Juke-Box

Flowered Up

Weekender

di Salvatore Setola
Flowered Up - Weekender
(1992 - Singolo, Heavenly)

 
Esistono canzoni che recano in sé il sapore inconfondibile dell’estate. Le onde che ti arrivano addosso, le spiagge da vivere fino al tramonto quando la calca si allenta e ti godi il panorama, le birre ghiacciate e le serate balorde tirate fino al mattino. Un sogno mundiàl magari, sfumato subito stavolta, nemmeno il masochistico gusto di farsi asfaltare dalla Colombia agli ottavi per poi andare in cerca di una consolazione stampata sulle labbra di qualche avvenente vacanziera conosciuta per caso. C’è una musica per tutto questo, e fortunatamente non è quella a cui state pensando stile spot della Sammontana. Anche perché nel decalogo di cui sopra manca il vero must estivo, soprattutto per quelli che sotto il profilo ormonale vivono la bella stagione come i rivoluzionari francesi la presa della Bastiglia: le feste sui lidi. Situazioni amletiche -  altroché! – in cui passano viepiù musica troglodita per ballerini trogloditi, al cui confronto gli ominidi che si azzuffano all’inizio di “2001 Odissea nello spazio” sembrano danzare Čajkovskij. Per gettarsi senza remore in mezzo a una fauna del genere, bisognerebbe essere scortati  dagli unni. O semplicemente basterebbe che il dj lanciasse all’improvviso “Weekender” dei Flowered Up. Il battito dell’estate in tredici minuti. Chiudi gli occhi e buttati, se sei ancora vivo non puoi tirarti indietro.

I Flowered Up furono la meteora abbagliante che, tra il 1989 e il 1994, attraversò il firmamento del Madchester, quella folle congerie di musica house, dub, psichedelia, melodia e senso funky del groove che lanciò nell’olimpo del pop inglese Stone Roses e Happy Mondays, asfaltando la strada sulla quale avrebbe presto sfrecciato anche lo scintillante cromatismo musicale di “Screamadelica”. Che poi la band di Liam Maher – morto nel 2009 all’età di 41 anni per un’overdose di eroina – non proveniva nemmeno dalla città dell’Old Trafford. Veniva da Londra – da Camden Town, per la precisione – ma il giro frequentato e il peculiare melting pot stilistico attestavano  la tendenza dei Flowered Up a transumare verso le lande musicali dell’Haicenda, il leggendario locale mancuniano che sul finire degli anni Ottanta soppiantò l’esistenzialismo epilettico di Ian Curtis, l’eclettismo strafottente di Mark E. Smith e il malinconico romanticismo di Morrissey – ovvero tre delle anime pop-rock universalmente legate alla città - con un after-hours di ballo e sballo.

In realtà “Weekender” non parla dell’estate ma – il titolo è eloquente – dell’agognato fine settimana, dell’impazienza che arrivi il venerdì pomeriggio per staccare la spina e riattaccarla il lunedì successivo non appena suonata la sveglia, sempre che nel frattempo i neuroni non siano rimasti impelagati nel pantano creato da litri di superalcolici calati giù con la betoniera e pilloline allucinogene. Se i grandi raduni rock degli anni Settanta immolarono vittime all’altare dell’eroina, i dancefloor britannici a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta glorificarono la cultura dell’ecstasy. E “Weekender” ne è una specie di manifesto, con il suo video che è un vero e proprio cortometraggio – diretto da Wiz e prodotto dalla Heavenly Records – che illustra la routine asfissiante di un giovane lavoratore la cui unica valvola di sfogo consiste nei weekend dissoluti in discoteca.
Eppure, oltre a codificare l’intera cifra stilistica del madchester sound benché i suoi autori fossero estranei alla scena cittadina, “Weekender” riesce anche a condensare gli aromi e i sapori d’estate in una canzone che non è affatto dedicata all’estate. Magnifiche contraddizioni. In “Weekender” non c’è solamente la goduriosa liberazione danzereccia di una “Kinky Afro” e di una “Hallelujah”, non c’è soltanto il divertiamoci fino a stordirci prima che l’alba venga a sorprenderci – che, intendiamoci,  va più che bene - ma pure un residuato di sogno, di magia, di qualcosa che senti può accadere solo adesso e sai che durerà ancora meno.

L’e(c)stasi come poetica e l’estate – questa, non un’altra -  come estetica. Ecco “Weekender”:  frullato di "Quadrophenia" degli Who (qui campionato nella sua versione cinematografica), atmosfere pinkfloydiane ad altezza 1975 e baccanali funkeggianti che George Clinton avrebbe benedetto col suo stesso sudore. Il sacro della musica soul (inserti d'organo e vocalizzi black di ascendenza vagamente Stax) e il profano della house (percussioni galeotte come se vendemmiasse). I breakbeat che ti spaccano il muso e gli assoli acidi di chitarra che ti disinfettano la ferita. L'oboe e il sassofono, tocchi di classe. Effettistica oppiacea, un soffio di trance. Non credi alle tue orecchie la prima volta che l’ascolti. Non ci credevano nemmeno gli stessi Flowered Up quando, inzuppati di alcol e dopo tre settimane di vuoti ispirativi, registrarono quaranta minuti di musica in una sola serata. Scelsero le parti migliori, le montarono e – voilà -  ecco servito l’equivalente sonoro di un cocktail di gin e nitroglicerina. Un’appendice roboante al brioso “A Life With Brian” (1991), l’unico album edito dalla band.
Sulla registrazione di "Weekender" mise mano anche l’alchimista del suono Andrew Weatherall, che ne realizzò due mix alternativi usciti su un 12". Più fisicità house e meno divagazioni oniriche: i bassi e le percussioni pompano come una trivella petrolifera, il clima è rovente, il momento erotico più che catartico. Dopotutto i Flowered Up avevano dedicato il loro brano “ai malati di febbre del sabato sera di ogni dove” con l’augurio di una mai sopraggiunta guarigione. Possa la febbre d'estate essere un malanno altrettanto cronico.
pronosticuri vip pariuri ponturi profesioniste fotbal ponturi profesioniste fotbal
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.