Ecco una nostra fantomatica cernita di trenta Big in gara al Festival di Sanremo, per una kermesse tanto utopistica, va da sé, quanto stuzzicante, e, diciamola tutta, sognante, tra outsider dal mondo indie, leggende del cantautorato e nomi improbabili per l'Ariston, ma che potrebbero fare faville se un giorno decidessero di partecipare. Un giochino tutto nostro e senza velleità snobistiche, perché, comunque la si pensi, Sanremo è Sanremo.
Andrea Laszlo De Simone
Un alieno all’Ariston? In fondo mica tanto. Sotto il suo stile sognante e inafferrabile, all'insegna di un esistenzialismo schivo e malinconico, Andrea Laszlo De Simone ha celato uno dei migliori recuperi della canzone melodica italiana degli anni 50-60 mai portati a termine sulla scena indie nazionale. Canzoni dall’anima retrò come “Vivo” o “Un momento migliore” ridestano lo spirito nobile di uno stile che, attraverso maestri come Gino Paoli, Sergio Endrigo e Luigi Tenco, ha gettato le basi della stessa scuola cantautorale italiana. Così vedere il baffuto menestrello torinese sul palco del Festival della Canzone italiana, tutto sommato, sarebbe meno innaturale di quanto potrebbe apparire a prima vista. Sempre a patto di riuscire nel miracolo di convincere Andrea a sconfiggere la sua proverbiale ritrosia e la macchina sanremese a capire davvero dove si annida il talento nella nuova scena italiana. (Claudio Fabretti)
Ardecore
Come scrivevamo in sede di recensione dello straordinario “Ardecore” del 2005, gli italiani hanno sempre avuto un singolare pudore nei confronti delle loro tradizioni musicali: sono capaci di impazzire per una festa mariachi messicana o di ubriacarsi con le fanfare balcaniche, ma guai a tirar fuori dall'armadio quell'imbarazzante vecchio disco di canzoni popolari del nonno. Gli Ardecore, invece, l’hanno fatto senza paura, aggiornando perfino i temuti stornelli romani con il linguaggio del Duemila, tra temerari arrangiamenti post-rock, incursioni tex-mex alla Calexico e ruggenti talking blues. Una capacità plasmata pure al servizio di nuovi brani originali, senza tempo, che li hanno resi una delle più potenti band folk-rock italiane. E se all’Ariston sono apparsi fugacemente perfino gli Zen Circus, perché non loro? (Claudio Fabretti)
Baustelle
Francesco Bianconi di recente ha dichiarato di aver declinato l’invito a partecipare al Festival di Sanremo in due o tre occasioni: “C’è altra televisione che abbiamo scelto di fare. A volte chi va a Sanremo non ha altra possibilità di esistere. Noi abbiamo costruito un percorso che ci permette di non andarci, e dopo tutta questa fatica…”. Eppure Bianconi è stato presente al Festival in diverse occasioni, in qualità di autore conto terzi, anche se “Bruci la città”, uno dei più grandi successi di Irene Grandi, venne bocciata da Pippo Baudo nel 2007: in estate si sarebbe aggiudicata il Festivalbar, diventando uno dei tormentoni di quell’anno. C’è poi da registrare una presenza dei Baustelle nel 2023, ospiti dei Coma Cose nella serata dei duetti, per eseguire “Sarà perché ti amo”. Lo slancio di Bianconi verso la scrittura della canzone perfetta, i ritornelli killer, il desiderio di costruirsi la fama di modern chansonnier, guardando alla tradizione cantautorale italiana (De André), alla chanson française (Gainsburg), ma anche all’electropop e alla scena brit (Pulp), la capacità di coniugare alto e basso, aulico e popular… sì, i Baustelle sarebbero perfetti... Un intreccio di voci fra Francesco e Rachele, versi sulla fine di un amore, qualcosa che sappia far commuovere, straziare il cuore, senza lasciar troppe speranze per il futuro. (Claudio Lancia)
Caparezza
Da Sanremo Michele Salvemini ci è già passato, nel 1997, quando era Mikimix. Lo inserirono tra le “Nuove proposte” con il brano "E la notte se ne va": uno stile tutto diverso da quello di Caparezza e, soprattutto, capelli cortissimi. Conosciuto da oltre vent'anni, adorato da fan che trovano in lui un rap vicino al pop, al rock e al cantautorato, attento ai testi e al messaggio, ben distante dalle onomatopee e dallo slang della trap. Portarlo a Sanremo sarebbe il compimento del suo percorso artistico: allontanato dal pop-rap sentimentale, diventato il caustico saltimbanco riccioluto di hit e brani di culto, Michele Salvemini si farebbe apprezzare come autore e interprete maturo. Il brano potrebbe raccontare le sue fragilità o temi esistenziali: da chi ha scritto “La certa”, “El Sendero”, “Chinatown” o "Pathosfera", solo per citarne alcune. Il Premio della Critica è praticamente assicurato. Il titolo dovrebbe contenere un gioco di parole: così i suoi fan si prodigheranno a spiegarlo a tutti, anche a chi non l’ha chiesto. Serata cover da sogno, con Frankie Hi-Nrg. (Antonio Silvestri)
Carmen Consoli
Per la Cantantessa, invece, si tratterebbe di un trionfale ritorno, a trent’anni dalla folgorante performance di “Confusa e felice” (1997) che la catapultò verso la celebrità nazionale e dalla successiva apparizione con “In Bianco e nero” (2000). Anche se Sanremo inspiegabilmente osteggia la canzone in dialetto, un brano come “Amuri luci” – tratto dall’omonimo, splendido album di folk siciliano pubblicato da Consoli nel 2025 - avrebbe potuto tranquillamente trionfare sul palco dell’Ariston, mettendo d’accordo il grande pubblico e gli ascoltatori più esigenti, come una novella “Vacanze romane”. Ma ci si potrebbe accontentare anche della Carmen più pop, magari quella che “voleva fare la rockstar” del suo penultimo lavoro, tra i vertici recenti del suo peculiare cantautorato, in bilico tra asprezze e vocazione melodica. (Claudio Fabretti)
Coca Puma
Coma_Cose e Coca Puma: l’assonanza è innegabile. I primi hanno avuto nel palco di Sanremo il loro trampolino definitivo; per Costanza Puma l’occasione potrebbe essere simile, ma per tutt’altra via. Niente slogan generazionali, niente romanticismi da cameretta: la milanese entrerebbe in punta di piedi e lascerebbe parlare il groove. Nu-soul elettronico e jazzato, battiti spezzati ma fluidi. Una voce morbida, controllata, quasi trattenuta: qualcuno dirà che spinge troppo poco, ma funziona proprio perché non forza. Sta dentro l’arrangiamento come un altro strumento, con quello spleen misto a leggerezza urbana che ricorda subito Frah Quintale - però più cesellato, meno istintivo. L’orchestra sarebbe una novità che non copre, ma incornicia: archi che si infilano tra i beat, fiati discreti a dare respiro. Serve solo un ritornello che si apra quel tanto che basta. Al resto penserebbero le basi: sinuose, contemporanee, wonky e finalmente allineate al presente. Non è materiale da podio. È materiale da playlist il giorno dopo. E oggi conta quasi di più. (Marco Sgrignoli)
CSI
Nel 2021, durante la serata delle cover, Max Gazzè, Daniele Silvestri e la Magical Mistery Band hanno interpretato "Del mondo" dei CSI, portando in qualche modo all’Ariston la magia di uno dei gruppi “alternativi” - l’aggettivo è d’uopo visto che stiamo comunque parlando di Sanremo - più celebrati in Italia. Ora che sono in qualche modo tornati, con un tour tra i più attesi dell’anno, che li vedrà con una formazione composta da Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali, il vecchio e caro Consorzio Suonatori Indipendenti potrebbe anche farci un pensierino e sbucare come teppisti attempati e incazzati neri a Sanremo. E basterebbe anche una nuova “Per me lo so” per spaccare tutto. (Giuliano Delli Paoli)
Daniela Pes
Che Daniela Pes sia una delle artiste più promettenti e talentuose della scena italiana contemporanea è ormai un dato di fatto, attestato anche dal successo delle sue esibizioni all’estero. Certo, trasportati sul palco dell’Ariston, i cerimoniali ancestrali dello splendido “Spira” apparirebbero ancor più lunari e stranianti, e la loro “neolingua”, basata su fonemi, suoni e assonanze, costituirebbe un ostacolo insuperabile. Ma l’artista gallurese ha in serbo tutte le capacità per proporre anche brani più classici, forte della sua voce profonda e magnetica, che, trasposta alle latitudini sanremesi, potrebbe sortire lo stesso effetto-shock dell’Alice di “Per Elisa”, magari conservando pure la stessa propensione elettronica. Mettiamoci anche una presenza scenica di tutto rispetto e il gioco sarebbe fatto. Un sogno? Forse, ma sognare in fondo non costa nulla… (Claudio Fabretti)
Daniele Silvestri
L’importanza della parola. In termini di testi di eccelsa fattura e dalle forti connotazioni sociali e culturali, Daniele Silvestri rappresenta una certezza. Un veterano dell’Ariston, la cui storia prende avvio nel 1995 con il debutto tra le Nuove Proposte con "L'uomo col megafono", con cui conquista il suo primo Premio della Critica, e prosegue nel 1999 con "Aria", fino a due dei suoi migliori successi radiofonici, la giocosa “Salirò”, nel 2002, e "La paranza" nel 2007, nella quale i riferimenti volano alla cronaca nera del periodo, tra ironia e melodie orecchiabili. Nel 2013 è la volta di "A bocca chiusa", nella quale tratta la partecipazione collettiva e le manifestazioni di piazza, esibendosi con l'interprete LIS Renato Vicini, metafora della forza silenziosa di coloro che scendono in strada per la difesa dei propri diritti. Il culmine viene raggiunto nel 2019 con il colpo sferrato dall’intensa "Argentovivo", insieme a Rancore e Manuel Agnelli: il brano tratta il tema della disillusione adolescenziale e si classifica sesto, ottenendo il Premio della Critica "Mia Martini", il Premio della Sala Stampa "Lucio Dalla" e il Premio "Sergio Bardotti" per il miglior testo. A sette anni dall’ultima partecipazione del cantautore romano, i tempi sono maturi per una nuova traccia che possa lasciare il segno, e per quanto riguarda l’ipotetico argomento, data la realtà attuale, c’è solo l’imbarazzo della scelta. (Martina Vetrugno)
Ele A
Una volta i rapper latitavano a Sanremo, oggi sono troppi. Spesso, non valgono granché: hanno un pubblico circoscritto, una carriera traballante, un futuro incerto. La svizzera con cittadinanza italiana Eleonora Antognini, classe 2002, potrebbe dare una rinfrescata al tutto: una rapper donna, lontana dalla trap e il suo slang, che cita giganti degli anni Novanta come Nas e Biggie. Non una popstar che è inciampata sul rap che si ascolta ovunque, ma un nome nuovo che piace a Neffa, collabora con Colapesce, scansa la solita tiritera di droga, sesso, sballo e brand. Ele A andrebbe a Sanremo per farsi conoscere e apprezzare da un pubblico che cerca una via d’uscita dall’ennesima hit trap-reggaeton, di quelle firmate da una cantante che vuole più farsi guardare che ascoltare. La canzone potrebbe raccontare la sua storia e la Svizzera, citando indirettamente la Canalis: magari un brano bilingue, come “Cielo grigio”. Nella serata delle cover potrebbe fare coppia con Blanco, con cui condivide quella disperazione giovanile, o magari con Madame. Inevitabili polemiche de destra per aver invitato una cantante svizzera, ma varrebbe la pena di sopportarle. (Antonio Silvestri)
Fabri Fibra
Di rapper così famosi, trasversali, intergenerazionali in Italia ne abbiamo avuti pochi. Invece di invitare ancora J-Ax, per dire, sarebbe meglio chiedere a Fabrizio Tarducci di scrivere un altro di quei brani suoi che colpiscono al cuore: una nuova “Stavo pensando a te”, per esempio, anche se forse canzoni così riescono una volta in tutta la carriera. Ma Fabri Fibra potrebbe benissimo esibirsi insieme a una cantante come Joan Thiele, come ascoltato nella recente “Milano Baby”, o incendiare le polemiche riferendosi a fatti di cronaca reali, come ha già fatto molte volte in passato. Inoltre, è un esperto di live e aggiungere l’Ariston sembra il naturale completamento di una carriera che si avvicina al trentennale. Con il suo ruolo centrale nella scena, la serata delle cover potrebbe regalare grandi soddisfazioni agli appassionati: la più ovvia formazione a tre con Geolier e Rose Villain, con cui conduce “Nuova scena”, potrebbe anche lasciare il posto a un invito a Gianna Nannini o, perché no, all’amico Neffa. (Antonio Silvestri)
Flavio Giurato
Il cantautore romano è appena tornato con un altro disco meraviglioso, “Il console generale”. E questo fa pensare per l’ennesima volta quanto sia strano l’universo musicale italiano, perché uno come Giurato, per quanto assolutamente alieno in ogni senso, al Festival di Sanremo non potrebbe fare altro che bene. Come un Pierangelo Bertoli con i Tazenda, Giurato potrebbe funzionare anche se affiancato da un gruppo “altro” qualunque. La sua poetica garantirebbe una ventata di freschezza, anche se parliamo comunque di un giovane settantasettenne. Immaginate canzoni come una “Marcia nuziale” di quanto alzerebbero l’asticella della qualità e quante riflessioni porterebbero su un palco sempre più sfiancato da canzonette prive di ogni mordente narrativo e spesse volte anche musicale. (Giuliano Delli Paoli)
Francesco De Gregori
Se c’è un cantautore italiano che ha sempre manifestato un’intransigenza assoluta verso Sanremo, è proprio Francesco De Gregori. L’unico “omaggio” riservato al Festival sono stati i versi al fiele dell’omonima canzone, dedicata nel 1976 a Luigi Tenco, il “giovane angelo che girava senza spada”, morto tra i fiori e l’indifferenza del carosello sanremese: “Lo portarono via in duecento/ peccato fosse solo quando se ne andò/ la notte che presero il vino/ e ci lavarono la strada”. Un j’accuse senza attenuanti contro i discografici ottusi e opportunisti e il circo televisivo disposto a tutto “purché lo spettacolo non finisca”. Poi nel 1985, in “Ciao ciao” il Principe ribadirà il concetto: “Guarda che belli i fiori in quella città, che mai mi ha visto e mai nemmeno mi vedrà”. Ma di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e il De Gregori più accondiscendente e pacificato del Duemila, che duetta con Ligabue e con Elisa, potrebbe persino farci un pensiero. Magari in tandem con quella Malika Ayane che ha da tempo eletto come sua voce preferita della nuova generazione. (Claudio Fabretti)
Francesco Di Bella
Da solo o con i 24 Grana cambierebbe davvero quasi poco. Di Bella a Sanremo potrebbe spiccare finalmente il volo nazionale, dopo aver messo a ferro e fuoco l’universo alternativo sia come solista, sia con la sua storica band. E poi non si è mai troppo vecchi per debuttare all’Ariston e farsi conoscere a tutti, belli e brutti, Dario Brunori docet. Il buon Francesco dovrebbe ovviamente smarcarsi un po’ dalla sua “lingua” madre, operazione comodamente alla sua portata, così come sono tranquillamente alla sua portata canzoni dal potenziale radiofonico e dunque sanremese. Chissà, magari un giorno lo vedremo salire sul quel palco alla sua maniera: timidamente, prima di investire tutti con il suo carisma da cantautore afflitto, ferito, ma mai domo. (Giuliano Delli Paoli)
Gnut
Claudio Domestico, in arte Gnut, è uno dei tesori meglio nascosti del nuovo cantautorato partenopeo. Ha la grazia del perdente e il tocco magico del giullare. A Sanremo rintrerebbe sicuramente nella casella degli outsider, ma con una canzone come “L'ammore 'o vero” o una a caso presa da quella piccola gemma di disco che è “L'orso 'nnammurato”, Gnut a Sanremo avrebbe vita facile. Certo, dovrebbe anche lui prima adattare un po’ i testi, tramutandoli dal dialetto all’italiano. Ma per uno come Gnut, da sempre musicista instancabile e performer dal vivo senza un attimo di respiro, questo sarebbe l’ultimo dei “problemi”. E poi la sua partecipazione potrebbe anche far capire a tutti che Napoli oggi non è solo rap, lampade e Tmax. (Giuliano Delli Paoli)
I cani
Testi taglienti, electro-rock tagliente. Non proprio la combo più in voga all'Ariston. Da quando non la si sente? Forse dai tempi dei Subsonica. Ma I cani di Niccolò Contessa potrebbero riportarle al Festival con un'unica reale concessione al formato sanremese: un ritornellone sinfonico in cui l'orchestra ci dà dentro per due volte venti secondi, standosene poi muta tutto il resto del pezzo (una liberazione!). Il quarantenne romano avrebbe tutte le carte in regola per confezionare la canzone perfetta per quel palco: una penna sagace, capace di scandagliare il quotidiano con la giusta dose di cinismo e supposta profondità, un gusto per la melodia immediata – talvolta fin troppo – e un rigore da outsider d’altri tempi - vi ricordate quando “indie” non era ancora diventata una parolaccia? Con niente strapperebbe alla critica un plauso per il coraggio, vent’anni dopo che quel coraggio avrebbe davvero fatto rumore. Forse è anche per questo che di salirci davvero, su quel palco, se ne guarda bene. (Marco Sgrignoli)
Irossa
Quello delle Irossa è un nome che non sfigurerebbe affatto nelle Nuove Proposte. La storia del sestetto torinese comincia da un corso di chitarra bluegrass nella scuola di Roberto Bovoloenta, la House Of Rock, ed esperimento dopo esperimento, prende corpo nell’esordio “Satura” (2024) e nel loro sophomore “La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti” (2025), che miscela sapientemente indie-rock e art-pop con un pizzico di post-punk, mostrando quello che potrebbe essere il corrispettivo italiano di gruppi Uk in ascesa, sulla scia di Ugly, mary in the junkyard ed English Teacher. Tra i loro ascolti, come dichiarato, figurano Black Country, New Road (e si sente), Sorry, Dry Cleaning, Fontaines Dc, Murder Capital e affini, e ben poca musica italiana. Eppure oltre alla presenza di sonorità di ampio respiro internazionale, è percepibile una valorizzazione della scrittura in italiano. Tra i pezzi più equilibrati e candidabili alla kermesse vi sarebbero stati la leggera e veloce “Fiori, fiori”, che entra in testa e non esce più, l’inquieta ricerca di “Potomac”, e l’intreccio dei riff di chitarra e fiati nella chiusura di “Come vuoi”. A questo punto sovviene quella che potrebbe essere etichettata come un’eresia (o una sciocca utopia): se invece dell’artista a doversi “adeguare” al festival, fosse il festival a includere finalmente qualcosa di diverso dal consueto? (Martina Vetrugno)
La Niña
Dopo le voci di corridoio che la davano quasi per certa al Festival di Sanremo 2026, Carola Moccia, in arte La Niña, ha tenuto a precisare via social la sua “estraneità” a certi meccanismi mainstream, dichiarandosi, almeno per il momento, attirata da ben altri mondi musicali. Mentre in un’intervista rilasciata a OndaRock, Raf a sua volta ha espresso grande perplessità su Sanremo, diventato a suo dire negli ultimi dieci anni l’unica rassegna in Italia che offre visibilità, salvo poi scoprire tutti poche settimane dopo che c’è anche lui (per fortuna, sia ben chiaro) quest’anno tra i trenta big in gara all’Ariston. Insomma, le chiacchiere spesso stanno a zero e non è mai detta l’ultima parola. Dunque, che le piaccia o no, La Niña sul palco più celebrato della canzone italiana potrebbe dire decisamente la sua, grazie a un cantautorato folk villanesco tutto napoletano, capace però di sposare anche alchimie elettroniche. E soprattutto una voce da sirena d’altri tempi che con la ballata giusta farebbe letteralmente faville. (Giuliano Delli Paoli)
Lamante
Al Teatro Ariston di Sanremo si è esibita giusto pochi mesi fa nella serata di apertura del Premio Tenco 2025, e questa rappresenta solo una delle tappe che Lamante, al secolo Giorgia Pietribiasi, nuova voce graffiante del cantautorato italiano, ha raggiunto. Dall’esordio nel 2023 con il singolo “L’ultimo piano”, passando per il cruciale debutto “In memoria di” l’anno successivo, prodotto insieme a Taketo Gohara, è una pioggia di riconoscimenti senza fine; in quel periodo arrivano anche le collaborazioni con Levante e Paolo Benvegnù e un’intensa attività live che porterà l’artista di Schio (VI) ad aprire i concerti di Negramaro e Coez. “In memoria di” racchiude tanta rabbia sfogata nel punk e altrettanto dolore in cui si insinuano e cristallizzano venature pop, in una raccolta di reminiscenze estremamente personali, suo marchio di fabbrica. La si potrebbe immaginare tanto con un brano potente e viscerale come “Non chiamarmi bella” o “Rossetto”, quanto con una traccia più armonica in stile “Come volevi essere”. La via è tracciata e lo si evince dalla recentissima “Un canto nuovo”, che spiana la strada a una nuova pubblicazione in arrivo, probabilmente entro l’anno, con un’ulteriore apertura verso influenze pop e di matrice elettronica. È solo una questione di tempo. (Martina Vetrugno)
Liberato
La partecipazione di Liberato a Sanremo è stata una delle più difficili da gestire per l'organizzazione, in quanto l'artista ha acconsentito a prenderne parte a patto di non dover condividere i camerini con gli altri concorrenti, allo scopo di proteggere la propria identità. La canzone che porta, "Tammorra contro autotune", lo vede rinnovare la propria formula, dopo un terzo album a dir poco deludente: basso e pianoforte elettrico guidano un arrangiamento dal sapore funk. Una chitarra acustica in veste ritmica completa il quadro, in quello che è probabilmente il suo brano meno elettronico fino a questo momento. Nel bridge entrano anche un mandolino e un coro femminile che si prodiga nei melismi tipici di molta musica folk mediterranea, riprendendo l'approfondimento della tradizione che era stato accennato nel secondo album, forse il suo migliore a oggi. Nella serata delle cover, a conferma della volontà di voler proseguire questa operazione, il cantante mascherato duetta col leggendario Peppe Barra, in un medley che fonde due brani provenienti dai rispettivi canzonieri: "Tu t'e scurdat' 'e me" e "Oi mare mà". Con loro sul palco anche il violinista Lino Cannavacciuolo, già al servizio di Barra in passato, che con i suoi assalti dissonanti scapiglia a dovere il pubblico del festival. (Federico Romagnoli)
Lucio Corsi
Della serie batti il ferro finché è caldo. Ma, evidentemente, questa massima non dovrà poi piacere molto a Lucio Corsi, che l’anno scorso ha strapazzato chiunque all’Ariston, tranne una manciata di votanti da casa sedotti da Olly. Se avesse voluto, il menestrello glam toscano sarebbe salito nuovamente e senza problemi sul palco dell’Ariston, stavolta però subito da favorito e protagonista, e non da perfetto sconosciuto ai più come lo scorso anno. Sarebbe bastata una nuova “Volevo essere un duro” per dare a Cesare quel che è di Cesare, ma anche una delle sue filastrocche rock che strizzano l’occhio al pop, oggi più che mai necessarie per spodestare dai programmi radiofonici le lagne pausiniane o l’ennesima hit rettoriana di Annalisa. Che peccato. (Giuliano Delli Paoli)
Marco Castello
Nel nuovo cantuatorato Sanremo ricerca spesso quell’unione di classico e contemporaneo che è uno dei motori di tutta la kermesse. Il siciliano Marco Castello potrebbe essere il nome perfetto per fornire uno scorcio di cosa accade oltre le classifiche, ai margini degli streaming milionari della top 10. È un poeta ironico ed eclettico, che alterna la figura retorica e l’immagine ricercata con la concretezza del linguaggio quotidiano. Ha un magnifico gusto per il tragicomico, per il surreale e per il dolceamaro, praticato su un mélange di jazz, funk e pop spiazzante. Potrebbe attirare l’attenzione sin dal titolo, come per la sua “Pompe”, e stupire tutti dopo i primi, perplessi, ascolti. Difficile immaginare un trionfo nella classifica finale, considerata l’attenzione media dello spettatore sanremese. Rimarrebbe però un ricordo indelebile, un cantautore alieno sul palco dell’Ariston, tutto da scoprire, anche partendo dall’ultimo “Quaglia sovversiva”, del 2025. Nella serata cover potrebbe proporre Enzo Carella, insieme ai Nu Genea o Il Mago Del Gelato. (Antonio Silvestri)
Marta Del Grandi
Tra le voci più significative del panorama cantautorale odierno, con accento in area art-pop, non si può non citare Marta Del Grandi. La formazione dell’artista milanese prende avvio dal jazz con studi al Conservatorio G. Verdi di Milano e al Royal Conservatory of Ghent in Belgio, e il suo approccio alla scrittura e alla composizione musicale si sviluppa attraverso la sua passione per il viaggio, concretizzandosi prima nelle influenze tra pop d’avanguardia e folk-rock del debutto “Until We Fossilize”, e poi nel gioiellino consacratorio “Selva”. L’attuale ritorno con “Dream Life” ne conferma l'eclettismo e la grande cura per i dettagli, dalla ricercatezza degli arrangiamenti a una crescita in termini di songwriting; il tutto sempre in lingua inglese. Fino ad ora in italiano risultano infatti pubblicate un’interpretazione di “Hotel Supramonte” di Fabrizio De André e una versione alternativa di “Linger In Silence” (collaborazione con Graham Reynolds), entrambe presenti nella deluxe di “Selva”, oltre alla title track stessa del sophomore, a cui si sommano i contributi in “Fumo” dei Casino Royale. Pensando alla produzione di pezzi coinvolgenti sulla scia di “Mata Hari” e “Snapdragon”, o con una visione più intima infusa nei versi di “Oh My Father” e nei passi folk-pop di “Alpha Centauri”, il suo potrebbe essere un debutto sanremese paragonabile a quello di Elisa, che vinse la kermesse nel 2001 con il suo primo successo in italiano "Luce (tramonti a nord est)”. (Martina Vetrugno)
Murubutu
Alessio Mariani metterebbe d’accordo parti del pubblico sanremese che solitamente rimangono insoddisfatte: chi apprezza un hip-hop più tradizionale, collegato a radici soul e jazz, ma anche chi vuole ascoltare un modo di raccontare che non ricordi il cantautorato tradizionale. Abbiamo avuto fin troppi epigoni di De Gregori, su quel palco, no? Murubutu pratica dal 2009 un rap intriso di letteratura, che piacerebbe anche a una sinistra alla disperata ricerca di riferimenti culturali contemporanei. Possiamo immaginare un brano drammatico, diviso tra storytelling e poesia, come la toccante “Minuscola”, che racconta la storia tragica di due bambini morti assiderati nel 1999 dopo essersi nascosti nel carrello di un aereo partito dalla Guinea e diretto a Bruxelles. Qualsiasi cosa porti Mariani, sono fin troppo prevedibili gli editoriali entusiasti de Il Manifesto quanto gli innumerevoli docenti del liceo classico che plaudono alla struttura metrica. Nella serata delle cover potrebbe farsi leggere un brano di Fossati da un attore teatrale, mentre lui interviene con delle strofe ex novo che citano i classici. (Antonio Silvestri)
MusicaPerBambini
Forse sarebbe più facile per un suo brano essere accettato allo Zecchino d’Oro, ma dopo gli arrangiamenti acustici di “L’AntiCamera” perché non provarci? Il menestrello digitale Manuel Bongiorni si presenterebbe a Sanremo con un pezzo che può andarci: niente avant-metal dunque e niente (o quasi) breakcore, ma una filastrocca stralunata e ironica con un tema melodico immediato, sulla falsariga di “Due punti parentesi chiusa” dall’album “Dei nuovi animali”. Sul palco il piacentino porta con sé il suo teatrino-lenzuolo casereccio, dal quale sbuca solo la testa per tutta la prima parte dell’esibizione. Scoppia la polemica perché copre la scenografia dell’Ariston. Il brano, dal gusto medievaleggiante, salta fra i tempi dispari in modo così orecchiabile che nessun commentatore ci fa caso (non che se fosse stato più ostico...). In compenso, tutti a scrivere di novello Branduardi, di Tricarico con l’autotune – sarebbero stati più azzeccati Mike Patton o Igorrr, ma ci si accontenta. Serata cover: “Master Of Puppets” in versione da camera, con Elio e le Storie Tese. Tutta quanta in 3:30, ovviamente. (Marco Sgrignoli)
Pellegrino e Zodyaco
Siamo abituati al Silvestri in versione funky-disco, ma questo non significa che in quello stile non ci sia spazio anche per altri. La scelta, del resto, è ampia: la scena Neapolitan Power vive una nuova stagione di splendore con Nu Genea, Fitness Forever, Bassolino. Piace però immaginare che l’occasione capiti a Pellegrino Snichelotto, che non avrà forse il physique du rôle, ma certo sa come imbandire un pezzo che acchiappa. Il brano fa più Enzo Carella che De Piscopo o D’Angiò: luminoso e spensierato, mai sardonico ma con quella vena agrodolce che evita l’effetto cartolina. Ritornello in napoletano, strofa più prudente in italiano, così da allargare il tiro. Archi sinuosi che si insinuano con eleganza nello scoppiettare basso-batteria-synth, contagioso abbastanza da far alzare anche i più ingessati delle prime file. Al testo manca forse il guizzo decisivo per farsi davvero notare, ma il motivetto si pianta in testa e non se ne va più. Serata cover: “Lunedifilm” con i Calibro 35. Sulla carta un azzardo, sul palco una festa. (Marco Sgrignoli)
Post nebbia
C’è un problema fondamentale: non si capiscono bene le parole. La voce di Carlo Corbellini è trattenuta, ovattata, quasi sepolta sotto le colate synth-funk. Ma, sdoganati i trapper, non dovrebbe essere un dramma: la dizione del padovano rientra perfettamente nei canoni dell’accettabilità televisiva. Il brano potrebbe muoversi su quella linea sottile che i Post Nebbia sanno percorrere meglio di molti: abbastanza sghembo da restare riconoscibile, abbastanza groovy da non disorientare nessuno. Avrebbe tutta l’orecchiabilità necessaria, senza sacrificare la personalità del progetto elettro-psichedelico e la sua sostanziale incategorizzabilità. Come in “Cristallo metallo” o “Televendite di quadri”, potrebbe pure giocare la carta della progressione retrò, con quel gusto vagamente sixties che strizza l’occhio alla tradizione melodica senza davvero ricalcarla. Resterebbe chiaramente privo di chance, ma almeno per tre minuti e mezzo il palco suonerebbe del tutto diverso dal solito. Abbastanza per far sembrare tutto il resto un po’ più piatto. (Marco Sgrignoli)
Riccardo Sinigallia
“Non cancello l’amaro nemmeno mangiando un cornetto”, cantava Gigi D’Alessio in una delle sue metafore più agghiaccianti. Se il vecchio Gigi a Sanremo è stato applaudito diverse volte, financo come padre putativo di Geolier nella serata dei duetti del 2024, un talento cantautorale puro come Riccardo Sinigallia meriterebbe almeno una standing ovation già solo prima di cantare. Sarebbe ovviamente bello rivedere il cantautore romano al Festival, dopo l’esclusione improvvisa del 2014, sia detto di passata: frutto più della sua ingenuità e della sua immensa sfortuna che di altro. Sarebbe poi anche l’occasione per cancellare appunto l’amaro che giace da qualche parte nell’anima di uno dei migliori cantautori italiani degli ultimi vent’anni. Altro? Ecco: “Prima di andare via” resta ancora oggi una delle migliori canzoni mai ascoltate all’Ariston di “recente”. Scusate se è poco. (Giuliano Delli Paoli)
Venerus
Dopo Lucio Corsi, un altro cantautore che meriterebbe la ribalta sanremese è Venerus, nel 2024 ospite di Loredana Bertè nella serata dei duetti per dare lustro a “Ragazzo mio” di Luigi Tenco. I tempi sono maturi per una partecipazione come protagonista, non soltanto per la qualità del songwriting, ma anche perché Venerus è uno di quei corpi estranei di cui Sanremo ha bisogno per rappresentare un’idea di canzone pop “diversa”: fluida, sensuale, irrisolta, che lavora per atmosfere, per fratture emotive, per immagini che scivolano. Metterlo su quel palco significherebbe ricordare che la canzone italiana può ancora essere ambigua, laterale, piacevolmente imperfetta. Venerus è un artista che sa stare nel mainstream senza lasciarsi normalizzare: ha un linguaggio riconoscibile, un’estetica coerente, una scrittura che mescola R&B, psichedelia, cantautorato urban: portarlo all’Ariston vorrebbe dire accettare il rischio di una proposta che non esplode subito, che non pretende applausi immediati, ma che resta addosso. In un Festival spesso dominato dalla performance “ben fatta”, Venerus potrebbe introdurre il disagio giusto, quella sensazione di sospensione che rompe il flusso e costringe ad ascoltare davvero. Sanremo legittimerebbe una traiettoria artistica senza snaturarla: non trasformare necessariamente Venerus in qualcosa di più grande, ma permettere al suo mondo di entrare, per tre minuti, in quello di noi tutti. (Claudio Lancia)
Verdena
Della sacra triade del rock alternativo italiano, Marlene Kuntz/Afterhours/ Verdena, questi ultimi sono gli unici a non aver mai calcato il palco sanremese, e anche quelli che meno si prestano a lasciarsi incasellare nelle rigorose librerie del Festival. Ma è pur vero che a Sanremo è sempre presente la fatidica quota “famolo strano”, l’atto di attrito, la proposta anticonvenzionale. I Verdena non spiegano, non introducono, non facilitano: questa attitudine diventerebbe immediatamente problematica, e dunque interessante in un Festival che vive di esposizione massima e chiarezza comunicativa. Rimasti coerentemente laterali, fedeli a un’idea di musica come spazio chiuso, autosufficiente, in cui l’esterno entra solo filtrato, deformato, i Verdena creerebbero un meraviglioso clash con una manifestazione che rappresenta invece l’apertura forzata, l’immediatezza, la condivisione obbligatoria. I Verdena non mostrerebbero una reale volontà di “partecipare” al rito: solo una canzone portata lì, lasciata cadere, e poi il silenzio. E farebbe bene a Sanremo, che ha bisogno, ciclicamente, di ricordarsi che la musica italiana non è solo intrattenimento. Nei nostri sogni migliori sui Verdena sanremesi, Roberta Sammarelli - la storica bassista - si riunirebbe per l’occasione alla band, giusto per la settimana del Festival, per un’ultima volta… poi si vedrà. (Claudio Lancia)