Adriano Pappalardo

"Oh! Era ora", il gioco di specchi tra Battisti, Panella e il cantante pugliese

Per me
un ladro fu
con lui
rubavo mandorle
e tu puoi
chiamarlo un tarlo
ma fu per me
un caro vandalo

Ancorato alla sequela di successi pop degli anni Settanta, il cantante pugliese Adriano Pappalardo è stato tenuto d’occhio principalmente dalla Numero Uno e dalla Rca: hit radiofoniche come “È ancora giorno”, “Ricominciamo” o “Non mi lasciare mai”, relegate a una nozione nazionalpopolare della canzonetta all’italiana, difficilmente si dimenticano – purtroppo o per fortuna. Eppure, Lucio Battisti, interprete massimo della musica pop italiana e ancora oggi uno dei punti di riferimento per i cantautori di nuova generazione, ha creduto sin da subito nelle potenzialità maciste dell’interprete: durante lo scioglimento del sodalizio con Giulio Rapetti, in arte Mogol, avvenuto nel 1980 il cantautore di Poggio Bustone si è saputo reinventare in sperimentazioni in studio vivacemente riprese dall’avvento della new wave di fine caratura. Nel calderone di generi insiti in queste “ondate” è rientrato di striscio persino Pappalardo, il quale si è prestato a un insolito gioco di specchi tenuto in piedi da Battisti in collaborazione con il poeta romano Pasquale Panella.

Reduce da una scrittura anticonvenzionale basata su liriche apparentemente nonsense e al limite del surreale, fino a quel tempo Panella si è spesso servito di vari pseudonimi per confondere consciamente l’ascoltatore: basti pensare a Vanda Di Paolo, Duchesca e Vanera, nomi che ritroviamo nei crediti di lavori come “Vocazione” (It, 1979), debutto discografico del sottostimato cantautore pop-rock Enzo Carella ed “Effetto amore” (Rca, 1981) dei New Perigeo, versione soft-jazz dello storico complesso Perigeo.
Intanto nel 1982 viene rilasciato “Immersione” per la Numero Uno, esperimento peculiare che vanta la presenza dello storico produttore inglese Greg Walsh, noto ai più per aver precedentemente collaborato negli ultimi album di Battisti con i testi mogoliani e il chitarrista jazz fusion Ray Russell, già arrangiatore per il cantautore folk londinese Bill Fay (“Bill Fay”, Deram, 1970; “Time Of The Last Persecution”, Deram, 1971). Orientato su un manierismo a tratti freddo e marginale, il disco viene snobbato dalla critica e il pubblico mal recepisce la virata di Pappalardo verso un’elettronica minimale e al passo con i tempi: eppure, gli addetti ai lavori non demordono e nel 1983 portano a termine lo scanzonato “Oh era ora”, interamente prodotto e arrangiato da Lucio Battisti.

Adriano Pappalardo - Oh! Era ora

 

Presentato da una curiosa copertina del fotografo Arpad Kertesz e del grafico Antonio Dojmi, raffigurante una figura invisibile che sostiene un’ingombrante borsa della spesa, l’album si apre con la romantica introduzione “Signorina”: avvolta dal basso ritmico di Fabio Pignatelli e dalle tastiere nostalgiche di Maurizio Guarini – entrambi direttamente dalla formazione dei Goblin. A spiazzare è l’approccio ambivalente tra testo e musica, ridotti sinteticamente nella loro struttura armonica. Tra immagini oniriche e un arrangiamento ingegnoso, il brano dimostra un Battisti in ottima forma che dà voce a un Pappalardo mai sentito prima, ben più grintoso e riconoscibile rispetto al precedente operato.
L’ironico Aor di “Vanessa Moda Gaia”, contaminato dal synth-pop di prima categoria, presenta un andamento più rilassato e spensierato: il memorabile refrain, sovrastato da imponenti chitarre hard-rock, risuona all’unisono grazie all’enfatica prova vocale di Pappalardo, tra le sue migliori; a seguire un interludio di tastiere. Tra Seneca e Francis Mocomber, “Breve la vita felice” schiva proiettili di ermetica accatastati su giri di parole circensi. Tra i testi più enigmatici del concept, il brano risulta a dir poco incomprensibile anche a distanza di ascolti; ed è questa la sua fascinazione. La giocherellona “Puoi toccarmi tutto a me” conclude il primo lato del disco.

 

Il secondo lato si apre con uno dei pezzi più oscuri della new wave italiana tutta, “Caroline e l’uomo nero”. Un continuo sfondamento della quarta parete - “Questa è una canzone registrata, è chiaro, esatto, giusto o no?/ Non facciamo scherzi, niente versi, per favore e dopo stop/ parlo chiaro o no?/ qui c’è il coro: Caroline!” - fa emergere ascendenti synth in un arrangiamento di ottimo livello, facilmente esportabile e certamente competitivo con la produzione internazionale.
D’altro canto, con “Questa storia” riemerge il monolitico frammento di un’amicizia. Il malinconico testo di Panella viene avvalorato dall’interpretazione emotiva di Pappalardo, il quale recita di immagini (il verde di Roma) e sensazioni (ti fa sorridere anche i ruderi) vissute, appartenenti a un passato sempre più rafforzato dalla memoria statuaria. Tra la dissociazione cognitiva e la perdita di personalità, “Io chi è” funge da chimera all’interno del disco, una vera e propria perla da riscoprire. L’album si conclude con la title track, letteralmente l’elenco di una lista della spesa ridossato su testo. Sebbene sia evidente il distacco creativo rispetto alle precedenti canzoni, il pezzo si contraddistingue per la sua natura goliardica e disimpegnata.

Tra i bassifondi più sconosciuti, “Oh era ora” riemerge come un improvviso acquazzone nel deserto del Sahara e dà prova di come la figura dell’ “interprete leggero” si possa elevare alla media degli standard, un po’ come lo è stato per i Matia Bazar, Donatella Rettore, Ivan Cattaneo, Alberto Camerini, Nada e tanti altri rappresentanti del genere nello Stivale italiano. 

12/12/2025

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