Fino alla metà del Diciannovesimo secolo il West End di Glasgow era un'isolata distesa di verde, macchiettata solo dalle grandiose tenute di campagna appartenenti ai dignitari del posto. Poi, durante la seconda rivoluzione industriale, un passo alla volta, le gru cominciarono a costruire, in seguito all'insediamento degli orti botanici e successivamente dell'università, che nel 1870 fu trasferita qui, a Gilmorehill, per trovare uno spazio più adatto al campus.
Da allora il paesaggio è notevolmente cambiato e il West End si è convertito in uno dei quartieri più colorati e trendy della città, con il suo vivace mix di boutique di abbigliamento, wine-bar e caffè alla moda, agglomerati di case a schiera e imponenti palazzi vittoriani, parchi all'aperto, librerie affollate e i pittoreschi vialetti di ciottoli che si diramano da Byres Road, un tempo sede di scuderie, rimesse per carrozze e alloggi per la servitù. In quest'area sorgono anche diversi musei importanti, come ad esempio il Riverside, lungo il fiume Clyde, che riguarda i trasporti e la tecnologia, o il Kelvingrove, la galleria d'arte municipale che espone oggetti provenienti da tutto il mondo, suddivisi in reparti che svariano dall'archeologia, al design sino alle scienze naturali.
Per raggiungere la zona dal centro, l'ideale è percorrere la Great Western Road, che oltre a essere il nome di una cruciale arteria stradale è anche il titolo dell'album che, nel 2025, i Deacon Blue hanno scelto come metafora dei loro quarant'anni di carriera: un percorso trafficato e ricco di eventi ma non sempre facile, in cui a livello internazionale hanno raccolto probabilmente meno di quanto meritato. Eppure in patria sono venerati ancora adesso come delle star, grazie a un indimenticabile disco d'esordio, una sfilza di singoli piazzati in alta classifica e una storia, alle spalle, che vale la pena raccontare. Perché non è ancora terminata e prosegue sempre qui, a Glasgow, dove aveva avuto il via nel lontano 1985...
Da Dundee a Glasgow: in fede, Ricky Ross
Niente fumo, niente alcol, niente football la domenica. Per i miei genitori il pop era la cosa peggiore, e quando da adolescente cresci con questa mentalità hai solo due opzioni: assecondarli o ribellarti. Alle superiori ero il classico fifone, e la musica era il mondo in cui potevo rifugiarmi
(Ricky Ross)
Richard Alexander Ross, per tutti semplicemente Ricky Ross, nasce il 22 dicembre del 1957 a Dundee, una delle città più popolose della Scozia, che sorge sulla costa orientale del paese, da dove affaccia sul mare del Nord. Cresce in un ambiente molto religioso, che lo influenzerà profondamente nel modo di agire e pensare. Sin da bambino scrive canzoni, chiuso nella sua cameretta di Broughty Ferry, di fronte alla baia, e quando gli affidano un mazzo di chiavi della chiesa ogni volta che ha un attimo libero va a rifugiarsi lì, da solo, a suonarle al pianoforte. Terminate le scuole, frequenta un corso che lo abilita all'insegnamento, e intanto si dà da fare come animatore presso il circolo evangelico della Brethren Church. “Eravamo legatissimi alla comunità dei Fratelli Cristiani”, racconta il cantante con un pizzico di nostalgia mista a orgoglio, “si trascorreva parecchio tempo in chiesa, andandoci tre o quattro volte la settimana. Incontravamo genitori coi loro figli che provenivano da un po' tutta l'area adiacente a Dundee, l'identikit era quello dei lavoratori autonomi di ceto medio-basso, che però non si facevano mancare nulla. La mia famiglia era una di queste, aveva casa di proprietà, automobile e assicurazioni”.
Ricky non rinnegherà mai la fede e i pomeriggi trascorsi in confraternita, come vedremo più avanti, ma è una dimensione che presto inizia a stargli stretta: a ventiquattro anni capisce che il suo destino è altrove. Decide, quindi, di salire su un treno per Glasgow con biglietto di sola andata. Non tornerà mai più indietro, anche perché, come ha ribadito più volte, “era scritto che ci sarei rimasto per sempre, c'è qualcosa in questo posto che ti cattura e che ha a che fare con lo spirito della gente, solo chi ci vive può comprenderlo”.
E' il 1982, Ross ha dalla sua l'età, l'entusiasmo e tanta buona volontà: per sbarcare il lunario dà lezioni di inglese part-time agli alunni con difficoltà comportamentali della St. Columba di Iona, una scuola secondaria del distretto di Maryhill, e nel tempo libero coltiva la vera grande passione, cioè la musica, che lo accompagnerà per il resto della vita. Su proposta del vecchio amico Brian McGlynn, che lo aveva convinto a trasferirsi promettendogli di farlo entrare nel suo gruppo, inizia a cantare e suonare le tastiere nei Woza, assieme ai quali per un annetto apre i concerti dal vivo dei Friends Again e uno dei Waterboys all'Heatery Bar di Wishaw, nonostante in questa fase essere il frontman di una band non fosse esattamente in cima ai suoi pensieri. Preferirebbe puntare piuttosto sulle doti di scrittura, che già affiorano evidenti, anche perché, in un momento storico in cui tutti sembrano invasati dalla dilagante mania del post-punk, lui ha una concezione artistica differente, più da autore o paroliere, magari alle dipendenze altrui, dato che è cresciuto ascoltando i dischi che portava a casa sua sorella maggiore Ann, in particolare quelli di Van Morrison, James Taylor, Carole King e Simon & Garfunkel, oltre ai 45 giri dei Beatles e di Jimi Hendrix. “Erano questi i miei modelli, desideravo sbizzarrirmi rifacendo una sorta di 'Electric Ladyland' e allo stesso tempo volevo dare la dovuta importanza alla canzone. Vedere Mike Scott e i Waterboys quella sera a Wishaw mi aveva spalancato gli occhi, pensai che se davvero qualcuno riusciva a fare musica con il cuore come lui, allora dovevo provarci anche io”.
Quando si sciolgono i Woza, si mette in proprio, e nel 1984 incide un demotape dal titolo So Long Ago per la Sticky Music, un'etichetta indipendente di Edimburgo che all'epoca sta cercando di valorizzare alcune realtà locali emergenti. Alle registrazioni si prestano Ewen Vernal al basso, con cui Ricky Ross avrà modo di lavorare anche più avanti nei Deacon Blue, Steven Butler e Carol Moore ai cori e i fratelli Malcolm Duffin alla batteria, Stuart Duffin al basso e Graeme Duffin alla chitarra, tutti sessionist che in parallelo si andavano ritagliando un posticino, chi più chi meno glorioso, nel new pop scozzese tra le fila di Talking Drums, Lies Damned Lies e Wet Wet Wet. Da notare inoltre che alla fisarmonica c'è Zara Ross, la moglie di Ricky di allora.
Le undici tracce che compongono So Long Ago lasciano intravedere alcune delle peculiarità che caratterizzeranno le future produzioni soliste: arrangiamenti scheletrici, basati essenzialmente su spartiti per pianoforte, testi sentimentali (“Love You Like A Son”, la graziosa “Little India” e "Vision On") alternati a versi di maggior impegno (ad esempio, “A Week In Politics” e “The Germans Are Out Today”, che narra della conversione religiosa di suo padre avvenuta nei bunker della Royal Air Force durante la guerra) e uno spiccato gusto per la melodia, come dimostrano “Surprised By Joy” (ispirata da un libro del saggista e teologo nordirlandese C.S. Lewis), “Check Out Girls” e “Don't Look Back”, che insistono su argomenti relativi alla fede senza disdegnare una certa orecchiabilità.
Nel complesso è un debutto timido, del quale si accorgono in pochissimi, anche perché il budget è risicato e ne vengono distribuite appena ottocento copie in musicassetta, che oggi si possono considerare materiale da collezionismo. Uno dei nastri, però, viene recapitato a degli editori londinesi che parrebbero interessati, a patto che Ross si presenti con una band, e così ora, a differenza di quanto si era prefissato un paio di anni addietro, capeggiare un gruppo musicale diviene nella sua testa l'obiettivo prioritario.
Springsteen, la gru di Finnieston, Lorraine McIntosh e gli altri
A quei tempi ci si divertiva un sacco, la musica era al centro di tutto ma non credevo che potesse darmi da vivere.
Studiavo per diventare insegnante, fino a quando non mi chiamarono i Deacon Blue
(Lorraine McIntosh)
Nel giro di pochi mesi, Ricky fa conoscenza con i compagni d'avventura. Dapprima Dougie Vipond, un batterista di impostazione classica che aveva studiato percussioni orchestrali alla Royal Scottish Academy Of Music And Drama di Glasgow. Poi tocca a James Prime, tastierista e pianista di Kilmarnock, nell'Ayrshire, che in passato aveva avuto delle esperienze con la band di John Martyn e con gli Altered Images, ma dopo essersi sposato aveva necessità di uno stipendio fisso e perciò si era messo a lavorare in banca. Infine si unisce a loro il chitarrista Graeme Hunter Kelling, nativo di Paisley, nelle Lowlands, ma cresciuto a Mount Vernon, nell'East End, e già attivo nel circuito del rock cristiano con i Tune Cookies, i Precious e i One Clear Day.
In fase embrionale si assiste a parecchi cambi all'interno della formazione: la combriccola si fa chiamare Ricky Ross And Doctor Love e ai cori c'è Carol Moore, confermata dopo le impressioni favorevoli suscitate in So Long Ago. L'appellativo viene modificato nel 1985 in Deacon Blue, in omaggio al brano “Deacon Blues” degli Steely Dan (si trova sul loro album “Aja” del 1977). “Stavo camminando su Tottenham Court Road, a Londra - precisa Ross al riguardo - Quella sera suonava Van Morrison al Dominion Theathre, vidi un manifesto pubblicitario e mi venne in mente, chissà perché, quella canzone, pensai che sulla locandina il nome di quel personaggio ci sarebbe stato bene”.
La line-up, organizzata a quintetto, tiene il primo concerto ufficiale il 5 dicembre 1985 al Fixx, un pub su Miller Street. Seguono diverse altre situazioni live che non sembrano stuzzicare i talent-scout, sino a quando non li nota, per un caso fortuito, Gordon Charlton della Cbs Records, che a onor del vero si trovava nei paraggi per assistere allo show di un'altra band, i Painted Word.
La scena underground di Glasgow, infatti, in quei giorni è in pieno fermento, e i locali pullulano di manager discografici, attirati dai più quotati Hue And Cry, Bourgie Bourgie, Del Amitri, Sideways Look e Love And Money. Durante il soggiorno, Charlton ascolta anche un demo di tre canzoni firmate Deacon Blue, “Just Like Boys”, “Dignity” e “The Very Thing”, e ne rimane colpito al punto tale che, dopo essersi consultato con i responsabili della Cbs, offre loro un contratto.
E' il momento della svolta: a questo punto Ross intuisce che per ampliare le prospettive artistiche ci vorrebbe un ritocco, magari una presenza femminile forte, così medita di sostituire Carol Moore con Lorraine McIntosh, una ragazza che gli aveva suggerito per le armonie il suo ex-bassista Ewen Vernal, che la conosceva bene perché era stata sua coinquilina e aveva suonato con lui per un periodo nei Rattling The Cage. Stava facendo delle cover di “Nebraska” di Bruce Springsteen a un party con il fratello John, quando Ricky la avvicinò per la prima volta. Il colpo di fulmine però non fu reciproco, almeno inizialmente, anche perché lei aveva altre incombenze.
“Non avevo mai avuto un'esistenza facile, accadeva tutto per caso, senza che potessi fare programmi” ricorda Lorraine, che ha radici cattoliche per via della madre Sarah, originaria di Gweedore nel Donegal, Irlanda del Nord. La donna morì quando Lorraine aveva solo undici anni: “Mio padre era distrutto, non riuscì a gestire la situazione e la mia carriera scolastica andò a rotoli. Beveva tanto e si abbandonò alla depressione, non pagava più nemmeno le bollette, e una settimana dopo il mio diciottesimo compleanno, ci sfrattarono. Lasciammo Cumnock, dove eravamo andati a vivere quando avevo tre anni, e tornammo a Glasgow, dove papà credeva di potersi risollevare, umanamente ed economicamente. Io lavoravo nei pub, ma venivo regolarmente licenziata perché non mi presentavo”, aggiunge la cantante, che si iscrive al Jordanhill College con l'idea di diventare insegnante, ma senza troppa convinzione, tant'è che quando si tratta di scegliere tra la tesi di fine semestre e un concerto di Bruce Springsteen a Newcastle, non ci pensa su due volte e sale su un minibus con gli amici. “In pratica mollai il college per il Boss. Non pensavo minimamente che con la musica avrei potuto guadagnarci, suonavo in alcune piccole band solo per svago, finché una sera non fu chiesto a me e a un'altra ragazza, Mahira Gordon, di fare un provino con i Deacon Blue. Abbiamo improvvisato “Take The Saints Away”, “S.H.A.R.O.N.” e “Just Like Boys”, e quando arrivò questo tizio della Cbs con un contratto in mano, Ricky ci portò tutti fuori a cena per festeggiare. Era al settimo cielo, si dice che avessero firmato sotto alla gru di Finniestone, sul cofano di una vecchia Cadillac, proprio come aveva fatto Springsteen", continua Lorraine, che per un brutale scherzo del destino proprio sopra quella gru aveva perso un caro familiare (il suo prozio Archie, la stava manovrando durante un turno di lavoro quando ebbe un malore all'interno della cabina, dovettero salire per recuperarne il corpo, senza vita, e riportarlo giù a terra, ndr.).
"Mi chiesero di fare delle serate con loro dal vivo e accettai volentieri, poi di partire per un tour nel Nord dell'Inghilterra, ma avevo già prenotato una vacanza in Grecia e rifiutai. Fui una sciocca, treni così passano una volta sola: si capiva subito che non erano dei dilettanti, ci mettevano energia, passione, grinta, le loro canzoni sembravano già pronte per le radio. Non sarei mai dovuta andare in Grecia”.
La prescelta però rimane lei, perché il talento vocale e la spigliatezza mostrati avevano sbalordito tutti. Il problema, semmai, è che Lorraine non ha un telefono, l'unico modo per rintracciarla è andare a cercarla fino a casa, sulla Great Western Road. E così, quando credeva di aver ormai gettato alle ortiche l'occasione della vita, Lorraine trova un bigliettino sul pianerottolo, in cui le viene chiesto di raggiungere a Londra il resto della ciurma, che sta lavorando all'album di debutto. Stavolta non si fa pregare e nel dicembre del 1986 i neonati Deacon Blue si ritrovano tutti insieme agli Air Studios, al servizio di Jon Kelly. Adesso sono in sei, con loro infatti c'è anche l'amico di lunga data Ewen Vernal al basso, che dopo qualche titubanza (avrebbe preferito continuare nel jazz, dove si stava costruendo una discreta nomea) entra in pianta stabile nel gruppo.
1987 – Cartoline dalla città della pioggia
C'è speranza, persino umorismo nella nostra musica, è l'unico modo per affrontare la crisi economica. Il nostro album si chiama 'Raintown', perché stiamo lottando in questo mondo desolato dove non c'è lavoro. L'immagine della disoccupazione, con la pioggia che cade, è Glasgow
Giusto il tempo di affinare l'intesa come opening act per alcuni spettacoli di Sandie Shaw e dei Lone Justice, che si tengono nelle università del Nord dell'Inghilterra e della Scozia, poi di fornire il brano “Take The Saints Away” alla compilation “Honey At The Core” (che raccoglie una quindicina di artisti scozzesi in rampa di lancio, tra cui Bluebells, Kick Reaction, Goodbye Mr. McKenzie e Kevin McDermott), quindi i Deacon Blue sono finalmente pronti per il battesimo ufficiale. Il primo Lp Raintown (1987) viene perfezionato in meno di due mesi, anche perché Ross si porta nel bagaglio una dozzina di tracce che vanno solamente ripulite e adornate. La città piovosa cui fa riferimento il titolo è ovviamente Glasgow, ritratta in copertina da una magistrale foto in bianco e nero sgranata (intitolata “Looking South From Park Terrace 1960”) di Oscar Marzaroli, uno dei reporter e documentaristi più apprezzati della Scozia del secondo dopoguerra.
Nato nel '33 a Castiglione Vara, in Liguria, Marzaroli emigrò con la famiglia a Glasgow, dove raggiunse una certa fama negli anni Sessanta grazie ai suoi filmati e ai suoi scatti, capaci di catturare, con inusitata maestria, un periodo di enormi cambiamenti urbanistici, politici e sociali, con immagini di persone adulte affaccendate nel quotidiano, al lavoro o nel tempo libero, e di bambini ripresi in strada a giocare. Più o meno la stessa cosa che si propongono ora di raffigurare, attraverso la loro musica, i Deacon Blue, che sul finire degli anni Ottanta stringono una solida partnership con il fotografo a nobilitare gli artwork dei singoli e degli album. A cominciare appunto da Raintown, su cui l'iconica Finniestone Crane, simbolo dell'era industriale e della tradizione marittima di una città in perpetua via di costruzione, svetta silenziosa nel cielo grigio durante una giornata densa di pioggia e di fumi delle ciminiere. Attualmente la gru è in disuso e funge da attrazione turistica, Raintown invece non ha perso un briciolo dell'originale potenza evocativa e resiste allo scorrere del tempo come uno dei prodotti meno scontati della musica pop degli anni Ottanta.
Il primo singolo “Dignity” esce a marzo del 1987 e nel Regno Unito non entra nemmeno in classifica, in seguito però viene ripubblicato altre due volte e, come nelle migliori favole, raggiunge una popolarità senza eguali, tanto da essere ritenuto non solo il brano simbolo della band, ma un autentico monumento nazionale e parte integrante della vita degli scozzesi, cui fa da colonna sonora praticamente in ogni momento, in special modo sulle gradinate degli stadi, dove è facile sentirla cantata dai tifosi ogni volta che la squadra di calcio del Dundee United disputa un match. E' tutt'ora appuntamento fisso anche alle radio, nei supermercati, ai meeting di lavoro, ai matrimoni e persino ai funerali, perché è una storia vera che tocca nel profondo, e chiunque l'abbia ascoltata almeno una volta sicuramente ne avrà fatto tesoro.
And I'm thinking about home
and I'm thinking about faith
and I'm thinking about work
and I'm thinking how good it would be
to be here someday on a ship called Dignity
(“Dignity”)
“E' diventata una sorta di filastrocca proletaria sul valore dei sogni, e sulla certezza che la dignità non dipende dal denaro”, confida soddisfatto Ross, che l'aveva partorita nel 1985 durante una vacanza a Creta, dopo aver comprato all'edicola dell'aeroporto un numero del magazine Sounds. In copertina c'era Morrissey, con a fianco la dicitura “pensieri di casa dall'estero”, così “mi venne subito in mente Glasgow”, prosegue il cantante, che appena si era stabilito in città aveva preso in affitto un appartamento in Kenmure Street, nel quartiere Pollockshields, da dove era solito osservare da dietro i vetri della finestra gli spazzini. “Trasformai la loro storia in quella di un umile netturbino, che da venti anni lavora per il Comune, notte e giorno, senza sosta. I bambini gli ridono dietro, ma lui non si lamenta mai. Sogna di mettere da parte un gruzzoletto per potersi permettere una barca che chiamerà Dignità, e quando sarà in pensione se la godrà e la guiderà lungo la costa occidentale, attraverso città e villaggi, e a chi gli domanderà come se l'è procurata risponderà “con i miei risparmi, non è carina? Si chiama Dignità”.
La bozza comincia a prendere consistenza a forza di suonarla dal vivo: il colpo di classe è di James Prime, che la arricchisce con una melodia di piano a cascata, sul modello di “I Love The Sound Of The Breaking Glass” di Nick Lowe. Man mano che si aggiungono strati di voci e arrangiamenti la canzone aumenta i giri, sino al muro di chitarre finale che chiama in causa “Forest Fire” di Lloyd Cole And The Commotions: è il primo tassello di un capolavoro, Raintown viene pubblicato tre mesi dopo, il 26 maggio del 1987, e raggiunge la quattordicesima posizione nella classifica degli album del Regno Unito, dove rimane per settantasette settimane e vende, nel tempo, all'incirca un milione di copie, spinto dal passaparola in radio e dalle tournée a ripetizione (solo in quell'anno si contano novanta concerti, che contribuiscono a cementare una robusta fanbase).
Born in a storm
is that the only excuse you can give
born in a storm
is that all you're gonna live
(“Born In A Storm”)
La breve “Born In A Storm”, che fa da prologo, è una lettera indirizzata a se stesso, cupa e malinconica, e prepara in un minutino e mezzo il leit-motiv su un tappeto di gocce di pioggia al pianoforte, che simulano l'imminente arrivo di un acquazzone: le educate cadenze noir fanno venire alla mente un altro scozzese doc, Paul Buchanan con i suoi Blue Nile, poi il brano si dissolve lentamente nella title track ”Raintown”, complementare nel tema ma stilisticamente molto più movimentata, dove gli scambi vocali tra Ross e McIntosh segnano l'inizio di un idillio tra i due, destinato a durare anche fuori dagli studi, lui autore di tutti i testi, lei di armonie vitali, ora vibranti e energiche, ora eteree e sognanti.
Tutto combacia, come se fosse un puzzle: ci sono idee, ardore creativo, riff e arpeggi preziosi. Il loro sofisticato vocabolario pop concilia elementi di folk, classica, jazz, blues e soul celtico, per di più l'effetto uditivo che si prova è quello di un'esecuzione dal vivo, dato che tutti i membri del gruppo si erano ritrovati a registrare, per volere di Jon Kelly, in contemporanea nella stessa stanza.
L'album è strutturato a mo' di concept sulle difficoltà quotidiane della working class negli anni del thatcherismo e dello sciopero dei minatori, con testi che affrontano problemi concreti, tipo bollette da pagare e precarietà del lavoro, ma anche amore e occasioni sciupate, ansie, speranze e disillusioni dell'età adulta (basti ascoltare “Ragman”, per dirne una), attaccamento alle radici e voglia di scappare via (“The Very Thing” o la conclusiva “Town To Be Blamed”, dai rabbiosi toni d'accusa contro la città che, come in un bisticcio tra amanti, da musa ispiratrice diviene la principale imputata quando qualcosa va storto).
Tra i pezzi clou ci sono gli altri singoli “Chocolate Girl”, “Loaded” e “When Will You Make My Telephone Ring”, divenuti tutti degli evergreen, ciascuno con particolarità proprie. La prima, dai lineamenti country, ospita B.J. Cole alla pedal steel guitar e dietro l'aspetto zuccheroso nasconde un'amara riflessione su una relazione sentimentale disastrosa, che riecheggia “Cruel” dei Prefab Sprout (il cui leader Paddy McAloon, non a caso, fu contattato dai Deacon Blue per collaborare alla stesura, ma dovette rifiutare). “Loaded”, che allude a certi incontri nei corridoi dell'industria discografica, fu plasmata da Ross come flusso di coscienza su una base pop/rock che gli altri membri della band avevano pre-registrato adoperando un vecchio otto-tracce (viene citato in parte l'inno evangelico “Christ Is The Answer”, interessante anche il B-Side “Long Distance From Just Across The Road” che nelle intenzioni vorrebbe imitare “Shore Leave” di Tom Waits). “When Will You Make My Telephone Ring”, invece, è una ballata soul impeccabile, resa travolgente dai cori dei Londonbeat, più o meno sullo stesso tema dell'amore non corrisposto (quella di mascherare contenuti sofferti dietro una superficie briosa sarà una costante anche negli anni a venire).
Meritano una menzione a parte “Love's Great Fears”, per la quale Ross ha svelato di avere un debole (la compose assieme al tastierista James Prime, fondamentale anche come co-autore, mentre l'assolo di chitarra è dell'ospite di lusso Chris Rea), e soprattutto la lenta “He Looks Like Spencer Tracy Now”, che commuove per la sensibilità con cui viene toccato un argomento tragico (trae spunto da un articolo di giornale in cui si imbatté Ross a proposito di Harold Agnew, osservatore scientifico della missione della bomba atomica su Hiroshima, che da allora si contorce tra rimorsi e sensi di colpa).
Elogiato all'unanimità come miglior album della band, alla sua uscita Raintown spiazzò i critici, che non seppero bene quale etichetta appiccicargli, finendo per catalogarlo un po' frettolosamente come sophisti-pop, filone tutto britannico made in Eighties al quale aderisce, è innegabile, per numerosi parametri estetici, ma che non rende la totalità degli elementi in vetrina. Similitudini con Prefab Sprout, ai quali sono stati spesso accostati, Simply Red, Matt Bianco e Style Council riecheggiano un po' ovunque tra le note, ma ve ne sono anche con Crowded House e Cock Robin, per citarne un paio al di fuori dai confini europei. Eppure, ribaltando le premesse di partenza, nessuno dei suddetti nomi farebbe venire alla mente i Deacon Blue. Lo spettro compositivo e la profondità dei testi di Ross sono talmente ampi che, sommati alle frizzanti performance di Lorraine McIntosh e all'arguto apporto di James Prime, rendono il gruppo scozzese un unicum, distante da altri fenomeni sbocciati dai territori new romantic o dal substrato scozzese indie. Fatti i dovuti distinguo, Ricky Ross si avvicina semmai, per l'onestà del songwriting, più a Billy Bragg, a Bob Dylan o all'idolo Bruce Springsteen, quello crudo e viscerale delle backstreets che si andava caricando sulle spalle il peso della generazione dei “nati per correre” (vengono a mente gli Lp “Born To Run”, “Darkness On The Edge Of Town” e “Nebraska”), ma per via delle sonorità pianistiche usate è impossibile non pensare anche ad alcuni dischi di Billy Joel, Elvis Costello o Elton John.
La ciliegina sulla torta è la ristampa del febbraio 1988 con allegata la compilation Riches, in un'edizione limitata di ventimila copie che vanno presto a ruba: contiene due tracce bonus che saranno poi incluse nella versione cd dell'album, l'omonima “Riches” e “Kings Of The Western World”, oltre ai B-Side dei singoli “Dignity”, “Loaded” e “When Will You Make My Telephone Ring”, tra cui si segnalano una cover “live at the Marquee” di “Angeliou” di Van Morrison, “Church”, “Shifting Sand” e una piano-version di “Raintown” per la radio.
1989 – Real gone kids alla conquista del pianeta
Quando il mondo sa chi sei non è facile confermarsi, a causa delle aspettative, talvolta opprimenti, che rischiano di rivelarsi un'arma a doppio taglio. Eppure con il secondo studio-album When The World Knows Your Name i Deacon Blue ci riescono egregiamente, anzi si spingono addirittura oltre, visto che il disco si issa in vetta alla Uk Albums Chart buttando giù dal trono nientemeno che “Like A Prayer” di Madonna. Il risultato è ancor più clamoroso se si considera che venne pubblicato il 3 aprile 1989, in un momento, cioè, in cui circolavano nelle classifiche “Sonic Temple” dei Cult, “Doolittle” dei Pixies, “Street Fighting Years” dei Simple Minds, “Southside” dei Texas, “Everything” delle Bangles e “Blast” di Holly Johnson, per ampliare il discorso ad alcuni giganti del panorama internazionale con cui i Deacon Blue venivano chiamati a sgomitare in Top Ten.
Le registrazioni si svolgono tra stancanti andirivieni transatlantici, in parte ai Sunset Sound Studios di Los Angeles e in parte ai Jacobs Studios, ricavati in una vecchia fattoria georgiana del Surrey, in Inghilterra, mentre la produzione è affidata stavolta a Warne Livesey, che aveva lavorato con Matt Johnson su “Infected” e “Mind Bomb” dei The The e con Julian Cope su “Saint Julian”, prima di spostarsi in Australia e metter mano ai dischi più famosi dei Midnight Oil, in primis “Diesel And Dust” (quello della super-hit “Beds Are Burning”, tanto per capirci).
Il sound si fa di conseguenza più cosmopolita e influenzato dal rock, in linea con le tendenze del mercato, senza che per questo venga snaturato il Dna della band, che compensa alcune défaillance aumentando la potenza. Il concetto di sophisti-pop rimane in piedi, ma si fa più marcato l'accento sui sintetizzatori e sulle chitarre elettriche, che danno vigore ai brani, mentre gli orizzonti lirici si allargano oltre le ristrette problematiche di Glasgow e dintorni.
La sostanza però non cambia: lo storytelling accurato, unito a una sezione ritmica di prim'ordine e al passionale interplay tra il baritono roco e vellutato di Ricky Ross e il contralto vulcanico di Lorraine McIntosh, che da qui in avanti acquisisce sempre maggior visibilità (“sin troppa”, sogghigna qualcuno, ma per ora va che è una bomba), fanno di When The World Knows Your Name un'altra opera di rango, qualitativamente non la migliore dei Deacon Blue, ma la più esauriente, capace di sfatare anche l'ultimo tabù, regalando alla band scozzese l'unica cosa che sinora era sfuggita con Raintown, ovvero il singolo memorabile, quello capace di imperversare nelle radio di tutto il mondo e consolidare il loro appeal per l'eternità.
And I'll show you all the photographs
That I ever got took
and I'll play you old 45's
that now mean nothing to me
and you're a real gone kid
maybe now baby I'll do what I should have did
(“Real Gone Kid”)
“Real Gone Kid” esce il 3 ottobre 1988 e raggiunge l'ottava posizione nella Uk Singles Chart, la quinta in Nuova Zelanda e la prima in Spagna, dove staziona per tre settimane: è un brillante esempio di pop-song di fine decade, meticolosamente intagliata e con un occhio fisso alle vendite. Venne scritta in omaggio a Maria McKee, frontwoman degli statunitensi Lone Justice con i quali, durante la gavetta, Ross aveva condiviso il palco, restando folgorato dalla sua sfrenata presenza scenica (da qui l'epiteto “real gone”, mentre i versi paiono alludere, con valenza autobiografica, all'infanzia perduta e alla necessità di emanciparsi in fretta).
Oltre alle scintillanti frasi di tastiera e ai gustosi intrecci vocali, che sfociano in euforia collettiva negli urletti del ritornello, si fa apprezzare anche il videoclip, giocoso e caotico, che ritrae su sfondo bianco una coda di persone che se la spassano in una vecchia cabina per fototessere. Tra le istantanee a raffica si distinguono un bacio gay, una rissa dietro la tenda e Ricky Ross che salta giù da un pianoforte Yamaha CP-70.
Candidato miglior singolo britannico ai Brit Awards, “Real Gone Kid” rimane il loro cavallo di battaglia insuperato, ma When The World Knows Your Name offre anche molto altro, saturo com'è di personaggi, osservazioni, riferimenti a oggetti di uso quotidiano e dettagli espliciti dalla realtà lavorativa. La scaletta si apre con lo spensierato jig and reel “Queen Of The New Year”, che comincia con una scarna intro di rullante, poi il brano accelera sempre più, man mano che si avvicina alla fine, con un divertente climax di violini da fiddle music. “Wages Day”, estratta come secondo singolo, cavalca l'onda e si insinua anch'essa rapidamente nelle classifiche europee, dato che il focus sul moderno vivere per gli sfuggenti piaceri del fine settimana porta moltissimi a identificarsi nei versi, ispirati stavolta da un incontro casuale che Ross aveva avuto, un venerdì sera a Dundee, con un uomo che fumava goffamente un sigaro, colto nell'attimo di quella boriosità effimera che solo il giorno della busta paga sa regalare (“puoi avere tutto, puoi portare via tutto/ nel giorno del salario”). Spesso interpretata come canzone gemella di “Dignity”, per il fatto che entrambe dipingono gente semplice che cerca di evadere la routine, “Wages Day” sfodera un piano boogie woogie disinvolto e sfacciato, figlio della sicurezza che i nostri hanno ormai acquisito grazie ai continui sold-out e alla devozione del pubblico.
Chiudono il lotto dei singoli la dolce power-ballad “Love And Regret” e il martellante inno dalle parvenze black “Fergus Sings The Blues”, che sprigiona amore incondizionato per la musica afro-americana (significativi in tal senso i versi “Homesick James, my biggest influence/ I still dream of Memphis” e il ricco tappeto di ottoni, anche se in realtà venne ispirato musicalmente da “Gael's Blue” del folk-singer scozzese Michael Marra, nativo anch'egli di Dundee).
Se Raintown era stato l'album della pioggia, a tinte grigie e malinconiche, When The World Knows Your Name si può definire quello della luce e della speranza, come suggeriscono alcuni altri titoli nella tracklist: “The World Is Lit By Lightning”, che contiene il verso che dà il nome all'album, spinge su sintetizzatori e ritmiche funky (“Perché, ragazza, quando il mondo è illuminato da un fulmine continuo a dirti che ti amo?/ Quando il mondo conoscerà il tuo nome, ti chiamerà angelo”), “Circus Lights” mette in guardia dalle distrazioni abbaglianti, simboleggiate dagli addobbi natalizi di Oxford Street che i nostri osservavano dalle finestre degli Air Studios, “This Changing Light” calca su basso e chitarre per rassicurare i diciassettenni di allora sul fatto che il posto in cui vivranno sta cambiando, perché “la donna crudele e senza cuore se ne è andata” (si parla ancora di Margaret Thatcher, ndr.).
“Sad Loved Girl” è una perla di poco più di un minuto per solo pianoforte e voci (rispetto al demo fu tagliata una strofa, la versione integrale si può rintracciare tra i lati B di “Queen Of The New Year”), “Your Constant Heart” un'ode positiva all'amore (l'armonica è di Mark Feltham, lo stesso di “Living In Another World” dei Talk Talk e di “I Was In Chains” di Paul Young), “Orphans” una ninna nanna di grande emotività, che nelle mire di Ross avrebbe dovuto essere il nuovo inno nazionale scozzese (la compose durante un viaggio da Londra a Edimburgo in treno, seduto accanto a un ubriaco che continuava a chiedere a un gruppetto di bambini orfani dove fossero i loro genitori).
Infine, due brani meno appariscenti ma davvero ben confezionati, “One Hundred Things” e “Silhouette”, che all'epoca vennero bollati come riempitivi, ma a riascoltarli oggi non sfigurano affatto all'interno di un album che segna il vertice massimo, a livello mainstream, nella traiettoria dei Deacon Blue, che non riusciranno più a ripetere simili exploit, né faranno mai breccia, del tutto, nel mercato statunitense, distratto da altri fenomeni in ascesa (su tutti il grunge) e interessato solo relativamente alle vicende per lo più scozzesi delle lyrics.
I Deacon Blue, però, se ne infischiano del business e tirano dritto, dato che, come tiene a sottolineare Ross, non hanno mai voluto compromettere la propria integrità morale: "Non avevamo altro scopo che far riflettere le persone, volevamo solo che le nostre canzoni arrivassero al cuore". Guai però a chiamarli “meteore”, a giudicare dall'ampiezza del curriculum e dalla calorosa risposta della gente anche nei decenni successivi.
Fiori d'arancio, tra Bacharach e Las Vegas
Uno strepitoso bagno di folla inaugura, nel luglio 1989, il primo tour australiano, poi è la volta del Nordamerica, quindi a settembre sbarcano in Europa con tre tappe anche in Italia, a Milano, Firenze e Torino. A dicembre la band scozzese rientra trionfalmente nel Regno Unito, dove chiude l'anno in bellezza con due date al SEC Centre di Glasgow (ventimila biglietti venduti in un solo giorno!) e con alcune serate di beneficenza nell'ambito della campagna di raccolta fondi “Cash For Kids”.
Il 1990 è un altro anno particolarmente intenso, su vari fronti. L'attività live prosegue incessantemente: il 5 maggio il gruppo suona “A Hard Day's Night” al Pier Head di Liverpool, nel corso di un tributo a John Lennon che viene proposto dalle televisioni di tutto il mondo.
Ancor più importante è però l'evento che si celebra esattamente una settimana dopo, il 12 maggio, sul lago Loch Lomond, nelle Lowlands: Ricky Ross e Lorraine McIntosh, che da qualche tempo fanno coppia fissa anche nella vita, si sposano, a coronamento di un corteggiamento cominciato “quando avevo ventitré anni”, ricorda Lorraine. “Ho scoperto Ricky tramite amici comuni, era arrogante, talentuoso e motivato, tutte qualità che in un uomo reputo attraenti. Sin dall'inizio sembravamo avere le stesse opinioni sulle cose, così gradualmente ci innamorammo”.
Non tutti però vedono queste nozze di buon occhio: il fatto che la ex-moglie di Ross, Zara, fosse incinta della loro figlia Caitlin, quando lui la lasciò per Lorraine, aveva suscitato scalpore e perplessità di natura etica, inoltre il matrimonio tra i due cantanti pareva destinato inevitabilmente a sovvertire alcune gerarchie anche all'interno dei Deacon Blue, sia sul lato umano che su quello artistico, mettendo a repentaglio i rapporti tra i membri del gruppo.
Prima che ciò possa accadere, però, c'è tempo per “The Big Day”, il più grande concerto gratuito della Gran Bretagna che si tiene il 3 giugno a Glasgow di fronte a circa 250.000 persone, per festeggiare la nomina della città a capitale europea della Cultura (oltre ai Deacon Blue, fanno gli onori di casa Big Country, Wet Wet Wet, Associates, Goodbye Mr. McKenzie e Sheena Easton, tra gli ospiti internazionali spiccano invece Michael Stipe e Natalie Merchant). Non mancano attimi concitati, con Sheena Easton che viene a lungo fischiata e fatta bersaglio di un fitto lancio di oggetti perché pare aver perduto l'accento scozzese, mentre Ricky Ross durante lo spettacolo attacca il governo britannico dedicando “Orphans” ai minatori disoccupati. Passano poche settimane e la band si fa valere al festival di Glastonbury, poi a quello di Roskilde, in Danimarca, e alla manifestazione “A Day For Scotland”, sotto al castello di Stirling.
Ad agosto è tempo di nuova musica con Four Bacharach & David Songs, un pregevole Ep di quattro cover dell'accoppiata Burt Bacharach/Hal David che, malgrado fosse stato prodotto per puro divertimento - tanto che più tardi Ross lo sminuirà definendolo una “raccolta di cianfrusaglie” - a conti fatti regala alla band il suo singolo di maggior successo di sempre nel Regno Unito, grazie a “I'll Never Fall In Love Again”, ricamata su archi delicati e pianoforte, che si spinge fino alla seconda posizione della Uk Singles Chart (preceduta solo dalla cover di “Itsy Bitsy Teeny Weenie” di Timmy Mallet).
Gli altri tre brani sono riadattamenti dal songbook del duo statunitense in versioni piacevolmente orecchiabili: “The Look Of Love”, dalle intriganti sfumature jazz su una base strumentale in stile jam session, “Are You There With Another Girl”, che esalta le potenzialità vocali di Lorraine McIntosh in un ruolo appartenuto già a Dionne Warwick, e “Message To Michael”, resa celebre nel '64 da Adam Faith, che ora si ricuce addosso una identità nuova.
A settembre esce Ooh Las Vegas, una speciale doppia compilation di ben ventitré canzoni. Come specifica il sottotitolo, racchiude “B-Sides, film tracks & sessions”, tra cui vecchi demo sovra-incisi e sette inediti composti per la colonna sonora della pièce televisiva “Dreaming”, tratta da un soggetto del poeta e romanziere conterraneo William Angus McIlvanney, in cui la band interpreta sé stessa (è la storia di un fan adolescente che sogna di incontrare i suoi beniamini). Sebbene d'immediato abbia ricevuto accoglienze discordanti (qualcuno vide nell'operazione un precoce tentativo di monetizzare, peraltro andato a segno, visto che si arrampica sino al terzo posto in classifica), anche questo cofanetto nasconde delle gemme, su tutte la ballata folk chitarristica “My America” e una acoustic version di “Circus Lights”, davvero splendida in questa nuova veste. Ma non sono da meno “Undeveloped Heart”, dall'irruento pathos letterario (cita Edward Morgan Forster), una bella cover di “Trampolene” di Julian Cope, “Souvenirs”, dal tocco orientaleggiante, e “Long Window To Love”, che era stata scritta subito dopo le elezioni del 1987 mentre venivano raschiati via dai muri i manifesti del partito laburista.
Al solito c'è varietà di scelta, anche perché ciascun brano risale a un'era differente: l'orchestrale “Let Your Hearts Be Troubled” (che capovolge un verso del Vangelo), “Gentle Teardrops” e “Take Me To The Place”, dedicata all'amico fotografo Marzaroli da poco scomparso, sono incastonate tra arrangiamenti eleganti, più introspettiva “Is It Cold Beneath The Hill”, cantata solamente da Lorraine McIntosh.
“Love You Say”, l'accattivante “Christine”, “Las Vegas” (era il titolo provvisorio del secondo album, poi trasformato nel profetico When The World Knows Your Name) e “Little Lincoln” (quest'ultima è il lato B di “Real Gone Kid”) si incamminano sui binari di un synth-pop leggero e disimpegnato, che trova in “S.H.A.R.O.N.” una delle formulazioni più sbarazzine (è uno dei primissimi componimenti firmati da Ricky Ross, come detto in precedenza). Riesce solo a metà “Disneyworld”, concepita come discorso d'addio di Ronald Reagan, che utilizza i colori fiabeschi del parco divertimenti in contrasto alle dure asperità della vita adulta (è un topos che ricorre di frequente, lo ritroviamo in scaletta anche in “Back Here In Beanoland”, che prende spunto da un altro parco giochi, il Chessington World Of Adventures).
Le funkeggianti “Ronnie Spector” e “Down In The Flood” azzardano qualcosina in più dal punto di vista ritmico. Completano il quadro la rockettara “Killing The Blues”, “Don't Let The Teardrops Start” e “Born Again”, dai toni scherzosi.
Ooh, Las Vegas è seguito da un altro estenuante tour europeo, che porta i Deacon Blue a suonare al Nec di Birmingham e alla Wembley Arena con il supporto dei Kick Horns agli ottoni, ma la grandeur delle location procura sensazioni non soddisfacenti: l'intimità delle performance si sta progressivamente smarrendo, così per garantire un audio migliore e incentivare la comunicazione tra band e pubblico si decide che la tournée successiva verrà organizzata in teatri dalle dimensioni ridotte.
Primi anni Novanta: compagnie giuste, scelte sbagliate
Secondo una diffusa teoria, il terzo album di un artista è sempre il migliore: nel caso dei Deacon Blue, Fellow Hoodlums (del giugno 1991) non può considerarsi tale, ma appartiene certamente alla discografia nobile del gruppo, che per la fatidica prova della maturità opta per un ritorno alle origini, richiamando in servizio Jon Kelly, già produttore di Raintown.
Registrato tra New York e i Guillaume Tell Studios di Parigi, l'album aggiorna il collaudato ibrido di pop, rock, soul e blues convogliandolo su un binario più organico e crudo, guidato dalla chitarra di Kelling, in modo da enfatizzare la tensione emotiva dei brani e la consistenza ritmica rispetto all'elettronica, mentre i testi virano di nuovo su Glasgow e sulla sua everyday life.
Tra le highlight ci sono i quattro singoli estratti, che ottennero tutti notevole successo: “Twist And Shout”, dalle gustose influenze cajun/zydeco (non eccelso per la verità, ma in radio fu un tormentone, raggiunse la posizione numero 10 della Uk Singles Chart), “Your Swaying Arms”, scandita dalle linee di basso di Ewen Vernal e dalle dolci armonie di Lorraine McIntosh su versi carichi di speranza (“Nessuna paura ti farà piangere o ti farà diventare triste/ e ci sveglieremo presto la mattina sapendo che non te ne andrai mai”), “Closing Time”, che rinfresca nell' intro “Family Affair” di Sly & The Family Stone ed è impreziosita da un drumming virtuoso di Dougie Vipond, e l'adorabile ballata natalizia “Cover From The Sky”, che fu il primo singolo in assoluto dei Deacon Blue a schierare Lorraine McIntosh come voce solista unica (è una preghiera rivolta a Dio per trovare riparo dal cielo).
If the days become the walls you never wanted
our years will give us covers from tyhe sky
(“Covers From The Sky”)
La scaletta propone altri episodi da lode: le toccanti “Goodnight Jamsie” e “I Will See You Tomorrow”, incorniciate da accordi di pianoforte dal feel cinematografico e lamenti di archi dedicati alla memoria del padre di Lorraine, mancato poche settimane addietro, l'inebriante duetto “The Wildness” e la traccia d'apertura “James Joyce Soles”, ispirata da un' opera per la Bbc del drammaturgo scozzese Peter McDougall, mentre la title track “Fellow Hoodlums” (è l'incipit di un discorso del neoeletto sindaco di Chicago durante il proibizionismo) e la galeotta “The Day That Jackie Jumped The Jail” esplorano i bassifondi della società tramite vignette di emarginati e le loro disavventure all'interno dei contesti urbani.
“A Brighter Star Than You Will Shine” e “One Day I'll Go Walking” rientrano invece nella comfort zone di un pop-rock disteso ma di impatto, da cui il gruppo proverà drasticamente a svincolarsi, due anni dopo, con il quarto studio album.
Whatever You Say, Say Nothing, del marzo 1993, avrà però esiti discutibili. Qualcuno dei detrattori ironizza su come Ross, dovendo rinunciare al sogno di emulare i propri miti Van Morrison e Bruce Springsteen, stesse ripiegando su territori cari a Bono Vox e agli U2, anche nei costumi di scena à-la Zoo-Tv, mostrandosi nei videoclip e sul palco con megafono, camicie dorate e occhialoni scuri: il paragone, dunque, non è campato in aria, inoltre nel tentativo estremo di sfondare negli Usa e di fronteggiare le sfide sonore dell'era post-"Achtung Baby", la band ingaggia un nuovo team formato da Steve Osborne e dal guru della house music Paul Oakenfold, reduci da “Pills 'N Thrills And Bellyaches” degli Happy Mondays. Le sessioni di registrazione, tuttavia, si rivelano un incubo per tutti, tra screzi continui e divergenze; inoltre sono condizionate dalla gravidanza in fase avanzata di Lorraine McIntosh, stremata e ritrovata più volte in lacrime, si racconta, a causa dello stress accumulato in quei giorni.
I due produttori, che a detta del bassista Ewen Vernal erano stati scelti perché avevano un background molto diverso da qualunque cosa i Deacon Blue avessero fatto in precedenza, provano comunque a stupire orientando il sound verso un alternative-rock audace e aggressivo, caratterizzato da trame dance che convincono appieno, però, solamente nel primo singolo “Your Town”, un brano di protesta anti-Thatcher, ipnotico e vorticoso, scritto in vista delle elezioni generali del 1992 (alcune parti evocano “The Fly” del quartetto di Dublino e “Big Love” dei Fleetwood Mac). Tra le note liete ci sono anche “Betlehem's Gate”, uno dei pezzi più seducenti di questa fase sperimentale (riguarda l'importanza del Cristianesimo), la sofferta “Peace And Jobs And Freedom”, di natura politica (“Chi è che diceva pace, lavoro e libertà? Quando muori non c'è più nulla”), e la lenta e atmosferica “Last Night I Dreamt Of Henry Thomas”, sul cui sfondo emergono, in lontananza, misteriosi suoni indecifrabili.
Ma è troppo poco: il resto della tracklist infatti si incaglia in un collage di spunti sì ambiziosi - “Hang Your Head” e la funkeggiante “Cut Lip”, dal riff di piano in salsa Motown - e pur piacevoli all'orecchio, come “Fall So Freely Down” (sull'attesa di un bambino), il midtempo “All Over The World”, vicina al britpop, e gli altri singoli “Only Tender Love” e “Will We Be Lovers”, che strizzano l'occhio a Inxs e Simple Minds (ottennero entrambi una discreta risonanza), ma la sensazione è quella di un album capriccioso e forzato, anche perché i musicisti della band erano entrati sin da subito in conflitto con i metodi tirannici di Oakenfold, che perse via via lucidità e interesse nel progetto, relegandone quasi in toto la paternità al suo alter ego Steve Osborne.
Nonostante l'avversione dei critici, Whatever You Say, Say Nothing raggiunge un ragguardevole quarto posto nel Regno Unito, ma negli Stati Uniti non sfiora nemmeno lontanamente l'ingresso in classifica, così i Deacon Blue si convincono a dire addio, stavolta per sempre, al sogno americano. In compenso la dimensione live, nella quale eccellono, va sempre a gonfie vele, e a maggio la band sbarca per la prima volta in Giappone, quindi di ritorno in Europa si rimette al lavoro negli studi di Londra per registrare la canzone “I Was Right And You Were Wrong”, che si riallaccia al discorso techno intrapreso con Whatever You Say, Say Nothing, e le più convenzionali “Bound To Love” e “Still In The Mood”: tutte e tre vengono inserite nella compilation di grande successo dell'aprile '94 Our Town – The Greatest Hits, che rilega i singoli pubblicati sino ad allora eccetto “Closing Time” e “Hang Your Head” (tra l'altro rimane ad oggi il loro secondo e ultimo album ad aver raggiunto il primo posto nelle classifiche Uk, l'edizione in vinile aggiunge un quarto inedito, “Beautiful Stranger”, che ritroveremo più avanti).
1994 – La band si scioglie: carriere soliste e altri mestieri
Gli strascichi lasciati dagli ultimi mesi fanno meditare, e la stanchezza e le incomprensioni interne si fanno sentire. Così, nel mezzo dell'ennesima, logorante tournée, viene annunciato l'imminente scioglimento del gruppo, che tiene l'ultimo concerto il 18 maggio a Dundee, in Scozia, al quale vengono aggiunte due serate extra il 19 e il 20 al Glasgow Borrowlands, per salutare come si conviene il pubblico di casa; dopodiché, la band decide di prendersi una lunga pausa. Il batterista Dougie Vipond la sfrutta per riciclarsi in apprezzato giornalista radio-televisivo e conduttore di programmi di sport, di viaggi e di affari agricoli e rurali, James Prime viene arruolato come organista da Johnny Hallyday e si sposta per un paio di anni in Francia, poi rientra in patria e diviene docente di musica, mentre il chitarrista Graeme Kelling scrive colonne sonore per film e televisione, e intanto gestisce uno studio privato di registrazione. Ewen Vernal si unisce al gruppo Scottish-folk Capercaillie, di cui è tuttora membro.
Ricky Ross ne approfitta invece per volare a Los Angeles, dove firma con la Epic e dà alla luce il suo secondo album solista What You Are. In questo periodo si invaghisce di Buffalo Tom e Lemonheads, così si affida alle cure dei fratelli Robb (che con questi avevano più volte collaborato) nel tentativo di modernizzarsi e imitarne il sound, ma non è una brillante idea: ne esce fuori un pretenzioso miscuglio di rock (“Icarus”, “Cold Easter”), alt-country (“Rosie Gordon Lies So Still”, “Promise You Rain”) e blues (“Radio On”) che non va a bersaglio (i due singoli “Good Evening Philadelphia” e “Radio On” si fermano rispettivamente ai posti numero 58 e 35 della classifica), malgrado i soliti arrangiamenti formalmente perfetti, e segnala salite di livello solo in “Jack Singer”, dal ritornello possente su strofe preponderantemente acustiche, e in un paio di brani più introspettivi il cui taglio pianistico tradisce il caro marchio Deacon Blue (“When Sinners Fall” e “Love Isn't Hard It's Strong”).
E' comunque un flop, e a ottobre parecchie date vengono cancellate a causa della scarsa vendita di biglietti: la casa discografica, delusa, lo licenzia, ma l'infaticabile Ross non si abbatte e nel 1997 decide di autofinanziarsi, attraverso una propria label, la International Records, il nuovo Lp New Recording, che viene accolto da pareri contrastanti. Scritto e registrato con l'aiuto dell'ex-tastierista dei Love And Money Paul McGeechan, propone undici canzoni prettamente acustiche (spiccano “Blue Horse”, dedicata alla figlioletta Georgia, “My Only Tie” e “Earth A Little Lighter”) e dal mood nostalgico (“Creswell Street”, “Ash Wednesday” e “I'm Sure Buddy Would Know”), con occasionali aggiunte di sintetizzatori e archi all'insegna di un easy listening innocuo e rilassato.
In “The Further North You Go” (dialogo con una studentessa della St.Andrews University, originariamente pensato per i Deacon Blue ma mai realizzato) il cantante è accompagnato dalla moglie Lorraine McIntosh, che lo aveva seguito in America con i figli e nel frattempo pare aver trovato anche lei una nuova prestigiosa occupazione. Viene adocchiata infatti dal regista Ken Loach, e dopo aver superato un provino, debutta al cinema nel novembre 1998 in “My Name Is Joe”, storia di un ex-alcolista disoccupato che si innamora di un'infermiera in uno dei quartieri più difficili di Glasgow. In seguito le verranno assegnati altri ruoli, sia per il grande schermo (vale la pena citare “Aberdeen”, del 2000, diretto da Hans-Petter Molland, e “Wilbur Wants To Kill Himself”, del 2002, regia di Lone Scherfig) sia per la televisione (reciterà in vari episodi di “Life Support”, “Taggart”, “River City” e “Hope Springs”).
Nostalgia di casa: il ritorno dei Deacon Blue e non solo
Dopo l'Ep The Undeveloped Heart, che trasfigura in chiave rock una vecchia omonima piano-ballad di Ooh, Las Vegas affiancandola a quattro outtake di New Recording (“Only Love Remains”, “Ghost”, “Passing Through” e una acoustic-version di “Wake Up And Dream”), nel 1999 arriva finalmente la notizia che tutti aspettavano: i Deacon Blue si riuniscono e, a distanza di cinque anni dall'ultima volta, in aprile si ritrovano tutti assieme per le prove generali dell'attesissimo evento, che si concretizzerà il 27 giugno alla Glasgow Royal Concert Hall nell'ambito di una serata di beneficenza con diversi colleghi illustri.
Alla chitarra ora c'è Mick Slaven, con cui Ross aveva suonato molto spesso durante i tour promozionali di What You Are e New Recording, e che adesso si rivela provvidenziale anche nel supportare Graeme Kelling, la cui salute comincia pericolosamente a scricchiolare. Prendono parte a “Scotland For Kosova”, una raccolta fondi per la crisi in Kosovo alla quale intervengono star connazionali del calibro di Simple Minds e Midge Ure, quindi si imbarcano in un tour di dodici date (poi esteso a diciassette) denominato Walking Back Home, che sarà anche il titolo del nuovo Lp in uscita a ottobre: un lavoro che si può considerare per metà compilation e per metà studio album, dato che rispolvera nove capisaldi del passato (tra cui “Love And Regret”, “Chocolate Girl” e “I'll Never Fall In Love Again”) che si vanno a sommare ad altri otto brani, tra inediti nuovi di zecca (le calde e sentimentali “Plastic Shoes”, “Love Hurts” e “All I Want”) e ripescaggi di materiale previously unreleased (la title track “Walking Back Home”, dal tono pacato e minimalista à-la “Streets Of Philadelphia”, risale in realtà al Capodanno 1980, “Jesus Do Your Hands Still Feel The Rain” nel 1994 era stata tagliata dalla colonna sonora del film di Stephen Hopkins “Blown Away”, la graziosa “Christmas And Glasgow” era stata inserita nel disco-tributo a Oscar Marzaroli del 1991 “The Tree And The Bird And The Fish And The Bell”).
Da ascoltare anche “Beautiful Stranger”, dalle curiose strofe rap (compariva già in Our Town – The Greatest Hits), e la ballata pianistica “When You Are Young”, che testimoniano della ritrovata verve, malgrado anche in questo caso le vendite non siano eccezionali (un nuovo singolo della band, già pronto per gli scaffali dei negozi, viene ritirato dopo che Walking Back Home esce dalle classifiche nel giro di appena tre settimane).
E' comunque un modo per riaccendere la miccia, e le impressioni favorevoli vengono confermate da Homesick del 2001, sulla cui copertina campeggia un astronauta in fase di galleggiamento spaziale.
These are just some photographs talking
make it look easy to imagine just walking
back into someone's arms
and feeling homesick
(“Homesick”)
Distribuito da Papillon Records, succursale del gruppo Chrysalis, dietro la regia di Kenny MacDonald, Homesick fa della semplicità degli arrangiamenti (l'omonima “Homesick” e “Now That You Are Here”) e dell'immediatezza radio-friendly dei ritornelli i propri punti cardine (“Out There” e la smaliziata “A Is For Astronaut”), pur senza partorire alcunché di imprescindibile (il singolo di lancio “Everytime You Sleep”, per dire, si arena alla sessantaquattresima posizione, pur essendo forse il brano che suscita maggiori emozioni).
Nel tentativo di riconquistare quelle fasce di fan che si erano disaffezionati dopo Whatever You Say, Say Nothing, viene abbandonata ogni velleità sperimentale, in nome di un pop-rock accessibile e senza fronzoli che trova nel morbido brano d'apertura “Rae”, nella festosa “Even Higher Ground”, dai cori contagiosi, e in “I Am Born”, ancora sul tema della fede, tre dei suoi momenti più convincenti, mentre “This Train Will Take You Anywhere”, l'orecchiabile “Silverlake” (con un sample di “Do It Again” degli Steely Dan) e “You Lie So Beautifully Still” sono annacquate da qualche banalità di troppo, per fortuna poco ingombranti e mascherate dallo sviluppo serafico degli spartiti; inoltre i passaggi strumentali riescono a catturare l'attenzione, garantendo una resa almeno accettabile.
A Homesick fanno seguito due galvanizzanti tour sold-out del Regno Unito, a riprova del legame mai spezzato con la propria gente. Purtroppo, però, a minare la serenità del gruppo sono ancora i problemi di salute del chitarrista Graeme Kelling, al quale viene diagnosticato un tumore al pancreas. Per Ross è dura da mandar giù: Kelling è il compagno con cui ha avuto sempre maggiori affinità, dato che era cresciuto anch'egli in ambienti fortemente religiosi (nella setta dei Fratelli di Plymouth), dunque si capivano all'istante, sia per ciò che riguarda le scelte musicali, sia per quanto riguarda, più in generale, il comune percorso di vita, al di là dei Deacon Blue.
Preso atto della situazione, il cantante non può che accantonare momentaneamente ogni progetto futuro che riguardi il gruppo, ma non se ne sta con le mani in mano e nel 2002 dà alle stampe This Is The Life, completato in un arco di tempo di circa sei anni e composto da tredici brani stilisticamente molto lontani da ciò che era solito proporre con la band, ma non meno stuzzicanti, soprattutto per via dei testi che, come ha spiegato in un'intervista dell'epoca, inizialmente “dovevano riguardare miei amici mentre sono ancora in vita, in contrapposizione con What You Are che era invece incentrato su mio padre, dopo la sua morte”.
I temi, in verità, strada facendo vengono ampliati e il sound si gioca la carta di un country-pop dilettevole e garbato (“Hippy Girl”, “My Girl Going To Town”) senza pescare particolari jolly dal mazzo. L'abilità di condensare tutto in pochissimi accordi regala comunque un ascolto scorrevole e diretto, che richiama tanto i Beatles - ad esempio nell'inno “This Is The Life”, che dà il titolo all'album - quanto il cantautorato soft di Rufus Wainwright, in “I Sing About You” e “Looking For My Own Lone Ranger”.
“Northern Soul” parla dell'amore di un genitore e del suo terrore di perdere un figlio, “Threatening Rain” risale all'eclissi del 1999 ed è dedicata a due amici che stavano affrontando una dolorosa separazione, “Angel And Mercedes (una delle tracce meno scontate, in virtù di un'intro magnetica che conquista subito) è per due ragazze madrilene incontrate a Dublino nel 1997 “ventiquattro ore dopo il peggior concerto della mia vita, quella sera dissero che sarebbero venute a vedermi e offrii uno dei miei spettacoli migliori, per me rappresentano un simbolo di guarigione e rinascita”. Non trascendentale “Rodeo Boy”, francamente un po' ridondante, mentre “The Way To Work” è un bel numero scandito al piano; “London Comes Alive”, invece, venne scritta sui vagoni del treno per la madre (“Mi accorsi che avevo passato così tanto tempo a parlare del mio defunto padre che non mi sembrava giusto non aver ancora mai fatto qualcosa per lei”).
Merita una menzione a parte “Nothing Cures That”, ravvivata da una florida sezione d'ottoni - alla tromba c'è Roddy Lorimer, al trombone Anne Whithead, ai sax Simon Clarke e Tim Sanders - e dalla voce di Lorraine McIntosh, che nello stesso anno sbarca a teatro con “Mum's The Word” (“Recitare è la cosa migliore che abbia mai fatto, una vera benedizione”, commenta soddisfatta al riguardo) e poi si unisce al cast della soap-opera della Bbc “River City”.
Il 2003 vede Ricky Ross ricevere il prestigioso incarico di cantare l'inno nazionale “Flower Of Scotland” prima del fischio d'inizio di Scozia-Olanda, spareggio per la qualificazione agli Europei di calcio del 2004. Quindi, i Deacon Blue salgono sul palco del festival Big In Falkirk e su quello della Glasgow Royal Concert Hall, per celebrare il cinquantesimo anniversario dell'ente benefico Enable.
Sempre nel 2004 giunge però la notizia che molti temevano: il 10 giugno Graeme Kelling si arrende alla malattia, dopo quasi quattro anni di battaglia, e la band apre una pagina in suo onore sul sito ufficiale dove amici e fan possano dedicare un pensiero a ricordo del musicista, che lascia moglie (la produttrice radio-televisiva Julie Smith, sposata nel 1997) e due figli, Alexander e Grace.
A questo punto non è facile per nessuno ripartire, ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e Ross lo fa alla grande collaborando prima a “High” di James Blunt, il cui Lp d'esordio “Back To Bedlam” risulterà essere l'album più venduto del 2005 (oltre due milioni e mezzo di copie), poi donando i proventi di un inedito in favore delle vittime dello tsunami, infine, come stabilito nel suo contratto editoriale, scrivendo brani per vari altri colleghi, come Emma Bunton, KT Tunstall, Gareth Gates, Will Young e la giovane emergente Tricia McTeague.
Il 2005 è anche l'anno di Pale Rider, quinto album solista che non si allontana molto dalle linee guida del predecessore, riprendendone le principali coordinate stilistiche oltre alla coscienziosità dei temi, che riguardano sovente, anche in questo caso, il dolore della perdita, l'importanza della famiglia, la fede e la morte (“I Know It's Only Sunday” e la stessa “Pale Rider”). Prodotto dall'amico di lunga data Davie Scott, che durante gli anni Novanta si era messo in luce con i Pearlfishers, sarà accolto molto positivamente dalla critica, e in effetti è il suo lavoro più maturo, intimo e personale sino ad allora: su tutti spicca il commovente brano di chiusura “In The End”, per solo piano e voce, che ritrae l'ultima notte sulla terra di Graeme Kelling nell'hospice “Maria Curie” in cui era ricoverato, poi verso la fine entrano in scena dei bip elettronici a simulare un macchinario di supporto vitale nel momento più concitato, mentre una batteria si insinua silenziosamente a suggerire il battito del cuore che lotta per sopravvivere.
In the end sun goes down
and the stars came out
and the world keeps on turning
in the end
(Ricky Ross - “In The End”)
Le atmosfere di “History” e “The Streets Are Covered In Snow”, malinconiche e riflessive, esaltano squisite capacità di narrazione, confermate da “Soundtrack To The Summer”, dalle temperature opposte à-la Beach Boys, e da “Kichijoji”, che ritrae un quartiere di Tokio visitato durante un viaggio nel Sol Levante.
“In This World” e “If You've Got The Time It's Gonna Take”, dalle influenze astrali vanmorrisoniane, celebrano le piccole gioie di una quotidianità “normale”, come “She Gets Me Inside”, che era stata scritta per Ronan Keating (il biondo ex-leader dei Boyzone la inserì nel suo Lp del 2003 “Turn It On”). “Calvary” è un quadretto ironico sull'abitudine di festeggiare il Natale, “Boys Break The Things They Love The Most” analizza invece i comportamenti dei maschi dalla giovinezza sino alla vecchiaia (“I ragazzi rompono le cose che amano di più/ passano le notti a piangerci sopra/ sono forti da giovani e deboli da vecchi/ ma cammineranno accanto a te sulla strada/ e ti porteranno con loro quando se ne andranno”).
Lo schema, spartano e minimalista, si erge fondamentalmente su chitarra e poche armonie vocali (Lorraine McIntosh è gradita special guest) ed è rimpolpato ad hoc, senza mai eccedere, da violino, tromba e violoncello, così da trovare un giusto equilibrio tra folk-rock d'autore e sensibilità pop.
Intanto i Deacon Blue si rimettono in moto in location esotiche come Dubai, Bahrein, Oman, e nel 2005 tornano al SECC di Glasgow per un entusiasmante concerto assieme a Travis, Texas e Franz Ferdinand, con incasso ancora a favore delle vittime dello tsunami. Nel 2006, allo stadio Old Trafford di Manchester, infiammano il pre-partita della finale di Super League di rugby con un'esibizione memorabile, poi sponsorizzano con una intensa campagna pubblicitaria alla tv la raccolta Singles, che oltre ai cavalli di battaglia storici propone i tre inediti “Bigger Than Dynamite”, “Haunted” e “The One About Loneliness”, le cui sonorità riconducono alla fase anni Novanta vissuta dalla band, che continua a dare il meglio di sé dal vivo e nel 2008 gira praticamente tutte le arene del Regno Unito a supporto dei Simple Minds, dei quali ricorre il trentennale dalla fondazione.
Nel 2009 arriva un godibile intermezzo, firmato semplicemente “McIntosh Ross”, dal titolo The Great Lakes: com'è facile intuire, è a esclusiva dei due coniugi, affiatati più che mai, che si prendono una pausa dalle session con il gruppo e si ritirano in isolamento a Silver Lake, dove vengono letteralmente folgorati dagli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola, di cui diventano ferventi discepoli.
In un clima quasi ascetico di preghiera e meditazione, e col sostegno di un plotone di turnisti esperti che avevano lavorato più volte per Bob Dylan e Tom Waits, si destreggiano in tredici tracce che mescolano country-western in stile Americana a puro malto scozzese.
Preceduto dal singolo “All My Trust in You”, l'album partorisce alcuni pezzi davvero consigliatissimi, come “Silver And Gold”, le emozionanti “Gloria”, “Mount Juliet” e “A Passing Place”, il gospel a cappella “Jesus Nailed My Sins Upon The Tree”, “Bluebell Wood”, abbellita dal violino di Richard Green, e “This World Is Not My Home”, che allude a una vita dopo la morte e brilla per le splendide vocalizzazioni.
Nel novembre dello stesso anno i MacIntosh/Ross partono per un tour che tocca i piccoli locali del Regno Unito, al termine del quale Ricky accetta di condurre su Bbc Scotland il programma musicale “Another Country With Ricky Ross”, in cui si occupa di Americana e country sia moderni che d'annata, poi si mette al lavoro per alcuni demo che costituiranno la spina dorsale del successivo album dei Deacon Blue, perfezionato con l'aiuto della moglie e del nuovo chitarrista Gregor Philp, originario anch'egli di Dundee (sostituisce Mick Slaven, che dopo un concerto al Tartan Heart Festival, nei pressi di Inverness, si congeda amichevolmente dalla band, con cui era attivo dal 1999, per dedicarsi ad altri progetti).
Gli anni duemiladieci: The Hipsters, A New House, Believers
Alla nostra età non si possono scrivere canzoni senza consapevolezza del tempo che è passato e che continua a scorrere, quindi c'è nostalgia, ma anche ottimismo
(Lorraine Mcintosh)
L'esperienza in duo a Silver Lake e gli album solisti di Ross, che si distingue per essere un'inesauribile fonte di idee, l'attività live senza freni sua e della band, gli impegni al cinema e in teatro della moglie Lorraine McIntosh, che si vanno a sommare ai doveri familiari - la coppia ora ha due figlie, Georgia ed Emer, e un maschio di nome Seamus, oltre a Caitlin che era nata dal precedente matrimonio di Ricky – intasano il calendario e fanno quasi dimenticare che sono trascorsi ben undici anni dall'ultimo album dei Deacon Blue.
Il silenzio discografico del gruppo, che dura da Homesick del 2001, viene interrotto il 24 settembre del 2012 da The Hipsters, registrato nei nuovi sfavillanti studi Gorbals Sound di Glasgow con il produttore Paul Savage, che pare riportare le lancette indietro di venticinque anni, quantomeno in termini di spontaneità e dinamiche. Dietro l'ottimismo contagioso di superficie (l'allegra “It Will End In Tears”, a dispetto delle lacrime del titolo, e “That's All We Can Do”, che attacca come “Uptown Girl” di Billy Joel) si nascondono undici canzoni finemente calibrate, che indagano su passato e presente con romanticismo e melodia, come “Is There No Way Back To You”, la sognante ballad “Turn”, la sinuosa “She'll Understand” e il brano d'apertura “Here I Am In London Town”, che si riagganciano al pop-soul infallibile degli anni d'oro senza tentare disperatamente di imitarlo, bensì accettando lo scorrere della clessidra con passione intatta, ed è proprio per questo che funzionano (“Here I am in London town/ waiting for the world to begin again”, è da qui che si ricomincia).
Back to where we'd come from
so we kept right on running
this world seemed so much lighter
when we were the outsiders
(“The Outsiders”)
Il lieto inno “The Outsiders”, che si candida a vera hit di questa seconda vita artistica dei Deacon Blue, l'omonima “The Hipsters”, dal titolo sarcastico ma pungente, visto che fricchettoni non lo sono mai stati, “Stars” e “Laura (From Memory)” si propongono a fasce nuove di pubblico con sobrietà e gusto venato di indie-folk, magari c'è (e si sente) un cucchiaino di zucchero di troppo, visto che gli anni Ottanta se li portano inevitabilmente dentro, ma la dose è comunque digeribile.
Da apprezzare anche “The Rest”, dal ritmo serrato, che dà pure il nome a un nuovo best of pubblicato a ottobre (contiene brani non tutti estratti necessariamente da 33 giri, ma anche spezzoni live e alcune versioni alternative “piano&vocal”).
Subito dopo The Hipsters ecco nel 2013 un altro intrigante disco solista di Ross, di quelli da avere: si chiama Trouble Came Looking e ritrae il vocalist di Dundee ancora alle prese con un format acustico scarno ed essenziale, all'interno del quale pare ormai aver trovato la propria collocazione definitiva. Ambientato sullo sfondo della recessione economica globale, racconta storie di povertà, sfollamento e disperazione, intrise di resilienza (“We Shall Overcome The Wide World”) e calore umano. “Ero così entusiasta che ho cominciato ad assemblarlo quando ero solo a metà dell'opera, perciò suona grezzo e ruvido”, precisa il cantante, che per l'occasione è accompagnato da Gregor Philp (chitarra, banjo e mandolino) e da Lewis Gordon (contrabbasso). “Non ci sono cori - per la prima volta Lorraine McIntosh non figura in nessun brano, ndr - ho scritto la maggior parte delle canzoni basandomi sugli unici due accordi di chitarra che conosco”, ci scherza sopra ma non troppo, visto che gli spartiti sono davvero elementari.
Le prime tracce riguardano persone subissate dai guai, dice in un'intervista a proposito della title track “Trouble Came Looking” e di “Now I Smoke Like I Used To Play”, la straziante “A Strange And A Foreign Land” narra invece il tragico destino dei raccoglitori di vongole travolti dalle maree a Morecambe nel 2004, “Any Drug Will Do” suona un po' come “Working Class Hero” di John Lennon e un po' come “Solitary Man” di Johnny Cash, poi si lascia andare a un leggiadro assolo di armonica.
“Nothing More Than Travelling Now” percorre sentieri heartland, “Taxi Drivers Ride The Lights” fa tornare in mente Mike Scott e gli amati Waterboys, mentre “Sang O' The Saracen Mind” è una poesia di Craig Smillie, basata su una parabola secolare rivisitata qui a mo' di ballata folk. Da menzionare, infine, “Holy Night”, che richiama Elton John, e “Good Man”, che ricorda lo Springsteen di “57 Channels (And Nothin' On)”. Promosso a pieni voti.
Il paradosso di questo periodo è che meno attenzioni gli album di Ross destano nelle classifiche, dove passano quasi completamente inosservati, più paiono nascondere merce pregiata, d'altronde, considerato l'irrefrenabile estro creativo, al massimo potrebbero rivelarsi deludenti, ma lo standard offerto non scende mai sotto la sufficienza, neanche nel peggiore dei casi. Stesso dicasi per la rinascita artistica post-reunion dei Deacon Blue, che un anno più tardi, nel settembre 2014, pubblicano il settimo album ufficiale A New House, ancora sotto l'egida di Paul Savage: è un lavoro ben strutturato e rassicurante per i fedelissimi della band, che a sole due settimane dal referendum sull'indipendenza scozzese trovano nei negozi di dischi un accurato pro-memoria su quali siano i modelli da emulare, i reali valori della loro terra e la direzione da prendere per svoltare davvero, o almeno così lasciano intendere i testi (scritti a quattro mani da Ross e Philp), permeati come sempre da una certa ambiguità poetica e lasciati aperti volutamente a più interpretazioni, ma chi “annusa” i brani sa perfettamente quale è la “nuova casa” in cui andarsi a rifugiare. Per i Deacon Blue è quella di un pop orecchiabile e ricco di contaminazioni, che vive di memorie e speranza di rinnovamento (come in “Win”, nobilitata dagli archi del Cairn String Quartet) e muove con disinvoltura tra brani di protesta, sentimento (“I Remember Every Single Kiss”) e radici folk, che riducono il gap con i dischi degli esordi senza ansie da prestazione.
Domina su tutto l'amore per la natura selvaggia e la sua implacabile energia, che ricorre in “An Ocean”, nella sanguigna “Wild” e in “For John Muir”, in ringraziamento (nel centenario della sua morte) all'ingegnere, botanico e esploratore scozzese John Muir che, emigrato negli Stati Uniti, si prodigò per la salvaguardia dello Yosemite National Park.
Long live the wilderness way
the high cloud, the long days
long live perpetual light
remember, wherever you wander
(“For John Muir”)
“Bethlehem Begins”, suggerita dalla poesia di W.B. Yeats “The Second Coming”, tambureggia con batteria energica e incessante, la sofisticata “The Living” ciondola tra raziocinio e amarcord, la title track “A New House” sciorina ricordi d'infanzia del frontman, che nel frattempo ha ricevuto una laurea honoris causa dall'Università della Scozia occidentale ad Ayr. Come sempre voci e armonie sono tarate al millimetro, sia che si parli un linguaggio romantico (come in “I Wish I Was A Girl Like You”), sia che si parli di politica (“March” si concentra sulle settimane di primavera che precedono il voto, “Our New Land” guarda “a duecento passi da qui/ dove c'è il punto finale, vedremo la nostra nuova terra”).
Al basso c'è ora Lewis Gordon, confermato anche nell'ottavo album del gruppo Believers del 2016, che chiude concettualmente la trilogia iniziata nel 2012 con The Hipsters e proseguita nel 2014 con A New House: in Gran Bretagna ottiene un sorprendente successo commerciale, il tredicesimo posto in classifica infatti è la vetta più alta raggiunta dal 1993 e se la merita tutta, dato che è un lavoro variopinto e essenziale allo stesso tempo, che fa ancora una volta leva su facilità d'ascolto e impegno sociale nei testi. Sullo sfondo stavolta c'è la difficile situazione dei rifugiati: “Quando ho iniziato a scriverlo, era impossibile non essere influenzato dalle continue immagini di persone provenienti dalla Siria, che tentavano disperatamente di fuggire in barca, dalla guerra, attraverso il Mar Mediterraneo”, racconta Ross, che tuttavia non vuole incattivire le canzoni rendendole una mera questione sulle migrazioni internazionali o sulla religione (molti fraintendono e inondano di lamentele i canali social della band), bensì valorizzare tramite di esse il concetto di “fiducia”.
Rispetto alle produzioni recenti viene incrementato l'uso dei sintetizzatori, che contrassegnano il singolo di lancio “The Believers”, melodioso e ottimista, "Gone" e “This Is A Lovesong”, rielaborata a New York con lo zampino dell'ingegnere del suono dei Coldplay Michael Brauer. Le pietre di paragone adesso sono dei giorni nostri, come Mumford And Sons, Destroyer, Snow Patrol o anche Bear's Den, ma sempre presi alla larga: i pezzi suonano molto simili tra di loro ma non stancano, non sono affatto cool ma bussano all'anima con leggerezza, merito dell'esperienza che naviga a favore, come nella delicata marcetta “Delivery Man”, nell'agrodolce “I Will And I Won't”, in cui Ricky e Lorraine si scambiano promesse e timbro vocale con disarmante nonchalance, e nelle consuete ballate al piano “Come Awake” e “Birds”, che non hanno più l'irruenza della gioventù ma l'assennatezza dell'età che avanza.
C'è spazio anche per qualche esperimento ("Meteors" e la vagamente psichedelica “A Boy”) e per due suggestivi gioiellini orchestrali, “You Can't Know Everything” e la traccia di chiusura “B-Boy”, addobbate dai luminosi contributi della Pumpkinseeds Session Orchestra e dalle viole di Emma Peebles, Simon Graham e Kate Miguda.
A Believers fanno seguito un paio d'anni on the road (numerose le tappe in Spagna, da La Coruńa, a Valencia, da Madrid a Barcellona sino al festival Sonorama Ribera) che si concludono il 4 dicembre 2016 con una notte da sogno alla Barrowland Ballroom di Glasgow, immortalata nel sontuoso doppio cd/Dvd Live At The Barrowlands.
Nel mezzo del tour c'è un altro allettante break solista di Ricky Ross, intitolato Short Stories – Vol.1 (2017), che contiene validi restyling al piano di vecchi brani dei Deacon Blue (ottime “Wages Day” e “I Was Right And You Were Wrong”, è presente anche “Raintown”) e alcuni inediti dai toni sofferti, come “The Kid At The Airport”, “Only God And Dogs” e una cover di “Goin' Back” di Gerry Coffin & Carole King (portata alla fama da Dusty Springfield nel 1966, venne già ripresa dai Deacon Blue nell'antologia The Rest, dove se ne può apprezzare una versione dal vivo).
Il piatto forte sono però la struggente “At My Weakest Point” (è per Vainess, una donna conosciuta in Africa il cui unico sogno è avere un sistema proprio di approvigionamento idrico) e “A Gordon For Me”, che affoga il dolore nei ricordi (Gordon Aikman era un ricercatore e attivista di Edimburgo che lottava contro la sclerosi laterale amiotrofica, è deceduto di recente appena trentunenne).
Si raccomandano inoltre la romantica “I Am Supposed To Love You”, arricchita dai violini (è scritta insieme alla collega canadese Amy Stewart, nota per le collaborazioni con Michael Bublè), “I Thought I Saw You”, sdrammatizzata quando serve dai cori, e la chicca “The Germans Are Out Today”, ripescata dal suo primissimo album So Long Ago, oggi altrimenti introvabile.
I giorni nostri: d'amore e altre piccole storie
Nel 2019 Ross e McIntosh, che si sono spesso distinti per viaggi a sfondo umanitario (ad esempio, in Zambia, Congo e Rwanda per conto dello Scottish Catholic International Aid Fund), aderiscono all'organizzazione “Remembering Srebrenica” e si recano in Bosnia per visitare i luoghi del genocidio, poi si prestano per beneficenza, con un set acustico di diciassette canzoni, al “Glad Cafe” di Glasgow, per salvare il locale dalla chiusura, quindi a novembre volano in Australia, a trent'anni dall'ultima volta (le date a Perth, Brisbane, Melbourne, Adelaide e Sydney sono un trionfo, e i biglietti vanno rapidamente esauriti).
Pochi mesi dopo, nel marzo 2020, esce il nono album City Of Love, che riscuote notevoli consensi (il quarto posto nel Regno Unito è il miglior risultato dai tempi del greatest hits Our Town, in Scozia è addirittura primo, a conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, dall'amore incondizionato che viene riservato loro in patria, dove sono tutt'oggi una delle band in assoluto più idolatrate).
Prodotto da Ross e Gregor Philp, il disco riesce a catturare la quintessenza del gruppo grazie a un mix caldo e familiare fatto di melodia (la toccante “Weight Of The World”) e, quando serve, ganci energici (“Keeping My Faith Alive”, graffiata dalla chitarra di Philp, piacerebbe a Bon Jovi), mentre il titolo dell'album allude al potere curativo di Glasgow, città dove ogni pretesto è buono per riaccendere la speranza.
La title track è sorretta nell'intro da un insistente riff di archi, poi cresce sino a esplodere in cori gospel e accordi di chitarra ritmati, “Hit Me Where It Hurts” cita Macbeth su un robusto giro di basso (il protagonista trova un nuovo amore nel momento di maggior sofferenza: “Chi avrebbe mai pensato che in un uomo scorre tanto sangue nelle vene/ ero in fuga dall'amore, finché tu non mi hai colpito dove fa male”), la rock-ballad “A Walk In The Woods” e “Intervals”, dalle cadenze orientaleggianti, aumentano la gamma d'ascolto.
Nella solenne “On Love”, che contiene parti recitate, Ross snocciola tra i versi ricordi di Dundee, del tempo trascorso nella casa dei nonni e dei primi flirt sui banchi di scuola (il brano dura oltre sette minuti), “Wonderful” è un suggestivo valzer acustico di chitarra e pianoforte, “Come On In” un grazioso country-soul dagli intrecci vocali che sanno emozionare.
E' la prova che i Deacon Blue ci sono ancora e, approfittando dell'imprevisto tempo in più a disposizione concessogli dal lockdown, nel febbraio 2021 pubblicano, ad appendice, un mini-album complementare intitolato Riding On The Tide Of Love, che offre tre tracce avanzate dalle sessioni del precedente City Of Love (“Look Up”, “Send A Note Out” e “She Loved The Snow”) e altre cinque canzoni brand new, che ogni membro della band ha registrato in studio individualmente, pezzo per pezzo. “La pandemia da Covid-19 in qualche modo ci ha riuniti tutti, non ci eravamo mai sentiti così connessi”, giura Ross, parlando della genesi del disco, che dura appena trenta minuti, e in effetti gli otto brani suonano spontanei e senza filtri, riuscendo a mantenere la tensione costante nonostante l'usuale giovialità di facciata.
Non mancano i riferimenti colti: la title track si snoda su un vamp a due accordi e cita nel passo incalzante “Democracy” di Leonard Cohen, “Time” rifà il rullare galoppante di “Running Up That Hill” di Kate Bush, l'onnipresente Bacharach aleggia sulle note della romantica e jazzata “It's Still Early”, in “Look Up” l'organo scintillante omaggia Curtis Mayfield. Il resto della scaletta si divide tra midtempo ben orchestrati pronti per il singalong dal vivo, in cui sono maestri, e ballate riflessive: il country-blues “Send A Note Out”, sulla fine di una relazione, penetra nel Memphis Sound, “Not Gonna Be That Girl” inizia lenta al pianoforte e poi aumenta di pathos arricchendosi di fiati, “She Loved The Snow” vive di aggraziati arpeggi melodici, “Nothing's Changed” è un pop-rock sofisticato in falsetto che invita a chiedere aiuto nei momenti di difficoltà.
A novembre dello stesso anno arriva la prima biografia della band “To Be Here Someday” (il titolo riprende un verso di “Dignity”), mentre pochi mesi dopo, nell'agosto del 2022, esce Short Stories – Vol. 2, firmato dal solo Ricky Ross: è il secondo capitolo di una saga che riesce ancora a impressionare e che parla un linguaggio cantautorale e disilluso, costruito in maniera confidenziale attorno al leggìo del pianoforte di casa, con contributi di Lorraine McIntosh (voce e percussioni), Gregor Philp (alla chitarra acustica e al mandolino) e alcuni turnisti di fiducia.
Le tracce si configurano come undici novelle brevi, che riflettono sulla fine della pandemia e sulla voglia di ricominciare: il brano d'apertura “New World” è una finestra sul nuovo mondo di Ross, che dopo aver assaporato con i Deacon Blue il grande successo, per poi avventurarsi pericolosamente lungo i sentieri che portano all'oblio, ha saputo risalire la china e ora spazia con accortezza dalla frustrazione all'ottimismo in un rapido ticchettìo di metronomo. “Still Walking” si rivolge da padre a figlio in un tira e molla di tumulti interiori, l'enfatica “Spanish Shoes” si danna l'anima con pathos crescente, “The Foundations” e “All Dressed Up” spostano il mirino sui tasti bianchi e neri del pianoforte.
“The Unpath” ripercorre nostalgici aneddoti d'infanzia, ci sono anche riletture degli stessi Deacon Blue, come “Your Swaying Arms”, “Bethlehem's Gate” e “I Am Born”, che alternano rumore e silenzi come fossero fotografie sbiadite, mentre l'inedita “I Was The Beatles” volge lo sguardo a un'epoca andata, e la crudele “The Unknown Warrior” narra di giovani soldati in marcia verso la prima guerra mondiale.
Negli stessi giorni di Short Stories Vol.2 arriva il libro di memorie auto-biografiche “Walking Back Home”, sulla vita di Ross, che nel frattempo in partnership con Caskade Brewery lancia un'edizione limitata di whisky chiamata “Born In A Storm”, come il brano d'apertura del fortunato Raintown da cui la storia dei Deacon Blue era decollata.
Nel 2023 la band suona alla Caird Hall di Dundee nello spettacolo di beneficenza “A Night For Keith”, per il musicista scozzese Keith Matheson, vittima di un drammatico incidente che gli ha fatto quasi perdere un braccio, poi pubblicano l'opera omnia You Can Have It All e l'ennesimo best of All The Old 45's : The Very Best Of Deacon Blue (il titolo deriva da un verso della loro hit “Real Gone Kid”), quindi a novembre tornano in Australia e Nuova Zelanda per tenere dei concerti. Nel 2024 sbarcano in Sud Africa, a Johannesburg e a Città Del Capo, poi dopo una serie di appuntamenti in giro per l'Europa, a luglio suonano in Italia al festival “11 Lune” a Peccioli, nella provincia di Pisa.
Bus driver, won't you take me
to the furthest place frome here
to somewhere I've not been before?
(“Great Western Road”)
Passano alcuni mesi e nel marzo 2025 esce l'undicesimo album The Great Western Road, in concomitanza con il quarantennale della fondazione del gruppo, che per celebrare la ricorrenza sceglie di intitolarlo, come abbiamo accennato in apertura di questa monografia, con il nome di uno dei quartieri più vivaci e alla moda di Glasgow, dove Ricky e gli altri, da ragazzi, erano soliti darsi appuntamento.
Registrato in Galles ai Rockfield Studios, e co-prodotto da Ross e Gregor Philp in collaborazione con Matt Butler, già tecnico del suono in Raintown, l'album debutta alla posizione numero tre della classifica del Regno Unito (in Scozia alla numero uno, nemmeno a dirlo), anche se a essere onesti non è stimolante come gli altri dell'ultima decade, a causa di un sound sin troppo zeppo e sovraccarico, che rischia di rigurgitare facili cliché malgrado l'innocenza delle intenzioni.
Non mancano tuttavia spunti dal pedigree buono, come la soul-ballad “The Great Western Road”, che dà il via all'opera, “People Come First”, dal riff di chitarra in stile U2 (il testo è ispirato a una mostra omonima dell'artista visiva della Pennsylvania Alice Neel e dai personaggi da lei dipinti, molti dei quali affetti da Aids), l'elegante “Wait For Me”, sottolineata da organo Wurlitzer e batteria a spazzole, il groove funky ed eccentrico del singolo di lancio “Late '88”, che torna con la mente agli anni spensierati del “tutto è possibile”, e “Ashore”, in perentorio crescendo strumentale.
Il secondo singolo “Turn Up Your Radio”, dalle atmosfere disco anni 70, l'Americana “Underneath The Stars”, soffice e radiofonica, le pianistiche “How We Remember It” e “If I Lived On My Own” e la ritmata “Mid-Century Modern”, che rumina sullo scorrere del tempo, non sono certo da cestinare, ma si possono considerare tutto sommato di routine e un filino prevedibili. Il puro divertissement “Up Hope” e “Curve Of The Line”, dagli echi Motown, aggiungono poco, ma la band pare comunque aver trovato un suo equilibrio all'interno di questa epoca.
Per promuovere The Great Western Road viene programmato un lungo tour, purtroppo però, il 19 giugno 2025, arriva un'altra notizia che non ci voleva. A soli 64 anni se ne va lo storico tastierista e co-autore James Prime, anch'egli a causa di un male incurabile. E' un altro colpo durissimo da assorbire, ma siamo sicuri che la storia dei Deacon Blue non finisce qui. La band, che attualmente è formata da Ricky Ross, Lorraine McIntosh, Dougie Vipond, Gregor Philp e Lewis Gordon, decide di omaggiare Prime con The Great Western Road Trip: A Live Album, registrato nel marzo del 2025 all'Usher Hall di Edimburgo, in quello che, spiegano in una nota, “non sapevamo ancora che sarebbe stato il nostro ultimo spettacolo in Scozia con il caro fratello Jim. Ci auguriamo che traspaia l'entusiasmo che abbiamo provato nel crearlo e che lo apprezziate. Dedicato a James Miller Prime, 3 novembre 1960 – 19 giugno 2025”.
Il live verrà pubblicato il 18 aprile 2026 in concomitanza con il Records Store Day, inoltre, per chi vorrà applaudirli dal vivo, sul sito ufficiale ci sono già le date di un tour in compagnia dei Lightning Seeds, che nell'estate 2026 si svolgerà in diverse città della Gran Bretagna.
| DEACON BLUE | ||
| Raintown(Columbia, 1987) | 8,5 | |
| When The World Knows Your Name(Columbia, 1989) | 8 | |
| Four Bacharach And David Songs (Extendend Play, Cbs, 1990) | | |
| Ooh, Las Vegas(Columbia, 1990) | 6,5 | |
| Fellow Hoodlums(Columbia, 1991) | 7,5 | |
| Whatever You Say, Say Nothing(Columbia, 1993) | 5 | |
| Our Town - The Greatest Hits(antologia, Columbia, 1994) | ||
| Walking Back Home (Sony, 1999) | 6 | |
| Homesick(Papillon Records, 2001) | 6 | |
| The Very Best Of Deacon Blue (antologia, Columbia, 2001) | ||
| The Hipsters (Demon, 2012) | 6,5 | |
| A New House (Medium Wave, 2014) | 6 | |
| Believers (Ear Music, 2016) | 7 | |
| City Of Love(Ear Music, 2020) | 7 | |
| Riding On The Tide Of Love(Ear Music, 2021) | 6 | |
| The Great Western Road(Cooking Vynil, 2025) | 5,5 | |
| MCINTOSH ROSS | ||
| The Great Lakes (Cooking Vynil, 2009) | 8 |
| RICKY ROSS | ||
| So Long Ago(Sticky Music, 1984) | 6 | |
| What You Are(Epic, 1996) | 5 | |
| New Recording(International Records, 1997) | 5,5 | |
| This Is The Life (Chrisalys Records, 2002) | 6 | |
| Pale Rider (P3 Music, 2002) | 6,5 | |
| Trouble Came Looking (Edsel, 2013) | 7 | |
| Short Stories Vol.1(Ear Music, 2017) | 7 | |
| Short Stories Vol.2 (Cooking Vynil, 2022) | 7,5 |
DEACON BLUE | |
Dignity | |
Loaded | |
When Will You (Make My Telephone Ring)? | |
Chocolate Girl | |
Real Gone Kid | |
Love And Regret | |
| Wages Day (da When The World Knows Your Name, 1989) | |
| I'll Never Fall In Love Again |
| Your Swaying Arms (da Fellow Hoodlums, 1991) | |
Twist And Shout | |
Cover From The Sky | |
Will We Be Lovers | |
Only Tender Love | |
I Was Right And You Were Wrong | |
Fergus Sings The Blues | |
Everytime You Sleep | |
| The Outsiders (da The Hipsters, 2012) | |
A New House | |
| The Believers (da Believers, 2016) | |
Hit Me Where It Hurts | |
Late '88 |
| Sito ufficiale Deacon Blue | |
| Archivio online Deacon Blue & Ricky Ross | |
| Sito ufficiale Ricky Ross | |
| Testi |