Pointer Sisters

Pointer Sisters

Un affare di famiglia

di Damiano Pandolfini

Partite in quattro ma giunte al grande successo in forma di trio, le californiane Pointer Sisters sono state un amato affare di famiglia per almeno un paio di generazioni. Dal jazz e lo swing alle jam psichedeliche, e poi il rock, il funk, la dance e un'estemporanea hit country: Ruth, Anita, Bonnie & June hanno intrattenuto mezza America a forza di parrucche ed energiche armonie vocali
The Pointer Sisters just like music, simple as that!
Parola di Ruth Pointer, che così descrive la propria band al pubblico dell'Attic Nightclub di Greenville, NC durante un concerto nel 1981. Non c'è definizione migliore per illustrare l'arte delle Pointer Sisters: quattro sorelle di sangue cresciute sotto allo stesso tetto con la passione di vestirsi, parruccarsi ed esibirsi di fronte a chiunque capiti loro a tiro. Dal salotto di casa ai club di quartiere, e dal celebre Troubadour al palco dei Grammy, il loro stile mostra una semplicità d'esecuzione fresca, genuina e a tratti spiccatamente comica, che non farà mai del gruppo un fenomeno al pari di altri clan dell'era, come i Jackson o i DeBarge, ma di controparte donerà loro longevità e capacità di esplorare stili sempre nuovi. Intere generazioni di ascoltatori troveranno nella musica della famiglia Pointer la colonna sonora delle proprie vite di tutti i giorni. Jazz, rock, funk, boogie, i musical della vecchia Broadway, r&b, dance, new jack swing e quant'altro: la discografia delle Pointer Sisters è uno spaccato musicale d'America ricco e variegato, fitto di pubblicazioni e costellato da piccole e grandi hit. Con l'annesso colpo di coda per aver infilato - a carriera ormai avanzatissima - un perfetto pop album in grado di captare umori passati e futuri e sintetizzarli in dieci sfavillanti canzoni da manuale.

Ma chi sono queste belle signore? Ruth Ester (1946) è la più grande delle sorelle, la voce dal registro più basso, androgino e rock'n'roll del gruppo, solitamente addetta ai cori, ma anche la figura responsabile che sopravvede alle altre e in un certo senso mantiene il timone del progetto - sarà l'unica a tenere fede al nome della band nel corso degli anni e non avviare mai una carriera solista. Si passerà comunque in rassegna ben cinque mariti diversi, durante una buffa intervista al talk show di Joan Rivers negli anni 80 le altre sorelle dimostrano di aver perso il conto. Ma la sua recente autobiografia - "Still So Excited! My Life As A Pointer Sister" (2016) - ha fatto luce su uno spaccato di vita privata che non è certo stato tutto rose e fiori, soprattutto quando si ha a che fare con lo show business; matrimoni violenti e fallimentari, esaurimenti nervosi, liti in famiglia, problemi di droga, libero abuso di pillole per dimagrire (un fenomeno fuori controllo nell'America di quegli anni) e ritmi di vita supersonici - il tutto con cinque figli a carico. Ruth ha dimostrato nel tempo di avere una tempra d'acciaio, a tutt'oggi manda avanti le rare esibizioni del gruppo assieme alla figlia Issa e la nipote Sadako.

Anita Marie (1948) è più quieta e introversa per natura, ma sicuramente molto slanciata sia sul palco che in studio - è lei la principale voce del gruppo, quella che donerà alcune delle interpretazioni più memorabili grazie a un timbro elegante, suadente e zeppo di pathos. Anche per lei il ruolo di madre assente sarà un duro rospo da ingoiare nel corso degli anni, unito allo stress di una carriera vissuta in corsa e un disinvolto uso di alcol e droghe che ne comprometteranno l'attività in tarda età - ma dal quale è per fortuna riuscita a uscire illesa in tempi recenti.

Patricia Eve detta Bonnie (1950), la stilosa di famiglia, abbandona il gruppo dopo il quarto album nel 1976 per avviare una succinta carriera solista, infilando comunque un paio di sfiziosi dischi e qualche memorabile perla nascosta per tutti gli amanti della disco e del funk più elegante e patinato. I rapporti professionali con le sorelle non saranno sempre dei migliori, complice una rivalità di fondo e una naturale insofferenza nel dover contrattare ogni decisione in quattro - Bonnie preferisce far da sola, anche grazie a una presenza naturalmente sexy e a una voce ricca di sfumature jazz. Anche per lei il prezzo da pagare sarà duro, debilitata da anni di abusi di stupefacenti e da una vita spesso vissuta ai margini dello show business. La sua scomparsa, nel giugno 2020, è stata comunque un duro colpo sia per la famiglia che per tutti quei fan che non l'hanno mai dimenticata.

June Antoinette (1953), infine, è la piccola di casa, la presenza più fresca e frizzante, l'altra principale voce solista della band sempre svelta e sorridente. La sua però non è mai stata una vita facile; a soli quindici anni è vittima di uno stupro di gruppo, una situazione che la famiglia tenta di affrontare standole vicino come può, ma - secondo i racconti di Ruth - in quegli anni il supporto psicologico per violenze sessuali spesso non è all'altezza della gravità. June non rivelerà mai i nomi degli assalitori e si porterà dentro il proprio trauma fino alla morte. Con l'arrivo dei soldi e della fama, anche lei inizia a fare un disinvolto uso di droghe, come del resto fanno tutti nell'ambiente discografico, ma al contrario delle sorelle non riuscirà mai a liberarsi dalla dipendenza e nel 2002 dovrà uscire dal gruppo per tentare di disintossicarsi. June muore nel 2006 a soli 52 anni, dopo una serie di complicazioni causate da una salute visibilmente deterioratasi nel tempo.

Casa Pointer ha anche due fratelli maggiori: il primogenito Fritz, professore e co-autore assieme alla sorella Anita della biografia ufficiale delle Pointer Sisters, e il secondogenito Aaron, giocatore di baseball professionista molto famoso negli anni 60 con gli Houston Astros.
Insomma, una famiglia che straripa di personaggi e personalità e dove si fa sempre in un attimo a buttarla in caciara. I genitori hanno un forte senso del dovere e della disciplina: il padre Elton, infatti, è il parroco della West Oakland Church Of God, la madre Elizabeth una devota credente. Assieme, la coppia fa di tutto per educare e tenere la prole in riga, portando ovviamente tutti quanti in chiesa ogni santa domenica mattina a cantare nel coro. Un'educazione rigida e molto protettiva, che dona al clan dei Pointer un'infanzia unanimemente descritta da tutti gli interessati come "idilliaca", ma che purtroppo non li prepara ad affrontare in età adulta un mondo ben più sordido e pericoloso - tra gravidanze inattese fuori dall'unione del matrimonio, uso di droghe e scarsa conoscenza del mondo discografico, le figlie di casa Pointer impareranno il costo della vita direttamente sulla propria pelle, cicatrice dopo schiaffo. Anche per questo la miglior musica del loro catalogo è istintivamente riconoscibile: è pervasa da un profonfo senso di complicità, è gioiosa come un'infanzia felice e venata da umbratili tristezze e nervosi scatti d'umore: cos'altro poteva venir fuori da una famiglia del genere?

And all that jazz!: dai mercatini vintage alle zeppone funky - gli eccitanti e divertenti anni della Blue Thumb

In principio sono le piccole di casa - Bonnie e June - ad aver preso il pallino per la musica a furia di cantare nel coro della chiesa del padre, e non appena finita la scuola iniziano a esibirsi nei locali della zona metropolitana di Oakland sotto al nome di Pointer, A Pair. Di certo la loro cultura musicale è bizzarra, dal momento che in casa hanno a disposizione solo raccolte di vecchi standard del gospel, del jazz e del canzoniere di Broadway, e non è loro assolutamente permesso ascoltare il rock'n'roll, la "musica del diavolo". L'aneddoto spesso riportato da varie fonti riguarda la madre Elizabeth, la quale - nonostante le sue strette regole circa l'educazione delle figlie - si lascia convincere da June a farle tenere il 7" di "All Shook Up" di Elvis Presley solo perché nel lato B c'è una canzone chiamata "Crying In The Chapel". Il danno è fatto.
Durante uno show delle due Pointer, tra il pubblico c'è anche Anita, che nel 1966 ha già avuto una figlia, ma non è assolutamente soddisfatta dalla propria vita: la visione delle sorelline che armonizzano sul palco la convince a licenziarsi in tronco dal lavoro e unirsi al gruppo.
Infine, arriva Ruth, che al momento se la sta passando peggio di tutti; è rimasta incinta a soli diciannove anni senza essere sposata - la figlia Faun nasce nel 1965 - un vero scandalo per la comunità della Church Of God, al punto che il padre di casa Pointer per un periodo viene allontanato dalla propria chiesa, creando forti frizioni in famiglia. Nel giro di un anno Ruth mette al mondo il secondogenito Malik, ma il compagno è un uomo scostante e col vizio dell'alcol che spesso viene alle mani. Presto Ruth è single, sola e senza soldi, costretta per un periodo a sopravvivere spacciando marijuana in giro per la West Coast con due neonati in grembo. Anche lei ama la musica, ma unirsi alla band delle sorelle in quegli anni è soprattutto una questione di assistenza e di sopravvivenza, il suo talento si farà strada lentamente nel gruppo durante il corso della carriera.

Tra i primi ingaggi delle Pointer Sisters, all'alba degli anni 70, ci sono lavoretti da coriste per gente non certo associabile alla musica da chiesa: Grace Slick, la futura Queen of Disco Sylvester, un non ancora troppo famoso Boz Scaggs, e il bluesman Elvin Bishop. Tramite quest'ultimo, le ragazze ricevono un primo ingaggio con la Atlantic, ma la relazione avrà vita breve. I due 7" incisi - "Don't Try To Take The Fifth" e "Destination No More Heartaches" sono micro-schegge di ruvido power-soul tutte archi e ritmo al trotto, che prendono spunto da celebri brani coevi di Jackson 5, Labelle e Starlets, ma il successo per le Pointers è inesistente. Curiosamente, il lato B del secondo pezzo - un breve brano dal titolo "Send Him Back" - diventerà una rarità di prim'ordine nell'ambiente britannico del northern soul, forte di un andazzo pieno di dramma e tensione emotiva perfetto per acccompagnare le piroette dei ballerini in quel di Manchester e Liverpool.

ps7220x270Col primo insuccesso già incassato, sorge subito il bisogno di fare un restyling del gruppo e la scelta è a dir poco curiosa: le ragazze saccheggiano i mercatini dell'usato della West Coast in cerca di abitini, cappelli, guanti e collane di perle anni 40, e si trasformano in una strampalata versione da cabaret delle sorelle Bronte. Un look bizzarro ma che cattura sicuramente le attenzioni degli avventori in sala, quanto basta, insomma, per strappare un contratto all'eclettica e folle Blue Thumb, etichetta indipendente che le accompagnerà per il primo tratto di carriera (e sotto alla quale pubblicano i nomi più disparati: Captain Beefheart, i Love e Sun Ra).

The Pointer Sisters vede la luce nel 1973 sotto la produzione di David Rubinson. Il singolo di lancio "Yes We Can Can", scritto da Allen Toussaint e intepretato in origine da Lee Dorsey sotto la Chess di Chicago, è una jam di asciuttissimo funk guidata dal basso e una chitarra blues che non suona troppo diversa dall'originale, ma con Anita alla linea principale e le altre tre che fanno a turno per infilare la propria parte, il pezzo acquista un dinamismo che ispira simpatia a pelle. Grazie a un paio di esibizioni al famoso Troubadour, e comparsate televisive all'allora celebre "Helen Reddy Show" e all'immancabile "Soul Train", il pezzo sale in classifica in America attestandosi al n. 11 - sarà il primo di tredici singoli a graziare la Top 20 di Billboard lungo il corso dell'intera carriera. Anche l'altro singolo "Wang Dang Doodle" proviene dal catalogo della Chess tramite la celebre voce di carta vetrata di Howlin' Wolf (in futuro ripreso anche da PJ Harvey); qui le quattro sorelle vi scorrazzano sopra libere e divertite, trasformandolo in un altro spassoso momento di culto.

The Pointer Sisters è un disco che si inserisce facilmente nella counter culture della West Coast dei primi anni 70, come dimostrano gli altri i sette minuti di jam inacidita "That's How I Feel", e la ballata dai riverberi beatlesiani "River Boulevard", originariamente scritta da Barbara Mauritz dei Lamb, band freak-folk ben nota in quel di San Francisco. Ma tra momenti jazz quali "Cloudburst" e "Jada" (quest'ultima l'unico pezzo scritto di pugno dalle sorelle e dedicato alla figlioletta di Anita) e numeri da musical come "Old Songs" e "Pains And Tears", dove le ragazze sbuffano come locomotive e si rincorrono tra i controcanti come monelle, The Pointer Sisters assume uno strambo taglio vintage che lo colloca fuori dai canoni del periodo. Un disco simpatico e caloroso, che non fa necessariamente breccia tra il grande pubblico, ma mette in luce quel senso di caciarona libertà che si doveva respirare in casa Pointer quando le ragazze, da piccole, spostavano il divano contro il muro e trasformavano il salotto nel palco dei propri sogni.

soultraintesto

Il senso del divertimento non viene a meno neanche col capitolo successivo, ma adesso le ragazze affinano la tecnica, Rubinson chiama in studio una parata di musicisti dal mondo del jazz (tra i quali spicca un certo Herbie Hancock al piano) e il risultato è presto fatto: That's A Plenty (1974) è subito il miglior capitolo delle Pointer Sisters dell'intera era Blue Thumb.
I momenti in aria swing e bebop sono semplicemente spassosi: "Bangin' On The Pipes/Steam Heat" - medley su un classico di Broadway scritto dalla celebre coppia Adler/Ross e coreografato da Bob Fosse - racconta l'assurda storia di un radiatore malfunzionante nel pieno dell'inverno, mentre "That's A Plenty/Surfeit, USA" mescola un ragtime e una celebre marcetta tradizionale in una gioiosa caciara a quattro voci, con pianoforte e batteria sparati a tutta birra. C'è poi una versione del nonsense "Salt Peanuts" di Dizzy Gillespie, trasformato in un concitato quadretto surrealista: le ragazze improvvisano un dialogo a quattro mettendo in luce i diversi timbri vocali, Hancock si abbandona a un frizzante assolo di pianoforte e il batterista Gaylord Birch si sbizzarrisce a piacimento. Sembra davvero di stare in un localino della Berlino anni 30 a spassarsela alle tre di notte, una fascinazione per i vecchi tempi andati che in quegli anni rivive anche grazie a "Cabaret", celebre pellicola per la quale una favolosa Liza Minnelli incassa un Oscar.

Ma That's A Plenty è anche altro; il puro blues del Delta "Grinning In Your Face" di Son House viene ripresentato dalle ragazze tutte in coro, e non mancano un paio di belle gattonate jazz: l'autografa "Shaky Flat Blues", a firma June/Anita/Bonnie, e una torbida ma molto sentita versione di "Black Coffee", standard reso già famoso da interpreti del calibro di Sarah Vaughan, Peggy Lee ed Ella Fitzgerald (ma anche Sinead O'Connor anni più tardi ne inciderà una versione tremendamende ricca di pathos). A chiudere il disco c'è "Love In Them There Hills", originariamente interpretato dal gruppo vocale anni 60 The Vibrations, che qui le sorelle trasformano in un'epopea psichedelica tropical-funk da otto minuti e mezzo, facendo dell'intero That's A Plenty un ascolto semplicemente troppo curioso e accattivante per non stuzzicare anche l'ascoltatore moderno.
Ma non finisce qui; Bonnie e Anita buttano giù di pugno "Fairytale", perfetta imitazione stilistica di un classicissimo brano country che racconta di una delusione d'amore, e per l'arrangiamento Rubinson chiama in studio musicisti provenienti dall'ambiente: David Briggs al pianoforte, Ken Buttrey alla batteria, Bobby Thompson al banjo e Weldon Myrik alla chitarra. Il pezzo ottiene un ottimo successo (n. 13 su Billboard) anche in virtù dell'essere un'uscita totalmente estemporanea per le Pointer Sisters - le ragazze vengono invitate a suonare al Grand Ole Opry di Nashville, e sempre nel 1974 vincono totalmente a sopresa un Grammy come "Best Country Vocal Performance by a Duo or Group".

A dimostrare la bontà della band in quegli anni ci pensa il Live At The Opera House, registrato a San Francisco la sera del 21 aprile 1974 - le Pointer Sisters sono il primo gruppo di estrazione popolare a suonare su tale palco, inaugurando una lunga tradizione di amplessi tra classica e pop (cinque anni più tardi, l'amico Sylvester registrerà su quello stesso palco il suo strepitoso album dal vivo "Living Proof").
Il concerto, diviso in quindici tracce tra ouverture orchestrale ("Prelude To Islandia"), entrata e uscita delle ragazze ("Walk-On"/"Walk-Off"), medley canori e dialoghi, mette in luce la palpabile sinergia tra le sorelle, infilando in scaletta tutte le canzoni principali al momento incise. Le Pointer Sisters sembrano proprio divertirsi, ma lungi dall'essere un quartetto perfettino che armonizza coreografie all'unisono stile Four Tops, le ragazze incarnano piuttosto lo spirito più ruvido del rhythm'n'blues e dei musical di Broadway e lo mescolano con l'attitudine hippie tipica della città che le ospita.
"Salt Peanuts" è caciara bella e buona, "Cloudburst" pure è tutto un rincorrersi di voci e torrenti di pianoforte, e anche "Jada", dedicata alla nipotina, strappa proprio il sorriso, soprattutto nel finale: mamma Anita e le tre zie si abbandonano ai suoni senza senso che fanno i bambini piccoli quando ancora non sanno parlare ma sembrano avere già un sacco di cose da dire. Non c'è comunque mai mancanza di professionalità; il country di "Fairytale" e l'avvolgente "Black Coffee" vengono proposte con enfasi, e il gran finale di "Love In Them There Hills" viene trasportato a oltre nove minuti di guazzabuglio dada-psichedelico senza mai perdere il senso di propulsione ritmica, finendo con l'avvolgere band, cantanti e pubblico in un comune abbraccio di pace e amore.
Live At The Opera House non vende tantissimo, ma rimane un classico per i fan del gruppo nonché un documento importante per questa storia: le Pointer Sisters dimostrano di saper calcare il palco con nonchalance, e pur tra gli alti e i bassi delle vendite discografiche nel corso degli anni la loro attività concertistica andrà sempre avanti con buon successo.

Con l'acquisizione della Blue Thumb da parte della più grossa Abc sul finire del 1974, però, le cose cambiano alla svelta. Il nuovo management mantiene in vita l'imprint originale ma alle sorelle viene richiesto di cambiare look e aggiustare la direzione per uscire dagli anni 40 e portarsi nel presente. Pur sempre sotto la produzione di David Rubinson, sia Steppin' (1975) che Having A Party (1977) iniziano a lasciare un po' da parte il jazz e lo swing per concentrare ancor più l'attenzione su r&b, funk e jam psichedeliche. Via anche i vestitini di trine e i cappellini di paglia: la copertina di Steppin' mostra il disegno a colori acidi di un paio di scarpe con la zeppa più proprie del glam e della disco, quella di Having A Party invece una mini-polaroid delle quattro cantanti su un parco sfondo bianco con grafica a bolle di sapone.

C'è da dire che le Pointer Sisters mostrano zero problemi al cambio, del resto tra "Yes We Can Can" e "Love In Them There Hills" in passato hanno già ampiamente dimostrato di avere un'anima alquanto weird. L'espediente peraltro funziona; il primo singolo estratto da Steppin' - una torrida e sensuale jam autografa da oltre sette minuti di durata chiamata "How Long (Betcha' Gon a Chick On The Side)" - centra la Top 20 in America, entrando in circolo tra gli amanti della musica di Isaac Hayes, dei Parliament e altri grandi nomi del soul, del funk e dell'r&b psichedelico.
Tra una dolce ballata di elegante soul da città che porta proprio la co-firma di Hayes ("Easy Days") e sudaticci effetti wah-wah ("Chainey Do" e "Going Down Slowly"), Steppin' mette nuovamente in mostra la facilità delle Pointer Sisters di fare intrattenimento con qualunque cosa. I momenti propriamente jazz del disco - un maxi-medley di canzoni di Duke Ellington incentrato su "I Ain't Got Nothing But The Blues", "Save The Bones For Henry Jones" e una "Wanting Things" di Burt Bacharach - mostrano un impianto strumentale più caldo e avvolgente, mentre le armonie vocali sono più curate, parche ed eleganti.
Nel complesso, un altro disco curioso, a tratti strampalato, ma dove abbondano a palate sia la personalità che la voglia di divertirsi delle quattro sorelle. Esiste in rete un raro documento visivo di buona qualità registrato nel 1975, durante il quale le Pointer Sisters eseguono alcune delle loro canzoni principali fino a quel momento, una mezz'oretta scarsa di concerto capace di rimettere l'ascoltatore in pace col mondo:



La nuova direzione voluta dalla Abc si implementa del tutto con Having A Party due anni più tardi, un disco zeppo di eleganti - e stavolta più patinate - canzoni funk e r&b, dove si fa definitivamente fuori il jazz e si parte subito in quarta proprio con la scatenatissima title track, pezzo originariamente cantato da Sam Cooke.
Si respira un certo erotismo su "Don't It Drive You Crazy" e "I Need A Man", ma sono pezzi che comunque non eguagliano i più bollenti spiriti della disco music che sta montando di popolarità nelle classifiche di tutto l'Occidente. Ci sono poi la simpatica "Waiting On You", che potrebbe essere di Bill Withers, e un lentazzo da ballo della mattonella come "I'll Get By Without You", ma stavolta non molto altro.
Having A Party è un disco piacevole, ben arrangiato e interpretato con perizia da professionisti, ma che non sempre si solleva oltre la media del funk-r&b del periodo, e finisce col perdersi tra i caroselli del mercato che al momento viene cavalcato dai ben più pronunciati successi di gente come Nile Rodgers e Stevie Wonder. Lo stesso Wonder peraltro co-scrive assieme a Bonnie e Anita una canzone di Having A Party - la dolce ballata dai tepori elettronici e ritmo di samba "Bring Your Sweet Stuff Home To Me" - ma sfortunatamente non viene estratta come singolo e rimane a tutt'oggi sconosciuta ai più. Esattamente come Minnie Riperton, che sempre nel 1977 si sta muovendo in territori simili con "Stay In Love", anche Having A Party riceve poche attezioni all'uscita, e col tempo è diventato uno dei dischi meno noti dell'intero catalogo.

Having A Party è anche un ultimo capitolo per molti versi. La piccola di casa - June - è assente per gran parte delle registrazioni a causa dello stress da vita nomade, e rientrerà nel gruppo dal disco successivo. Il vero problema però è Bonnie, la quale una volta sposatasi con Jeffrey Bowen - un pezzo grosso della Motown - abbandona il gruppo e inizia la carriera solista proprio sotto l'etichetta del marito. Con l'eccezione di qualche rara apparizione in futuro - inclusa la cerimonia per il ricevimento di una Hollywood Star Of Fame nel 1994 - non la vedremo più sul palco assieme alle altre.
A seguito del modesto successo sia di Steppin' che di Having A Party, e con una formazione sull'orlo del baratro, le rimanenti Ruth e Anita terminano il contratto Abc/Blue Thumb. Finisce così la prima parte di carriera delle Pointer Sisters, quella forse meno nota al grande pubblico, ma che in verità nasconde alcuni dei loro momenti più curiosi, bizzarri, genuini e divertenti. La dimostrazione che, nonostante tutta la spensieratezza naif della giovinezza, queste quattro sorelle hanno proprio la musica nel sangue.

E rimasero in tre: nelle paludi del Delta - i primi anni della Planet e di una Bonnie viziosa e peccaminosa

ps5220x270Nel momento in cui June rientra nei ranghi, le Pointer Sisters ripartono in forma di trio firmando un contratto con la Planet, altra etichetta di medie dimensioni con la quale pubblicheranno fino al grande successo del 1983 - ma per arrivarci si dovranno smazzare una cinquina di album dalle sorti alterne.
Il nuovo contratto viene inaugurato da Energy (1978), dieci canzoni che virano verso il rock, il blues e finanche il glam sotto l'ala del nuovo produttore in studio, Richard Perry. Scelta tutto sommato curiosa, ma che in un primo momento gira per il verso giusto; il singolo di lancio "Fire" - rifacimento di una canzone di Bruce Springsteenrimasta fuori dal suo "Darkness On The Edge Of Town" - sale inaspettatamente fino al n. 2 di Billboard (e tocca la vetta in Nuova Zelanda), un ottimo successo radiofonico in grado di portare il nome Pointer Sisters alle orecchie di un pubblico nuovo. Sarà la stessa June, anni più tardi, a riflettere sulla questione:
Avevamo avuto certificazioni d'oro per degli album prima di allora, ma mai per un singolo. Non ci eravamo rese conto dell'importanza di avere un brano in rotazione radiofonica, ti apre porte inimmaginabili.
E infatti, sull'onda del successo di "Fire", le ragazze presto se ne vanno in tour in tutta America, forti di un singolo in grado di farsi cantare in coro dal pubblico in sala (e di trasportare l'intero Energy al n. 13 della Chart, dove ottiene certificazione d'oro). Voci di corridoio sostengono che Springsteen sulle prime rimanga contrariato dal successo di un suo pezzo interpretato da altri - considerato più un artista "da album", il Boss fino a quel momento non ha ancora ottenuto un simile piazzamento in classifica con un proprio singolo (dovrà aspettare ancora un paio d'anni per assaggiare finalmente la Top Ten con "Hungry Heart", singolo estratto da "The River"). In futuro, "Fire" diventerà comunque uno dei suoi cavalli di battaglia dal vivo, nonché una canzone molto amata dal suo pubblico (situazione curiosamente analoga al rapporto tra Prince e quella "Nothing Compares 2 U" che Sinead O'Connor gli trasformerà in un classico da sotto i piedi).
La restante musica di Energy fa fede al titolo in quanto al volume di voci, chitarre e batteria - basti sentire la zompante entrata alla Marc Bolan di "Lay It On The Line" - ma in verità come esecuzione il disco è un prodotto del tutto standard. Senza più Bonnie in studio - che solitamente si prendeva cura della co-scrittura dei pezzi originali - le rimanenti sorelle per ora non mettono la firma su alcun brano. Oltre a Springsteen, si seguono uno dopo l'altro svariati rifacimenti di brani altrui - e che nomi: Fleetwood Mac ("Hypnotized"), Doobie Brothers ("Echoes Of Love"), Steely Dan ("Dirty Work"), Stephen Stills ("As I Come Of Age"), Sly & The Family Stone ("Everybody Is A Star") e la coppia Loggings/Messina ("Angry Eyes"). Tutti momenti ben suonati e interpretati con verve, ma che a conti fatti non variano mai molto dagli originali e non mostrano quell'entusiasmo che avevamo trovato nei rifacimenti swing e bebop degli esordi. Certo, "Happiness" - inedito scritto per loro dal fido Toussaint - sculetta con piacere su un ritmo prossimo alla disco, ma anche estratto come singolo non ottiene il successo sperato.

Energy è sintomatico di un'era ben precisa del mercato discografico degli anni 60 e 70: quella delle vendite fisiche dei dischi, quando le etichette avevano a disposizione introiti costanti ed era norma accedere agli studi di registrazione in qualsiasi momento grazie al supporto di un intero team di musicisti professionisti stipendiati a tempo pieno. Anche senza doverne smerciare milioni, un cifra standard di 50mila copie era in grado di coprire i costi di un prodotto fatto in serie, ed è per questo che tanti interpreti in quegli anni macinano album su album anche quando artisticamente forse non ce ne sarebbe bisogno. Da Aretha Franklin a Diana Ross, da Barbra Streisand a Liza Minnelli, da Dusty Springfield a Petula Clark, da Cher a Tina Turner: voci leggendarie e popstar miliardarie, con carriere lunghissime e hit gigantesche. Ma le loro discografie sono spesso costellate da una miriade di dischi minori rilasciati a stretta distanza l'uno dall'altro, quasi sempre composti da rifacimenti di brani altrui o fatti in serie dal team dell'etichetta, quasi sempre decenti nella fattura ma poco interessanti all'ascolto moderno, quasi sempre fuori stampa e dimenticati sia dal pubblico che dalle stesse interpreti. Una sorta di cimitero del vecchio mondo discografico, se vogliamo, nel quale anche le Pointer Sisters hanno le proprie lapidi.

bonnie1220x270_01Adesso è la fuoriuscita Bonnie che incuriosisce gli ascoltatori, dando alle stampe sotto Motown sempre nel 1978 il proprio debutto Bonnie Pointer - Red Album (il rosso fa riferimento allo sfondo della foto di copertina e viene tutt'oggi così indicato per distinguerlo dal capitolo successivo, che porta lo stesso titolo ma ha lo sfondo viola). Un disco che non vende molto, anzi, ma che dimostra il fiuto per sonorità sicuramente più al passo coi tempi: delicata disco music e soul intimista, archi, coretti all'unisono e peccaminosa sensualità da boudoir ricoperto da veli di seta.
La strepitosa "Heaven Must Have Sent You" è subito culto tra gli amanti del genere, grazie al modo in cui scalpitanti partiture vocali in aria di Ronettes e Supremes vengono montate su un pimpante ritmo al trotto, un pezzo che sarà oggetto di svariati remix nel corso del tempo - incluso un irresisitibile disco-mix da quasi sette minuti di durata. Sulla stessa scia anche un altro momento disco che stavolta pende sull'erotico andante - il titolo completo? "Free Me From My Freedom/Tie Me To A Tree (Handcuff Me)", roba che al giorno d'oggi non verrebbe avvallata manco a pagarla, ma in bocca a Bonnie il pezzo assume un tono smaliziato e certo non privo d'ironia (aiuta la causa anche quel curioso assolo di banjo infilato nel mezzo).
In sole otto canzoni, Bonnie Pointer - Red Album è un perfetto reperto della propria era; freschi motivetti di funk all'acqua di rose ("When I'm Gone", "Ah Shoot") ma anche pervasi da sentori tropicaleggianti - il suggestivo giro di legni su "I Wanna Make It (In Your World)" -, un paio di placide ballate acustiche sulle quali il timbro di Bonnie mostra una delicatissima verve interpretativa ("More And More", "I Love To Sing To You") e il gran finale di "My Everything", che spiega le proprie ali di farfalla sulle corde di una malinconica ma perdutamente innamorata Billie Holiday.
Innegabilmente, Bonnie Pointer - Red Album rimane un capitolo dimenticato dai più e dal seguito prossimo allo zero anche per mancanza di ristampe e di una presenza in streaming. Ma rimane comunque un ascolto che non smette di sorprendere, cullare e divertire, uno squisito reperto della propria era che è sempre bello andare a riascoltare.

In barba alle delicatezze d'amore di Bonnie, le sorelle Pointer continuano a pestare il pedale sul blues e sul rock sempre sotto la guida di Richard Perry, ed ecco Priority (1979), ennesimo album di rifacimenti altrui dai sapori southern pronto per essere sudato in un dive bar del Delta tra una birra e po' boy sandwich. In lista stavolta trovano posto un pezzo dal debutto solista del cantante dei Mott The Hoople, Ian Hunter ("Who Do You Love"), gli immancabili Rolling Stones ("Happy"), Bob Seger ("All Your Love"), un altro numero inedito di Springsteen ("She's Got The Fever"), The Band ("The Shape I'm In"), Richard & Linda Thompson ("Don't Let A Thief Steal Into Your Heart") e via discorrendo. Un altro capitolo dove non bastano le voci energiche di Ruth, Anita e June per fare del lavoro un ascolto davvero memorabile. Il successo in classifica stavolta elude sia i singoli che l'intero album, facendo del progetto uno dei momenti più dimenticati - e dimenticabili - in catalogo.
Con Priority le Pointer Sisters confermano di aver saltato a pie' pari l'intero fenomeno della disco music, in barba ai successi ottenuti dall'amico Sylvester e da tanti altri artisti che come loro hanno radici musicali nel funk e nell'r&b, quali i Bee Gees e gli Chic, una Donna Summer cresciuta in chiesa, Anita Ward, Cheryl Lynn, Thelma Houston, l'altro gruppo di sorelle Sister Sledge, persino una recidiva amante del folk e del rock psichedelico come Cher. Priority può forse incuriosire quegli amanti del rock che vogliono ascoltare queste canzoni ricantate da un trio femminile, ma oltre a questo non c'è molto altro per cui sorprendersi - anche perché, va detto, gli autori e le versioni originali dei pezzi non sono certo roba da meno. In barba al titolo, Priority è tutto tranne che una priorità.

E riecco all'attacco Bonnie Pointer, che con una versione disco della famosissima "I Can't Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch)" dei Four Tops rientra in pista semi-nuda e sculettante come una monella in preda ai bollenti spiriti. Il team di Gordy è deciso a rielaborare il vecchio catalogo Motown secondo la moda del momento e Bonnie Pointer - Purple Album (1979) dovrebbe essere il disco adatto allo scopo - ma non otterrà molto successo, anche perché siamo ormai giunti agli sgoccioli del fenomeno e nel giro di pochissimi mesi la Disco Demolition Night in America metterà rapidamente fine a tutto il carrozzone.
Con sole sei tracce in lista, Bonnie Pointer - Purple Album gioca leggero, mostrandosi ancora una volta un ascolto fresco e piacevole. Ma stavolta si tratta di un vero e proprio affare di famiglia; se "Nowhere To Run (Nowhere To Hide)", originariamente interpretata da Martha & The Vandellas, riceve un trattamento ritmico che ne fa una versione proto-house sicuramente degna di nota, quella di "Jimmy Mack" non si scosta poi molto dall'originale. Stessa cosa dicasi per "When The Lovelight Starts Shining Through His Eyes" e "Come See About Me", pezzi arrivati al successo oltre un decennio prima tramite le Supremes. Un altro lento d'effetto - "Deep Inside My Soul" - fa dell'album un lavoro bilanciato, ma nel complesso viene comunque meno un po' di quella tensione erotico/emotiva che aveva fatto del debutto un lavoro ben più intimo e personale.
Anche Bonnie Pointer - Purple Album è rimasto un disco di culto per amatori, il suo impatto ai tempi dell'uscita ha vita breve e a tutt'oggi rimane fuori stampa. Un brutto colpo per l'ego di Bonnie, che di lì a breve termina il contratto con la Motown e scompare dalle scene per un lustro buono - la ritroveremo più avanti, in una (s)veste totalmente nuova.

Alla volta del successo e dell'eleganza metropolitana: la nuova genesi di un gruppo vocale nel confusionario calderone post-disco

Le Pointer Sisters invece riprendono quota proprio all'alba del decennio sintetico - quel decennio per il quale sono tutt'oggi meglio ricordate dal grande pubblico. Onore anche al fedele produttore Richard Perry, che si dimostra subito pronto ad abbandonare sonorità blues e aiuta le sorelle a mettere a punto un trio di album in rapida successione capaci di riportarle progressivamente in pista proprio durante il confusionario e frammentario biennio successivo alla caduta della disco - Special Things (1980), Black & White (1981) e So Excited! (1982).

Special Things parte subito in quarta col grande successo del singolo "He's So Shy", scritto appositamente per loro da Tom Snow e Chynthia Well: n. 3 di Billboard nell'ottobre del 1980, a tutt'oggi una delle loro canzoni più conosciute. Impossibile non notare una struttura soul-pop più precisa e classica, efficacissima nel mettere in risalto il punto di forza delle sorelle: voce principale a condurre il pezzo (in questo caso June), e le rimanenti due a fornire i giusti accenti corali per tratteggiare ritornelli, ponti e momenti salienti con tempismo perfetto (Ruth in particolare, col suo timbro più basso e androgino, è perfetta allo scopo). Le ragazze girano pure un videoclip promozionale per il proprio pezzo, un filmato tremendamente semplice ma dal quale si evidenzia una nuova maturità stilistica, per tacere di quelle tre silhouettes da urlo - Anita in particolare, con quel combo di pantaloni arancio dal taglio maschile e un corpetto aderente come una seconda pelle, sembra uscita direttamente da un editoriale di Vogue. Le Pointer Sisters sono diventate Signore:



Certo l'altro singolo "Could I Be Dreaming", co-frmato da June e interpretato da una sfavillante Anita con tutta l'estensione vocale di cui è capace, è persino meglio indicato per ilustrare il nuovo suono delle Pointer Sisters tramite sezioni di ottoni, carezze di sintetizzatori e un ritmo sempre molto ballabile.
In studio adesso troviamo una discreta parata di musicisti, da Burt Bacharach che cura gli arrangiamenti all'immancabile Paulinho Da Costa alle percussioni. Sintomatico del nuovo corso anche "Evil", un pezzo che potrebbe tranquillamente essere un blues ma il cui arrangiamento sostituisce gran parte della trama di chitarre con sax e synth, adattandosi con più garbo alle corde vocali delle sorelle (ma c'è comunque posto per un mini-assolo di Fender nel ponte della canzone).
Le Pointer Sisters avranno anche saltato il fenomeno della disco, ma su brani quali "The Love Too Good To Last" e "Where Did The Time Go" (entrambi a firma Bacharach/Sager) e "Here Is Where Your Love Belongs" (firmata da Bill Chaplin, futuro membro dei Chicago) si avventano senza problemi sulle sue ceneri: post-disco, soul-pop, qualunque sia la definizione adatta, le canzoni di Special Things riescono a scavarsi un solco nel marasma contemporaneo.
June firma anche la traccia che dà il titolo all'intero album, canzone che assieme a "We Got The Power" e "Movin' On" appare quasi una diretta discendente dell'immortale "As" di Stevie Wonder. Come il contemporaneo "Ladies Of The Eighties" delle Eighties Ladies, Special Things è un album stiloso ed elegante da cocktail in un club di città, ma la frizzante e vitale sinergia tra le interpreti lo mantiene ben lontano dall'essere un ascolto snob.

Con una letterale foto copertina in bianco e nero tutta gambe e leggings, anche Black & White (1981) viene baciato da un singolo di gran successo, e stavolta il pezzo è davvero tra i migliori in carriera: "Slow Hand" (n. 2 in America, ma tocca la Top Ten in buona parte del mondo anglofono, tra Canada, Irlanda, Uk e Nuova Zelanda) è talmente bella che ci vogliono diversi ascolti per carpirne la grazia compositiva. Scritta da Michael Clerk e John Bettis (quest'ultimo già al lavoro con Karen Carpenter), la canzone si snoda con la purezza pop di una melodia degli Abba intinta nel country e rifinita dai Dire Straits: Anita interpreta un testo d'intenso e romantico desiderio, Ruth e June si uniscono con calibratissime pennellate corali aiutando a sollevare la strofa verso il ritornello senza mostrare una singola cucitura. Il videoclip d'accompagnamento segue il progressivo svolgimento della canzone, inquadrando le ragazze in una serie di riprese lunghe, espediente semplice ma dannatamente efficace per sottolineare la fluida natura del pezzo:



Di controparte alla suadente intepretazione di Anita su "Slow Hand", June sbottona un simpatico momento di vecchio rock'n'roll (a firma Laynge Martine Jr) nell'altro singolo "Should I Do It" - in classifica il pezzo non raggiunge lo stesso successo, ma mostra le ragazze intente a divertirsi in studio come se l'ascoltatore non fosse presente.
Black & White nel complesso non è un disco trascendentale, ma è comunque un altro buon risultato: quel giro di piano elettrico alla Stevie Wonder di "Sweet Lover Man" è sempre accattivante, Ruth si ritaglia un raro momento da solista su "Take My Heart, Take My Soul", e Anita e June mettono la co-firma su un paio momenti assolutamente piacevoli quali "What A Surprise" e la scalpitante "We're Gonna Make It" - quest'ultima infila delle ritmate stilettate di tastiera funk che presto il mondo imparerà a riconoscere come il Minneapolis sound di Prince, ma tra le altre cose vede ospite Mike Porcaro dei Toto al basso.
"Got To Find Love" è un altro suadente lento sulla scia di "Slow Hand", Perry in cabina di regia non dispensa certo l'uso di chitarre, ma al contrario dei precedenti pestoni glam e blues adesso preferisce un suono pulito e cristallino più sulla scia del tocco di Mark Knopfler - espediente che s'impasta bene coi sintetizzatori chiamati a comporre le basi accanto al solito combo basso/batteria. Elegante come da copertina per classicissimo accostamento cromatico, Black & White è un buon ascolto per tutti gli amanti del genere, un album certo sintomatico del proprio tempo anche se magari non viene ricordato al pari di altri lavori del periodo (il 1981, per dire, è sia l'anno del celebre "Street Songs" di Rick James che di un elegantissimo classico sotterraneo della post-disco, l'omonimo di Gwen McCrae).

Anche So Excited! (1982) è un disco tutto sommato ancora fermo nella media del periodo, giocato su canzoni dal moderno taglio soul e sospinte da pianoforte e batteria. Un singoletto radiofonico vagamente infantile come "American Music" non aiuta alla causa, e nemmeno l'opaco rifacimento di "I Feel For You" di Prince è troppo eccitante a dirla tutta - sarà Chaka Khan semmai a trasformare questo stesso pezzo in un classico del proprio repertorio due anni più tardi. Fanno meglio "See How The Love Goes", con i suoi dolci giri di chitarra tessuti lungo tutto il brano come una quarta voce, "All For You" e "Heart To Heart", entrambe condotte dal carismatico e androgino contralto di Ruth. Ordinaria amministrazione sia per le Pointer Sisters che per Perry alla produzione però - al nono album di studio, il gruppo avrebbe ormai raccolto tutta l'esperienza necessaria per potersi spingere oltre.
E infatti in quello stesso anno il panorama adult contemporary viene accarezzato da un altro gruppo di veterani fuori tempo massimo ma apparentemente inossidabili: dopo aver già aiutato Barbra Streisand alla realizzazione di un bestseller come "Guilty" e il super-classico "Woman In Love" un paio d'anni prima, Barry, Robin & Maurice Gibb mettono mano a "Heartbreaker", 22esimo album di studio di una rediviva Dionne Warwick, opera capace di riportarla in auge tramite un canzoniere parco ed elegante, e quell'immortale singolo chiamato proprio "Heartbreaker".

Ci sono tuttavia un paio di momenti topici che fanno di So Excited! un capitolo chiave nella carriera delle sorelle. La prima è ovviamente "I'm So Excited", canzone scritta da Ruth, Anita e June assieme al sassofonista Trevor Lawrence e destinata a diventare una delle maggiori firme del gruppo negli anni a venire. Non potrebbe essere altrimenti, il pezzo è perfetto: lanciata al trotto sin dalle prime note su una picchiettante linea di piano con Anita alla voce principale, la canzone si snoda su una potente strofa che sale in crescendo nel ponte e poi esplode con impeto in uno scattante ritornello da manuale - ma il tutto si gioca su armonie in tono minore, dando al tema da festa delle liriche un insostenibile senso d'incombente malinconia come certi pezzi dei bei tempi andati di Beach Boys ed Elton John (quest'ultimo in particolare otterrà risultati molto simili con "I'm Still Standing" un anno più tardi). Un pezzo semplicemente irresistibile e che già varrebbe una carriera:



Estratto come secondo singolo ufficiale, "I'm So Excited" non ottiene dapprima grande successo (n. 30 in America), ma un anno più tardi verrà inserito in versione lievemente remixata sulla ristampa del disco successivo, raggiungendo la Top Ten in America e in Uk e trasformandosi in un classico per il gruppo anche nell'attuale era streaming.
C'è anche un'altra traccia degna di nota su So Excited! che viene estratta come singolo, pur senza ottenere grande successo: "If You Want To Get Back Your Lady" è un puro momento boogie giocato su una densa base elettronica scandita da una teutonica drum machine, un perfetto reperto da club dell'epoca, sempre frizzante e pregno di un'estasi quasi pre-house, capace di mettersi al passo con le pubblicazioni boogie più originali di allora - nello stesso anno, Evelyn "Champagne" King pubblica "Get Loose" (disco che contiene la celebre "Love Come Down"), Sharon Redd dà alle stampe lo strabiliante "Redd Hott" (nel quale figura la futuristica "Beat The Street"), e Patrice Rushen ci regala "Straight From The Heart" (forte dell'irresistibile cult "Forget Me Nots").

In campo funk-pop di questi tempi non è male neanche il debutto solista della piccola di casa June Pointer, edito sempre su Planet: Baby Sister (1983). La scrittura non è ancora delle più dinamiche in piazza, ma le nove tracce del disco scorrono compatte e senza grossi cali, tra bordate di sintetizzatori, partiture di piano elettrico e le frizzanti interpretazioni di June, sempre in bilico tra lo spassionato e lo scanzonato.
"Ready For Some Action" si apre con notturne partiture elettroniche e un tipico beat tenuto al passo dalla drum machine, ma presto si trasforma in uno stiloso funk da marciapiede con incastri di archi e synth - tra la materia musicale e l'allusione delle liriche, la piccola June ormai tanto piccola non lo è più. Segue la princeiana "I Will Understand", altro momento ormai alla moda dopo la pubblicazione di un certo "1999", qui sempre eseguito con polso.
Certo, non tutto il disco mantiene esattamente quel groove elettro: trovano posto una canonica ballata ("To You, My Love"), qualche midtempo ormai tipico dello stile delle tre sorelle assieme ("Always"), lo stacchetto Motown ("Don't Mess With Bill") e un paio di stomper guidati dal piano alla Elton John/Stevie Wonder ("I'm Ready For Love", "New Love, True Love"). E quel pattern di chitarra ritmica sull'attacco di "My Blues Have Gone" non ricorda "Get Lucky" dei Daft Punk?
Come il resto del catalogo Planet delle Pointer Sisters, anche Baby Sister è sopravvissuto alle beghe contrattuali solitamente riguardanti i diritti d'autore tra vecchia guardia ed era digitale, ed è disponibile sulle principali piattaforme streaming - andare a riscoprirlo oggi è comunque un piacere per tutti gli amanti del genere.

Di un perfetto pop album: cronologia di un successo non annunciato

Con ormai un decennio di attività alle spalle, e una sorella persa per strada, le Pointer Sisters dell'anno 1983 non sono esattamente il nome più gettonato dai discografici, i saliscendi di vendite dei loro dischi sono come un terno al lotto. Ruth, Anita e June saranno sicuramente tenaci performer in carriera, ma sono anche madri (spesso assenti) e mogli (a vari stadi di innamoramento e/o divorzio). Durante i primi mesi del 1984, la trentasettenne Ruth diventa addirittura nonna per la prima volta. La loro simpatica e caciarona immagine a conduzione familiare non ha esattamente lo star power da grandi platee di giovani, e i lavori per il nuovo disco su carta proseguono con la stessa routine dei precedenti e con Perry sempre in regia.
Eppure, adesso è proprio anche grazie a questi mondani e inusitati ingredienti che Break Out sfugge di mano a tutti i diretti interessati e attraversa il mercato discografico dei primi anni 80 come una scintillante stella cometa: parte da Stevie Wonder, passa dal Prince di "Dirty Mind" e "Controversy" e arriva fino a Rick James e Michael Jackson, ma non prima di farsi spintonare dagli Human League e dagli Eurythmics e prendere qualche ceffone in viso da Cyndi Lauper e i Duran Duran. Et voilà: Break Out è quel disco capace di captare le nevrosi del dancefloor e del funk più sintetico e mescolarle all'arrivo della Second British Invasion con un solido gusto melodico adult contemporary tutto afroamericano. Dieci canzoni che sintetizzano i bollenti spiriti meticci dei primi anni 80 orfani della disco music. Un album che pare piuttosto un prisma attraverso il quale la luce bianca diventa arcobaleno.

Nell'ottobre 1983, "I Need You" fa capolino sugli scaffali dei negozi di dischi; trattasi di uno stiloso brano di soul-pop col quale il produttore Richard Perry intende rilanciare le Pointer Sisters verso il mercato dell'R&B Chart statunitense. Condotto da tutte e tre le sorelle in forma di canone giocando sul contrasto tra i diversi timbri vocali, "I Need You" si snoda con passionale eleganza su una melodia di sempiterna orecchiabilità e un ritmo a lentezza di boogie. La produzione in sottofondo è come un cocktail al chiar di Luna, tra delicati arpeggi di chitarra, un filo di violini, ventate di synth e la batteria coadiuviata da una drum machine per un tocco tutto moderno ma che non distolga dal fascino vintage dell'atmosfera.
Nell'ambiente "I Need You" non si comporta neanche troppo male, ma le radio generaliste hanno orecchie solo per un altro brano in scaletta, l'effervescente "Automatic": tra strati e substrati di tastiere che intrecciano le proprie timbriche cangiando dal robotico all'argento vivo, quel piglio di basso a sottolineare i cambi nella scrittura, e il contralto di Ruth a condurre un testo d'intensa ossessione erotica con un fascino androgino a cavallo tra Grace Jones e David Bowie, il pezzo è subito capace di mettersi in fila accanto alle più scintillanti produzioni funk del periodo (si aggiudicherà un Grammy come "Best Vocal Arrangement for Two or More Voices").
Nel giro di poche settimane "Automatic" diventa una hit che dall'America ritravasa nel resto del mondo anglofono, come già avvenuto per altre canzoni delle Pointer, ma stavolta il suo successo viene immediatamente doppiato da un altro trascinante singolo che verso la metà del 1984 sbanca ovunque: "Jump" - ribattezzato in future edizioni "Jump (For My Love)" - è uno spasso totale, montato su uno zompante ritmo squadrato come una contemporanea produzione europea d'ispirazione kraftwerkiana, con quell'iconico giro di synth di contorno e le sorelle che vi si agitano sopra in preda alla frenesia - la transizione dalla strofa al ritornello avviene tramite un crescendo che si carica come una molla prima di saltare per aria. Impossibile stare fermi sulla sedia di fronte all'eccitata performance delle ragazze, se ne accorge anche la giuria dei Grammy che aggiudica al pezzo un "Best Pop Performance by a Duo or Group with Vocal":



Titolo più profetico per un album non lo si poteva trovare, ma il bello di Break Out è rendersi conto che, oltre ai singoli, le canzoni in lista scorrono una più squisita dell'altra.
Ci sono il piglio synth-rock di "Baby Come And Get It" e "Operator", entrambe lucidate con manti di tastiere ma sostenute da un aggressivo piglio chitarristico: la prima ha un andazzo da boogie in midtempo ma viene sorretta da una robusta chitarra hard che nell'intermezzo si lancia in un assolo tra gli urletti estatici delle sorelle, la seconda invece sgomma e ballonzola come la macchinina da corsa di un vecchio videogioco. E questo per tacere di "Dance Electric", introdotta da lugubri accenni notturni salvo poi illuminarsi all'improvviso come un'astronave nel buio pesto dello spazio, tra blip robotici, la voce di Ruth che conduce il pezzo e Anita e June che si uniscono al momento giusto per dare l'accento a quel cavernoso refrain che poi si risolve in un balordo ritornello piratesco.
Scritta - tra gli altri - da Glen Ballard (meglio noto anni più tardi come collaboratore di Alanis Morissette), dapprima registrata da Michael Jackson per "Thriller" e in futuro ricantata da Randy Crawford, "Nightline" è il momento più futuristico in scaletta, e la versione delle Pointer Sisters è sicuramente quella definitiva: una frizzante tensione elettr(on)ica scattante e nervosa, l'eco ai cori studiata a effetto, il gradasso giro di synth e chitarra che crea un curioso scarto armonico per annunciare l'arrivo della strofa, sfrigolanti girandole di Minneapolis sound, una drum machine che palleggia sul linoleum, un concentrato irresistibile di anni 80 che più 80 non si può.

Certo, un perfetto pop album non sarebbe tale senza i classici momenti lenti. Oltre al singolo "I Need You" fa presenza la suadente e vellutata "Easy Persuasion", che scorre su una spumeggiante linea di basso tenuta al passo, con le ragazze che armonizzano all'unisono e poi si sdoppiano in un placido sollucchero d'amore.
Difficile scegliere una canzone preferita all'intero della collezione, ma quel giro di tastiera italo-disco su "Telegraph Your Love" è come un pizzicotto di nostalgia dato al cuore durante una passeggiata in spiaggia al tramonto in piena estate, la linea melodica intonata dalle ragazze si strugge come burro fuso ma l'incalzante ritmo di drum machine in sottofondo non cede, donando al pezzo un'estasi di eterna malinconia che vorresti non finisse mai.
Impossibile non spendere due parole anche per la celebre "Neutron Dance"; scritta da Allee Willis e Danny Sembello con l'intenzione di essere inserita nel film "Streets Of Fire" (una sorta di apocalittico musical dai toni post-atomici), la canzone è come un rock'n'roll anni 50 rimodellato per il gusto sintetico degli anni 80, molto divertente eppure pervasa da una strana frenesia. Sulle prime Ruth non è convinta dal testo: gli accenni alle tensioni nucleari della Guerra Fredda sono un tema inusitato per un brano pop, ma è proprio l'ossimoro tra la scoppiettante base e il testo pungente a fare di "Neutron Dance" un'ottima confettura. La versione originale del pezzo non verrà mai inserita in "Streets Of Fire", ma quella delle Pointer Sisters viene impiegata nel celebre film "Beverly Hills Cops" in una curiosa quanto comica scena d'inseguimento, donando al tutto un aspetto tragicomico. Complice l'enorme successo del film al botteghino (il più grosso dell'anno), "Neutron Dance" vola in Top Ten in America nei primi mesi dell'85, mantenendo vivo nel pubblico l'interesse per un album ormai vecchio di un anno abbondante.



Ma l'intero Break Out viene ristampato già nell''84 sostituendo "Nightline" con "I'm So Excited", singolo tratto dall'album precedente e che già ai tempi avrebbe meritato molto di più: presentato qui in una versione leggermente remixata, "I'm So Excited" riperfora la Top Ten di Billboard in un battibaleno, accostandosi stilisticamente a "Jump" e "Neutron Dance" come picchiettante pezzo da ballo a cavallo tra sentori vintage e crisi metropolitane.
Con tre milioni di copie complessive smerciate solo in America, un totale di quattro singoli in Top Ten, due Grammy e due American Music Award in saccoccia, Break Out è uno di quei rari e felici momenti dove la qualità dell'opera viene baciata da un immediato successo di pubblico e presto cristallizzata nell'immaginario popolare americano. Rimane alle future generazioni la possibilità di ascoltare un album d'invidiabile fattura; dieci canzoni da manuale scritte, prodotte e interpretate con professionalità, ma pervase da un futuribile spirito dell'avventura che pare non voler invecchiare mai. Centinaia di gruppi vocali nel corso dei decenni successivi proveranno a ricrearne la magia e qualcuno ci riuscirà pure senza probemi, a dimostrazione che la formula non è poi così indomabilmente bisbetica, ma va saputa interpretare e declinare all'esatto presente storico.

Dal successo alla caduta - gli anni di un'impietosa Rca e delle nuove avventure soliste di Bonnie, Anita a June

bonnie220x270Posa da dominatrice con sguardo intenso, uno scandaloso body rosa fucsia dal taglio raso-labia e una dicitura alquanto allusiva: If The Price Is Right (1984) è l'inatteso ritorno in pista di Bonnie Pointer a ben cinque anni dall'ultimo album. Ingelosita dall'inaspettato successo delle sorelle? Probabile. Sulle prime, infatti, il terzo disco solista di Bonnie è il momento più "pornografico" mai partorito da un membro della famiglia Pointer, la classica svolta viziosa di una bella cantante che gattona in cerca di attenzioni.
Purtroppo neanche If The Price Is Right ottiene il successo sperato. Il disco viene edito da Private-I, una sussidiaria della Epic specializzata nel campo della dance e del pop contemporaneo - LaToya Jackson e Matthew Wilder tra i nomi più famosi in catalogo in quegli anni. Ma gli uffici dell'etichetta dimostrano di avere poca iniziativa nell'organizzare una promozione mediatica che punti oltre al solo cognome di famiglia di Bonnie; anni più tardi lo stesso direttore - Joe Isgro, noto discografico nel circuito - verrà indagato per crimini di corruzione, dando l'impressione che l'intera operazione Private-I fosse più una copertura per riciclare denaro che non una casa discografica dedita a promuovere i propri artisti. Dopo quest'ennesima delusione, Bonnie mette fine alla propria carriera in sala d'incisione per quasi trent'anni.

Ed è un peccato, perché nel suo tronfio andazzo epico If The Price Is Right è un buon reperto di dance-pop della prima metà degli anni 80. Un disco a tratti piacione e senza grandi sottigliezze autoriali come da foto di copertina, ma pur sempre ben fatto, suadentemente femminile e ancora non soffocato da quella gradassa e volgare moda per le produzioni elettroniche che invece prenderà piede nella seconda metà degli anni 80.
Il singolo "Premonition", per esempio, è una perfetta confettura pop per il gusto del momento: un classico inno da ballo a cavallo tra Olivia Newton-John e Jermaine Jackson, con strofa scattante e un ritornello contorniato da cori da arena a formare un combo sicuramente radiofonico. Non male neanche l'altro singolo "Your Touch": una romantica apertura orchestrale sulla quale Bonnie si strugge come non mai, ma dopo un querulo urletto da viziosa il ritmo parte al trotto su una disco music tardona alla Bee Gees. Seguono altri tipici midtempo in aria r&b ("Johnny", "Under The Influence Of Love") e dalla più marcata scrittura pop ("Tight Blue Jeans" - purtroppo niente a che fare con i tight blue jeans in salsa Hi-NRG di Divine). Immancabile la ballata di turno - "Come Softly To Me" - calcata su tonalità certo zuccherine ma sulla quale Bonnie ancora una volta mette in mostra un timbro vocale vaporoso e affascinante - altro che body e scaldamuscoli, sarebbe stata un'ottima cantante jazz.
Al contrario dei due precedenti dischi editi sotto Motown, If The Price Is Right è fortunatamente sopravvissuto alle diatribe contrattuali ed è atterrato sulle piattaforme streaming. La ristampa del 2016 aggiunge pure una manciata di tracce extra per completare il periodo; "The Beast In Me" (synth-rockettone dagli epici toni kitsch realizzato per la colonna sonora del sudaticcio dramma aerobico "Heavenly Bodies"), "Heaven" (altro pestone anni 80 saturo di chitarre e tastiere) e una serie di buoni remix in chiave dance e dub dei brani principali. Nel complesso, un capitolo sicuramente meritevole di un ascolto.

Lanciato dal divertente singoletto "Dare Me" e da un buffo videoclip nel quale le Pointer Sisters appaiono vesitite da uomini mentre allenano una palestra di tiratori di boxe, Contact vede la luce nel luglio 1985 e arriva presto al platino in America, classificandonsi come il secondo album d'inediti più venduto in catalogo. Lo stesso "Dare Me" tocca il n. 11 di Billboard, la loro ultima presenza nella Top 20.
A livello manageriale le cose sono nuovamente cambiate; Richard Perry, colui che le accompagna alla produzione in studio sin dal 1978, aveva venduto l'intera Planet Records alla Rca già nell'82, e dopo qualche anno di mantenimento dell'imprint originario - in parte proprio grazie al sorprendente successo delle Pointer Sisters - la Rca adesso manda in pensione il timbro Planet e prende in mano la situazione per spremere come può il successo delle sorelle.
Pur con Perry sempre in regia, Contact si lancia alla volta del nuovo pop elettronico più bombastico e radiofonico, mantenendo solo a sprazzi l'elegante equilibrio ottenuto col disco precedente. Frullate in giro per il mondo, richieste da tutti, stressate, assenti per mesi interi da figli e mariti, affette da dipendenze varie (cocaina per June, alcol per Anita e barbiturici per Ruth) e col fiato eternamente sul collo per saltare da un palco al set di una serie tv, le Pointer Sisters in studio semplicemente eseguono quanto messo loro in bocca senza fiatare. Il risultato, purtroppo, è un nuovo disco di ordinaria amministrazione, formalmente ben eseguito secondo i canoni del pop da classifica del periodo, ma certo molto anonimo. Nel giro di un paio d'anni appena, la magia di Break Out s'è già dissipata.

Il momento più divertente dell'intero Contact è l'altro singolo "Twist My Arm", nervosa e concitata sparata synth-dance dal ritmo al galoppo e con quei curiosi cori a eco che fanno del pezzo un momento da ballo che quasi sfocia nella house. Un videoclip alquanto sintomatico del periodo - scenografie costruite in studio su sfondo pastello, impalcature di capelli mantenute da tonnellate di lacca e orecchini grossi come drappi da tende - contribuisce al resto, consegnando ai posteri uno degli ultimi momenti topici della discografia delle Pointer Sisters:



Sulla scia dell'elettronica danzante di "Twist My Arm" si posizionano anche "Pound Pound Pound", forte di una tessitura elettronica di synth-pop britannico a cavallo tra Omd ed Eurythmics, "Back In My Arms" e "Bodies And Soul". Un ballatone da sei minuti di durata dai sapori vagamente esotici in stile Peter Gabriel come "Freedom" chiude il disco con una nota di respiro: non è certo il miglior lento della loro carriera, ma nel complesso aiuta a dare a Contact un doveroso momento di raccoglimento.
Ma le sorelle Pointer ormai fanno parte a pieno titolo del tessuto musicale del pop mainstream americano degli anni 80; alla registrazione della celeberrima "We Are The World", ideata da Michael Jackson e Lionel Richie in quell'anno, sono state invitate anche loro, in veste di coriste assieme a un gigantesco squadrone di popstar del periodo, e sull'album che contiene il suddetto pezzo appare una (dimenticabile) B-side da loro donata appositamente alla causa: "Just A Little Closer". Una moda a tutti gli effetti, insomma, questi sono gli anni dei tronfi singoli comunitari a scopo benefico, del Live Aid di Bob Geldof, dei mega concertoni da stadio e del rock da arena, e su Contact troviamo "Hey You", volgare soul-rock pacifista tanto retorico nei toni quanto stomachevole nella riuscita strumentale complessiva.

Impossibile non notare nei solchi di Contact l'avanzare di un nuovo gusto musicale che divide gli Eighties americani quasi perfettamente a metà, uno spartiacque che crea nuove popstar e allo stesso tempo manda in pensione tante delle voci più autorevoli del passato.
Qualche esempio? Presenza da diva, volto da fotomodella, gambe autostradali, voce d'inaudito timbro e potenza, una mitragliata di successi a giro per il mondo e venti milioni di dischi venduti in un sol debutto: l'arrivo di Whitney Houston nel mercato discografico del 1985 è una scossa sismica capace di riplasmare l'intera concezione della Diva soul per gli anni a venire. Il suo manager, Clive Davis, c'ha visto lontano un chilometro; i brani più movimentati sono arrangiati con un armamentario di pianole Roland grasse e cartonate congegnate per aggredire senza scrupoli ogni frequenza radio, mentre le ballate romantiche insistono su una patina insostenibilmente mielosa, ma non importa perché Whitney la Diva Assoluta è capace di saltare dal gospel più accorato al dance-pop più bianco con facilità impressionante, unendo milioni di ascoltatori sotto un unico tetto. Se già gli anni 80 sono ben propensi all'idea della popstar solista egocentrica e miliardaria - da Michael Jackson e Prince a George Michael e Madonna - Whitney Houston con un solo disco guasta subito la festa a centinaia di vocalist femminili.

Ma non solo, quasi come un'esatta controparte stilistica alla rivoluzione-Houston, la seconda metà degli anni 80 si plasma anche su quello che viene spesso definito il "sound di Teddy Riley", il new jack swing: una bombastica fusione sintetica a freddo tra dance, funk e r&b, giocata su ritmi sostenuti e agganci fragorosi, certo non molto elegante ma terribilmente accattivante per le orecchie dei giovani. Peraltro il new jack swing non è manco una bestia facile da domare, perché più che di estensione vocale qui c'è bisogno di uno spiccato senso del ritmo, uno stile meglio adatto a interpreti ballerini che non necessariamente a grandi cantanti. Ci sono i New Edition (nei quali milita Bobby Brown, futuro marito di Whitney), ma soprattuto c'è Janet Jackson col suo terzo album "Control", una collezione di canzoni energiche e scattanti costruite su serrate routine di ballo e incastri vocali dalla perfezione geometrica - pur senza avere una gran voce, l'ultimogenita di casa Jackson si libra sopra quei tastieroni con invidiabile scioltezza. Il new jack swing richiede ai propri interpeti quello che RuPaul vuole dalle sue drag queen: charisma, uniqueness, nerve and talent. Annegarci dentro è un attimo.

ps10220x270In un clima del genere, la Rca semplicemente sospinge le Pointer Sisters a seguire le principali mode del momento, ed è qui che andiamo alla deriva qualitativa con Hot Together (1986) e Serious Slammin' (1988).
Non c'è davvero molto da applaudire su Hot Together. Il rapporto tra le ragazze e il team di collaboratori è ormai un affare di famiglia e non c'è nemmeno bisogno di parlare: si raccolgono le canzoni seguendo il solito standard dei temi tipici della musica popolare (amore/ sesso/ emancipazione), le Pointers cantano, e Perry conduce il solito esercito di musicisti che cucinano gli arrangiamenti seguendo senza troppa fantasia il canone del momento.
L'assortimento di rumorini etnici di "My Life" e la suadente aura mistica di "Mercury Rising" sono molto piacevoli e l'alchimia timbrica delle voci di Ruth, Anita e June è ancora un valore aggiunto. Il singolo "Goldmine" è sicuramente ben eseguito, col solito ritornello da manuale e uno stuolo di ottoni a fare da contorno, anche se certo di pezzi del genere ormai in quegli anni ne vengono prodotti a pacchi e la formazione a tre delle Pointer Sisters non ha lo star power necessario per comandare le grandi platee dei giovani. Nel momento in cui tastiere, gated reverb e chitarre elettriche prendono piede ("Say The Word", "Hot Together", le orribili "Sexual Power" e "Set Me Free"), Hot Together suona subito sintomatico del proprio periodo storico, quello che poi ha reso la seconda parte degli anni 80 un momento alquanto difficile da rivalutare a posteriori per un ponderato ascolto critico.
In quello stesso anno, la grande Tina Turner dà alle stampe "Break Every Rule", un ottimo album da carriera avanzata nel quale la vecchia stella del rock'n'roll cavalca con energia un canzoniere certamente popolare ma scritto e arrangiato con passione e cura al dettaglio (e che conta del supporto di David Bowie e Phil Collins, tra gli altri). Sempre in quell'anno, la grande Chaka Khan dà alle stampe "Destiny", un orribile pastrocchio di rara bruttezza sonora che sembra missato con gli zoccoli di uno gnu, inspiegabile caduta di stile e totale perdita di buon gusto da parte di una che certo non mancherebbe né di presenza né di esperienza (solo due anni prima "I Feel For You" ce la consegnava come una delle più dinamiche sopravvissute ai rifrulli del mercato). Ma la popmuzik va così, una continua lotta tra innovazione e concessione, e Hot Together cade più o meno a metà strada tra i dischi di Tina e Chaka, un capitolo dimenticabile e in larga parte infatti ampiamente dimenticato: con un picco massimo al n. 48 in classifica in America, è chiaro che la formula non sta neanche più funzionando come un tempo.

Quello che semmai cattura le attenzioni del pubblico, nel gennaio 1987, è la presenza delle Pointer Sisters su "Respect Yourself", singolo estratto da "The Return Of Bruno", debutto discografico edito da Motown dell'attore Bruce Willis, sul quale June interpreta la controparte femminile e le altre due sorelle coprono i cori. Il pezzo è tutto quello che ci si può aspettare da un blues originariamente interpretato dagli Staple Singers nel 1971 e adesso rimaneggiato col gusto degli anni 80, tra machismo da bar e pose da rocker vissuto che lo stesso Willis ricalca da Springsteen. Ma l'egualmente simpatico e ridicolo videoclip d'accompagnamento gira costantemente su Mtv e il pezzo sale fino al n. 5 di Billboard, fornendo alle sorelle un altro momento di popolarità in grado di mandarne avanti la carriera. Certo, il Bruce Willis cantante non riceverà mai grossi plausi critici, ma al discreto successo commerciale del suo disco seguirà comunque un altro album due anni più tardi.

Ma il debutto solista di Anita Pointer - Love For What It Is (1987) - sovente delude. La principale voce e presenza più raffinata del gruppo, nonché colei che solitamente mette la firma ai pezzi originali, potrebbe adesso unirsi alla corrente delle interpreti romantiche ed eleganti del panorama adult contemporary, quali l'Anita Baker del bellissimo "Rapture" (disco che peraltro ottiene un gran successo in quei mesi smerciando oltre quattro milioni di copie solo in America) e la Phyllis Hyman di "Living All Alone" (album certamente meno famoso, ma valido testamento del genere, grazie a una cura produttiva di rara eleganza).
Invece, sotto lo zampino della Rca, Anita Pointer finisce col conformarsi al solito pop-soul da classifica, evitando al massimo i momenti più movimentati solitamente cantati con le sorelle in favore di brani in midtempo, ma la solfa è più o meno la stessa - il singolo "Overnight Success" e le plasticose confetture di "Beware Of What You Want" e "More Than A Memory" ne sono alquanto sintomatici.
Non manca neanche un mieloso duetto per tutti i cuori innamorati dell'epoca - qui ideato con l'ex-voce degli Earth Wind & Fire, Philip Bailey - che ricalca quel sentimento da commedia romantica come fanno in tanti, non ultima la stessa Whitney Houston già in compagnia di Teddy Pendergrass e Jermaine Jackson. Certo, se mai ci fosse bisogno di mandare nello spazio un pezzo in grado d'illustrare agli alieni il gusto del pop-soul della seconda metà degli anni 80, allora "Love For What It Is" è sicuramente un ottimo candidato: tra ritmo, melodia e assolo di sax, il pezzo scorre come uno stereotipo vivente.
Neanche Love For What It Is ottiene molto successo, e al contrario degli altri episodi sotto Rca rimane a tutt'oggi fuori stampa e assente dallo streaming. Trova comunque posto nel finale della scaletta "Temporarily Blue", una ballata dalle delicate influenze country sulla quale la voce di Anita mostra tutto il suo più parco ed emotivo potenziale interpretativo. L'episodio non passa inosservato; un anno più tardi l'autrice viene invitata a realizzare un duetto con Earl Thomas Conley dal titolo di "Too Many Times", e a quasi quindici anni da quella "Fairytale" con la quale le Pointer Sisters in formazione a quattro avevano ottenuto un inaspettato successo country, Anita rientra nella Hot Country Songs al n. 2.

Con Serious Slammin', però, le Pointer Sisters iniziano davvero a raschiare il fondo del barile, e alla caduta in picchiata della qualità segue quella di popolarità - n. 152 su Billboard, clamoroso insuccesso che mette fine una volta per tutte al sodalizio con Perry e al rapporto con una Rca ormai totalmente disinteressata nei loro confronti. Spremute come limoni tramite quattordici album in quindici anni di carriera (più gli episodi solisti di June e Anita) le Pointer Sisters ormai sono diventate un guscio vuoto che va avanti per inerzia senza nemmeno domandarsi perché. Chi lamenta la produzione di "Bad" di Michael Jackson in uscita lo stesso anno probabilmente non ha mai ascoltato Serious Slammin', disco nel quale, oltre al suono saturo e robotico del new jack swing, si abbina una becera scrittura dance-r&b sempre uguale e prevedibile, zeppa di stanchi innuendo sessuali che spesso suonano proprio fuori luogo.
Contro alla giovanile energia delle nuove popstar del momento - quali l'ex-voce degli Shalamar in uscita solista Jody Watley e la frizzante ballerina Paula Abdul, che comunque non producono certo capolavori - le Pointer Sisters fanno la figura delle zie che annaspano per mantenere il posto in un mercato nel quale francamente non varrebbe nemmeno la pena far presenza. Delle dieci tracce del disco forse solo "My Life" e il blues sintetico di "Pride" riescono a distinguersi, il resto è meno di ordinaria amministrazione. Persino una ballata firmata da Diane Warren - "Moonlight Dancing" - finisce col suonare vuota e stanca, diluita melodicamente in una nenia priva sia di strofa che di ritornello - risultato davvero incredibile, vista la firma che porta.

june220x270Con June Pointer edito da Columbia nel 1989, la piccola di casa dona un secondo capitolo solista di pop contemporaneo che non centra il bersaglio né rimane impresso nella memoria del pubblico - a seguito di vendite tutto sommato insoddisfacenti, sarà il suo ultimo lavoro solista.
Certo, ci sono momenti in cui la scrittura dei pezzi riesce a farsi valere anche sopra la poco raffinata produzione: "Keeper Of The Flame" è un perfetto momento hair-rock cinematografico che non starebbe male in bocca a Cher (la quale del resto proprio in quei mesi sta risbancando ovunque con "Heart Of Stone"). "Fool For Love" è Prince altezza "Lovesexy" e l'ossatura asciutta e minimale di synth e drum machine è molto d'effetto. Per quanto adesso ci possano apparire invecchiati con tutti gli acciacchi dell'età, non sono male neanche lo schietto pop-rock di "Love Calling" e "How Long (Don't Make Me Wait)", che si districano tra ottoni sintetizzati e accenti di programming al Fairlight grassocci e plasticosi. Ma da lì si fa in un secondo a scadere nel trito; "Tight On Time (I'll Fit U In)" suona come un volgare tema da spogliarello con tanto di inserto rappato, "Parlez moi d'amour (Let's Talk About Love)" si arrovella su girelle di plastica e scontati innuendo erotici, "Why Can't We Be Together" è un classicissimo quanto molto poco immaginativo duetto di stampo pop-soul in coppia col cantante r&b Phil Perry.
June Pointer può suonare sensibilmente meglio riuscito rispetto all'ultimo paio di capitoli a nome Pointer Sisters, ma la sola June non è comunque in grado di rinverdire le sorti del nome di famiglia.

Questi adesso sono i mesi di "Foreign Affair", ennesimo disco di buon successo col quale Tina Turner dimostra di saper cavalcare chitarroni e batterie anni 80 con la giusta dose d'energia. Tra i più giovani, invece, continua a sbancare quello che fin dalle prime settimane si conferma come uno momenti più venduti di tutto il calderone new jack swing: "Rhythm Nation 1814" di Janet Jackson. Persino la coreografa di Janet, Paula Abdul, riesce a firmare un singolone da novanta: "Straight Up". E poi c'è la mancuniana Lisa Stansfield con "Affection", disco che sempre nel 1989 mescola tutto il fascino più morbido e sensuale del soul da camera con produzioni dance e house che stanno già ampiamente guardando agli anni 90. Tutti ambiti nei quali le Pointer Sisters - da sole o in trio - non sembrano più in grado di ritrovarsi.

Dal Novanta in poi: la parca conclusione

Associarsi a una Motown nel pantano dopo anni di scelte sbagliate dovrebbe essere un'unione d'intenti quasi spirituale per le Pointer Sisters, ma il risultante Right Rhythm (1990) è l'ennesimo buco nell'acqua.
I tre singoli estratti non mordono; "Friend's Advice" si gioca su aggressive basi hip-hop in stile De La Soul di gran tendenza in quel momento, ma il pezzo manca di una vera impronta melodica in grado di dare alle sorelle la spinta necessaria per fare il salto verso la memorabilità. La lenta ballata soul "After You" è pura glicemia radiofonica, nonostante una bella interpretazione vocale da parte del contralto di Ruth, né strofa né ritornello hanno quell'eleganza necessaria per far funzionare la canzone come certi episodi sicuramente mielosi ma sempre impeccabili rilasciati in quegli anni dal marchio Simply Red.
Curiosa, semmai, la sparata house-rock-hop di "Insanity", con puntellate di tastiera e aggressivi crescendo vocali che tra qualche anno vedremo fare la fortuna di Backstreet Boys e N'sync, ma ancora una volta le sorelle sembrano affannarsi a rincorrere il ritmo e il risultato non diverte come potrebbe - contro i prodotti dance attualmente provenienti dall'Europa, come Coldcut, Adamski e Neneh Cherry, "Insanity" passa totalmente inosservata (da notare comunque una serie di remix del pezzo dedicati ai club in salsa house e techno, dove la miscela sortisce per lo meno l'effetto desiderato).
Right Rhythm è poco altro; tra "Man With The Right Rhythm", un chiaro innuendo giocato su plasticosi inserti funk, urla blues e ripetitivi sample vocali in aria Pet Shop Boys, una dimenticabile cover di "You Knocked The Love (Right Outta My Heart)" di Millie Jackson (che già suonava volgare nella versione originale) e i ringraziamenti finali di "(We Just Wanna) Thank You", non c'è davvero nulla di immancabile da andare a ripescare.

Con Only Sister Can Do That (1993) si giunge infine all'ultimo capitolo della saga Pointer. La label stavolta è la Sbk Records, recentemente fondata da un'acquisizione della Cbs e sulla quale figurano svariati nomi da classifica generalista del periodo, in particolar modo Vanilla Ice (ma vedrà la luce sotto Sbk anche "The Divine Comedy", disco di culto dell'attrice Milla Jovovich).
Sotto la guida di Peter Wolf e Keith Forsey in studio, le tre sorelle si aggiornano nuovamente entrando nel cuore degli anni 90: ritmiche coadiuviate da un aggressivo programming di Synclavier e Roland, chitarre elettriche, pochissime sottigliezze autoriali ed enfasi su ritornelli semplici e radiofonici. Il risultato è un disco che si districa tra le roboanti basi del "Symphony Or Damned" di Terence Trent D'Arby, il sound dei Beloved, certe enfasi da stadio alla U2 e Bryan Adams, e lo standard del pop-rock al femminile americano anni 90, che va da Julia Fordham e Paula Cole a Meredith Brooks e Billie Myers (ricordate "Kiss The Rain"?).
Certamente il singolo "Don't Walk Away", condotto da Ruth, tocca dritto le corde della nostalgia tra un beat terribilmente anni 90, riff di chitarra e i cori in evanescenza studiati a effetto per dar man forte al ritornello, mentre "Lose Myself To Find Myself" sembra rubata di bocca a Tina Turner.
Ma il resto di Only Sisters Can Do That è la solita trafila di triti motivi rock ("It Ain't A Man's World") da radio ("Feel For The Physical") o anche di una certa volgarità ("Sex, Love Or Money") che contribuiscono a fare del disco un altro capitolo impersonale e realizzato in serie, prodotto tipico delle popstar navigate che non hanno più molto da dire. Su un paio di tracce del disco compare ai cori Issa Pointer, figlia di Ruth e colei che in futuro entrerà a tempo pieno nelle esibizioni dal vivo della band.

L'attività discografica delle sorelle si ferma qui, ma nel 2002 June è costretta comunque a uscire ufficialmente dai ranghi del gruppo per tentare nuovamente di disintossicarsi dalla sua dipendenza da droghe, ma non vi farà più ritorno: a seguito di complicazioni dovute a un tumore e una salute fattasi cagionevole nel corso degli anni, l'ultimogenita di casa Pointer scompare nel 2006, a soli 52 anni d'età.

Chiude le danze l'ultimo episodio solista di Bonnie Pointer - Like A Picasso (2011) - misconosciuta collezione di inediti rilasciati indipendentemente tramite Platinum Trini con la quale la quarta sorella dona l'unica uscita di casa Pointer nel nuovo millennio. Ormai indebolita da anni di abusi di stupefacenti e da una vita passata ai margini del music business senza essere mai riuscita a risalirvi sopra, Bonnie appare visibilmente provata dalla vita e le rare interviste del periodo la ritraggono come una donna un po' confusa e quasi colta di sorpresa dalla presenza di una telecamera (la vedremo anche in "Jewel's Catch One", documentario che racconta la storia del celebre locale Lgbt di Los Angeles Catch One, spesso definito come "lo Studio 54 della West Coast").
La voce di Bonnie su Like A Picasso è dolente e rauca, la produzione certamente ha un che di casalingo, tra semplici giri di chitarre country-pop-rock, modernariato di tastiere enfatiche e un programming che invece sembra uscito dagli anni 90 di "Jagged Little Pill" della Morissette, ingredienti che fanno del disco un lavoro stranamente a-temporale e anche profondamente americano (le schitarrate di "Desire" e "He Don't Like Love", il singolo "Strangest Day" a richiamare la prima Sheryl Crow). Questo non toglie alle interpretazioni di Bonnie un certo fascino decadente: la densa e quasi angosciosa base di "Like A Picasso", l'accorata ballata "Genius Of My Heart", la rabbiosa "Hey Harley", la melodrammatica "You Will", la tristezza intrinseca di "Don't Expect A Rose", una "Just Cried Tear" che sembra cantata da Macy Gray, tutti brani pervasi da un senso di desolata solitudine ma che, proprio per questo, creano un ascolto particolarmente sentito.
I rintocchi corali di "Answered Prayer" suonano come una messa gospel e ricordano la Whitney Houston di "I Look To You", altra donna dilaniata dai propri demoni interiori e disperatamente attaccata a una fede che le è sempre cocciutamente sfuggita di mano.
Bonnie scompare nel giugno 2020, anche lei a seguito di complicazioni dovute a un tumore. Non mancheranno i tributi da parte delle sorelle e di tutti quei fan delle Pointer Sisters che non l'hanno mai dimenticata.

La nostra storia si ferma qui, dopo quasi quarant'anni di musica vissuti tutti di petto e spesso in corsa, tra grandi successi e momenti dimenticati, popolarità e stress, soddisfazioni e drammi personali, un concentrato della Vita stessa elaborato attraverso l'arte delle sette note.
Ruth, Anita, Bonnie e June Pointer hanno fatto il loro lavoro con passione e professionalità, intrattenendo generazioni di ascoltatori con un teatrino a conduzione familiare che rimarrà per sempre nei cuori di tutti quelli che - almeno una volta nella vita - si sono sentiti accarezzare e trascinare in pista da un loro pezzo.

pshollywoodfinale

Pointer Sisters

Un affare di famiglia

di Damiano Pandolfini

Partite in quattro ma giunte al grande successo in forma di trio, le californiane Pointer Sisters sono state un amato affare di famiglia per almeno un paio di generazioni. Dal jazz e lo swing alle jam psichedeliche, e poi il rock, il funk, la dance e un'estemporanea hit country: Ruth, Anita, Bonnie & June hanno intrattenuto mezza America a forza di parrucche ed energiche armonie vocali ..
Pointer Sisters
Discografia
 POINTER SISTERS 
   
 The Pointer Sisters (Blue Thumb, 1973)

 

That's A Plenty (Blue Thumb, 1974)

 

 Live At The Opera House (disco dal vivo, Blue Thumb, 1974)

 

Steppin' (ABC/Blue Thumb, 1975) 
 The Best Of The Pointer Sisters (raccolta, ABC/Blue Thumb, 1976) 
 Having A Party (ABC/Blue Thumb, 1977)

 

 Energy (Planet, 1978)

 

 Priority (Planet, 1979)

 

Special Things (Planet, 1980)

 

 Black & White (Planet, 1981)

 

 So Excited! (Planet, 1982) 
Break Out (Planet, 1983)

 

 Contact (RCA, 1985)

 

 Hot Together (RCA, 1986)

 

 Serious Slammin' (RCA, 1988)

 

Jump - The Best Of The Pointer Sisters (raccolta, RCA, 1989)

 

 Right Rhythm (Motown, 1990)  

 

 Only Sisters Can Do That (SBK, 1993) 
 Greates Hits (raccolta, RCA, 1995)  

 

Yes We Can Can: The Best Of The Blue Thumb Recordings (raccolta, Hip-O, 1997)

 

 Goldmine: The Best Of The Pointer Sisters (raccolta, Sony, 2010)

 

  

 

 BONNIE POINTER

 

  

 

Bonnie Pointer - Red Album (Motown, 1978) 
 Bonnie Pointer - Purple Album (Motown, 1979) 
If The Price Is Right (Private-I, 1984) 
 Like A Picasso (Platium Trini, 2011) 
   
 JUNE POINTER 
   
 Baby Sister (Planet, 1983) 
 June Pointer (Columbia, 1989) 
   
 ANITA POINTER 
   
 Love For What It Is (RCA, 1987)   
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Recensioni

POINTER SISTERS

Break Out

(1983 - Planet)
Pop, dance, funk e rock: tutta l'energia dei primi anni 80 racchiusa in un iridescente prisma sintetico ..

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