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Le 10 migliori canzoni del 2013

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di La Redazione di OndaRock
Senza pretese di completismo, ma neanche quella di rappresentare in toto le classifiche della redazione, abbiamo pensato di farvi ascoltare, con una Top10 a testa, le playlist che meglio rappresentano l'"anno musicale" di ciascuno. Le canzoni che hanno spiccato all'interno di un certo genere, le canzoni simbolo degli artisti rivelazione o delle grandi conferme - o, più semplicemente, le canzoni che hanno significato qualcosa per noi che le abbiamo ascoltate.

Alberto Asquini

1. Fuck Buttons - Hidden Xs
L'epos in una cavalcata lacrimevole. Synth spianati che viaggiano in un climax di dimensioni epiche.
2. Daft Punk - Giorgio By Moroder
Le audioguide nei musei dovrebbero essere così. La storia spiegata da chi l'ha fatta.
3. Saåad & Mondkopf - Last Love
Cassa ovattata e marziale, droni sviaggio in profondità. Una trance senza fine.
4. Ripatti - #39
Vladislav Delay goes spezzato.
5. Prurient - You Show Great Spirit
Fernow goes ebm-darkettone.
6. Tropic Of Cancer - Plant Lilies At My Head
Camella Lobo fa quel che non è riuscito all'ultima Grouper su Kranky: flemma senza sbadigli.
7. Immanuel Casto - Tropicanal
In un mondo giusto sarebbe stata una hit mondiale. Ciò che di più internazionale in senso mainstream abbiamo in Italia.
8. Shapednoise - Until Human Voices Wake Us
La brutalità spiegata a Berlino da un palermitano.
9. Boards Of Canada - Reach For The Dead
L'universo post-atomico dei Boc in un pezzo visionario e devastante.
10. Foals - Providence
Chitarre ferocissime, batteria sfasata. Il disco non m'è piaciuto, questa però vale una carriera. 

Gabriele Benzing - Dieci canzoni, dieci luoghi (reali o immaginari)

1. Okkervil River – Down Down The Deep River
Meriden, New Hampshire. Due ragazzini sfidano la notte in una tenda in mezzo ai boschi. Will Sheff torna nei luoghi dove è cresciuto per raccontare gli anni Ottanta in un angolo della provincia americana. Mettendo in scena la perdita dell'innocenza nel proprio personale romanzo di formazione.
2. The Weather Machine – Act III - Alexei Mikhail
URSS, da qualche parte lungo il confine. Svegliarsi con una carabina Simonov al fianco e un proiettile nella spalla, mentre un medico militare ti parla in qualche dialetto slavo. Tra Orfeo e Percy Jackson, un’irresistibile spy story in formato canzone raccontata da Slater Smith e dai suoi Weather Machine.
3. Buster Blue – Leave Me In Coeur d’Alene
Coeur d’Alene, Idaho. Una banda di fiati attraversa le vie della città con il passo di un’elegia funebre. Bryan Moses Jones ed Andrew Martin guidano il collettivo folk dei Buster Blue in uno dei brani più nostalgici e teatrali del loro repertorio.
4. Misophone – Broken Radio
Overlook Hotel, stanza 237. Con i suoi carillon sinistri, la musica dei Misophone sembra sbucare direttamente da qualche incubo di Stephen King. E forse è proprio lì che abitano le canzoni di Matt Welsh e Steven Herbert: tra i corridoi dell’Overlook Hotel, pronte a condurre Jack Torrance alla follia.
5. The Mostar Diving Club – Voyage Of Starlings
Mostar, Bosnia. Dal vecchio ponte di Mostar ai sobborghi londinesi, la voce di Damian Katkhuda si immerge in questo brano in profumi di frontiera degni dei Calexico dei tempi migliori, per portare lontano sulle ali di uno stormo di uccelli migratori.
6. Intuitive Compass – Before The End Of Days
Sulla strada, verso la prossima città. Indossano vecchi costumi da teatranti di cabaret, imbracciano chitarra e fisarmonica all’angolo di ogni strada: Jason O’Dea e Aurelia Cohen sono l’anima del circo itinerante degli Intuitive Compass. Unico bagaglio, una musica che coniuga con lucida incoscienza echi retrò e accenti alternativi.
7. Vandaveer – Pretty Polly
Appalachia, USA. Quando Willie la invitò a seguirlo, Polly capì subito che c’era qualcosa di strano nel suo sguardo. Le foreste degli Appalachi hanno tramandato la sua storia tragica attraverso le pieghe del tempo, fino a consegnarla alla voce di Vandaveer. Perchè l'animo dell'uomo è rimasto sempre lo stesso, con tutte le sue contraddizioni.
8. Frontier Ruckus – Careering Catalog Immemorial
Suburbia, USA. Una limousine bianca noleggiata per il ballo di fine anno. La coda all’alba davanti a un centro commerciale. Un minivan comprato con i soldi dei genitori. “My world’s a comprehensive private diorama/ Unpunctuated by any comma”, proclama Matthew Milia a suggello del suo torrenziale flusso di coscienza.
9. Gambles – Safe Side
New York City. Un appartamento sulla Bowery, una finestra che si affaccia sulle luci della notte. I taxi corrono lungo le strade di Manhattan mentre un ragazzo confessa i suoi tormenti all’oscurità. “There is no safe side/ Wherever I stand, I damage”. Il racconto spoglio e diretto di una discesa agli inferi. E della possibilità di trovare la strada del ritorno.
10. Joseph Arthur – I Used To Know How To Walk On Water
Redemption City. Joseph Arthur aveva dedicato un disco intero alla "città della redenzione". Ora è tornato a visitarla con il suo progetto più ambizioso di sempre. Per raccontare quei momenti in cui le cose sembrano sul punto di svelarci il loro segreto, in cui il mistero della realtà si mostra per un istante ai nostri occhi. Poi, la vita torna a gettarci nell’ombra. Ma resta qualcosa, dentro, che non possiamo più fingere di dimenticare. 

Giuliano Delli Paoli

1. James Blake – Retrograde
Blake solleva le emozioni dal suolo, proiettandole pian pianino verso l’alto in un crescendo epico e passionale, E' praticamente un angelo caduto dal cielo. Non poteva esserci ritorno migliore per l’acclamato electro-writer.
2. Swim Deep - The Sea
Un motivetto irresistibile e birichino che non lascia scampo. Una ventata di freschezza pop assolutamente rara di questi tempi. Cosa chiedere di più?
3. Foals - My Number
Trascinante fino al midollo. E’ il singolo bomba dell’anno.
4. Arctic Monkeys – Fireside
Giro di basso epico e una band in stato di grazia.
5. Major Lazer feat. Amber - Get Free
Il binomio che non t’aspetti. Della serie "come fermare il tempo a Kingston".
6. Yo’ True - The Dough
Tra Matt Johnson e Alvin Superstar. La futura promessa del pop inglese. 
7. King Krule - Baby Blue
Spleen notturno a ricamare un’istantanea tenera e tenebrosa. 
8. Connan Mockasin - I'm The Man, That Will Find You
Beffardo, sbilenco al punto giusto. Il miglior Mockasin in una sdolcinata vagamente erotica.
9. Blood Orange – Time Will Tell
C’erano una volta i meravigliosi anni ’80, il synth grasso e il vestito bianco. A metà strada tra Prince e il Re del Pop.
10. Toy - Join The Dots
Una sontuosa e fiera cavalcata nei meandri del new kraut-rock.

Claudio Fabretti

1. Daft Punk - Giorgio by Moroder
Nello straripante kolossal dei due spaceboy francesi, irrompe la leggenda di Moroder, che racconta con ironia se stesso e la nascita della disco-music. Facendo rivivere, come d'incanto, tutta la magia di quel sound.
2. Suede - Sabotage
Brett Anderson è vivo e lotta insieme a noi. Per raccontarci che l'amore è un sabotaggio, nell'apice romantico di un disco ad alta intensità, che riporta in alto il marchio-Suede mescolando abilmente pathos e adrenalina.
3. Primal Scream - Goodbye Johnny

Nel visionario crossover di Bobby Gillespie e compagni, tornati ancora una volta su livelli altissimi, svetta questo clamoroso numero di bossa nova sensuale e alticcia. Un'apoteosi, tra crooning straniante e assoli di sax.
4. Trentemøller - Never Stop Running

Il compositore elettronico dell'anno vince la sfida più coraggiosa: aprire il suo universo minimal-techno a suoni e ospiti di ogni genere. Come in questo  irresistibile singolo di lancio, battezzato da Jonny Pierce dei Drums. Ma quasi ogni brano del disco avrebbe meritato una menzione.
5. Janelle Monàe - The Electric Lady

La Signora Elettrica del 2013 in un nuovo, spiazzante tour de force tra r'n'b, soul ed electro-funky, in compagnia di Solange. La più grande popstar potenziale del pianeta si conferma una forza della natura.
6. David Bowie - Where Are We Now?

Nel singolo che anticipa l'album "The Next Day", il commovente ritorno del Duca Bianco si sublima tra ricordi sbiaditi in bianco e nero della magica Berlino degli anni 70. Interrogandosi su passato, presente e (soprattutto) futuro. Senza nascondere tanta malinconia e un pizzico di preoccupazione. Tieni duro, David.
7. These New Puritans - Organ Eternal

La band-rivelazione dell'anno nell'accelerazione più intensa di un album tutto giocato su pause e modulazioni sonore. Una maestosa sonata per organo, mandata in gloria da un superbo accompagnamento di archi e fiati. I These New Puritans tracciano una nuova via al post-rock, scrostandolo da clichè e manierisimi degli ultimi anni.
8. Pere Ubu - Thanks
I Pere Ubu fanno musica dance? Siamo impazziti? Forse sì, ma se si possiede l'auto-ironia di David Thomas è possibile permettersi anche il più azzardato dei salti. Come in questo delirante brano che trasforma la sempiterna hit disco "Ring My Bell" di Anita Ward nel dissacrante refrain "You can go to hell".  Impareggiabili.
9. Julia Holter - Maxim's I

La più raffinata songwriter dell'anno si destreggia tra le volute romantiche di questa avvolgente canzone senza tempo. Mettendo in mostra mano sicura e un'interpretazione di gran classe. La ragazza di Los Angeles appassionata di tragedie greche e illuminata da John Cage, ormai, non sbaglia più un colpo.
10. Fuck Buttons - The Red Wing 

I sintetizzatori del duo di Bristol in una nuova progressione astrale che non lascia scampo. Che fossero i più bravi nel loro campo si era capito da tempo. Con "Slow Focus", però, hanno dimostrato di avere ormai una padronanza assoluta di questa "mental music" che trapianta la grandeur melodica di Jean-Michel Jarre nell'era dei droni e dei cyborg.

Stefano Macchi

1. David Bowie - Where Are We Now?
David è tornato consegnando, a chi voglia coglierla, quella "piacevole malinconia" di vivere. "Dove siamo, che cosa facciamo e, soprattutto, dove saremo?", Bowie ci lascia il concetto di passato nelle parole del presente, anche per poter sognare, una buona volta, un futuro migliore.
2. Laish - Visions
In ballottaggio fino all'ultimo con Bowie, "Visions" è un incastro sonoro perfetto per un album che mi ha conquistato ascolto dopo ascolto. La voce di Green è talmente dissonante da risultare aliena mentre si apre alle arie visionarie del ritornello, mentre le chitarre marinaresche accordano in simbiosi, contrattaccate dalle ritmiche sincopate di batteria.
3. The Knife - Raging Lung
L'inquietudine tribale che la coppia svedese confeziona in questa trappola sonora ha pochi eguali; "Raging Lung" sono dieci minuti di percussioni e bolle laser, primitive e avvenieristiche sensazioni unite nel personale miglior disco del 2013.
4. Money - Black 
"..razionata e razionale malinconia di "Black", in cui la voce di Lee è comunicazione emotiva pura, un'ardente anima accompagnata dalle meste note di un pianoforte.."; così scrivevo qualche tempo fa di Black che realmente, insieme ad "Arms Up High" di Chantal Acda, è stato uno dei pezzi più coinvolgenti emotivamente nel pop cantautorale.
5. Pure Bathing Culture - Dream The Dare
Se il dream-pop è nelle corde questo è un pezzo che rimarrà dentro per anni a venire, perché possiede la delicatezza dei suoni ovattati, la pulizia delle chitarre anni 80 e una voce, quella di Sarah Versprille, di un'intensità che definirei magnetica.
6. The National - Pink Rabbits
"Trouble Will Find Me" è stato come concepire un "album antologico di inediti" a mio parere: se piacciono i National lo si capirà ascoltando questo riassunto della band di Berninger; lo stesso crooner che in "Pink Rabbits" varia quattro volte la melodia del cantato sul medesimo giro di accordi: solo Roy Orbison prima di lui, maestro.
7. Unknown Mortal Orchestra - Swim And Sleep (Like A Shark)
La capacità compositiva con la chitarra di questo neozelandese è stata probabilmente la migliore in questo 2013: unire melodie pop ad un suono ricercatamente lo-fi si è rilevata un'arma vincente per Ruban Nielson, qui nella sua più rappresentativa dell'album.
8. Cloud Control - The Smoke, The Feeling
Ancora colori dream-pop nel collage degli Australiani Cloud Control, in uno dei lavori più sorprendenti di quest'anno. "The Smoke, The Feeling" è la traccia più sognante, molto tendente alla Legrand dei Beach House ma con chitarre più sporche e sghembe.
9. Bonobo - Cirrus
Questo producer non delude mai: ogni volta estrae dischi sorprendenti per la capacità di fluire nell'ascolto e di non annoiare. "Cirrus" è tropicalismo elettronico di bacini oscillanti, belle donne che gonfiano di uva il nostro palato, mentre ci si accoccola su di una poltrona in velluto.
10. Bombino - Azamane Tiliade
Le motociclette del Niger scorrono sulle strade della Sixtiesix americana, all'incrocio tra Nord e Sud del mondo quando irrompe la sonorità araba che ha stregato tutti gli amanti del blues e del rock in generale, quella del chitarrista gentiluomo Bombino. 

Matteo Meda

Canzoni
1. Darkstar - Timeaway
La sorpresa più bella di quest'anno, dopo un primo disco a mio parere non così entusiasmante, è stata proprio "News From Nowhere", questo delicatissimo acquarello che il bizzarro trio ha regalato a mamma Warp infilandoci dentro tanti colori tenui e lsd zuccherosa in dosi massicce. "Timeaway" è un carillon disarmante, il sublime eletto a semplicità, il paradiso in cui puoi arrivare con la sola forza delle tue gambe, a due passi da casa, il bozzolo dove rifugiarti quando fuori gela, la serra dove i fiori sbocciano di continuo, l'angolo fresco che ripara dall'afa, la teca di vetro sotto cui la pioggia batte e rimbalza. Malinconia e serenità. La sintesi del mio 2013.
2. Nine Inch Nails - Copy Of A
Altra sorpresa, "Hesitation Marks". Tanti i volti, le prospettive, le riflessioni del Trent adulto, che a quel "Mr. Self Destruct" che era un tempo guarda con occhio critico e senza risparmiargli bastonate velate (ma neanche troppo). E così la rabbia che un tempo diveniva forza autodistruttiva è oggi fragore prorompente, controllato e dosato per far male la dove serve: "Copy Of A" ne ha per tutti quelli che non hanno la forza di distinguersi, di stare lontani dai luoghi comuni, di essere qualcosa di più oltre a "copie di una copia di una copia". Quel cinismo in cui sfogare anche le proprie, di rabbie, quando serve. Quell'attacco frontale dove trovare la carica e l'adrenalina per affrontare tutto, ma soprattutto tutti.
3. Trentemøller - Trails
Una palma va anche al disco più sottovalutato dell'anno. In giro se ne è letto e parlato poco, troppo poco. "Lost" è un esperimento di crossvertronica che ha ben pochi precedenti, e te ne rendi conto di ascolto in ascolto. Non è un capolavoro assoluto, non è un disco perfetto: ma quale altro producer nato nel mondo minimal a cavallo tra house e techno sarebbe stato in grado di tirar fuori qualcosa che unisce trasversalmente quell'universo a mondi come indie, shoegaze, slo-core, post-dubstep, cantautorato e via così? In mezzo ad un caleidoscopio dai mille volti, "Trails" è una fontana brulicante che zampilla da ogni angolo liquidi che variano per consistenza e colorazione. Parte a mo' di marcia da ecatombe, si anima pian piano spazzando il misto di nebbia e smog a colpi di vento e quando il cielo è finalmente sereno, esplode nell'iperattività lasciando uscire getti liquidi in grado di formare un enorme arcobaleno.
4. Moby - Almost Home (feat. Damien Jurado)
Dopo un'alba gioiosa, un tramonto laconico. "Innocents" non è stato un disco rivoluzionario o in grado di condurre il buon Little Idiot lontano dai suoi usuali lidi. Ma se un tempo "Why Does My Heat Feel So Bad?" e "Porcelain" erano episodi, oggi quella malinconia è la struttura portante della sua musica. Lo si era visto in "Wait For Me" all'insegna dello scarno, e sembrava non ci fosse via d'uscita: qui invece il tutto si fa grande e sontuoso, con tanto di ampio cameo di ospiti, e dietro la malinconia pare celarsi una dose di rassegnato ottimismo. "Almost Home" è quel pezzo che alle lacrime ti ci porta, lacrime che sono quelle che cadono quando riabbracci un amico che non vedevi da anni e credevi disperso chissà dove, lacrime di commozione e non di disperazione, lacrime di quelle che riescono a legare malinconia e gioia. Preché anche le emozioni più semplici, che si tendono a soffocare quando e come possibile, meritano spazio ogni tanto.
5. Mogwai - Wizard Motor
Ai Mogwai dovrebbero davvero costruire un monumento. Perché se dopo sedici anni di carriera, almeno tre capolavori e un'altra sfilza di dischi preziosi come diamanti arrivi a firmare una delle colonne sonore più belle degli ultimi anni, stai in un Olimpo i cui componenti si contano davvero a fatica. Il gioiello comprende in realtà anche la mini-serie francese, otto puntate per una sorta di "Twin Peaks" moderno in grado di crearsi attorno un culto sorprendente. Quindici meraviglie di rara purezza, fra cui "Wizard Motor" è forse l'unica ad alimentare un continuum con l'altrettanto splendido "Hardcore..." di due anni fa. Incedere marziale inconfondibilmente Mogwai, cielo grigio cenere, crescendo tenuto al guinzaglio, tanto tanto cuore e i bulbi piliferi che non riescono a non gonfiarsi a dismisura. Graffi che si fanno carezze in una marcia all'unisono sul pendio di una montagna umida e nebbiosa. Titoli di coda, ma mai così intensi.
6. Daft Punk - Contact
Su "Random Access Memories" si è già detto anche troppo. La sostanza è che ciascuno l'ha voluto leggere un po' a modo suo. A me è piaciuto vederlo come la macchina del tempo, i due robot che si imbarcano dopo aver esplorato il futuro nel tentativo di dire la loro anche lì, che si fanno amici i grandi dell'epoca (Moroder, Neil Rodgers e Paul Williams) e si portano dietro alcuni fidi scudieri (Panda Bear, Casablancas e Pharrell). "Contact" è il brano meno rappresentativo di "R.A.M." e al tempo stesso il suo sunto: seguendo la metafora, rappresenta il viaggio di ritorno, una cavalcata space che definire fenomenale è puramente eufemistico, un vortice che prende il volo alla velocità della luce dal retro' dell'album e sorvola guardando dall'alto tre decenni di musica. Ma non sarebbero i Daft Punk se l'atterraggio non fosse roccambolesco, oltre il presente, in un noise raggiunto in avaria ma da cui ripartire per il futuro. Tutt'attorno, estasi.
7. Sigur Rós - Brenninstein
Mi avessero solo un anno fa che un giorno i Sigur Rós, l'unico gruppo in grado di addolcire il cuore di chiunque (ma proprio chiunque), si sarebbe incattivito di colpo, non ci avrei messo molto a scoppiare in una fragorosa risata. Fragorosa come i colpi di mortaio con cui la strepitosa "Brenninstein", un anno dopo, avrebbe annientato le mie convinzioni lasciandomi a bocca aperta, a metà fra il meravigliato e il ferito. Già, perché dopo la dipartita di Kjartan, sentire Jónsi districarsi fra battiti metallici è stata un'altra bella mazzata al cuore. Ma ne avevano bisogno loro e ne avevamo bisogno noi, di un disco imperfetto dei Sigur Rós di cui innamorarsi in maniera diversa, che ci facesse vedere che in fondo anche loro sono umani come noi, che non sono tre folletti impazziti in grado di alimentarsi solo a sogni, malinconia, estasi, fantasia, gioia e meditazione, ma che i loro incubi e i loro fantasmi ce li hanno anche loro.
8. 65daysofstatic - Prisms
"Vladislav chi? Delay?! Uh, ma che nome figo! E chi è?". Parli con loro e ti rispondono così, non capisci quanto ci siano e quanto ci facciano, quanto vogliano dirti "è solo farina del nostro sacco" o quanto davvero non conoscano uno degli artigiani più lungimiranti dell'elettronica contemporanea. Poi infili su "Wild Light", il loro disco più mansueto, più tradizionalmente post-rock, meno sfarzoso, meno folle, meno ambizioso, forse il più bello. E ti becchi lì in mezzo "Prisms", tagliente, spezzata, irresistbile e ti chiedi come sia possibile, ci sarebbe stata così bene in "Kuopio". Eppure non sanno chi sia. Ma loro sono così, li abbiamo sempre apprezzati per questo loro stare fuori dalle righe, questo loro prendere un genere fin troppo stilizzato e farne un po' quel diavolo che vogliono. Anche quando, come stavolta, provano a "stare alle regole" un po' di più, ma niente, non ce la fanno, Delay o non Delay. E grazie al cielo.
9. Gary Numan - Here In The Black
Un tempo aveva amici elettrici, oggi il vecchio Gary se la fa con spettri, zombie e demoni. Lo dice lui stesso chiaro e tondo che ad un certo punto si è stufato di fingere, di fare la pop star quando dentro era pervaso dai fantasmi. Ha deciso di metterli a nudo e perché no, di farseli amici. Ha conosciuto Trent Reznor, suo estimatore da sempre, e grazie a lui ha trovato nel rock industriale la via verso una nuova giovinezza. Qualcosa che dovremmo fare un po' tutti, ogni tanto: prenderci il tempo per immergerci nei lati più oscuri di noi stessi, quelli che quando saltano fuori non te l'aspetti e diventano ingestibili, anche perché forse non li si conosce (e quindi non ci si conosce) abbastanza a fondo. "Here In The Black" fa proprio questo, affronta faccia a faccia incubi e la paura stessa, scoprendo alla fine che in quel sottobosco di oscurità e venature doom, non si sta così male. Che certe volte anzi, è il rifugio migliore.
10. Tricky - Nothing Matters (feat. Nneka)
Poco da fare, il 2013 è stato l'anno dei ritorni di lusso. La classica annata in cui manca il nuovo, manca il fresco, la novità, e quasi per corrispondenza dovuta, ecco che tutta una serie di nomi storici in rotta di collisione da anni con la loro vena creativa improvvisamente si ritrovano e compensano con una manciata di gran belle cose. Fra questi anche il sacerdote nero del trip-hop, Tricky, uno che non riusciva a fare un disco gradevole da almeno una decina d'anni se non forse di più (si parla di "Angels With Dirty Faces", almeno per me, e correva ben l'anno 1998). Uno che doveva essere "bruciato" con la fine di Bristol ed effettivamente c'è andato ad un passo, ma che quando meno ce lo si aspettava, è tornato a casa tirando fuori un disco di trip-hop "casereccio", pulito pulito, semplice, sincero. E azzecca una "Nothing Matters" che seppur ascoltata a getto continuo, proprio non riesce ad annoiare.

Brani & suite

1. Dale Cooper Quartet & Dictaphones - Brosme En Dos Vert
Due dischi possono fregiarsi quest'anno del titolo di capolavoro: "Virgins" di Tim Hecker, di cui parlerò nella posizione successiva, e "Quatorze Pieces De Menace" di questi Dale Cooper Quartet che altro non sono se non un trio bretone che si fa accompagnare da un cameo di collaboratori quantomai aperto (i Dictaphones). Una perla nera, un diamante di petrolio grezzo, un monolite incavato che sotto uno strato di patina lugubre nasconde un'inifnità di gallerie e passaggi ma nessuna via d'uscita: "Brosme En Dos-Vert" riassume tutto questo in venti minuti in cui si passa dal cosmo al fango, dalla tempesta a una quiete malsana, da giochi di ombre a miraggi di luce lunare. Notte fonda perenne, come se non ci fosse un domani, l'oscurità in trionfo nei suoi tratti più lussureggianti. Il manifesto di una possibile estetica dark del futuro, nella sua forma primordiale, più pura ed incontaminata.
2. Tim Hecker - Virginal II
"Virgins" è il disco ambient del decennio, al momento. Diamo tempo al tempo, ne riparleremo tra 7 anni. Ma è pure il disco drone, il disco elettro-sperimentale, il disco atmosferico del decennio, per ora. Un continuum di emozioni, immagini, visioni, scosse, abbracci, flussi, fili che si legano e si slegano, vibrazioni plurideclinate, armonie, tuoni, lampi, luci, ombre. Un blocco unico dall'inizio alla fine, rispetto al quale "Virginal II" ha in più solo l'essere stato l'apriporta, la prima stanza, quella di fronte alla quale si è realizzato in che incredibile universo ci si sarebbe trovati di lì a poco. Resterà nella memoria come un tassello inscindibile dagli altri, talmente coesi da aver perso anche la più leggera linea di confine, fase di un rituale che è unico e perfetto, umano laddove altri hanno mirato all'astrarsi, cosmico ma su stelle che si riescono a vedere senza bisogno di nessuno strumento, ma solo con l'immaginazione ad occhio nudo.
3. Rafael Anton Irisarri - Her Rituals
Probabile che Irisarri e il suo "The Unintentional Sea" abbiano goduto del vantaggio di essere arrivati alle mie orecchie per ultimi, a fine anno, quando altri dischi del medesimo livello (vengono al momento in mente quelli di Netherworld, Celer, Orsi e Selaxon Lutberg) erano già stati consumati e, almeno in parte, archiviati. Fatto sta che il californiano non tradisce le sue origini e cava fuori un lavoro in cui sembra di sentire Steve Roach rinascere con i suoni del drone elettro-acustico di Helios e il fango di Aidan Baker, di cui "Her Rituals" è la vetta melodica, il passaggio a nord-ovest, la culla su cui adagiarsi mentre fuori imperversa una tempesta di neve e spira un vento che più gelido non si può. Poche tracce dell'inquinamento che è protagonista nel concept del disco, qui: una concessione alla purezza, che per il Lago Selton non è che un laconico ricordo.
4. AUN - Returna
Se Tim Hecker si è disegnato il suo cosmo personale su misura, (ormai gli) AUN quest'anno si sono portati sul trono della regione ambientale di quello "canonico". Il tutto compiendo quello step che ci aspettavamo da tempo e che era invece mancato fino ad oggi, forse soprattutto a causa dell'estrema prolificità di Martin Dumais. A quest'ultimo e all'intero progetto è risultato di vitale importanza la figura di Julie Leblanc, moglie che deve avergli portato via parte del tempo che prima dedicava solo a registrare musica e che nel frattempo si è dimostrata il valore aggiunto del nuovo corso AUN. Nell'onirismo spaziale di "Returna" sono proprio i suoi vocalizzi a guidare in un sogno fra le costellazioni, come se Elizabeth Fraser venisse catapultata di colpo nella Via Lattea con la sua voce lì, pronta a fluttuare e riecheggiare nel vuoto apparente.
5. Nils Frahm - Says
L'anno più d'uno (io stesso via recensione) aveva consigliato al talentuoso Nils di abbandonare quanto prima possibile la speranza di diventare il nuovo re del piano solo, come aveva cercato di fare in "Screws" senza risultati di rilievo, e di riprendere in mano le tessiture elettroacustiche che avevano fatto la fortuna delle sue prove migliori, "Felt" su tutte. Detto fatto, "Spaces" rivede tutto e lo fa dal vivo, davanti ad un pubblico non particolarmente numeroso ma decisamente stregato dalle magie del maghetto tedesco. "Says" non è niente più di un arpeggiatore di synth fatto crescere con cura amorevole e in grado di estendersi nell'ambiente come un albero, coprendo più dimensioni contemporaneamente, penetrando e conquistando progressivamente, fino a raggiungere il cielo nella fase di estasi. Unica nota negativa ad una registrazione per cui l'aggettivo mediocre è il più spassionato dei complimenti.

Michele Palozzo

Braids - In Kind
Un ritorno più che dignitoso per i Braids, ma che nel complesso non ha convinto come l'adorabile esordio "Native Speaker". In "Flourish // Perish" fa eccezione il brano in chiusura, già anticipato in un Ep, e che ad oggi potrebbe essere il loro migliore in assoluto. Due sezioni complementari per un unico brano mozzafiato dove Katie Lee dà tutta se stessa in acuti irraggiungibili - e non c'è trucco, avendo avuto l'onore di ascoltarli dal vivo lo scorso settembre. Un finale da manuale.
Daughter - Youth
Uno dei motivi per cui "If You Leave" è davvero l'esordio 4AD (e non solo) dell'anno. Si tratta di schivare tutti i cliché di un genere come il post-rock - ormai considerato, non senza ragioni, fuori tempo massimo - tenendo stretta la forma canzone, dando il giusto peso e spazio alle parole. Il riverbero delle chitarre va di pari passo con la voce sofferta di Elena Tonra.
Everything Everything - Duet
Vi sarà capitato di non amare particolarmente un album pur non potendo fare a meno di ascoltarlo. Quest'anno mi è successo con la seconda prova degli Everything Everything, una manciata di discrete canzoni con due o tre picchi alquanto evidenti. "Duet" è un brano a cui non so resistere: gli archi sincopati nel ritornello, l'emozione incontenibile del cantante - che si riconferma fuoriclasse del falsetto -, lo stop e l'esplosione finale. Adoro questa canzone e a me in primis fa un po' strano.
Laura Marling - I Was an Eagle
La sorpresa è stata doppia, perché sinora questa giovane cantautrice non mi aveva di certo stupito. E benché sia dell'idea che la Marling abbia ancora un debito troppo ingombrante verso Joni Mitchell, "Once I Was An Eagle" è senza dubbio un disco solido e anzi fiero, graffiante, ma con tutta la sincerità che serve. La title track, neanche a dirlo, ne è la quintessenza.
Massimo Volume - La notte
Il ritorno dei più grandi, che sono mancati ma dei quali non abbiamo mai percepito davvero la mancanza. Il ritorno agli acri scenari metropolitani di "Da qui". Rabbia e disillusione nelle distorsioni di Egle e Stefano, nel martellare di Vittoria, nelle vivide rievocazioni di Emidio.
Il ritorno ai cari dispersi, presenze che abitano la memoria e che non torneranno - loro no.
La notte, immagine perfetta, sensazione perfetta. Che ritorna costante.
Miracle Mile - I Love You, Goodbye
Il vero pop adulto: la nostalgia del marito, padre e uomo maturo che vuole essere ancora un po' bambino, che non potrebbe vivere senza rievocare il proprio passato, senza rinunciare a scherzarci su. Difficile trovare un gruppo che non tema il romanticismo e al contempo sia quanto di più lontano da protagonismi o pose baroccheggianti. Quest'anno Trevor Jones e i suoi Miracle Mile (London's best kept secret) ci hanno regalato emozioni purissime, melodie terapeutiche che fanno bene al cuore.
Nadine Shah - Winter Reigns
L'esordio femminile dell'anno, ancora imperfetto ma carico di spunti dai quali partire, si spera, per una lodevole carriera da songwriter. Voce da mistress, accento marcato (è di Whitburn, nord-est dell'Inghilterra): le atmosfere nerastre ma sempre cangianti dei suoi brani mancano forse di unitarietà stilistica, ma l'impennata che culmina nella straziante "Winter Reigns" toglie ogni volta il fiato. Merita di certo un po' del vostro prezioso tempo.
Colin Stetson - To See More Light
L'ultimo capitolo della trilogia "New History Warfare" ne è anche l'apice espressivo e stilistico: il punto d'arrivo di una singolare poetica d'avanguardia, in grado di sintetizzare gli spirituals di Albert Ayler e il moto eternamente circolare dell'opera di Philip Glass. "To See More Light" è un manifesto, né più né meno: un riff ansante, sofferto, spolpato e poi trasfigurato; un inno nazionale solenne ed estatico, la libertà fatta nuovamente musica.
These New Puritans - Fragment Two
In between the reed notes / where the stars are hiding
Aprendo il cartonato del cd troverete soltanto queste parole tra le immagini dei musicisti: sono le prime parole del capolavoro di Jack Barnett, un album che inizialmente appare ermetico, ma la cui profondità si dipana un ascolto dopo l'altro. Uno scrigno di pietre che non luccicano, ma che celano segreti e rivelazioni mai udite prima. Davvero le parole vengono a mancare, resta un vasto spazio bianco, puro e indecifrabile. fədɪ̈ də fɚdɪ̈dɚ
Vàli - Himmelens Groenne Arr
La musica del misterioso progetto Vàli ha qualcosa che poche altre possono vantare: la capacità di farti percepire di sfuggita, anche solo per pochi istanti, un alito di immortalità. Parimenti al suono della natura, questa musica non può essere scalfita dal tempo, non è soggetta ai nostri umori: è lì, e ci parla costantemente in modi sempre nuovi; uno splendore autentico e senza limiti, davvero troppo vasto per un comune compact disc. 

Lorenzo Righetto

1. San Fermin – Sonsick
Il brano pop dell’anno, nel vero senso della parola, insomma finalmente una canzone che può piacere a tutti, senza per questo puntare al minimo comun denominatore. Acrobazie vocali, progressioni di fiati, ma ve la ritroverete in cima agli ascolti della settimana molto presto.
2. Plantman – Lunaria
Le canzoni di Matt Randall hanno un potere particolare, quello di interagire con l’ascoltatore non solo a livello prettamente sensoriale, ma soprattutto spirituale. “Lunaria” ne è l’esempio massimo, con la sua marcia ovattata, una processione onirica tra le stelle.
3. Kathryn Williams – The Known
Una per tutte per celebrare un grande anno cantautorale femminile. Chantal Acda e Alela Diane hanno tirato fuori i loro dischi più sentiti e commoventi. Sul piano strettamente delle canzoni, vince però quello di Kathryn Williams.
4. The Appleseed Cast – Cathedral Rings
Il revival anni 90 comincia a fare la voce grossa, soprattutto nel suo filone emo, mai estinto, ma sono poche le band superstiti che hanno ancora qualcosa da dire. “Illumination Ritual” ha una prima metà devastante, e “Cathedral Rings” è il suo pezzo più lineare e melodico.
5. Radical Dads – Shackleton
Da chi una scena l’ha costruita, a chi tenta di riscoprirne lo stile. “Rapid Reality” è il disco di guitar-rock con più tiro dell’anno, e “Shackleton” è uno dei pochi in cui riescono a costruire, dopo un attacco epico, una vera e propria narrazione musicale.
6. Ducktails – Ivy Covered House
In attesa del nuovo disco dei Real Estate, la scena psych-pop vintage si è presa una pausa. L’unico a regalarci un bel disco di canzoni sognanti e retrò è Matthew Mondanile: “Ivy Covered House” è la più simile al suo gruppo più famoso, in un disco in cui si ripercorrono anche altri decenni oltre ai ‘60.
7. Iron & Wine – Baby Center Stage
Quando si impegna, Sam Beam potrebbe sciogliere il granito con la voce. Le canzoni di “Ghost On Ghost” sono come quelle di “Our Endless Numbered Days” con un nuovo guardaroba da grandi occasioni.
8. Tripwires – A Feedback  Loop Of Laughter
Nel revival anni 90 non può mancare il brit-pop delle melodie in minore depresse, dei ritornelli col wall of sound spavaldamente tirato in faccia. Ecco un embrione dell’inno che manca a una generazione.
9. Steve Gunn – Water Wheel
In campo alt-country, il 2013 è stato l’anno della Paradise Of Bachelors. Steve Gunn ne impersonifica il lato del “musicista-archeologo”, è un po’ il Jonathan Wilson meno conosciuto, ma nella rutilante “Water Wheel” fa mangiare parecchia polvere ai numerosi mestieranti del genere, l’ultimo Wilson compreso.
10. Camera Obscura – Break It To You Gently
Anno non esaltante anche per l’indie-pop, in cui spiccano i Camera Obscura, che si sono finalmente scrollati di dosso l’ombra dei Belle And Sebastian con un instant classic di grande ispirazione, anche se lontano dalle loro espressioni più uggiose, come la balneare “Break It To You Gently” dimostra.

Roberto Rizzo

Dear Life, you know I love you secretly/ even when you're talking dirty to me
And I'm not only saying this cause I'm drunk/ (though I am) I should tell you more often
if I think that I can/ I really mean it, I really mean it/ I really really mean it tonight

Take me through these avenues and boulevards/ my rushing blood is a racing car tonight
I felt so high on life/ These endless streets, my tired feet 
are gonna get us far from wherever we are tonight/ it felt so close tonight
Dear Life,/ you felt so close tonight.


1. Inga Copeland - A&E
2. Melt Yourself Down - Release!
3. M.I.A. - Yala
4. Omar Souleyman - Wenu Wenu
5. Close - Born In A Rolling Barrel
6. DIANA - Perpetual Surrender
7. Cosmetics - Black Leather Gloves
8. Dalhous - Eros, Love And Lies
9. The Knife - Stay Out Here
10. Connan Mockasin - I Wanna Roll With You



Michele Saran

10. Lady Lamb The Beekeeper - Rooftop 
Piccolo e misconosciuto singolo anticipatore del piccolo e misconosciuto “Ripely Pine” (Ba Da Bing), debutto di Aly Spaltro, cantautrice del Maine a nome Ladylamb The Beekeeper. Qui l’inquietudine che genera dai glissandi petulanti, il tempo sincopato, i rimbombi strumentali, e le voci a cappella è una piccola forza della natura.
9. Joanna Gruesome: Do You Really Wanna Know Why Yr Still In Love With Me? 
Il debutto dei Joanna Gruesome (menzione d’onore anche al nome del complesso, un quintetto di Cardiff) porta alla massima Sonic Youth-iana intensità gli stereotipi più beceri di twee elo-fi pop; questo escamotage trova il suo apice cacofonico nel ritornello dimesso di “Do You Really Wanna Know”.
8. Lorna - Whose Idea
Il gioiello del quarto “Heart Of Wire” dei britannici Lorna è una cover di un vecchio pezzo dei For Stars, una potente reinterpretazione che va oltre il loro folk-pop: tanto una sospirante ninnananna barocca-rinascimentale quanto una fantasia cromatica basata sul jingle-jangle.
7. Magic Panda - Tokyo
L’apripista di “Temple Of A Thousand Lights” di Magic Panda (il produttore Jamie Robson), un disco che fagocita witch house e hipnagogic pop senza perdersi in sperimentalismi, è anche una delle sue eccellenze, una girandola Alan Parsons-iana spiccatamente melodica e progressiva.
6. Knife - Without You My Life Would Be Boring
L’ambizione di “Shacking The Habitual” si esprime con particolare calore non solo nei brani estesi che vi furoreggiano ma anche nella danza d'incantatori di serpenti di “Without You My Life Would Be Boring”, arroventata da fanfare di fiati, sonagli svirgolanti e linee vocali da Bjork indemoniata.
5. Julia Holter - World
Un’altra delle più creative invenzioni di Julia Holter, una delle massime cantautrici degli ultimi anni, sta nel terzo “Loud City Song”, toccante e rarefatta con le sue meste carezze di clavicembalo, prossima a un madrigale di Claudio Monteverdi.
4. Lady Lamb The Beekeeper - Bird Balloons
Fulgido emblema di “Ripely Pine” per il suo discorso ampio e contorto, libero e altamente irrazionale, Neil Young-iano, psicanalitico ma festante, teatrale. Anche una buona prova di direzione di band. Uno dei “contenitori” più coinvolgenti del 2013.
3. Vampire Weekend: Diane Young
Modern Vampires Of The City”, terzo album di Ezra Koenig e compagni, è un disco che si lascia alle spalle la spontaneità irruenta dei predecessori, specie il debutto omonimo, e avvia un procedimento quasi chirurgico di derivazione digitale, somigliante nel procedimento al tardo periodo tutto-produzione dei Beatles. Con la differenza che il complesso qui esalta e non riduce l’impatto, e anzi coglie l’occasione per arruffare il loro pot-pourri, specie nel trattamento sperimentale delle voci dell’alieno tributo al rockabilly acrobatico (qui supersonico) di “Diane Young”.
2. Doldrums - Egypt
La migliore danza alternativa dell’anno è quella in grado di far sprintare nel dancefloor Black Dice e Animal Collective, opera di Airick “Doldrums” Woodhead, videoartista canadese, in un continuum caotico e cacofonico che macina musica industriale, balli carioca, studi elettronici e goa-trance delirante.
1. Janelle Monae - Dance Apocalyptic
Il secondo “Electric Lady”, ancora organizzato in suite ma forse meno graffiante di “ArchAndroid”, annovera il consumabile ibrido di girl-group, jitterbug e vertiginosi scioglilingua di “Dance Apocalyptic”.

Tracce estese

5. Murcof & Philippe Petit - The Call Of Circè
E’ il brano che giustifica il primo capitolo della collaborazione dei due musicisti, e paradossalmente il picco artistico di entrambe le carriere. Musica gestuale e non-musica per eventi irrazionali dirigono una cantata per rumori ambientali oscuri, echi, e soprano in lontananza, persino riprocessata elettronicamente per renderla ancor più disorientante.
4. Zs - Grain Part One
Prima parte della composizione che incarna l’ultimo disco dei Zs, è un agglomerato di eventi sonori e pastiche che oltrepassano l’idea stessa di irrazionalità e di cattivo gusto. Una compattezza e una fermezza d’intenti che non trovano precedenti nella loro stessa carriera.
3. Sutekh Hexen - Five Faces Of Decay
Traccia portante dell’ultimo Ep (“Become”) della band avant-metal di San Francisco, con cui passano dal terrore delle loro prime opere alla pura divagazione sonica, a furia di sovrapposizioni elettroniche e clangori siderurgici di ogni tipo.
2. Pharmakon - Sour Sap
Punto terminale di “Abandon”, primo lavoro della musicista industriale Margaret Chardiet, ben 27 minuti di spezzoni senza alcun svolgimento logico e senza alcuna concordanza, ma oltremodo asfissianti nel loro continuo reinvetarsi per spappolare nervi e cuore dell'ascoltatore. Memorie dei primi Swans (non per nulla Gira l’ha voluta come spalla nel suo nuovo tour) corrono per tutto il disco, ma qui si concretano in una fantasia senza inizio né fine.
1. Israel Martinez - The Minutes 
Il capolavoro dell’artista elettroacustico messicano, e forse di tutto il 2013, è una “Creation Du Monde” di Bernard Parmegiani (RIP) diventata distruzione, un viaggio sonico che compone e non mostra soltanto, un’orgia post-industriale, un affresco che va oltre l’idea di alienazione di qualsiasi era.

Marco Sgrignoli

1. Frightened Rabbit - Housing (Out)
Un minuto e pochi secondi, giusto il tempo di un ghirigoro di chitarra acustica e un giro strofa/ritornello all'insegna di una coralità sentita e sgangherata. Sembrerà poca cosa, ma è forse il pezzo che meglio rappresenta cosa possa voler dire "folk" nel 2013.
2. Noah and the Whale - Heart of Nowhere
Secco e glorioso, il tema di violino di questo pezzo ormai più Bruce Springsteen che Old Britannia è una delle icone indie-pop di quest'anno. E il segno che, nonstante un po' di stanca creativa, i Noah and the Whale non hanno ancora esaurito le frecce al loro arco.
3. Frank Turner - Losing Days
Spensierato, verace e a modo suo anche un poco punk, il pop-folk di Frank Turner può ridar luce a un pomeriggio spento. O tingere di malinconia la più brillante giornata di sole.
4. Stornoway - (A Belated) Invite to Eternity
Vi mancano i My Latest Novel? A me un mondo.
5. Mice Parade - Currents
La batteria di Doug Scharin (Mr. June of 44) a piena potenza in un pezzo indie-folk è di per sé qualcosa di spettacolare. Se poi alla voce c'è Gunnar Örn Tynes dei múm, l'esistenza del Paradiso si fa d'un tratto più credibile.
6. Appleseed Cast - Barrier Islands (Do We Remain)
Soft/loud, emo sognante e il giusto di frastagliata astrazione math. Non saprei desiderare di meglio.
7. Mansions - Out for Blood
I Neutral Milk Hotel, se a suonarli fossero i Melvins. Questo pezzo in realtà non è molto indicativo, ma con un riff così mi è impossibile non sceglierlo.
8. Vaccines - Melody Calling
Signori, il pezzo indie-pop dell'anno. Nient'altro da dire davvero, se non che, parafrasando il titolo del loro primo album, dai Vaccines questo proprio non me lo aspettavo.
9. Swim Deep - Francisco
E se i primi anni Novanta avessero ancora qualcosa da dire? No, niente grunge, per carità: piuttosto, il ritorno col botto di Sarah Records e Madchester!
10. IAMX - The Unified Field
Un po' di tamarraggine cyberpunk per chiudere all'insegna dell'oscurità. Così, per controbilanciare l'ottimismo del resto della playlist.

Mattia Villa

1. Daughter - “Youth”
Ho apprezzato molti debutti quest’anno, per vari e disparati motivi. L’album dei Daughter è stato quello che più ha girato nelle mie cuffie, quello che con i suoi testi crudi e deprimenti e la sua tensione boniveriana mi ha accompagnato più volte lungo la tratta Ravenna-Bologna. “We are the reckless, we are the wild youth” sono versi da tatuaggio (che non farò mai.)
2. Prefab Sprout - “The Best Jewel Thief In The World”
Il ritorno di Paddy McAloon in tutto il suo splendore. L’ultima cosa che avrei mai immaginato per il 2013 è un disco dei Prefab Sprout che mi entusiasmasse in questo modo e invece, a dimostrazione che davvero la classe non è acqua ma è barba (bianca), il miglior disco pop lo confeziona questo signore inglese qua.
3. Los Campesinos! - “Avocado, Baby”
I Los Campesinos! mi ricordano sempre i “vecchi” tempi” quando, alla fatidica domanda “che musica ascolti?”, tu baldanzoso rispondevi “indie-rock”. Questo pezzo ha un tiro micidiale e, più in generale, l’album dei Los Campesinos! ha riacceso in me una specie di fiamma giovanile in un periodo in cui ne avevo davvero bisogno.
4. The National - “Don’t Swallow The Cap”
Dal disco dei National ne avrei probabilmente pescare una qualsiasi in maniera casuale che in ogni caso sarei caduto in piedi. La scelta di questo brano sta tutta nel testo, ma non mi va di spiegare realmente perché.  
5. London Grammar - “Wasting My Young Years”
Se dovessi assegnare un premio alla Voce dell’anno, non avrei dubbi a consegnarlo ad Hanna Reid. Una roba pazzesca che mette i brividi semplicemente guardando un live da YouTube. Io personalmente potrei scrivere un trattato sullo sprecare gli anni di gioventù e, anche se la canzone non parla realmente di questo, è pur sempre bellissima da ascoltare.
6. Rhye - “3 Days”
L’album dei Rhye è entrato nel mio lettore mp3 a inizio anno e ancora sta lì. Questa canzone in particolare mi delizia ogni volta che, camminando sotto i portici di Bologna, esce in maniera casuale da una playlist che ho creato. Brano suadente come pochi altri nel 2013.
7. Justin Timberlake - “Mirrors”
Se mi avessero detto lo scorso anno che nel 2013 avrei apprezzato molto un disco di Justin Timberlake, probabilmente avrei dato al mio interlocutore del pazzo. E invece “The 20/20 Experience” è stata la vera sorpresa del mio anno musicale: album che ho consumato in estate, specialmente quando andavo a correre (provatelo sull’ora, ora e un quarto di corsa: è perfetto). Ho scelto la versione "radio edit" per rendere più scorrevole la compilation, ma il brano originale da 8 minuti è davvero speciale.
8. Cosmo - “Le Cose Più Rare”
"Saremo orizzonti e ci potremo ammirare, ci nasconderemo nel profumo del mare, ci ritroveremo nei dettagli più belli, ci riscopriremo nelle cose più rare, e sarà superfluo non saperlo spiegare, al tramonto di tutto potremo capire, sopravvivere dentro ad un tratto di colore, nei suoni più caldi scomparirà il dolore. Poi forse un giorno ci rincontreremo..."
9. Ducktails - “Academy Avenue”
Non ho un lettore Cd nella macchina che uso abitualmente, ma un mangianastri: la cassetta di “Flower Lane”, comprata durante uno show estivo dei Ducktails, l’ho letteralmente consumata. Nonostante forse ci siano brani migliori all’interno dell’album, questa chitarra un po’ Felt-iana che lo conclude mi manda sempre in estasi. Disco perfetto per aprire e chiudere l’estate, ma uscito curiosamente a gennaio. Da allora è nel mio lettore mp3.
10. Satellites - “World At Your Feet”
Non credevo che “02” potesse superare, a livello di empatia personale l’esordio “01”; ho letteralmente consumato anche questo album, facendolo “mio” come il precedente. Tanti sono i passaggi da sottolineare, “World At Your Feet” trasmette un certo senso di grandezza che la rende perfetta non solo  per chiudere questa playlist, ma quest’annata musicale.
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