistiana memoria, per via di una cosa strumentale interminabile e magica. Questo brano, come diversi altri anche del secondo album, vede la compartecipazione del già citato Robyn Hitchcock, a cui in "The Power Of Love" si affianca lo stesso Mansfield. Due produzioni attualissime e contenuti assolutamente da riscoprire.

Naked Eyes - "Burning Bridges" (1983) e "Fuel For Fire" (1984)

Sgombriamo il campo da giri di parole e andiamo dritti al punto: "Burning Bridges", insieme ad Anywhere, fa parte di quei quindici/venti dischi che andrebbero stivati su una navicella e spediti nello spazio per spiegare il synth-pop ai marziani. Il duo Pete Byrne (voce) e Rob Fisher (tastiere) nasce da uno split dei Neon (da non confondere con l'omonima e gloriosa band electrowave fiorentina) di cui facevano parte anche Curt Smith e Roland Orzabal.
Sembravano tutti dei predestinati ma, mentre questi ultimi lo diventeranno sotto il marchio Tears For Fears, i Naked Eyes - nonostante le lusinghiere premesse - naufragano nel breve volgere di due stagioni. Il primo singolo consiste in una struggente rivisitazione di "Always Something There To Remind Me" di Burt Bacharach, che esce sul finire del 1982, giusto in tempo per salire sul treno della Second British Invasion dei mercati americani, inaugurata nell'estate di quello stesso anno dagli Human League di "Don't You Want Me" e poi dilagata l'anno seguente. Si piazza all'ottavo posto della Billboard Hot 100 e, dopo un secondo singolo delizioso ma troppo sofisticato per una band inglese in trasferta ("Voices In My Head"), fa il bis e piazza al numero undici un funkosissima edit version di "Promises Promises" (un remix, rimasto a lungo nel cassetto, contiene un cameo di Madonna), lasciando intendere che la via della gloria fosse a un passo.
E invece non succede assolutamente nulla: la prova sulla lunga distanza, che negli Stati Uniti esce riveduta e ridotta e col solo nome della band (centrando però un promettente trentaduesimo posto) viene del tutto ignorata in madrepatria, benché contenesse una collezione di canzoni da manuale dell'elettropop melodico, elaborate presso gli studi Abbey Road sotto la magistrale egida di Mansfield, che lascia un memorabile imprinting con un calibrato uso dell'effettistica e del Farilight. Con il duo ormai separato in casa - Byrne in Calfornia nelle vesti di sessionman e così anche Fisher agli Abbey Road Studios di Londra - nel 1984 esce "Fuel For Fire", che però non può contare su un altrettanto eccelso livello di scrittura, ha una produzione predittiva della plasticosa stagione dei tardi anni 80 e, come se non bastasse, riceve infine una scarsa promozione.
L'album naufraga, come anche il progetto, lasciando solo qualche traccia stagionale nei dancefloor col pur piacevole singolo "What In The Name Of Love". Il buon Fisher si rifarà a livello commerciale in coppia con Climie nella seconda metà del decennio, nonché come autore e turnista per Rod Stewart, Aretha Franklin e George Michael, ma verrà portato via da un male incurabile a soli 43 anni nel 1999, proprio mentre con Pete sta lavorando a un terzo album dei Naked Eyes che quest'ultimo ha infine completato e la cui uscita è prevista nel 2020 (quando si dice prendersela comoda).

Mari Wilson and The Wilsations - "Showpeople" (1983)

Se andate a rivedere un vecchio video della super-hit dei Soft Cell "What" datata 1982, la troverete in pose sciantose accomodata sul sofà di fianco al prode Marc, col suo look da diva sixties che la fa accostare a Cindy Wilson e Kate Pierson, le iconiche voci di The B-52s. Tony entra nella produzione di questo album in punta di piedi, lasciando da parte la tentazione di bombardare le tracce della brava Mari di archibugi digitali, e così facendo contribuisce a regalarci un bellissimo album di pop soul fresco e senza tempo, che spazia dai scintillanti frammenti di una Motown opportunamente rivista a intuizioni new cool che passeggiano a fianco dei coevi e neoformati Style Council, e che in parte anticipano di qualche anno le atmosfere patinate e retrò dei Swing Out Sister (ascoltare "This Time Tomorrow" per credere). Il singolo "Just What I Always Wanted" - aromatizzato Motown - sale fino al numero otto in Gran Bretagna e staziona in classifica per dieci settimane, mentre l'album si ferma al numero ventiquattro, pur trascorrendo due mesi abbondanti nelle chart. Un altro punto da assegnare sul tabellino di mastro Tony.

Philip Jap - "Philip Jap" (1983)

Fa la sua comparsa nel talent show "The David Essex Showcase", ma non si tratta di una figurina. Il disco è infatti scritto e arrangiato interamente da Philip, ed è una perla minore nell'oceano della new wave per via del suo obliquo mix fra glam d'annata, Talking Heads, Adam Ant e neoromanticherie assortite. La sua peculiarità, diremmo anzi unicità, è data dalla produzione dei tre autentici fuoriclasse che vanno a spartirsi la scaletta: oltre al nostro Tony, appaiono infatti Trevor Horn e il compianto Colin Thruston che, dopo i trascorsi come assistente di Bowie e Iggy berlinesi, firma i primi due dischi degli Human League, i primi due dei Duran Duran e quelli d'esordio dei Talk Talk e di Howard Jones, nonché, come del resto gli altri due, decine di altre produzioni eighites. Un tris d'assi di assoluta caratura per un ellepì che merita sia la menzione che nuovi ascolti. Di Philip Jap si sono poi perse le tracce.

The Rescue - "Messages" (Ep, 1984)

La chiara dimostrazione che gli Stati Uniti stessero subendo un'invasione musicale è ben testimoniata dall'Ep di questo quintetto newyorkese che pedissequo raccoglie il verbo British sviluppando un canovaccio new wave un po' romantic (con sax in bella vista), e un po' Cure nella declinazione pop. Di loro rimane questo più che gradevole compendio di cinque brani, e un opening act al Sing Blue Silver Tour dei Duran Duran in terra americana del 1984. Poi inspiegabilmente null'altro: magari non si distinsero come i campioni assoluti del movimento new wave, ma certo più valenti di altri che meteore non furono. Per Tony, invece, un parco giochi in cui sbizzarrirsi con tutte le munizioni elettroniche a disposizione.

A-ha - "Hunting High And Low" (1985)

Sia pur tra mille traversie legate alla complicata gestazione del disco, che vede l'esclusione della sua versione di "Take On Me" e la mancata partecipazione nell'altro singolo "The Sun Always Shines On Tv", nonché un remixing dell'intero disco a opera del manager della band norvegese John Ratcliff, coi suoi dieci milioni di copie vendute nel mondo, "Hunting High And Low" rappresenta il colpo di slot machine definitivo per Tony Mansfield che, oltre a fornire le coordinate al sound della band, mette a disposizione la sua scienza nell'uso dell'immancabile Fairlight, che permea serafico l'intera opera. Un piccolo grande classico del pop anni 80.

Vicious Pink - "Vicious Pink" (1986)

Il duo anglo-francese composto da Brian Moss (tastiere) e Josephine Warden (voce) prometteva fuoco e fiamme, con le sue pose festaiole e perverse a metà strada tra i Soft Cell (di cui furono peraltro collaboratori) e i Dead Or Alive. Il singolo di punta "CCCan't You See..." esce nell'84 e, con l'artificiosa vocalità della maliziosa Josephine, diventa un riempipista per discoteche underground: lì però resterà intrappolato, senza trovare la via delle chart. Nemmeno i successivi tentativi sotto forma di singolo trovano spazio nell'immaginario mainstream (la programmatica "Fetish" e "Take Me Now"), e così il progetto nasce morto nel momento stesso in cui l'album viene tardivamente pubblicato, nel 1986, solo per il mercato canadese. L'esperienza deve essere senz'altro servita a Mansfield per cavalcare a briglie sciolte sequencer e sintetizzatori, con lo stesso godimento che trarrebbe Eddie Van Halen qualora qualcuno gli chiedesse di sciorinare dei ripetuti assoli di chitarra.

The B-52's - "Bouncing Off The Satellites" (1986)

Tony goes to New York, e lo fa da produttore ormai affermato, con qualche medaglia appuntata al petto e soprattutto con il grande prestigio di cui gode presso musicisti e discografici per via della sua versatilità e, nonostante il carattere chiuso, per quell'innata capacità di giostrarsi in sala d'incisione. I B-52's sono già un complesso assai popolare, anzi la party band per eccellenza del panorama a stelle e strisce, che dopo un'assenza di tre anni prova a mettersi al passo coi tempi, declinando i noti cliché festaioli all'impazzante moda del momento. Che, sia detto per inciso, non è una grande moda, dato che prevede suoni gonfi e omologati, subdolamente imboccati da nuovi marchingegni digitali con cui è facile farsi prendere la mano e a cui pochi riescono a sottrarsi. "Bouncing Off The Satellites" non fa eccezione e, nonostante la perizia del suo regista, inciampa qua è là nell'iperproduzione, venendo oltretutto funestato dalla morte per Aids del chitarrista Ricky Wilson, proprio durante le sue registrazioni.
Il duro colpo comporta la mancata promozione del disco che si rivela un fiasco commerciale, non viene portato in tour ed è piuttosto maltrattato anche dalla critica. Eppure, a livello di canzoni, contiene più di un episodio non distante dai canoni del gruppo ("Girl From Ipanema Goes To Greenland", "Juicy Jungle"), inediti sophisti-pop prossimi ai Fleetwood Mac che di lì a qualche mese usciranno con "Tango In The Night" ("Ain't It A Shame") nonché qualche preziosa citazione dei New Musik, declinati in chiave college radio ("She Brakes For Rainbows"). Non si tratta certo di un capolavoro, ma nemmeno del disastro di cui molti parlano.

Miguel Bosé - "XXX" (1987)

L'ascolto di "XXX" non ci toglie dalla testa che trattasi del classico lavoro svolto su commissione. Non che la cosa sia un male in sé, però Tony chiama qui a raccolta i suoi amici di una vita, a cominciare da Martin Ansell che firma uno dei due singoli ("The Eighth Wonder"), peraltro nemmeno inedito essendo uscito in sordina come singolo a suo nome due anni prima, per proseguire con il tastierista dei New Musik Clive Gates e il Naked Eyes Rob Fisher. È la classica big production allora tanto in voga, allorché le major (qui la Wea) non badavano a spese e mettevano a disposizione del cavallo su cui puntare ogni bendidio.
Miguel Bosé, nome già assai popolare in Spagna e Italia, col suo fisico asciutto e le pose da novello Ferry che lo emancipano dal ruolo di teen idol, pare pronto per la scalata al successo internazionale. Si tratta però di un modesto compendio di adult pop in cui Miguel se la gioca nel ruolo poco attendibile di crooner decadente, all'interno di canzoni alquanto smunte e con tutti i connotati della produzione in stile 1987, di quelle lambiccate che che collassano in un magma zuccheroso senza via d'uscita. Uno stile presuntivamente moderno, che si è rivelato tale solo per paio di disgraziate stagioni musicali sul finire degli anni 80, un lavoro sin troppo figlio del suo tempo e come tale forse da dimenticare. Un mezzo flop commerciale che però avrà fatto le gioie del commercialista del nostro produttore del cuore.

Singoli

Steve Kent - "Twelfth House" (1981)

Poche, anzi nessuna informazione sul conto di Steve Kent, se non che prima di questo singolo ne aveva rilasciato uno di cui si sono perse le tracce: se non fosse per tale circostanza, verrebbe il sospetto che dietro al fantomatico Steve vi fosse lo stesso Tony, che in effetti questa canzone l'ha scritta. Di sicuro si tratta di un gran pezzo, qui arrangiato in una calda edizione electro-minimal notturna. Che il suo autore ci credesse è testimoniato dal fatto che il brano finisce, in una versione più uptempo, come B-side del secondo singolo di Warp, "All You Need Is Love", ma soprattutto, non si sa come, nell'eponimo album "II" dei Delegation, un trio black britannico attivo a cavallo fra gli anni 70 e gli 80 che prova a ripercorrere le gesta degli Earth Wind And Fire, non senza qualche fortuna discografica. Ed è qui che rivela la sua inaspettata ma cristallina anima soul.

President President - "All Good Men" (1982) e Martin Ansell - "I'll Be In The Jungle" (1983)

Martin Ansell è un abile chitarrista sessionman folgorato sulla via dei sintetizzatori. Prima di incrociare Mansfield si era già messo in luce nel 1981 con un fulminante brano dal titolo "Mechanical" sotto il moniker di The Quarks, a metà strada fra space disco e synth-pop. Insondabili i motivi per cui un pezzo del genere non abbia venduto milioni di copie, visto anche il periodo in cui uscì.
La casa discografica pensa bene di imporgli un cambio di nome, ed ecco a voi President President, e così Martin ci riprova, affidandosi alle cure del nostro. "All Good Men" è un mantra robotico e sciccoso che, per mood e suoni, potrebbe benissimo far parte di una playlist di musica liquida d'oggidì, eppure il suo destino non si discosta da quello del predecessore. L'anno seguente Ansell sceglie la strada della radiofonia, provando a fare una sua versione del pop alla Aztec Camera, "I'll Be In The Jungle" è un gioiellino eterodiretto con grande maestria dal banco d'incisione, ma nemmeno questo funziona. Un ultimo e dimenticabile tentativo l'affabile Martin lo farà nel 1986 con l'album "The Englishman Abroad", affidandosi ad altre mani ma sempre senza riscontri apprezzabili.

Search Party - "Urban Foxes" (1982) e John Dark - "Silhouette" (1983)

I giovani d'oggi lo chiamerebbero minimal synth, oppure minimal wave, termini coniati in tempi relativamente recenti per classificare quel particolare sound che, per mancanza di mezzi più che per scelta artistica, affidava a rudimentali drum machine e a synth sovente analogici la scansione di brani brevi, spesso ballabili e/o goticheggianti. I Search Party sono Alan Rear e Lee Jacob e appaiono come backing vocals nel brano "Living By Numbers", il più popolare dei New Musik, che qui riecheggiano in versione più scarna e glaciale. L'anno seguente i Search Party ci riprovano con "All Around The World", questa volta prodotti all'amico Pete Hammond, che piacevolmente richiama gli Human League di "Dare".
Non chiedete di John Dark, perché nessuno di lui sa nulla, vi basti però sapere che la sua "Silhouette" spopolerebbe in una qualsiasi serata danzante a tinte gotico-meccaniche che vorrete organizzare. Search Party e John Dark non possono mancare nella discoteca dei cultori più affezionati del New Musik sound.

Aztec Camera - "Walk Out To Winter" (1983)

Ebbene sì, per quanto la cosa sia passata inosservata, c'è stato un tempo in cui anche la cult pop band scozzese di Roddy Frame si è avvalsa dei servigi del nostro. E lo ha fatto nel tentativo di rendere più accattivante l'album version di uno dei pezzi più iconici del suo repertorio, questa "Walk Out To Winter", che risplende insieme ad altre perle jangle in un quel capolavoro che è "High Land, Hard Rain".
L'intento è comprensibile e il mandato chiaro: enfatizzare le tastiere e lavorare sui suoni per avvicinarli il più possibile al synth mood del momento. Non che il risultato sia disastroso, e in fin dei conti la canzone non viene stravolta, però - diciamolo - l'arrangiamento su 33 giri suona decisamente meglio, in linea con l'immacolata ingenuità di un album che, proprio per questo motivo, ancora oggi non conosce i segni del tempo. A corollario, il 45 giri fallisce anche l'appuntamento con le classifiche, marcando un deludente numero 64.

Wendy Wu - "Let Me Go" (1983) e Nat King Cool and the Cool Runners - "Checking Out" (1984)

La passione di Tony per la musica soul non è affatto un mistero, e questa accoppiata di produzioni ne è la conferma. Wendy è la ex-cantante dei Photos, con cui ha conosciuto una fugace stagione di gloria nel 1980, col primo e unico disco del gruppo che finisce al numero 4 delle classifiche britanniche grazie a un power pop che ammicca ai Buzzcocks e a Blondie. La storia finisce abbastanza presto, così la bella Wendy si rifà il trucco con un tris di singoli synth-pop di cui "Let Me Go" è il capitolo finale: la cosa non funziona, ma questo soft soul elettrificato che strizza l'occhio alle Sister Sledge (gli Chic... ancora loro!?), avrebbe meritato maggior fortuna. Forse non era il momento.
Come non lo fu del resto per i Cool Runners, dietro ai quali si muoveva, tra gli altri, quel burlone di Nick Straker, nel frattempo ricredutosi circa le virtù del suo ex-roadie Tony, al punto da farsi affiancare da lui in questa produzione. Siamo qui su territori post-disco che, se pensiamo alla popolarità di un complesso come gli Shakatak, aveva il suo bel pubblico in Uk. Ci piace anzi pensare che la riedizione del 1984 di questa "Checking Out" che vede implicato il nostro (giacché il brano uscì in una versione differente due anni prima) sia la sfortunata risposta, in termini commerciali, proprio agli Shakatak del classicone "Down On The Street". Di certo, come quest'ultimo, è un must have per gli amanti di disco music e dintorni.

Ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.

A fianco di tante altre produzioni - da Maggie Britton, una diva del pop australiano sixties, allo stilista Jean Paul Gautier nelle inedite vesti di musicista techno-house - e ai dischi prodotti ma rimasti inediti - gli R.P.M., una strana creatura composta dai Search Party con l'aggiunta di Alan Moore (il fu batterista dei ...Judas Priest!) e gli After The Fire, un combo prog poi convertitosi al power pop che nell'83 porterà al successo in Usa "Der Kommissar" di Falco - vale la pena di ricordare anche qualche progetto sfumato per un soffio.
Ad esempio, quello per cui un giorno Tom Watkins, il manager dei Pet Shop Boys, pensa anche a lui per la sua band nuova di zecca, con Tony che tuttavia rifiuta in quanto impegnato in altri progetti. Pare che in seguito Neil Tennant, durante le registrazioni di "Actually", fosse ancora molto interessato a lavorare con l'ex-New Musik, sebbene la cosa resterà poi lettera morta.
Il suo nome è stato altresì associato a quello dei Kajagoogoo, ma soprattutto a Holly Johnson, l'ex-leader dei Frankie Goes To Hollywood che nel 1989 metteva a segno la sua rivincita con la ZTT, con cui era finito in causa, e andava al numero uno in Uk con "Blast". Peccato per il nulla di fatto, perché si sarebbe ben affiancato a quelli di Stephen Hague, Dan Hartman, Andy Richards e Steve Lovell, dei veri top player della console degli anni 80 britannici.

I New Musik sparsi... "anywhere"

Nonostante l'esiguo successo, il suono raccolto e intimista dei New Musik è diventato un autentico fiume carsico all'interno della geologia del techno-pop, e come tale riaffiora di tanto in tanto nel corso del tempo con svariate modalità e declinazioni. E già deve essere apparso ai loro occhi beffardo il buon successo che ottengono nel 1983 i Freur di Karl Hyde e Rick Smith - futuri Underworld - con il singolo ambient-pop "Doot Doot", che raccoglie un testimone fatto di sonar e cicale sintetiche, per poi farsi ricordare in molti paesi (fra cui il nostro) assai più di qualsiasi potenziale hit del quartetto londinese.
In anni più recenti, il sodalizio tra intimismo digitale e parvenze acustiche emerge prepotente in Germania a opera dell'etichetta Morr, nel cui catalogo non è raro imbattersi nelle atmosfere notturne di Anywhere e in quelle uptempo di From A To B, e per questo ci basti pensare ai primi due dischi dei Lali Puna, "Tridecoder" e "Scary World Theory".
Sempre restando in Germania è curioso rilevare come nel 2003 tanto i synth-popper doc Camouflage (ricordate la cover di "On Islands" nel 1989, in "Methods Of Silence"?) che l'intellettuale ambient Ulrich Schnauss di "A Strange Isolated Places" rilascino del semi mansfieldiani fra le loro produzioni: ascoltare rispettivamente la digital ballad "Blink" dei primi e diversi acquerelli strumentali del secondo per credere.
Emblematico è il caso degli svedesi NASA, un duo abbastanza noto in patria che nel 1999 pesca a piene mani non solo nel loro sound ma non li omette nemmeno fra i titoli, se è vero che uno dei brani del loro programmatico "Remembering The Future" cita apertamente "Back To Room One" sostituendo square a room.

Ma gli omaggi più o meno consapevoli, comunque rigogliosi, arrivano da oltreoceano: nel 2003 i Postal Service con "Give Up" intercettano la sfumatura più pop dei nostri e la tramutano in una collana di ottime canzoni che centra una clamorosa vendita milionaria negli Stati Uniti e, sul medesimo filone per così dire soleggiato, l'altro americano Owl City - pur con contenuti qualitativi minori quanto talora stucchevoli - nel 2009 piazza il singolo "Fireflies" tra i più venduti dell'annata e il relativo album "Ocean Eyes" oltre il milione di esemplari smerciati in madrepatria.
Spostandoci di continente ma non troppo quanto a successo (anzi), come non ritrovare tracce New Musik negli afflati nostalgici sprigionati dai synth saltellanti e dai falsetti trattati degli australiani Empire Of The Sun?

Vi abbiamo già detto delle reiterazioni di Warp che avremo poi riscontrato nei Daft Punk, ma è nei canadesi Junior Boys di "Last Exit" (2004) che trovano il loro miglior agio, assai bene accolte da sonorità morbide e dalla voce sottile di Jeremy Greenspan: "Teach Me How To Fight", poi, è un capolavoro che si svincola da Warp per adagiasi fra le liquide penombre di Anywhere.
A conferma di quanto il marchio New Musik sia ancora ben vivo tra musicisti di svariate estrazioni, nel 2020 il rapper r'n'b newyorkese Theophilus London nel suo brano "Revenge", col featuring di Ariel Pink (!), riprende in modo pressoché integrale "They All Run After The Carving Knife" e la inserisce a chiusura del suo album "Bebey", in un'operazione se possibile ancor più pedissequa di quella con cui Kanye West tributa in "Coldest Winter" il pezzo "Memories Fade" dei Tears For Fears.
Un discorso a parte merita infine Chris Braide, l'affermato pop maker britannico di stanza a Los Angeles che, nel nuovo millennio, ha lavorato tra l'altro con Beyoncé, Britney Spears, Kylie Minogue e Lana De Rey, oltre che essere da qualche anno il fidato braccio destro di Marc Almond. Musicista camaleontico e completo, dotato di vocalizzi invidiabili, negli anni 90 sembrava sul punto di diventare una popstar planetaria grazie a un paio di dischi a suo nome che però non hanno ottenuto la fortuna sperata, benché fossero affidati a gente del calibro di Mick Hucknall, Thomas Dolby e Dave Stewart. Ebbene, nel 2012 decide di dar forma in perfetto anonimato al suo sogno nel cassetto, quello di emulare, aggiornandole, le produzioni dei suoi uomini da sala d'incisione del cuore: Trevor Horn ma, soprattutto, Tony Mansfield. Lo fa sotto il moniker di Hello Leo, "Human Feel" è il titolo dell'album (uscito solo in vinile in tiratura limitata), ed è quanto di più devoto si possa immaginare alle sonorità di cui abbiamo largamente discettato. La chiusura del cerchio è data dal fatto che Braide sia da anni impegnato in un delizioso progetto prog-pop denominato Downes Braide Association, in cui Downes è proprio quel Geoff partner di Trevor nei Buggles. Cerchi che si chiudono, sogni che si avverano, altri dischi che vi toccherà ascoltare.

Voci di un quarto album dei New Musik si sono rincorse periodicamente nel corso degli anni e, almeno fino al 2000, forse alimentate dallo stesso Mansfield per il tramite del più loquace fratello Lee, che ha talvolta parlato di un fantomatico progetto "e-Musik" con a bordo persino la figlia di Tony in veste di cantante. Per un certo periodo è persino sbucata in Rete la copia di un cd-promo risalente agli anni 90 denominata "Advance Music" e accreditata alla band, che purtroppo non siamo riusciti a intercettare. La verità è che da diversi anni non si hanno più notizie sul suo conto, né risulta che abbia più rilasciato interviste, e ciò è tremendamente in linea con un carattere a dir poco discreto e affatto incline a quella ribalta che pure avrebbe meritato questo mago del pop, forse nemmeno troppo convinto di essere tale.

Tony Mansfield - New Musik

Il mago del (techno)pop

di Marco Bercella

I New Musik hanno costituito un'esperienza tanto sfortunata quanto influente nelle traiettorie dell'elettropop. E il loro leader, Tony Mansfield, si è poi trasformato in mago della console, apponendo il suo inconfondibile marchio su una sequela di produzioni vincenti per stelle - più o meno durature - del pop
Tony Mansfield - New Musik
Discografia
 NEW MUSIK

 

   
 From A To B  (Gto, 1980) 

8

 Sanctuary  (antologia, Gto, 1980)

7

 Anywhere (Gto, 1981) 

9

 Warp (Epic, 1982)

8

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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